RSS
 

Una sfida sempre nuova

08 feb 7.24

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Lucetta Scaraffia

«Affrontare con rinnovate forze la sfida dell’annuncio del Vangelo nel mondo, impiegare tutte le nostre forze perché vi giunga — ha detto Benedetto XVI rispondendo alle domande di Peter Seewald — fa parte dei compiti programmatici che mi sono stati assegnati». Il Papa lo afferma con parole chiare, anche se è ben consapevole che non si tratta di una novità: come è scritto nel motu proprio Ubicumque et semper, «tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei momenti storici».

Non è da oggi che il problema di inventare nuove forme di evangelizzazione costituisce una sfida per la Chiesa. Una costante nel tempo, che ha accompagnato l’attività apostolica cristiana, e nei momenti di più forte crisi religiosa e istituzionale ha rappresentato una sfida fondamentale e vitale. La storia ci insegna che proprio in questi frangenti Gesù ha donato alla Chiesa le donne e gli uomini necessari al rinnovamento; persone eccezionali che hanno saputo capire sino in fondo il loro momento storico e trovare le risposte giuste, cioè vie, modalità e linguaggi nuovi per far comprendere e vivere il messaggio evangelico.

Certamente, possiamo considerare che sia stata un segno della grazia divina l’esistenza quasi contemporanea dei grandi santi che hanno rinnovato la Chiesa in crisi dopo la Riforma: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, Filippo Neri, Carlo Borromeo, che hanno dato contributi diversi e decisivi per il rinnovamento del cattolicesimo.

Un modello di vita monastica e mistica per le donne è stata Teresa, che fu anche una delle prime e più grandi scrittrici in lingua spagnola, mentre l’autobiografia di Ignazio costituì un classico su cui si formarono tanti cristiani, così come i suoi Esercizi spirituali, rivoluzionari in una società adagiata in una religiosità che si era impoverita. La poesia di Giovanni, il mistico che ha saputo riconoscere Dio anche nella notte dello scoramento e della depressione, viene a concludere questo grande trittico spagnolo.

Nuovi ordini dinamici e creativi, come i gesuiti, innovative proposte di vita monastica e di esperienza mistica che hanno trovato subito accoglienza nella Chiesa ferita dalla Riforma, così come l’Oratorio di Filippo Neri, e le importanti iniziative nate al suo interno, tra cui gli Annales ecclesiastici di Baronio. Ed è interessante notare come in questo periodo così fecondo di novità il rinnovamento culturale sia andato di pari passo con la riforma della vita e dell’esperienza religiosa.

Meno fervido sul piano della cultura, forse, ma altrettanto positivo su quello del rinnovamento della vita religiosa, è stato il periodo successivo alla rivoluzione francese e al conseguente attacco subito dagli ordini contemplativi. Le nuove congregazioni di vita attiva, femminili e maschili, avevano infatti creato le condizioni per assistere materialmente e spiritualmente le masse stravolte dalla rivoluzione industriale, aiutandole a non perdere le radici religiose sull’onda della secolarizzazione. I ragazzi di strada educati da don Bosco, gli immigrati assistiti da madre Cabrini ritrovavano, nella mano che li accoglieva con amore, anche la ragione per non allontanarsi dalla fede.

Nel difficile, e per molti versi drammatico, secolo appena trascorso dobbiamo ammettere che molti tentativi di rendere il cristianesimo più attuale si sono rivelati sbagliati, e non hanno avuto esiti positivi: pensiamo per esempio ad alcune forme di teologia della liberazione, o all’avvicinamento a esperienze di multireligiosità, anche a costo di mettere in secondo piano la verità cristiana.

Oggi ci troviamo davanti a una strada ancora poco chiara, a un compito che la sovrabbondanza di voci mediatiche contrarie rende molto difficile. Ma è anche vero che, dopo decenni, ci troviamo in un momento di nuovo aperto all’ascolto del Vangelo.

Le grandi utopie secolari che hanno cercato di sostituire la religione nel mondo occidentale si sono rivelate illusioni pericolose: dopo il crollo del comunismo, oggi assistiamo a una crisi del modello di vita incentrato sull’autorealizzazione individuale, a un fallimento della rivoluzione sessuale che doveva assicurare a tutti la felicità e invece ha portato solo solitudine e dolore, e quindi a una più reale possibilità di essere ascoltati.

Ci sono settori, come l’educazione, in crisi drammatica, e altri, come la sanità, dove si vivono nella concreta emergenza quotidiana gravi problemi bioetici, che richiedono attenzione da parte della Chiesa, e offrono occasioni di evangelizzazione che bisogna imparare a cogliere.

