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L’anello dei cardinali

22 nov 15.53

Nell’omelia prima della consegna dell’anello ai nuovi cardinali Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sul fatto che già la precedente creazione di porporati era stata celebrata alla vigilia della solennità di Cristo re dell’universo, che conclude l’anno liturgico. E proprio nella luce di questa antica festa ha collocato il ministero papale e quello cardinalizio, che dal radicamento nella Chiesa di Roma trae il suo significato.

Il primo servizio del successore di Pietro è quello alla fede. Che però non è un sentimento vago o una fede qualsiasi: come Maria e come il buon ladrone, anche il Papa e i cardinali devono infatti riconoscere questa singolare regalità di Gesù crocifisso. E, come loro, stare accanto alla croce di colui che vi è salito per salvare il mondo, piuttosto che invitarlo a scendere dal patibolo, non riconoscendo la sua divinità sfigurata perché spoglia di gloria visibile: «Lo deridono, ma è anche un modo per discolparsi» ha spiegato con sottile finezza Benedetto XVI.

È dunque un ministero difficile quello del Papa e dei cardinali «perché non si allinea al modo di pensare degli uomini» ha sottolineato il vescovo di Roma, tornando a parlare per la seconda volta in ventiquattro ore della necessità di pensare e operare secondo la «logica della Croce», che non è mai facile né scontata e non deve guardare a ideologie o affannarsi dietro particolari accorgimenti: «In questo dobbiamo essere compatti, e lo siamo perché non ci unisce un’idea, una strategia, ma ci uniscono l’amore di Cristo e il suo Santo Spirito» espressi dal segno sponsale dell’anello.

Attento come sempre ai simboli, Benedetto XVI ha legato l’immagine della Crocifissione incisa sull’anello dei cardinali al rosso sangue della porpora. Entrambi infatti convergono nel significare la necessità di restare con Maria accanto a Gesù, che muore sulla croce e da questa regna sull’universo: stat crux dum volvitur orbis. Con l’unico scopo di annunciare la sua signoria: «Il primato di Pietro e dei suoi Successori — ha scandito — è totalmente al servizio di questo primato di Gesù Cristo» perché il suo amore venga e trasformi la terra.

E questo è lo scopo del libro con l’intervista al Pontefice, che senza ragione già si cerca di assimilare alla mentalità del mondo. «Io penso — vi afferma invece Benedetto XVI — che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione». Con una lucida avvertenza: «L’uomo in ogni caso non è in grado di dominare la storia a partire dalle proprie forze». Concludendo che proprio per questo «abbiamo bisogno di Cristo che ci raccoglie in una comunità, che chiamiamo Chiesa». La quale, sull’esempio del suo Signore, vuole essere amica dell’uomo.

g. m. v.

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La questione di Dio

20 nov 15.51

Nel terzo concistoro per la creazione di nuovi cardinali Benedetto XVI ha deciso di onorare con la porpora alcuni dei suoi collaboratori nella Curia romana e altri vescovi «scelti dalle diverse parti del mondo», che da oggi sono così ancora più vicini al successore di Pietro, nel servizio unico e insostituibile che egli rende alla comunione cattolica. Secondo una dimensione collegiale che non è certo una novità nella Chiesa di Roma, ma che si avverte con più evidenza nelle riunioni del Collegio cardinalizio — come quella che ha aperto con la preghiera e la riflessione il concistoro odierno — e, negli ultimi decenni, nelle molte assemblee (ordinarie, straordinarie, speciali) del Sinodo dei vescovi.

Il mandato affidato dal Signore Gesù, Dominus Iesus, al primo degli apostoli è quello — ha detto il suo attuale successore — di «riunire i popoli con la sollecitudine della carità di Cristo». In una dimensione universale, e dunque propriamente cattolica, secondo una logica di governo che certo non è quella del mondo. E che di conseguenza il mondo spesso non capisce, pretendendo di rappresentare la Chiesa secondo schemi e stereotipi, in genere di scarsissimo aiuto a comprenderne la vera natura. Anche se persistono colpe, imperfezioni e mancanze, inevitabilmente e fatalmente legate a ogni essere umano, e perciò anche a chi della Chiesa fa parte.

Così l’esercizio dell’autorità secondo la parola di Cristo — la «mentalità di Dio» ha detto il Papa — deve guardare alla via percorsa dal Maestro, che significa per chi lo ha incontrato nella sua vita sapersi abbandonare alla provvidenza di Dio, secondo scelte che non sono «mai frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione» e che comportano invece la logica della Croce. Questo, tra l’altro, vuole significare il colore della porpora, espressiva della disponibilità a servire il Signore e la sua Chiesa sino al martirio di sangue (usque ad effusionem sanguinis), in comunione con il successore di Pietro.

E la posta in gioco è per tutti davvero alta, ben al di sopra di interpretazioni politiche o strumentali. Benedetto XVI lo ha spiegato con semplicità e chiarezza, la scorsa estate, a Peter Seewald in una lunga intervista, ora pubblicata in un libro che fin dal titolo — Luce del mondo — conferma come lo sguardo di Joseph Ratzinger sia da sempre rivolto a Cristo, l’unico che illumina «il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi», recita il suggestivo sottotitolo. A confidarsi con intellettuali, scrittori e giornalisti erano stati già Paolo vi e poi, più volte, Giovanni Paolo II. E altrettanto aveva fatto il cardinale Joseph Ratzinger in ben tre occasioni, suscitando un notevole interesse editoriale e premiando una scelta di comunicazione efficace e adatta alla modernità, che Benedetto XVI ha poi innovato in modo radicale con l’opera dedicata a Gesù di Nazaret.

Non è difficile prevedere una larga diffusione anche per questo libro, nel quale il Papa si presenta senza alcun infingimento e senza ricorrere a particolari strategie comunicative, tanto care invece a molti commentatori. E il merito è tutto di Benedetto XVI che sa porre, con parole nuove e senza sfuggire ad alcuna domanda, soprattutto la questione di Dio. Colui che in Cristo — come sottolinea con un linguaggio biblico nell’ultima risposta al suo intervistatore — è «venuto perché possiamo conoscere la verità. Perché possiamo toccare Dio. Perché la porta sia aperta. Perché troviamo la vita, la vita vera, che non è più sottomessa alla morte».

g. m. v

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Uguaglianza e dignità

16 nov 16.00

L’essere umano e la malattia

di Lucetta Scaraffia

Dopo duemila anni, la dignità di ogni essere umano è di nuovo messa in questione proprio dai quei progressi tecnoscientifici che a parole vorrebbero invece migliorare le condizioni di vita dell’umanità. Le persone che si trovano a vivere situazioni di malattia grave, in molti casi, non vengono più considerate degne dello stesso rispetto delle altre. Lo abbiamo visto in questi ultimi anni, in cui siamo stati invasi da libri, interviste, film finalizzati a diffondere l’idea che in alcune condizioni la vita sarebbe indegna di essere vissuta.

Si sta affermando pertanto la convinzione che l’essere umano sofferente preferisca morire piuttosto che vivere, e che sarebbe un vero atto di pietà aiutarlo in questo senso. Poche e spesso meno convincenti sembravano essere le voci contrarie. Due libri recenti rovesciano la situazione e danno voce e argomenti forti a chi difende la dignità di ogni essere umano, in qualsiasi condizione esso si trovi.

Fabio Cavallari ha raccolto in Vivi (Lindau) storie di «uomini e donne più forti della malattia», persone che hanno smentito con la loro energia vitale diagnosi che sembravano senza appello, in genere grazie all’aiuto di una famiglia affettuosa e di gruppi di volontari che le hanno sostenute e aiutate. Ma anche grazie a medici — per lo più donne — che hanno saputo sperare con loro, vedere al di là delle diagnosi infauste.

Come la storia di un ragazzo, Massimiliano, finito in coma vegetativo dopo un incidente, riportato a casa dopo periodi di cura nei reparti di rianimazione e di lunga degenza, che riesce a risvegliarsi, se pure parzialmente e con fatica, solo grazie alla cocciuta speranza di sua madre e all’affetto degli amici che non gli hanno mai fatto mancare la loro presenza affettuosa. O come la vitalità di Giovanni, affetto dalla nascita da cataratta bilaterale congenita e dalla sindrome di Down, sottoposto fin dai primi giorni di vita a continue operazioni e colpito da crisi epilettiche, che oggi va a scuola, in vacanza con la famiglia e sa dare e ricevere affetto e allegria.

Nell’originalità irriducibile di ogni vissuto qui raccontato si può rintracciare un elemento comune: l’importanza degli affetti, dell’amore della famiglia. Da soli è impossibile superare lo scoramento, la fatica, l’esclusione. Nessuno dei parenti, soprattutto madri e mogli, si lamenta del destino che gli è toccato, ma rivela di averne scoperto la ricchezza, se non addirittura la serenità. L’unico disagio di cui tutti si lamentano è l’assurda trafila burocratica a cui devono sottostare per avere pochi aiuti, quasi sempre insufficienti, da parte dell’istituzione sanitaria.

Al termine della lettura, siamo più convinti che la vita vale la pena di essere vissuta in ogni condizione, soprattutto se l’amore la rende umana. Sono esempi concreti che chiariscono molto, ma rimane da affrontare la questione teorica più generale, che è al centro di un libro collettivo coordinato da Adriano Pessina (Paradoxa. Etica della condizione umana, Vita e Pensiero), autore anche di uno dei più lucidi e chiari saggi ivi raccolti.

La questione è di massimo interesse: come scrive lo studioso, il modo in cui affrontiamo concettualmente il problema della malattia è specchio del modo in cui interpretiamo la natura umana. L’idea di valutare la dignità umana basandosi sull’esercizio di alcune capacità — teorizzata da bioeticisti come Singer, secondo una concezione che sta dietro a ogni difesa del diritto all’eutanasia — in realtà modifica l’idea stessa di dignità umana intesa come valore incommensurabile attribuito all’uomo in quanto tale: perché significa ad esempio escludere il carattere umano delle persone gravemente sofferenti, solo in quanto non più in grado di esercitare alcune capacità. E, se si accetta questa definizione, rimane aperto il problema di chi stabilisce quali siano le qualità che rendono degna la vita.

Il tema della concezione dell’essere umano, della «soglia di umanità» — scrive Pessina — è strettamente connesso con la giustizia: «Ogni forma di falsificazione dei valori e di mistificazione della condizione umana è già in sé una forma di ingiustizia». La condizione di disabilità ci pone di fronte al problema della giustizia, misurata in base all’aiuto che una comunità sa offrire alle persone sofferenti: anche se spesso il motivo invocato per giustificare la mancanza di sostegno alle persone affette da disabilità è la carenza o l’assenza delle risorse, se guardiamo bene è evidente come questo rifiuto mascheri l’idea che la loro vita non abbia valore, o ne abbia meno delle altre.

Questa situazione si riflette indubbiamente nella concezione che abbiamo di noi stessi, dal momento che esiste un legame inscindibile fra l’io sociale e l’io individuale, e contribuisce a farci vivere nel terrore di cadere colpiti da una patologia invalidante che ci faccia perdere quella condizione di autonomia che costituisce il mito della modernità. Dimenticando, in nome di questo mito, che la progressiva perdita delle funzionalità è iscritta nella stessa condizione di vivente dell’uomo.

Le modalità, sia concettuali che pratiche, con cui affrontiamo questo problema, sono quindi rivelatrici della nostra soglia di civiltà: «Una persona con ritardo mentale, un anziano con demenza senile, una persona in stato vegetativo, non potrà autorealizzarsi, aspirare all’autonomia, ma potrà, come ognuno — scrive Pessina — partecipare della realizzazione della sua umanità in quanto non sarà escluso dai processi di cura, in quanto si sentirà custodito ed amato come uomo e perciò anche come cittadino. Queste relazioni appartengono all’ordine della giustizia e ci riportano all’idea di una cittadinanza che finalmente abbia i confini soltanto dell’umano, e non di alcune doti sue specifiche».

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Una donna coraggiosa

13 nov 15.07

Intitolata a santa Francesca Cabrini  la Stazione Centrale di Milano

di Lucetta Scaraffia

Le stazioni e gli aeroporti — là dove passano persone lontane dalla propria casa, spesso sole, e quindi particolarmente fragili ed esposte ai pericoli — sono luoghi difficili, soprattutto quelli punto di arrivo o di partenza di correnti migratorie. Ciò vale naturalmente anche per la Stazione Centrale di Milano.

Proprio per questo costituisce un avvenimento molto significativo l’intitolazione dell’importante nodo ferroviario a santa Francesca Cabrini — dal 1950 patrona degli emigranti — che ha luogo il 13 novembre con la partecipazione del segretario di Stato di Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone, dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, e della superiora generale delle suore fondate dalla religiosa lombarda, madre Patricia Spillane, ospiti naturalmente del sindaco della metropoli, Letizia Moratti, e del presidente delle Grandi Stazioni, Mauro Moretti.

Francesca Cabrini, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, vicino a Milano, da questa stazione è partita tante volte: non solo per andare a Roma, da Leone XIII, con il fine di ottenere il riconoscimento dell’istituto missionario da lei fondato, ma soprattutto diretta a Genova oppure a Le Havre, per imbarcarsi su transatlantici in rotta verso le  Americhe, teatro privilegiato della sua missione. Una missione speciale, perché dedicata appunto agli emigranti, a quegli italiani che abbandonavano la patria e spesso la famiglia per trasferirsi in terre sconosciute, dove si parlavano lingue per loro incomprensibili e soprattutto dove i cattolici erano una minoranza, per di più anche loro — in grandissima parte irlandesi — non particolarmente amichevoli.

Il rischio era di perdere le radici, anche religiose, nello sforzo di inserirsi nelle nuove realtà. E qui interviene madre Cabrini, che fonda scuole, orfanotrofi e ospedali per quella folla di derelitti, e insegna loro a ritrovare il rispetto e l’amore per le proprie origini e per la propria religione. La sua è davvero una nuova evangelizzazione di popolazioni originariamente cattoliche, di fatto sradicate dalla terra e dagli affetti familiari.

Madre Cabrini costruisce istituti assistenziali negli Stati Uniti — di cui nel 1907 prenderà la cittadinanza, divenendo così nel 1946 la prima santa del grande Paese — e anche in America centrale e meridionale, alla testa di un esercito di giovani donne, prima italiane, poi di molte nazioni d’Europa e del nuovo mondo, che imparano a lavorare come maestre, amministratrici, infermiere, per guarire le ferite del corpo e dell’anima di quell’umanità dolente.

La piccola suora è una grande viaggiatrice: nelle sue lettere, scritte durante i lunghi spostamenti, racconta di tempeste sull’oceano, di compagni di viaggio interessanti, di paesaggi meravigliosi e di usi sconosciuti. Francesca Cabrini attraversa senza paura le Ande d’inverno in groppa a un mulo, compra un luna park in disarmo e lo smonta pezzo per pezzo per costruire con quel materiale un orfanotrofio a Los Angeles, soprattutto difende con passione e tenacia la dignità degli italiani.

È dunque una donna piena di spirito e di coraggio quella a cui viene intitolata la Stazione Centrale di Milano: sempre pronta ad aiutare tutti, senza distinzione di religione o di colore della pelle, e particolarmente attenta a difendere i diritti delle donne. Proprio la persona che ci voleva, nel nostro difficile mondo di oggi.

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La specificità cristiana

11 nov 15.47

Forse è una coincidenza, ma a ben guardare non è senza significato che nel giorno in cui viene reso noto il documento nato dall’assemblea sinodale sulla Parola di Dio e intitolato Verbum Domini sia pubblicato anche il messaggio papale al cardinale archivista e bibliotecario per la riapertura della Vaticana, l’istituzione culturale più antica e preziosa della Chiesa di Roma. Entrambi i testi, pur non comparabili, ruotano infatti intorno al tema che costituisce la specificità cristiana: l’annuncio che la Parola eterna si è fatta carne.

Su questo argomento si è riunito nel 2008, per volontà e con la partecipazione assidua di Benedetto XVI, il sinodo, espressione odierna della collegialità cattolica. Ai lavori intervenne, tra gli altri, il patriarca Bartolomeo che tenne una meditazione, e per la prima volta fu invitato un rabbino a significare il legame peculiare che unisce la Chiesa all’ebraismo: «un legame — ribadisce ora l’esortazione apostolica Verbum Domini — che non dovrebbe essere mai dimenticato», così come la «differenza profonda e radicale non implica affatto ostilità reciproca». Con una volontà di confronto e amicizia che il documento estende ai musulmani e ad altre religioni.

La Parola divina, rivelata nelle Scritture e soprattutto incarnata in Gesù di Nazaret, non è una parola del passato. Al contrario, è una Parola viva, da leggere secondo la tradizione e nella Chiesa. E la Parola torna a incarnarsi nel cuore di chi incontra Cristo — lui è il regno di Dio (autobasilèia), secondo la suggestiva immagine di Origene — e ascolta le sue parole. Per questo il cristianesimo non è una religione del libro. Anche se la necessità di comunicare e trasmettere la Parola (lògos) l’ha subito resa una tradizione religiosa legata ai libri.

A mostrarlo è la storia delle numerosissime biblioteche cristiane, spesso fatalmente disperse, e in particolare quella dell’istituzione legata alla Chiesa di Roma, modernamente concepita e voluta da Niccolò v nello splendore dell’umanesimo e rinnovata per la contemporaneità da Pio xi, nella stagione d’oro dei cardinali Ehrle e Mercati. Con immutata generosità e ampiezza nei confronti di «tutti i ricercatori della verità», come si legge nel messaggio papale. Che nella pluralità delle parole invita a guardare all’unica Parola che non passa.

g. m. v

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La foresta di Dio

09 nov 8.16

Un viaggio storico per la sua importanza e simbolico per il suo significato si è rivelato quello che Benedetto XVI ha compiuto in Spagna, per la seconda volta in meno di cinque anni. Grazie alla visita di due città che esprimono la realtà diversificata di un grande Paese, fortemente radicato nella tradizione cristiana e che oggi, pur largamente secolarizzato, ha saputo accogliere il Papa con simpatia e ascoltarlo con attenzione. Una simpatia e un’attenzione dimostrate in modo pubblico dal sovrano e dalla regina, dai principi delle Asturie, dal presidente del Governo e dalle autorità nazionali e regionali. Oltre che, naturalmente, da tutta la Chiesa, confermatasi una realtà vitale e vivace nella società spagnola.

L’itinerario del romano pontefice, toccando Santiago de Compostela e Barcellona, ha voluto unire simbolicamente la storia del Paese e sostenere la sua apertura attuale innanzi tutto all’Europa, ma anche agli altri continenti. Agli spagnoli, ma parlando a tutto il mondo, il Papa ha soprattutto ricordato con forza il significato della fede cristiana, al cui punto di partenza non vi è un progetto umano ma Dio stesso, che abita nell’intimo del cuore di ogni persona. È una tragedia — ha detto Benedetto XVI nell’omelia di Santiago, davanti alla meravigliosa cattedrale romanica e barocca — che nel continente europeo, soprattutto nel corso dell’Ottocento, si sia affermata e diffusa la convinzione che Dio è antagonista dell’uomo e nemico della sua libertà.

Di fronte a questa negazione, quasi incomprensibile, è invece necessario che Dio, «sole delle intelligenze», torni sotto i cieli d’Europa, continente che a sua volta deve aprirsi alla trascendenza. E come l’immagine crocifissa di Cristo è ai crocicchi dei cammini che portano a Compostela — dove più che millenaria è la memoria dell’apostolo Giacomo — così la «croce benedetta» deve brillare nelle terre europee, ha esclamato il Papa, che subito dopo ha proclamato la «gloria dell’uomo», auspicando che l’Europa della scienza e della cultura si apra alla trascendenza.

L’apertura a Dio è tornata nelle parole di Benedetto XVI a Barcellona, quando ha dedicato il tempio espiatorio nato dalla visione geniale di Antoni Gaudí e durante la visita voluta per abbracciare con tenerezza i bambini e i giovani ospiti del Nen Déu, l’opera intitolata al Bambino Gesù,  incoraggiando quanti li assistono. L’immensa mole di pietra della Sagrada Familia, quasi una selva mirabile di colonne che si trasformano in movimento, è stata definita dal Papa come realtà sacramentale, «segno visibile del Dio invisibile, verso la cui gloria si alzano queste torri, saette che guardano all’assoluto della luce». Santuario di Dio, come lo è ogni persona umana. Per questo essa è sacra, e per questo — non per ostilità nei confronti dell’uomo e della sua libertà — la Chiesa, che è fondata unicamente su Cristo, auspica misure a sostegno della famiglia e si oppone a ogni forma di negazione della vita.