In attesa di nuovi santi — e pregando perché arrivino — bisogna tutti lavorare su questo progetto che segna un altro inizio per la trasmissione del messaggio cristiano. Una sfida, che si presenta sempre sotto vesti diverse, da affrontare e vincere ancora una volta.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Di fronte alla dura prova

05 feb 7.48

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Angelo Scola

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Marco, 6, 34). Un’intensa partecipazione allo struggimento di Gesù traspare dal motu proprio Ubicumque et semper, quando il Papa, citando Giovanni Paolo II, considera la situazione di «interi Paesi e Nazioni ora messi a dura prova e talvolta perfino radicalmente trasformati dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo».

La Chiesa, infatti, ogni giorno mendica dal Signore Gesù il suo sguardo sul mondo. Quello che, nel Canone romano, a conclusione del momento più importante della celebrazione eucaristica, ci fa pregare con queste parole: «Per Cristo nostro Signore tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene». Questo sguardo di autentica com-passione non solo mette i cristiani al riparo dalla tentazione, sempre incombente, di pensarsi separati dal «fratello uomo», ma al contrario li spinge a cercare ogni strada percorribile per condividere l’umana condizione.

Oggi in particolare tutti i battezzati sono chiamati dal Papa a riconoscere e ad affrontare l’inedito frangente in cui Nazioni e popoli di antica tradizione cristiana sono immersi. Possiamo descriverne in estrema sintesi i contorni? L’espressione «dura prova» a cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno fatto ricorso per delineare la situazione attuale è molto eloquente. L’occidente, che un tempo si poteva dire cristiano, si trova oggi a fare i conti con quello che Henri de Lubac chiamò «il dramma dell’umanesimo ateo». Queste parole ci aiutano a diagnosticare il nucleo centrale della dura prova: «Non è vero che l’uomo, come sembra che talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero, però, che, senza Dio, non può alla fine dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano».

L’indifferentismo, il secolarismo e l’ateismo che, in modi e versioni diversi, si sono imposti lungo il XX secolo e fino ai nostri giorni come strade per la liberazione dell’uomo e per il raggiungimento della sua piena statura, si sono rivelati spesso fallaci. E quella che si annunciava come un’aurora piena di promesse, si presenta ora con i tratti di una «dura prova». Lo vediamo nell’incidenza che, almeno in Europa, l’abbandono della fede cristiana ha avuto sulle forme di vita personale — basti pensare a quanto oggi si afferma e si pratica nell’ambito degli affetti e del lavoro — e comunitaria, come mostrano le precarie soluzioni offerte ai problemi più urgenti, per esempio quello della crisi economica, dell’immigrazione e dello sviluppo integrale dei popoli.

Il crudo realismo della diagnosi proposta dai due Pontefici è lontano dal negare il carattere di affascinante anche se contraddittoria adventura proprio dei nostri tempi. Ha come scopo di stimolare i cristiani a non vivere da «uomini impagliati» (Eliot). Davanti alla «prova» il cristiano è sempre chiamato a decidere per una rinnovata sequela sulle orme del suo Signore che con fermezza «camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme» (Luca, 19, 28) per vivere la sua pasqua di morte e risurrezione.

Innumerevoli testimoni lungo la storia della Chiesa ci hanno documentato la possibilità reale di vivere la prova come occasione privilegiata perché si manifesti la potenza del crocifisso risorto. E l’hanno fatto sostenuti dallo Spirito che ha donato loro fortezza e speranza. Nella bimillenaria avventura del popolo cristiano non c’è stato un solo momento in cui non si sia potuto far conto sulla consolante convinzione di san Paolo (Filippesi, 1, 6): «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù».

E così l’iniziativa del Papa di creare il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, si rivela come una preziosa decisione per condividere la prova degli uomini e delle donne in travaglio entro una società in drammatica transizione. È una testimonianza di «speranza affidabile» (Spe salvi, n. 1). Poiché Dio si è reso familiare agli uomini, egli è a tutti vicino. Per questo il cuore di ogni uomo, lo sappia o meno, ha sempre nostalgia di Dio e desidera incontrare Colui che — si legge nella Gaudium et spes (n. 22) — «svela pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Quelle lettere d’amore custodite nel regno dei cieli

02 feb 8.06

Il segreto delle donne consacrate

di Pier Giordano Cabra

Conosco un luogo dove sono custodite le più belle lettere d’amore, in ogni lingua e di tutti i tempi. Sono lettere che i mortali non leggeranno mai finché non saranno ammessi alla beatitudine che non ha fine, quando la loro consultazione sarà una deliziosa e sorprendente scoperta.