Con questo viaggio in Spagna il successore di Pietro ha mostrato ancora più chiaramente il senso del suo cammino e di quello della Chiesa: presentare al mondo Dio che è amico degli uomini e invitarli nella sua casa. Una casa la cui bellezza è soltanto adombrata dal Portico della gloria che accoglie i pellegrini che arrivano a Compostela e a Barcellona da quella foresta di Dio che Gaudí, artista visionario e cristiano autentico, ha voluto si innalzasse al centro della città degli uomini. Perché guardino alla sua presenza tra loro, contemplino la sua inesprimibile  meraviglia  e  sappiano  accoglierlo.

g. m. v

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In cammino

07 nov 9.17

Il viaggio in Spagna di Benedetto XVI esprime simbolicamente la realtà più profonda degli itinerari che il vescovo di Roma compie nel mondo. A dirlo è stato il Papa  stesso, nel consueto incontro con i giornalisti, durante il volo che l’ha portato a Santiago de Compostela, quando ha ricordato che il cammino — iscritto nella sua biografia personale già con le tappe in diverse università tedesche — rappresenta l’esperienza di ogni credente. Nell’instabilità inevitabile della vita e nel passaggio su questo mondo, la fede è infatti innanzi tutto pellegrinaggio, espresso, per chi crede, dalla figura esemplare di Abramo.

Nel medioevo, i diversi cammini di Compostela — quella «via lattea» sulla terra indicata in cielo dal biancore delle stelle — hanno formato spiritualmente l’Europa. E anche oggi il camino è percorso da chi affronta il pellegrinaggio (o semplicemente la via) per dare il rituale abbraccio al señor Santiago e così lasciarsi abbracciare da Dio stesso.

Come ha fatto il Pontefice nella meravigliosa cattedrale romanica e barocca profumata dall’incenso del botafumeiro, pellegrino insieme a tantissimi altri nella storia e nell’attualità, in un continente e in un mondo che tante volte sembrano dimentichi di Dio ma in realtà ne hanno nostalgia. Nella visione del Papa infatti il cammino indica proprio questo: l’uscita dalla quotidianità e dalla logica dell’utile, per trascenderle e trovare una nuova libertà.

Tra Santiago e Barcellona — dove svettano le guglie della Sagrada Familia — il nuovo itinerario di Benedetto XVI si muove fra tradizione e rinnovamento creativo, tra verità e bellezza, secondo la dinamica espressa in modo mirabile e visionario da Antoni Gaudí nel tempio espiatorio a cui lavorò per tutta la vita. L’edificio, la cui consacrazione è all’origine dell’itinerario papale, è nato dalla devozione ottocentesca a san Giuseppe (il patrono di Joseph Ratzinger) e alla Sacra Famiglia, e anche oggi esprime nell’arte la centralità e l’importanza dell’istituzione familiare, realtà importante non solo per i cattolici, ma per l’intera società, che su di essa si fonda.

Se la ricerca dell’incontro tra fede e arte, parallelo a quello tra fede e ragione, segna la storia cristiana sin dai primi secoli, restando urgente nel tormentato panorama della contemporaneità, a un altro incontro — ha detto il Papa ai giornalisti — deve guardare oggi la Chiesa nel mondo occidentale caratterizzato dal secolarismo: è quello tra fede e laicità. In molti Paesi europei, come nella Spagna di oggi, superando la logica dello scontro prevalsa in alcuni periodi dell’Ottocento e del Novecento e che talvolta si riaccende nell’intolleranza.

Ha naturalmente colpito la circostanza di questo ritorno in Spagna di Benedetto XVI dopo la visita a Valencia nel 2006, e mentre già si prepara la giornata mondiale della gioventù di Madrid. Un segno di amore per il Paese lo ha definito il Papa, sottolineando che le circostanze di questi viaggi mostrano una realtà più profonda: la forza e il dinamismo attuali della fede in una terra storicamente cristiana.

Il Paese, che nel Cinquecento con «una pleiade di grandi santi» ha saputo rinnovare e dare forma al cattolicesimo moderno, vuole oggi continuare a proporre la via di Cristo,  nell’ottica di una «universalità senza confini» rappresentata da Compostela, che nel medioevo era alle sponde dell’oceano, finis terrae. Per questo il vescovo di Roma, accolto da un calore che ha dissipato la nebbia autunnale, prosegue nella comunione della Chiesa il suo cammino.

g. m. v.

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Oggi la santa Chiesa canta la gloria del suo Sposo

30 ott 7.36

L’inizio dell’anno liturgico siro-occidentale

di Manuel Nin

Nelle liturgie di tradizione siriaca, sia orientale che occidentale, è comune la celebrazione delle domeniche chiamate della «dedicazione della Chiesa». Per i siro-orientali sono quattro e chiudono l’anno liturgico. Per i siro-occidentali sono due e iniziano il ciclo annuale otto settimane prima di Natale, divise tra le due domeniche della Dedicazione e le sei domeniche delle Annunciazioni, in parallelo con la liturgia ambrosiana, che ha la domenica della Dedicazione e sei domeniche di Avvento.

Le due domeniche siro-occidentali portano i titoli di «dedicazione» e «rinnovamento» della Chiesa. Ma non si tratta della consacrazione materiale del luogo di culto, bensì, proprio all’inizio dell’anno liturgico, della celebrazione del mistero della Chiesa come corpo di Cristo, comunità dei fedeli che inizia il cammino di celebrazione del mistero dell’incarnazione, della passione, della morte e risurrezione del Verbo di Dio.

Mentre la tradizione siro-orientale, collocando le domeniche della Dedicazione a conclusione dell’anno liturgico, sottolinea la celebrazione della Chiesa come comunità dei redenti che Cristo presenta al Padre alla fine dei tempi, la tradizione siro-occidentale, collocando queste domeniche all’inizio del ciclo annuale, vede la Chiesa, prefigurata e preannunciata già nell’Antico Testamento, come comunità che cammina con Cristo verso la sua Pasqua: la chiesa materiale è così simbolo della Chiesa realtà spirituale.

Un primo aspetto è la prefigurazione veterotestamentaria della Chiesa: «A te la lode, Gesù Cristo, roccia salda e inespugnabile su di cui è stata fondata la santa Chiesa. Essa è prefigurata dalla roccia dalla quale Mosè fece sgorgare mirabilmente dodici ruscelli per dare da bere a Israele. Essa possiede i fiumi mistici dell’Eden. Non è appoggiata su colonne di bronzo o di ferro, ma sui profeti che hanno rivelato le cose segrete, sugli apostoli predicatori dei misteri e sui martiri che hanno seguito le orme di Cristo. Essa possiede il sole di giustizia e le stelle del mattino che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo».

Fondata su Cristo e prefigurata già nell’Antico Testamento, la Chiesa ha la fede che le viene dalla testimonianza dei santi. «Oggi Isaia si rallegra in te, santa Chiesa, lui che aveva detto di te che i popoli e i re sarebbero venuti per onorarti. Ecco che i popoli da tutte le parti si radunano e vengono da te. Ti portano i loro figli e le loro figlie che si erano dispersi seguendo gli idoli. E lo Spirito Santo ti santificherà da ogni macchia e abiterà in te affinché per mezzo di lui tu serva la Santa Trinità».

Un secondo aspetto è la Chiesa vista come fonte e luogo della luce e della verità; essa trasmette la vera fede, ed è il luogo dei sacramenti: «Questa Chiesa Davide la cantava, questa figlia del re, adornata non in modo figurato, come la tenda di Mosè, ma dal mantello splendido della fede, dal battesimo, dai doni dello Spirito Santo, dal santo Altare e dal sangue dell’Agnello senza macchia, suo sposo, re dei re, e dalle stelle che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo. La Chiesa loda e dice: Non temo il maligno. Infatti alte mura mi circondano. Dio abita in me e l’altare santo è stato fissato in me e sono presso  di  me  le  ossa  dei  santi.  E  la croce santa che io adoro, essa mi protegge».

La tradizione liturgica siro-occidentale sottolinea come Cristo stesso, nel suo amore fedele, purifica e santifica la sua Chiesa da ogni macchia e da ogni deviazione dalla retta fede: «Il Figlio di Dio, vedendo perduta la Chiesa fu preso di amore verso di essa e volle santificarla e sposarla. Venne dall’alto, le manifestò il suo amore e la prese come sposa. Per lei accettò le sofferenze e con le sue piaghe l’ha lavata e l’ha fatta sedere alla sua destra». Purificata, amata e salvata, è la stessa Chiesa che canta al suo sposo: «La Chiesa canta glorificando il Figlio di Dio: il Figlio del Re mi ha scelto ed innalzato, sono unita a lui come l’anima al corpo, e lui si è unito a me come la luce all’occhio. Lui ha accettato per me la morte».

In queste domeniche troviamo largamente il tema sponsale applicato anche all’incarnazione del Verbo di Dio: «O Chiesa fedele, come sei bella e adorna, sposata al tuo sposo, Cristo, colorata dal sangue dei martiri, raffermata dagli insegnamenti provati, e ti compiaci dal pane celeste del Dio Altissimo. O santa Chiesa, canta la gloria dello sposo che nel suo amore ti ha sposato, ti ha salvato con la sua croce vivificante e ha deposto in te il suo corpo e il suo sangue, calice di salvezza, perdono per i credenti. Lo sposo che fa festa prepara il vitello grasso e chiama gli invitati a rallegrarsi con lui. Questo sposo celeste ha preparato un banchetto. Gli invitati si rallegrano nelle vigilie, nei digiuni e nelle preghiere. Lui ha diviso il suo corpo e si è fatto cibo; ha preparato col suo sangue una bevanda, e da questo sangue i popoli sono stati riscattati».

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Il mondo a due binari

27 ott 8.10

Genetica e dignità umana

di Carlo Bellieni

La recente Giornata mondiale delle cellule staminali ha fra l’altro commemorato il primo trapianto di cellule del cordone ombelicale eseguito con successo in Francia. Contemporaneamente, ricercatori italiani dell’istituto Mario Negri hanno ricevuto un premio internazionale per l’uso rigenerativo delle cellule staminali, e l’Harvard Stem Cell Institute ha scoperto come ottenere cellule staminali da semplici cellule della pelle. Tutte ottime notizie.

Ma proprio in questi giorni abbiamo letto dell’inizio negli Stati Uniti di esperimenti con embrioni umani usati come  fossero  comuni  farmaci,  e questa invece ci sembra una di quelle notizie che il premio Nobel Theodore Woodward insegnava a definire zebre, cioè diagnosi (e terapie) poco probabili, che vengono avanzate pur esistendone altre dirette e semplici. «Se sentite il rumore degli zoccoli a cosa pensate, spiegava: a un cavallo o a una zebra?». L’uso di cellule embrionali umane è la zebra della medicina rigenerativa, dato che le staminali adulte sono facili da ottenere, mentre quelle embrionali richiedono apparecchi sofisticati e la risoluzione di dilemmi etici di non poco conto.