Sono lettere mai scritte e mai inviate, ma raccolte dagli angeli e deposte nello scrigno delle perle preziose del regno dei cieli.

Sto parlando delle lettere delle nostre sorelle che hanno donato la loro vita al Signore e che narrano la loro segreta e straordinaria storia d’amore con Lui.

In un primo scomparto si trovano le lettere ardenti della gioventù, quando l’amore divino si apre un varco nel cuore, lo seduce e lo riempie di sé: «Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella».

È la gioia di sentirsi amati, la lotta per mettere in disparte altri amori pur belli, la gioia sconfinata di sentirsi scelta dall’Amore stesso.

In un altro scomparto si trovano le testimonianze dell’amore che si riversa sugli ultimi, dove il desiderio di vicinanza ai più piccoli s’intreccia a invocazioni trepide d’essere in grado di servire «per amore e solo per amore».

Più oltre sono conservati scritti commoventi che dicono quanto costi questo amore, nel meriggio della vita, quando l’entusiasmo iniziale si è affievolito e altre luci si accendono. Nella tempesta o nel buio, ecco l’invocazione dell’amore fedele: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore».

E tanti altri sono gli scomparti, sempre sorprendenti, fino all’ultimo, dove sono custoditi alcuni esempi del grande desiderio di vedere finalmente il volto dell’amato, che si avvicina e chiama: «Alzati amica mia e vieni, mia bella, vieni presto. Perché l’inverno è passato».

L’inverno di questa vita, fatto di progetti e di delusioni, di slanci e di meschinità, sta lasciando il posto all’incontro tanto desiderato.

L’anima e il suo Creatore, l’amata e l’Amore: quale gamma infinita di sentimenti, quale somma di decisioni stupefacenti, quale dedizione che ricade sui fratelli, quale prorompere di èros e di agàpe, quale scambio di finezza tra invisibile e visibile, tra cielo e terra, tra eternità e tempo sono in questo scrigno.

In attesa di leggere queste perle nascoste, cogliendone qualche bagliore dal contatto personale, non si può fare altro che ringraziare il datore di ogni bene, il quale — tra i doni più preziosi e inestimabili — ci ha riservato la dedizione di queste nostre sorelle. A loro è dato infatti il privilegio di farci intravvedere un’anticipazione del fascino irresistibile dell’Amore che tutti attende e di quella gioia che nemmeno siamo capaci di immaginare.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Colui che creò Adamo è tenuto in braccio bambino

02 feb 8.05

La festa della Presentazione in Romano il Melode

di Manuel Nin

Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio sottolinea l’incontro tra l’umanità e la divinità. Testimoniata già da Egeria verso la fine del iv secolo, la festa entrerà a Costantinopoli nel 542 dopo una terribile epidemia. Romano il Melode, morto nel 555, ha un solo kontàkion per questa festa.

L’introduzione dà la dimensione cristologica della festa: «Dall’alto dei cieli lo videro gli incorporei e dissero: Oggi assistiamo a uno spettacolo meraviglioso e straordinario. Colui che creò Adamo è tenuto in braccio bambino, colui che è senza confini è stretto fra le braccia di quel vecchio. Colui che è trasportato sulle spalle dei cherubini ha preso dimora in mezzo agli uomini. Colui che plasma i bambini nel grembo delle madri è diventato bambino in una vergine, ed è rimasto unito al Padre e allo Spirito Santo, eterno insieme a loro».

Romano dà poi la parola a Maria che, immagine della Chiesa stessa, professa la divinoumanità di colui che porta in braccio: «Quale appellativo troverò per te, figlio mio? Ti dirò uomo perfetto? Ma io so che fu divino il tuo concepimento. E se ti chiamo Dio, mi stupisco vedendoti in tutto simile a me. Devo offrirti il mio latte o la mia lode? I tuoi atti ti proclamano Dio senza tempo, anche se ti sei fatto uomo, o amico degli uomini».

Quindi è l’anziano Simeone che si rivolge a Cristo che regge nelle sue braccia. Le sue parole dimostrano gioia e paura «perché con gli occhi dell’anima vedeva le schiere degli angeli e degli arcangeli che cantavano la gloria di Cristo. E pregando diceva: Proteggimi e non consumarmi, tu che sei fuoco della natura divina e unico amico degli uomini».