Già, un embrione umano non merita di essere trattato «da farmaco»; perché è umano, e questo lo riconoscono anche coloro che non vogliono poi trarre la conclusione della sua intangibilità: «Uno zigote non rientra nella nostra usuale idea di essere umano. Tuttavia, appartiene alla razza umana» (Marcel Leist su «AltEx», 2008); «un embrione umano è ovviamente un essere umano in senso biologico» (Bertha Alvarez, Philosophy, Ethics and Humanity, in «Medicine», 2008); mentre l’European Society for Human Reproduction and Embryology, spiega che «l’embrione preimpianto è umano» e «merita il nostro rispetto come simbolo di una futura vita umana», frase quest’ultima che attenua ma non cancella la precedente.

Dunque il dibattito in casa scientifica non è mai stato se l’embrione è un essere umano o una cosa inanimata: tutti accettano che l’embrione sia umano e, per ovvi motivi, che sia vivo. Il problema che si dibatte è un altro: se questa vita umana valga meno di altre vite umane e si possa sacrificare per il bene di queste. La filosofa Bertha Alvarez sostiene a esempio che essere biologicamente un essere umano non significa essere una persona, mentre Julian Savulescu così riassumeva su «Bioethics» del 2002 il suo pensiero: «Ammetto per amore di discussione che il feto sia una persona. Nonostante ciò può essere giustificato ucciderlo».

Non è solo l’embrione ad avere orwellianamente un trattamento meno uguale degli altri, ma si assiste paradossalmente alla creazione di una categoria di soggetti che ha un diritto di cittadinanza subordinato all’interesse di altri, non alla loro specifica esistenza: sono degli apolidi morali, verso i quali si compiono ogni giorno migliaia di respingimenti, ricacciandoli nelle acque extraterritoriali della non cittadinanza. Per Patricia Werhane «vari esseri umani, per esempio gli handicappati mentali, e le demenze senili non rientrano nella stretta classificazione di persone» («Theoretical Medicine», 1984) e per Len Doyal («Archives of Disease in Childhood», 1994) anche i bambini senza ritardo ma con grave dolore fisico tale da minarne la capacità di autonomia potrebbero non essere considerati persone; per lui («British Medical Journal», 1994) «i diritti umani dipendono dalla possibilità di esercitarli».

Ovviamente rientra tra le non persone anche la vita prenatale, tanto che su questa distinzione si basano le leggi sull’aborto in mezzo mondo; e ormai vi rientra anche il bimbo già nato: Annie Janvier sul «Journal of Perinatology» ha mostrato che «il valore attribuito alla vita dei neonati è inferiore a quanto ci si aspetterebbe sulla base dei dati clinici», e Michael Gross («Bioethics», 2002) spiega che le scelte per rianimare i neonati tengono conto non solo del loro interesse, ma anche «dell’interesse di terzi». Su queste premesse Pierre Maroteaux, studioso di nanismo, titolava J’accuse! l’articolo in cui («Archives de Pédiatrie», 1996) chiedeva: «Le persone con bassa statura hanno ancora diritto di cittadinanza?». Si subordina il diventare persone non a eventi biologici oggettivi, ma alla scelta del genitore: se il genitore vuole, il feto o il bimbo prematuro saranno considerati persone e curati; altrimenti saranno lasciati morire.

Insomma, viviamo in un mondo a due binari, dove il passaggio da quello di serie A a quello di serie B dipende non dalla natura delle cose, ma dall’accettazione degli altri: una sorta di diritto del pater familias sul figlio. Per Robert Williamson («Journal of Medical Ethics», 2005) l’embrione acquista valore etico solo se c’è «l’intenzione di farlo diventare una persona», cioè se viene scelto da qualcuno diventa dei nostri, altrimenti resta apolide, e «il valore che si accorda all’embrione dipende da criteri esterni all’embrione e legati alle intenzioni altrui» dice Katrien Devolder («Journal of Medical Ethics», 2005).

Avere il potere di umanizzare l’altro rappresenta un assoggettamento dell’uomo sull’uomo, imbarazzante anche per chi richiama il diritto a nuove forme procreative. E ci richiama a una salvaguardia non più solo del diritto alla vita, ma di un diritto al riconoscimento dell’umanità di chi se ne vede privato: nella serie B delle non persone inevitabilmente finiscono anche i disabili mentali, e prima o poi tutte le altre forme di emarginazione, che non sono in grado di esercitare autonomia, cioè di aver voce sulle scelte che li riguardano. L’attenzione cattolica, cioè contraria a ogni emarginazione, è una via basilare della Chiesa. E a essa guardano quanti rifiutano un’etica che crea steccati tra cittadini uguali per genetica e per dignità.

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L’urgenza della pace

25 ott 15.41

La preoccupazione per Gerusalemme e per sostenere i cristiani della terra che è stata lo scenario dell’incarnazione del Figlio di Dio risale a tempi antichissimi ed è presente già nelle lettere di san Paolo. Oggi, in un contesto difficile e doloroso, questa preoccupazione ha portato, per la prima volta, a un’assemblea speciale per il Medio oriente del Sinodo dei vescovi. Un’esperienza davvero straordinaria l’ha definita Benedetto XVI, che l’ha voluta, presieduta e seguita con attenzione per due settimane.

Con il pensiero costante a tanti cristiani — che il Papa, sulle tracce dei suoi predecessori Paolo vi e Giovanni Paolo II, ha voluto visitare e incoraggiare durante i viaggi in Turchia, Giordania, Israele, Palestina e Cipro — che vivono  disagi materiali, scoraggiamento, tensione, paura. In una regione da troppo tempo insanguinata da conflitti, guerre, terrorismo, e che pure è santa per i tre grandi monoteismi.

E il primo risultato del sinodo è stato quello di richiamare l’attenzione dei cattolici — ma anche di tutti i cristiani, degli ebrei, dei musulmani, di ogni persona che abbia a cuore le sorti della giustizia e della pace — su una regione vastissima dove troppe sono le incomprensioni, le rivalità, le ingiustizie, le violenze. Con la preghiera, innanzi tutto, come ha detto il vescovo di Roma concludendo l’assemblea a San Pietro e sottolineando il legame tra la preghiera stessa e la giustizia: «Il grido del povero e dell’oppresso trova un’eco immediata in Dio, che vuole intervenire per aprire una via di uscita, per restituire un futuro di libertà, un orizzonte di speranza».

L’assemblea sinodale poi ha offerto un’occasione — finora mai sperimentata e di cui tutti dovrebbero rallegrarsi — di confronto ad alto livello, nella varietà delle posizioni e nella libertà di espressione, ma con una sostanziale importante convergenza nel desiderio e nell’auspicio di giustizia e di pace. Che vanno perseguite  senza scoraggiarsi, attraverso un confronto amichevole, ma anche chiaro e costruttivo, tra cattolici di diversi riti, e tra questi e i cristiani di diverse confessioni, gli ebrei e i musulmani: in quel «trialogo» che Benedetto XVI ha auspicato nel suo viaggio in Terra santa. Al di là delle differenze e delle difficoltà, con la pazienza del bene, bisogna infatti rendersi conto che la pace è indispensabile.

Ripetendo il grido di Paolo VI che «la pace è possibile», il suo attuale successore ha aggiunto che «la pace è urgente». Urgente se si vuole una vita degna della persona umana e della società. In tutti i Paesi della regione, senza distinzioni. Ed è questo anche l’unico antidoto all’emigrazione:  per le comunità cristiane  una vera e propria emorragia, che bisogna fermare.

Un contributo che i cristiani possono portare nella regione — ha sottolineato con chiarezza Benedetto XVI — è poi la promozione di «un’autentica libertà religiosa e di coscienza, uno dei diritti fondamentali della persona umana che ogni Stato dovrebbe sempre rispettare». Uno «spazio di libertà» che va allargato attraverso il dialogo con i musulmani, come hanno auspicato i padri sinodali.

La preoccupazione della Chiesa è una sola, e questo spiega anche la sua politica: testimoniare e annunciare il Vangelo. Come tante volte Benedetto XVI ha ripetuto e va ripetendo, senza stancarsi e senza scoraggiarsi. Per questo il Papa — che ha costituito a questo scopo un apposito organismo nella Curia romana — ha annunciato il tema della prossima assemblea ordinaria: la nuova evangelizzazione. Indicando, nel Vicino e nel Medio oriente come nel resto del mondo, l’urgenza del Vangelo.

g. m. v.

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La presenza di Dio

18 ott 16.08

C’è ancora bisogno di santi e di preti? A porre la domanda è Benedetto XVI di fronte alle canonizzazioni che ha presieduto in piazza San Pietro e nella lettera ai seminaristi. E la questione è radicale, perché riguarda la presenza di Dio nel mondo. I sei santi proclamati dal Papa — tra loro ben quattro donne, tra cui la prima australiana, Mary MacKillop, leader davvero eccezionale e coraggiosa — lo hanno capito, lasciando trasparire e risplendere questa presenza.

Nel buio della follia nazista si era convinti che la nuova Germania non avrebbe più avuto bisogno di preti, ha ricordato Benedetto XVI ai seminaristi. In un testo, diretto e importante, che non è rivolto esclusivamente a chi sta preparandosi al sacerdozio perché parla della fede, come nel versetto del vangelo di Luca (18, 8) commentato dal Papa nella messa per le canonizzazioni: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il tono della lettera di Benedetto XVI è ancora una volta quasi confidenziale, e lascia trasparire un’esperienza personale profonda. Di fronte alle convinzioni che i preti appartengano al passato il Papa risponde che al contrario anche oggi c’è bisogno di loro, cioè di «uomini che esistono per lui e che lo portano agli altri». Se Dio infatti non viene più percepito «la vita diventa vuota». Ecco perché vale la pena diventare sacerdoti. In un cammino che non si fa da soli — ecco la sapienza del seminario — ma in comunità.

Benedetto XVI descrive il prete essenzialmente come «uomo di Dio». Che non è però uno sconosciuto ritiratosi dopo il big bang, ma colui che si è mostrato in Gesù, il Dio vicino. E il sacerdote, che non è un amministratore qualsiasi, è il suo messaggero. Per questo il prete deve «non perdere mai il contatto interiore con Dio»: così va compresa — spiega il Papa — l’esortazione del Signore a pregare «in ogni momento».

Ma come concretamente? Iniziando e concludendo la giornata con una preghiera, leggendo e ascoltando la Scrittura, divenendo sensibili ai propri errori ma anche al bello e al bene. Celebrando l’Eucaristia e comprendendo come la liturgia della Chiesa è cresciuta nel tempo, formata da innumerevoli generazioni, in una continuità ininterrotta. Accostandosi umilmente al sacramento della Penitenza per «opporsi all’abbrutimento dell’anima».

È davvero un’agenda del prete — ma utile a ogni credente — quella che Benedetto XVI descrive nella lettera, con indicazioni che s’impongono per la loro semplicità e sapienza. Raccomandando sensibilità per la pietà popolare e nello stesso tempo mostrando l’importanza dello studio, che non è altro se non «conoscere e comprendere la struttura interna della fede»: attraverso la conoscenza della Scrittura nella sua unità, dei Padri e dei grandi concili, nell’approfondimento delle varie articolazioni della teologia, in un orientamento sulle grandi religioni, nello studio della filosofia e del diritto canonico, definito «condizione dell’amore» con un coraggio controcorrente.

C’è da aspettarsi che l’attenzione dei media sia ancora una volta attirata da quanto il Papa scrive sullo scandalo degli abusi sessuali di bambini e giovani da parte di sacerdoti. Ma Benedetto xvi punta più in alto, sottolineando che la dimensione della sessualità deve essere integrata nella persona, perché altrimenti «diventa banale e distruttiva». Come mostrano gli esempi innumerevoli di preti autentici — e dei santi — che proprio per questo sono convincenti. Nel lasciare soprattutto trasparire la luce di Dio che illumina ogni uomo.

g. m. v.

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Il Padre rimosso

18 ott 7.29

Pulsioni e violenza

di Claudio Risé

«Mi aveva fatto venire i nervi», si è giustificato l’uomo che ha ridotto in coma un tassista a Milano. «Mi ha insultato, e ho sbroccato», ha spiegato il giovane che con un pugno ha ucciso un’infermiera a Roma. Per capire cosa stia accadendo si comincia a parlare di pulsioni (come ha fatto il sociologo Giuseppe De Rita sul «Corriere della Sera» del 13 ottobre). Un concetto psicologico abbastanza specifico, che indica le spinte istintuali dirette a soddisfare immediatamente un bisogno della persona.

Il discorso si fa così più concreto: ci sono spinte, bisogni reattivi, spesso irrazionali, legati alla sfera dell’aggressività, che escono con più frequenza e forza di prima, suscitando inoltre sempre meno reazioni nei presenti, che raramente, e tardi, intervengono per fermarle. A cosa è dovuto, però, il diffondersi di manifestazioni incontrollate di spinte distruttive?

Si ha l’impressione di assistere all’organizzazione di un intero sistema della violenza pulsionale: c’è lo scoppio aggressivo, agito da una o più persone; l’evitamento da parte dei presenti, che pensano solo a non essere coinvolti (o a guardare da postazioni sicure, se la situazione lo consente, soddisfacendo altre pulsioni, voyeuristiche); e infine l’utilizzo spettacolare realizzato dai media dell’effetto di orrore, ma anche di altre sensazioni di natura pulsionale, istintivo-emotiva piuttosto torbide.

Il modo di vivere un atto violento è cambiato: lo scoppio distruttivo della pulsione non rimane più nella società postmoderna il fatto individuale di chi non riesce a trattenerla, ma diventa l’esperienza sociale e collettiva di ampi gruppi di persone che vi partecipano da una posizione di sicurezza fisica, traendone una gamma di emozioni e sensazioni, di cui la compassione e la solidarietà per la vittima rappresentano una parte modesta. L’evento entra poi, in posizione di riguardo, nell’attività produttiva dei media, e nei consumi da essa indotti.

Di fronte a questo fenomeno, di carattere sistemico e non più individuale, la spiegazione più frequente — cioè che tutto ciò accade perché famiglia, scuola e autorità istituzionali non insegnano più norme e modi di vita — non sembra soddisfacente. Anche l’attribuzione di questa dimissione educativa al ‘68 e agli anni Settanta, cronologicamente esatta, non spiega come abbia potuto far crollare un intero sistema normativo una rivoluzione ovunque fallita, dotata di espressioni culturali di evidente modestia, e che non ha espresso in nessun Paese né un Governo né una formazione politica. Un sistema normativo, tra l’altro, non limitato alle norme positive, ma che riguarda il sentire e i comportamenti affettivi ed emotivi. Qualcosa che dal punto vista antropologico assomiglia al modello di cultura cui si ispira l’intera società.

Perché tutto ciò accada è di solito necessaria una trasformazione incisiva nel modo di sentire degli individui e dei gruppi, che tocca sia i livelli profondi della psiche individuale e collettiva, sia l’ordine simbolico, che produce e struttura le relazioni fra gli uomini. Dal punto di vista psicologico sembra infatti che si stia realizzando un rovesciamento  profondo  della struttura  della  psiche individuale descritta  dal  fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud. L’Io, il rappresentante della coscienza personale, vi compariva come assediato dalle pressioni delle pulsioni inconsce (l’Es), ma assistito nel contenerle dalle indicazioni delle proprie istanze normative (Super Io), una sorta di dispositivo di controllo personale che teneva conto anche delle norme e dei comportamenti proposti dal collettivo.

Oggi appare invece una sorta di capovolgimento della posizione del Super Io, che da alleato dell’Io nel far fronte alle spinte pulsionali è diventato di fatto un loro alleato dell’inconscio nell’incalzare l’Io, il soggetto; con l’avallo più o meno palese del sistema delle comunicazioni. Si tratta di uno sviluppo che Theodor Adorno, filosofo della scuola di Francoforte, aveva previsto già negli anni Quaranta. Il suo manifestarsi aveva poi influenzato la visione psicoanalitica di Jacques Lacan, e la sua piena realizzazione viene oggi confermata dalle acute e anticonformiste analisi del filosofo sloveno Slavoj {U-Zcaron}i{l-zcaron}ek. Si tratta di un rovesciamento profondo nel modo di funzionare della psiche delle persone, che può spiegare molti dei fenomeni oggi in atto.

Dal punto di vista antropologico, però, perché un intero ordine simbolico venga sovvertito è necessario che la Grundnorm («norma fondamentale») che lo regge sia stata negata nella coscienza collettiva o rimossa. E questo rimanda non tanto ai genitori che non insegnano più a contenere le pulsioni, ma al vasto sommovimento valoriale realizzato nel processo di secolarizzazione che si può sintetizzare nella frase «se Dio è morto, tutto è possibile».

È lo spingere il Padre lontano dalla vita quotidiana di ognuno di noi che lascia il soggetto umano e la sua coscienza privi di difese dal mondo potente delle pulsioni, incorporate nel frattempo nello stesso sistema di produzione, di consumo e comunicazione. Perché è la visione del Padre che trasforma la pulsione.

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Quello che lo Spirito dice alle Chiese

12 ott 15.32

I padri sinodali in ascolto

di Frédéric Manns*
«Chi è costei che sale dal deserto profumata d’incenso?»: durante il sinodo forse molti si faranno la domanda
che si legge nel Cantico dei cantici (3, 6), quando vedranno i patriarchi e i vescovi d’Oriente rivestiti di tiare e di
copricapi strani. Nel ii secolo Erma paragonava volentieri la Chiesa a una donna anziana, perché era stata
creata agli inizi dei tempi. Questa donna anziana accompagnata da vergini numerose viene quest’anno dal
deserto di Giuda e di Arabia.
È vero che la Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica, ma deve respirare con due polmoni. I grandi concili
ecumenici hanno inculturato il messaggio evangelico nel mondo ellenistico e romano. Ma la Chiesa non può
dimenticare la patristica orientale, specialmente quella siriaca, che ha cercato di tradurre questo messaggio per
il mondo semitico. E anche il mondo arabo ha una sua patrologia e le sue lettres de noblesse.
Dall’Oriente viene la luce (ex oriente lux) dicevano gli antichi. Ed è questo messaggio di luce che le Chiese
orientali hanno mantenuto e che vogliono condividere con la Chiesa di Roma. Luce che è Cristo nel suo mistero
di trasfigurazione. Luce che è lo Spirito diffuso nella liturgia divina. La Chiesa è la sposa di luce che vuole
vincere le tenebre di un mondo dove l’intolleranza e il dubbio hanno seminato la violenza. Maria vergine e madre
di tutti i popoli è l’icona di questa Chiesa.
«Chi ha orecchi, ascolti quello che lo Spirito dice alle Chiese». Il ritornello del veggente di Patmos alle Chiese
dell’Apocalisse ha il merito di ricordare che esse sono opera dello Spirito Santo. Gli uomini non riusciranno a
distruggerla. Rimarrà un piccolo resto, ma sarà sempre un segno della vittoria di Dio sul mondo. I discepoli
sono nel mondo ma non sono del mondo. In Oriente, più che in Occidente, è il carisma dell’apostolo Giovanni
che viene meditato.
L’Oriente è vitalmente propenso alla meditazione e alla contemplazione. La sua liturgia ha mantenuto la
dimensione del mistero. Il messaggio dell’apostolo Giovanni, che si riassume nel comandamento dell’amore,
potrà portare la comunione tra le Chiese e dare loro la forza di rendere testimonianza in mezzo ai musulmani e
agli ebrei. Il mondo violento nel quale vivono i cristiani orientali potrà sdrammatizzarsi con il comandamento
dell’amore.
Il Deuteronomio ricorda che l’unico comandamento fondamentale è di amare Dio con tutto il cuore, con tutta
l’anima e con tutte le forze. La tradizione ebraica ha interpretato questo comandamento come esigenza di
amare Dio con le due tendenze che sono nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è il teatro di una lotta interiore tra
il bene e il male.
Amare Dio con l’anima significa essere pronto ad amare Dio con il sangue, sede della nephesh, in caso di
persecuzione. E in Oriente non mancano i martiri. Molti furono e sono i cristiani che hanno amato Dio con tutta
l’anima.
San Luca nella sua descrizione della Chiesa primitiva ricordava che la moltitudine dei credenti aveva un cuore
solo, una anima sola e metteva in comune i beni materiali. In altre parole la Chiesa di Gerusalemme continuava
a vivere l’ideale dello shema Israel, perché Gesù stesso aveva risposto alla domanda su quale fosse il primo
comandamento citando lo shema Israel (Marco, 12, 29).
La preparazione del grande giubileo del 2000 aveva permesso di radunare a Gerusalemme molti capi delle
Chiese orientali nella riflessione sul Padre, sullo Spirito e sul Figlio. Durante l’anno dello Spirito una serie
impressionante di conferenze ripeteva costantemente la stessa teologia orientale dello Spirito. Nella tavola
rotonda che seguì, uno dei partecipanti pose la domanda: «Abbiamo tutti la stessa teologia dello Spirito, perché
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15.32
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siamo divisi?». E un silenzio cadde sull’assemblea.
Durante le celebrazioni eucaristiche i padri sinodali si daranno il segno della pace. Questo gesto ricorderà a
tutti il detto (lògion) di Gesù: «Quando presenti la tua offerta sull’altare va prima a riconciliarti con il tuo fratello».
Il gesto di riconciliazione — che si riallaccia all’usanza ebraica nel giorno precedente il Kippur — dovrà essere
ripreso da tutti i fedeli delle Chiese orientali in spirito e verità.
Anche in Oriente si parla di nuova evangelizzazione. Questo nuovo annuncio di Cristo — al quale si aprono
anche le strade nuove di internet — non si potrà fare se i cristiani dimostrano nei fatti il contrario di quello che
proclamano nelle Scritture. I cristiani sono destinati a unirsi o a scomparire dall’Oriente.
*Studium Biblicum Franciscanum (Gerusalemme)

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Da una prospettiva diversa

11 ott 16.24

Con una impressionante meditazione sulla storia Benedetto XVI ha introdotto l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per il Medio oriente, aperta ieri a San Pietro da una solenne celebrazione dove sono risuonate preghiere in arabo, farsi, turco ed ebraico. Ricordando che al centro delle vicende umane sta l’incarnazione di Cristo, presentata dal Papa attraverso la maternità di Maria che venne proclamata «madre di Dio» (theotòkos) dal concilio efesino, con un titolo rimasto carissimo alla devozione popolare dei cristiani orientali.

Proprio il titolo audace consacrato dal terzo grande concilio — ecco l’importanza della parola di Efeso, ha sottolineato Benedetto XVI — permette di superare la disperazione del pensiero davanti all’incolmabile divario nelle relazioni tra l’essere umano e il suo creatore, che ha voluto incarnarsi in Gesù. Come Luca vuole fare capire mettendo Maria al centro dei capitoli iniziali del suo vangelo e degli Atti degli apostoli, e mostrando la vicinanza di Dio.

Ma la Scrittura parla di tutta la storia, e il Papa lo ha sottolineato commentando un versetto del salmo cantato all’inizio dell’assemblea: Dio sta in mezzo a divinità che di fronte a lui inesorabilmente declinano. È la caduta degli dei, nel processo doloroso che porta al superamento del politeismo e nella visione grandiosa del loro depotenziamento lungo la storia, grazie alla testimonianza di Cristo e al sangue dei suoi martiri.

Anche oggi, quando — ha detto Benedetto XVI — gli dei assumono l’aspetto senza volto dei capitali finanziari anonimi che hanno un enorme potere distruttivo, la maschera del terrorismo fondamentalista che opera falsamente in nome di Dio e sparge sangue, o ancora le sembianze della droga, che è una bestia feroce, e delle ideologie contro il matrimonio e la castità. Ma queste divinità saranno debellate, come accade al drago descritto nell’Apocalisse: cerca di annegare la donna con un fiume, ma è la terra, cioè la fede dei semplici, ad assorbire queste correnti che vogliono sommergere e fare sparire la Chiesa di Cristo.

In Medio oriente — che nell’omelia di apertura del sinodo il vescovo di Roma ha invitato a guardare «da una prospettiva diversa», quella di Dio — resta fondamentale la continuità della presenza cristiana, ininterrotta dai tempi di Gesù nonostante persecuzioni, guerre, difficoltà, intolleranze, ingiustizie. La salvezza è universale ma storicamente passa attraverso «la mediazione del popolo di Israele, che diventa poi quella di Gesù Cristo e della Chiesa», ha ribadito il Papa sottolineando che il disegno di Dio supera la storia, ma non prescinde dall’umanità.

La terra dov’è nato Gesù è dunque la «culla» di questo disegno universale e la Chiesa ne è segno e strumento semplicemente essendo se stessa, cioè «comunione e speranza». Di nuovo Benedetto XVI guarda avanti. Come ha fatto nei viaggi in Turchia, in Terra santa (Giordania, Israele e Palestina), a Cipro, procedendo in quel confronto amichevole e costruttivo tra cristiani, musulmani ed ebrei che ha chiamato «trialogo».

Per questo il Papa ha ribadito con forza che l’assemblea sinodale è un’occasione propizia per avanzare nel «dialogo con gli ebrei, ai quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia dell’Alleanza, come pure con i musulmani». Con la fiducia tranquilla di chi sa che di fronte all’unico Signore della storia sono caduti e cadranno gli dei e le dominazioni di questo mondo. Nell’ottica di una prospettiva diversa, quella di Dio.

g. m. v

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Lo slittamento morale

09 ott 15.14

Etica e innovazioni

di Lucetta Scaraffia

Nella vita politica, soprattutto per quanto riguarda le questioni bioetiche, è difficile accettare i risultati negativi. Lo vediamo in Italia a proposito della sconfitta subita nel 2005 da chi aveva proposto il referendum per abrogare la legge sulla fecondazione assistita, fallito nel suo intento. Infatti di nuovo si sta cercando di modificare la legge — in questo caso per rendere possibile la fecondazione eterologa — per via legale, dal momento che quella politica non si è rivelata percorribile.

Ma quanti tentano di cambiare la legge sono fiduciosi nel loro insistere, perché sanno che ormai è passato un quinquennio dal referendum, e il tempo che scorre è a loro favore. Infatti, come ha scritto l’intellettuale protestante francese Jacques Ellul, nelle nostre società assistiamo di continuo a uno «slittamento morale». Così, le innovazioni tecniche, che al loro apparire sono oggetto di condanna generale, cinque o dieci anni più tardi paiono accettabili.

A provocare questo cambiamento sono il confronto con altri Paesi, dove queste innovazioni sono state accettate — che diano cattiva prova nella loro attuazione non conta niente — e soprattutto la realtà di fondo per cui la scienza è l’unica ideologia sopravvissuta, cosicché di fatto la tecnica crea nuovi valori e una nuova etica del comportamento. Scrive ancora Ellul che «una proposizione morale verrà considerata valida per un dato periodo solo se sarà conforme al sistema tecnico, se concorderà con esso».

Si tratta di uno slittamento etico che vediamo costantemente in atto, in Italia e in altri Paesi — gli esempi possibili sono numerosissimi — ma che, in un certo senso, diamo per scontato: il progresso va avanti, e se ci opponiamo a esso ci viene subito ricordato come, nel nostro recente passato, solo persone ottuse e antiquate avessero paura dei treni e delle automobili, per poi ricredersi qualche tempo dopo. Come se la tecnica applicata ai trasporti fosse paragonabile a quella utilizzata nei confronti degli esseri umani; come se quello che viene dopo fosse sempre meglio di quello che c’è prima solo perché sembra più efficace.

È un problema drammatico del nostro tempo che il cardinale Ratzinger ha lucidamente denunciato alla vigilia della morte di Giovanni Paolo II, nel discorso tenuto a Subiaco in occasione del conferimento del premio San Benedetto: «In un mondo basato sul calcolo, è il calcolo delle conseguenze che determina cosa bisogna considerare morale oppure no». E si deve aggiungere che si tratta di conseguenze sempre più superficiali e a breve scadenza, in sostanza coincidenti con l’esaudimento del desiderio individuale provato in quel preciso momento, senza alcuna riflessione su quanto accadrà ad altre persone. Per esempio, nel caso della fecondazione eterologa, del bambino che non saprà mai di chi è figlio.

Si delinea così una logica delle conseguenze che sottende l’idea — mai esplicitata, ma implicita in molte argomentazioni — secondo la quale ciò che è morale si identifica con ciò che è fattibile. Ed è esattamente questa l’etica che la scienza propone e che, con il trascorrere del tempo, sembra riuscire a imporre con successo. Come se fosse l’ovvia conseguenza di una presa d’atto della sua razionalità e della sua bontà.

Questo continuo affermarsi dello slittamento morale insegna quindi a non fidarsi mai dei risultati raggiunti, a non fare troppo conto neppure di quelli politici, perché l’unico modo vero per sconfiggere questa etica superficiale e utilitaristica è lavorare per cambiare la mentalità, per trasformare la cultura, per far sì che un numero sempre maggiore di persone si renda conto di quello che sta veramente succedendo e decida di opporvisi. Anche attraverso una nuova evangelizzazione che porti a una fede consapevole, capace di leggere il tempo presente in modo critico, senza paura di sembrare antiquati.

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Artigiani di pace e perdono in Medio Oriente

08 ott 16.55

Domenica si apre l’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi

di Nikola Eterovic*

«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola». Negli Atti degli Apostoli (4, 32) è descritta così la vita della comunità primitiva, ideale di ogni comunità cristiana. Non a caso l’espressione fa da motto all’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, che si svolge dal 10 al 24 ottobre  sul tema «La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza».

La scelta è molto significativa. Non solo perché proietta la luce del Vangelo sull’argomento dell’assise sinodale. Ma anche perché ricorda lo stretto legame tra la Chiesa in Medio Oriente e la Sacra Scrittura. Lo ha sottolineato lo stesso Benedetto XVI nel corso della visita  compiuta a Cipro dal 4 al 6 giugno. A conclusione della messa a Nicosia, consegnando ai rappresentanti dell’episcopato del Medio Oriente l’Instrumentum laboris, il vescovo di Roma ha affermato che «il motto scelto per l’assemblea ci parla di comunione e testimonianza».

Del resto, questo Sinodo non è soltanto il risultato delle richieste formulate da diversi vescovi della regione, ma anche il frutto dei viaggi compiuti dal Papa in Turchia, dal 28 novembre al 1° dicembre 2006, in Terra Santa  — Giordania, Israele e Territori palestinesi —  dall’8 al 15 maggio 2009, e appunto a Cipro nel giugno 2010. Viaggi nel corso dei quali Benedetto XVI ha potuto vedere di persona le gioie e le sofferenze della Chiesa cattolica in quei Paesi, dove la particolare situazione dei credenti richiede un’attenzione specifica in questo momento storico.

La finalità dell’Assemblea resta comunque prevalentemente pastorale. Non è certo possibile ignorare il quadro sociale e politico mediorientale. E tuttavia lo scopo dell’assise è soprattutto di natura ecclesiale. Lo evidenzia lo stesso tema sinodale, che insiste sulla comunione e sulla testimonianza sia all’interno della Chiesa cattolica sia nei rapporti con altre Chiese e comunità cristiane, altre religioni e, in genere, con i diversi contesti sociali e culturali della regione.

Il primo obiettivo è quello di ravvivare la comunione tra le Chiese orientali cattoliche sui iuris, perché siano capaci di offrire una testimonianza di vita cristiana autentica, gioiosa, attraente. I lavori sinodali dovrebbero servire ad approfondire ulteriormente i legami di comunione all’interno di ognuna di queste Chiese: tra il patriarca, i vescovi, i sacerdoti, i membri di vita consacrata e i laici.

Ovviamente, si tratta di rafforzare tali legami anche tra le singole Chiese cattoliche delle diverse tradizioni: dei risultati positivi di questa comunione beneficerebbe infatti l’intera comunità ecclesiale, la cui unità diventa feconda proprio quando si esprime nella pluriformità delle rispettive tradizioni.

La comunione, infine, andrebbe estesa ad altre Chiese e comunità cristiane presenti nel Medio Oriente. Senza dimenticare che il dialogo e la collaborazione devono essere realizzati anche con i membri delle religioni non cristiane e con tutti gli uomini di buona volontà.

Un secondo importante obiettivo è quello di rafforzare l’identità cristiana, soprattutto attraverso la parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti. L’Assemblea sinodale è chiamata a confermare nei fedeli del Medio Oriente la coscienza della vocazione a essere discepoli di Cristo nella terra dove egli è nato, ha vissuto, ha predicato e ha compiuto il suo mistero pasquale. Vivere in Terra Santa dovrebbe essere considerato sempre più un privilegio connesso a una missione particolare. È interesse di tutta la Chiesa che la terra di Gesù non diventi un museo di reperti archeologici e pietre preziose, ma continui a essere una Chiesa costruita con «pietre vive» (Prima lettera di Pietro, 2, 5), cristiani che da quasi duemila anni continuano l’ininterrotta tradizione della presenza dei discepoli di Cristo.

Numericamente i cristiani in Medio Oriente sono una minoranza. Tuttavia hanno una vocazione unica: essere testimoni del Signore Gesù in un contesto prevalentemente musulmano, con l’eccezione dello Stato di Israele, dove la maggioranza dei cittadini sono ebrei. Questa situazione richiede un atteggiamento di apertura e dialogo verso gli appartenenti alle altre due religioni monoteiste: l’ebraismo e l’islam. Un’esperienza — che già oggi dà risultati per molti aspetti positivi — da cui potrebbero scaturire ulteriori e importanti sviluppi per tutta la Chiesa.

L’Assemblea sinodale offre dunque una singolare occasione per presentare la ricchezza delle Chiese orientali cattoliche al mondo intero e soprattutto ai cristiani. A loro, in particolare, è richiesto un sostegno spirituale e materiale sempre più fattivo nei confronti delle sorelle e dei fratelli del Medio Oriente, con una specifica attenzione a coloro che vivono in situazioni difficili a causa delle diverse forme di violenza, incluso il terrorismo, dell’emigrazione e della discriminazione. I cristiani della regione sono spesso artigiani di pace e fautori di perdono e di riconciliazione. È loro desiderio vivere in pace con ebrei e musulmani, nel rispetto dei mutui diritti, incluso quello fondamentale della libertà di religione e di coscienza.

Perché il Sinodo raggiunga queste finalità occorrerà il sostegno della preghiera, soprattutto da parte dei consacrati e delle comunità monastiche di clausura. La preghiera rafforza infatti i legami di fede, di speranza e di carità tra i credenti. E aiuta a realizzare concretamente l’ideale della comunità primitiva dove la moltitudine dei credenti «aveva un cuor solo e un’anima sola».

*Arcivescovo titolare di Cibale Segretario generale del Sinodo dei vescovi

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Una corsa al ribasso

06 ott 16.43

Il Nobel per la medicina

di Carlo Bellieni

L’assegnazione del Nobel per la medicina a Robert Edwards per la fecondazione in vitro (fiv) fa discutere. Pur dando valore al riconoscimento, subito il «New York Times» si è stupito per l’attribuzione del premio a una ricerca di trent’anni fa e il giorno dopo «Le Figaro», forse non a caso, si è dilungato sull’esclusione negli ultimi anni dal novero dei Nobel di diversi studiosi meritevoli. È un premio che, tra l’altro, suscita interrogativi perché focalizzare sulla fiv il dibattito sulla riproduzione umana lascia fuori qualcosa di importante.

In questo dibattito c’è infatti un grande escluso, un escluso che fa sentire la sua mancanza con effetti devastanti a livello sociale e clinico: è la prevenzione della sterilità, patologia che nel mondo occidentale è in netto aumento anno dopo anno, mentre tutta l’attenzione in questo ambito è volta a garantire le richieste di fecondazione medica. Come se per curare il vaiolo ci si fosse limitati a cercare medicine nuove e costose per chi era già malato, invece di debellare questa malattia con la vaccinazione. E allora si rincorrono continuamente modalità di fecondazione, non spiegando che la sterilità può in gran parte essere prevenuta.

Si tratta di evitare certe infezioni, moderare l’uso di alcol e bandire le droghe, liberare l’ambiente da composti plastici o solventi che addirittura possono alterare la fecondità del nascituro, agendo sulle ovaie di un embrione femmina se la mamma li dovesse assimilare in gravidanza. E soprattutto si tratta di impostare una politica culturale e sociale per riportare in un range fisiologico l’età in cui le donne fanno i figli: più si aspetta e più è difficile concepire, anche con la fecondazione medica.

Invece domina un’etica da corsa ai ripari, e non è un caso isolato. Tutto il dibattito etico è tenuto forzatamente lontano dalla prevenzione. Si parla pochissimo anche di come prevenire le richieste di aborto o eutanasia, come se si trattasse di tabù: se la persona ha scelto, si dice, nessuno deve interferire; un criterio che è alla base dell’abbandono e della solitudine, ma che oggi viene chiamato libera scelta. E non volendo interferire con un supposto diritto, si fa terra bruciata sulle alternative; quando poi la politica o la società civile propongono un intervento preventivo, ci si straccia le vesti.

È una corsa al ribasso intollerabile, perché viola il diritto alla salute e perché fa fare passi indietro alla medicina moderna basata sulla prevenzione. Ed è una corsa illusoria: se infatti non si risolvono a monte, i problemi restano. Se non fosse una tragedia, sarebbe una farsa. Come se invece di prevenire la malaria con la bonifica delle paludi e la vaccinazione, impiegassimo appunto i fondi a disposizione solo per curare a caro prezzo chi è già infettato, lasciando la malattia diffondersi. Una cultura miope sta alla base di una politica transnazionale così fatta, e di questa avranno responsabilità verso il mondo intero gli organismi internazionali che l’appoggiano.

Ma è sul fronte dell’induzione dei bisogni che si gioca la partita. Il desiderio di un figlio non è indotto, ma lo è l’atteggiamento sbarazzino con cui l’idea di figlio viene accantonata fino agli anta, salvo poi pentirsi. Già, perché il problema è che per evitare il paternalismo, si cade nelle mani della pubblicità. I bisogni diventano quelli che ci vengono indotti e finiamo per reclamare costose corse ai ripari invece di un ambiente che non ci derubi della fertilità.

Quello dei bisogni indotti è un fenomeno ben noto in medicina, nella quale esiste il disease mongering («mercanteggiamento di malattie»), cioè lo spacciare per malattie dei fenomeni fisiologici come la menopausa o la timidezza, per vendere farmaci attraverso sapienti campagne pubblicitarie con tanto di testimonial (si veda il libro-indagine Selling sickness di Ray Moynihan e Alan Cassels). E fa pari con l’invito martellante dai teleschermi a un consumo superfluo e non solidale o, come riporta Loredana Lipperini nel recentissimo Non è un paese per vecchie (Feltrinelli), con l’assimilazione restrittiva del concetto di salute a quelli di bellezza nella donna e di potenza nell’uomo, generando stress, disillusione e — quel che più conta — spesa.

Viviamo in modo stressante, tra malattie sessualmente trasmesse, lavori (stamperie, lavanderie, saloni di bellezza) che mettono a rischio la fecondità anche per l’impiego di sostanze che, se assorbite, mimano l’azione degli ormoni naturali e finiscono invece per bloccarla; mangiamo pesci al mercurio, abbiamo da poco allontanato il piombo dalle vernici e dalla benzina (proprio ieri il nostro giornale ha denunciato un tragico avvelenamento collettivo da piombo in Nigeria); spruzziamo antiparassitari sulla frutta (ci sono state epidemie di sterilità in Centro America per questo motivo); e tutto quello che i media sanno proporre per la nostra salute riproduttiva è la fecondazione in vitro.

Pensiamo piuttosto al bene comune, in una visione ecologica, che in altri termini significa una attenzione alla legge naturale, che non è mero naturalismo, ma intelligente prevenzione e rispetto del corpo. La Chiesa questo desidera: non persone spaventate che passano metà della vita nel terrore che arrivi un figlio e l’altra metà in quello che non arrivi più; ma persone informate, consapevoli della bellezza del corpo ma anche della forza coercitiva dei media, capaci di capire che vale più avere un figlio che comprare l’auto nuova, come invece mostra qualche pubblicità.

La cultura occidentale difficilmente seguirà questa preoccupazione: significherebbe indicare dei cambiamenti degli stili di vita, cosa che non è in grado di fare, tutta presa com’è a osannare l’autonomia e l’autodeterminazione. Ma non è saggio ignorare l’emergenza, e continuare a offrire a un mondo sempre più sterile solo nuove e costose tecniche fecondative. Una soluzione di grande impatto mediatico, ma certo solo palliativa.

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Le preoccupazioni di Voltaire

05 ott 17.51

Tradizione e credibilità

di Ettore Gotti Tedeschi
La tradizione cristiana ha sempre educato a vivere una continua conversione, alla ricerca della perfezione
evangelica. Ma questa tensione verso il bene deve riflettersi anche nelle attività temporali che sono necessarie
alle opere della Chiesa, là dove il confronto con il mondo esterno è più palese, e dove dunque è necessario
essere davvero esemplari, oltre che efficienti, per essere credibili.
I tempi attuali sono influenzati da una fase accelerata di globalizzazione e da una crisi economica che non si
risolverà a breve. Entrambi i fattori richiedono l’adattamento a nuove esigenze di comportamento, anche da
parte dei diversi enti economici della Chiesa, che devono adoperarsi per ottimizzare, con efficacia, la gestione e
l’uso delle risorse necessarie alle opere di religione — amministrate direttamente o attraverso le strutture degli
enti stessi, congregazioni e diocesi — affinché la loro azione non si indebolisca a fronte di incertezze
sconosciute e di nuovi possibili rischi.
Questi enti, in tali complesse condizioni, devono rafforzare non solo le proprie capacità, ma anche la loro
credibilità, per non compromettere quella della Chiesa. Ciò può significare, all’occorrenza, il dovere di adeguarsi
a esigenze esterne e globali, che richiedono maggiori informazioni e più trasparenza nelle attività finanziarie.
Senza modificare la propria natura giuridica, unica al mondo e necessaria alla propria missione. Ma, anzi,
salvaguardando questa natura con il miglioramento delle capacità operative, in modo esemplare e coerente con
il necessario spirito etico che deve distinguere il comportamento generale, e tanto più quello delle strutture della
05
OTT
15.53
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Chiesa.
Questo atteggiamento complessivo di disponibilità è indispensabile per facilitare la partecipazione al progetto di
costruzione di quella società globale auspicata da Benedetto XVI e per la quale operano i suoi più stretti
collaboratori, e per garantire, nelle attività temporali, una presenza incisiva dei valori cristiani.
Nel solco della tradizione bisogna essere guida ed esempio, ottemperando alle giuste regole, mantenendo e
rafforzando l’identità cattolica, e influenzando così il rinnovamento necessario in questo progresso — confuso,
ma bisognoso di verità e giustizia — che si sta ora realizzando. La presenza della Chiesa, con i suoi valori, è
indispensabile anche in economia, non solo perché è stata proprio la sua tradizione a ispirare il pensiero
economico moderno grazie ai teologi tardo-scolastici, ma anche perché senza le sue opere di carità, spirituale
e materiale, il mondo non si sarebbe potuto reggere e non riuscirebbe a reggersi nemmeno in futuro.
Molti, e da sempre, sono pronti a criticare la Chiesa cattolica. Anche riguardo alle sue risorse economiche,
senza le quali peraltro non si produrrebbero quelle opere di cui beneficiano tutti, anche quanti visibilmente sono
fuori dai suoi confini. Un esempio è quello di Voltaire, il quale voleva che i suoi familiari — moglie, avvocato,
servitù — fossero educati al cristianesimo, credessero in Dio e si comportassero secondo i comandamenti. E lo
voleva perché era ben consapevole che quello era l’unico modo sperimentato per non essere tradito, ingannato e
derubato. Per continuare a garantire questa buona reputazione è a volte necessario rinnovare gli strumenti.
Come affermava Ireneo di Lione nel secondo secolo, è la fede sempre giovane che fa ringiovanire

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La Sicilia che respira

04 ott 17.49

Dieci ore sono bastate a Benedetto XVI per parlare al cuore più vero di Palermo, della Sicilia e dei siciliani. E
tramite loro a tutta l’Italia, come ha detto nell’incontro con i giovani, l’ultimo ma che il Papa stesso ha definito
«quello centrale» di una giornata davvero memorabile. In una visita che ha permesso a centinaia di migliaia di
persone — forse quasi mezzo milione, comunque tantissimi, sommando i fedeli presenti alle celebrazioni e i
palermitani riversatisi nelle strade di una bellissima capitale europea — di accogliere il vescovo di Roma. Che è
venuto per confermare i cristiani ed è tornato a casa a sua volta confermato dalla fede e dalla speranza dei
siciliani. Come ha voluto lui stesso sottolineare ancora ai giovani, lasciandosi poi abbracciare con tenerezza da
tutti quelli che lo circondavano sul palco.
È stato un avvenimento importante, e certo non solo per la Sicilia. Ma la maggioranza dei media italiani sembra
non averlo valutato per quello che veramente si è dimostrato, tra agenzie di stampa poco attente al suo insieme
e quotidiani nazionali che magari vi hanno dedicato spazio ma non hanno ritenuto che meritasse la prima
pagina (con l’eccezione di molte aperture televisive e dei richiami su «la Repubblica» e «l’Unità»). Sino al
londinese «The Independent», arrivato a negare la forte condanna della mafia da parte di Benedetto XVI facendo
rimpiangere l’esemplare comportamento dei media britannici durante la visita papale nel Regno Unito.
Invece a Palermo il Papa ha condannato la criminalità mafiosa più volte, sin dall’omelia durante la grande
messa sul mare, e con una nettezza inequivocabile: ricordando per ben tre volte don Pino Puglisi, «ucciso dalla
mafia» in un «barbaro assassinio», e ricollegandosi significativamente alla predicazione, anche attuale,
dell’episcopato siciliano. Aggiungendo poi, a conclusione della visita, un gesto simbolico che resterà: nelle luci
struggenti del crepuscolo sull’autostrada, l’omaggio e la preghiera silenziosa davanti alla stele di Capaci che
ricorda Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, vittime
dell’attentato mortale divenuto emblema della lotta contro il fenomeno mafioso.
Benedetto XVI nella capitale siciliana ha lasciato parole che non saranno dimenticate, portando «un forte
incoraggiamento a non aver paura di testimoniare con chiarezza i valori umani e cristiani» e alzando la voce per
scandire che «ci si deve vergognare del male, di ciò che offende Dio, di ciò che offende l’uomo; ci si deve
vergognare del male che si arreca alla Comunità civile e religiosa con azioni che non amano venire alla luce!».
Esortando poi i giovani, certo non solo in Sicilia, a non avere paura di contrastare il male. «Non cedete — ha
detto loro il Pontefice — alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo».
Ma come si possono superare le tante difficoltà, i problemi di ogni giorno, preoccupazioni sempre più assillanti?
Il Papa lo ha ripetuto nei tre grandi incontri palermitani e lo ha riassunto ai giovani: andando alla radice, tenendo
accesa nelle famiglie — che sono il luogo primo dell’educazione — «la fiaccola della fede che si trasmette di
generazione in generazione», in una terra cristiana per antichissima tradizione e vitalità, come è la Sicilia. Che
ha un futuro se si imiteranno le donne e gli uomini che l’hanno fatta crescere, magari silenziosamente. Per
creare una nuova speranza, nella certezza che nessuno potrà togliere la gioia e la forza di Dio alla Chiesa. Che,
al servizio di tutti, può e vuole aiutare la Sicilia a respirare.

g. m. v.

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Una speranza per Palermo

02 ott 16.03

La città accoglie Benedetto XVI

di Franco La Cecla

Il Santo Padre arriva in una città che è simbolo di una situazione più generale, quella di un Mezzogiorno d’Italia che negli ultimi quindici anni ha visto allargarsi il divario con le regioni del Nord. Alle ragioni di una crisi generale qui si aggiungono delle circostanze particolari: una società fondamentalmente bloccata nei ruoli e nelle possibilità.

Palermo — la mia città — è infatti stretta in una maglia di appartenenze che rendono difficile ai giovani e ai meno protetti e abbienti di farsi avanti. Questo provoca una diaspora ingentissima di giovani (ma anche di quarantenni e cinquantenni con le loro famiglie), un dissanguamento di energie vitali qui frustrate e che cercano altrove una speranza. A fronte, i più deboli che rimangono sono facilmente preda della criminalità organizzata e nel migliore dei casi del peggiore clientelismo assistenziale.

In questa città si lavora spesso perché qualcuno ti fa «il favore» di permetterti di lavorare in una selva di sottoimpieghi, sottoappalti e «lavori socialmente utili». Inoltre, un notevole declino dei servizi e delle istituzioni rende la vita di Palermo sempre più impoverita e a rischio. Un caso paradossale è quello del servizio della nettezza urbana, ora privatizzato e che ha sospeso buona parte della pulizia cittadina.

Se si gira tra i quartieri popolari del centro — Danisinni, Albergheria, la stessa Kalsa, che sarà lo scenario della visita del Papa — ci si rende conto di sempre più preoccupanti sacche di miseria, della chiusura di asili nido, di strutture atte a soccorrere e a difendere l’infanzia, le donne, le famiglie, i giovani. Il degrado che veniva denunciato da don Puglisi per i quartieri a rischio mafioso oggi è più ampio, secondo quanto dichiarano i parroci di Brancaccio (il quartiere dove Pino Puglisi era parroco e dove è stato assassinato), del Borgo e delle periferie degradate come lo Zen, Bonagia.

Il volontariato fatica a trovare spazi, risorse, ascolto nelle istituzioni, e la violenza comincia a farsi avanti in situazioni che prima sembravano aver trovato un equilibrio, come raccontano gli operatori sanitari del quartiere Danisinni (quello dietro la cattedrale). Le istituzioni, il sindaco, il consiglio comunale sono stati più volte richiamati dalle stesse autorità ecclesiastiche a non dimenticarsi dei cittadini, soprattutto di quelli più disagiati.

La disoccupazione è avanzata moltissimo (Palermo ha una delle punte più alte d’Italia), l’incuria e il degrado hanno portato a reazioni disperate della gente, con roghi, blocchi stradali, occupazione del Comune. In questo contesto di frontiera la città non ha lesinato fondi ingenti per operazioni di facciata, e impressiona che il fenomeno sia arrivato a toccare persino una delle feste più sentite dal popolo palermitano. Così il cosiddetto «festino» di santa Rosalia perde sempre più il carattere popolare e rischia di trasformarsi in una kermesse dispendiosa e mediatica.

Nella città la speranza è incarnata dalla presenza di parroci coraggiosi, di una società civile che si ribella al pizzo, di una capacità inaspettata di «convivenza» da parte delle comunità immigrate. Palermo non ha infatti registrato alcun caso di rifiuto della presenza di migliaia di tamil, capoverdiani, mauriziani, filippini, maghrebini. Questi si sono integrati a tal punto da partecipare — si tratta soprattutto della comunità proveniente dallo Sri Lanka — alla «acchianata», la salita penitenziale al monte di santa Rosalia, il monte Pellegrino.

C’è insomma una Palermo che non si lascia andare, che spera e opera perché la città rimanga un luogo vivibile, con o senza l’apporto delle istituzioni. Palermo ha una grande tradizione di vitalità e varietà, con una componente popolare che sostanzia le ricorrenze festive con creatività e partecipazione, e mai come adesso questa magnifica popolazione si sente umiliata. Per un cambiamento la visita di Benedetto XVI potrebbe dare una scossa di speranza vitale.

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