Come in un’anafora eucaristica viene poi descritto il mistero della redenzione: «Tu sei l’immagine assolutamente perfetta dell’incomprensibile sostanza del Padre, la luce inaccessibile, il sigillo immutabile della divinità, tu che esisti dall’eternità e hai creato ogni cosa, tu che un tempo accogliesti le offerte di Abele e degli altri tuoi giusti. Grande e glorioso sei tu, generato dall’Altissimo in modo inesprimibile, o santissimo figlio di Maria! Io ti proclamo uno, visibile e invisibile, finito e infinito; ti conosco e ti credo eterno Figlio di Dio secondo natura, ma anche ti dichiaro figlio della Vergine al di là della natura».

Simeone spiega poi a Maria ciò che accade ed accadrà per mezzo di lei: «Rimase stupita la Vergine e a lei il vegliardo disse: Tutti i profeti hanno annunziato il figlio tuo, che hai generato senza seme. Di te parlava il profeta, poiché la porta serrata sei tu, Madre di Dio! Attraverso te è entrato e uscito il Signore. Il tuo figlio è la vita, la redenzione e la risurrezione di tutti noi. Egli è venuto perché desidera risollevare i caduti riscattando dalla morte le sue creature».

E ancora Simeone si rivolge a Cristo: «Mantieni la promessa del tuo verbo, o Verbo, mandami presso Abramo e i patriarchi. Volendo che Enoch e Elia non provassero la morte, o Signore, ti sei compiaciuto di portarli via da questa terra in modo misterioso affinché fossero in un luogo pieno di luce e senza pianto. Così come ti ho visto fisicamente e ho avuto il privilegio di tenerti in braccio, possa io vedere la tua gloria insieme al Padre tuo e allo Spirito Santo, poiché sei rimasto lassù mentre scendevi tra noi».

La risposta di Cristo è un preannuncio della discesa di Cristo nell’Ade, di cui lo stesso Simeone diventa un profeta: «E il Re celeste rispose: Dal mondo caduco ti manderò alla dimora eterna, o mio diletto. Io ti mando a Mosè e agli altri profeti: ad essi annuncia che io, colui del quale essi avevano parlato, ecco sono arrivato e sono stato partorito da una vergine. Presto ti raggiungerò per riscattare tutti, io che sono l’unico amico degli uomini».

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La rivelazione trasparente dei misteri

27 gen 15.54

Negli inni sulla perla di sant’Efrem il Siro

di Manuel Nin

Le Chiese di tradizione siriaca e quelle di tradizione bizantina celebrano il 28 gennaio la festa di sant’Efrem il Siro, teologo morto nell’anno 373 che, a partire dalla Sacra Scrittura, riflette poeticamente sul mistero della redenzione. Riflessione teologica svolta con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia in inni per la liturgia di carattere didattico. Attraverso questi componimenti, strumento catechetico estremamente efficace, Efrem diffondeva, in occasione delle feste  liturgiche,  la  dottrina  della Chiesa.

Negli 87 Inni sulla fede ve ne sono cinque «sulla perla», dove Efrem contempla i diversi aspetti del mistero di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti e del cristiano. La perla è segno del mistero di Dio che sfugge a un unico sguardo: «Un giorno, fratelli miei, presi una perla: vidi in essa i simboli che si riferiscono al Regno, le immagini e le figure della grandezza (divina). Divenne una fonte, dalla quale bevvi i simboli del Figlio. La posi, miei fratelli, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi a osservarla da un lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati. Così è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, poiché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco. E, nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro. Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile».

Gli inni sulla perla di Efrem sono sicuramente i testi in cui viene messa in luce in modo più evidente l’abilità e la profondità poetica del diacono siriaco. I testi sono composti per la recita o per il canto, con l’indicazione per ognuno di un versetto responsoriale e di un tono musicale, certo ben conosciuti dal suo uditorio. I componimenti nascono da una meditazione sulla Sacra Scrittura, ma anche dall’osservazione di ogni aspetto della realtà creata. Efrem accosta così la nascita e la formazione della perla con la natività di Cristo: la prima nel seno dell’ostrica, senza essere né tagliata né modellata; Cristo — generato eternamente nel seno, del Padre e dunque non creato — nel seno di Maria.

Efrem paragona poi la perla, trapassata e appesa in un gioiello all’orecchio e che splende nella sua bellezza, a Cristo che, trapassato dai chiodi ed appeso alla croce, splende di bellezza unica: «La tua natura assomiglia all’agnello silenzioso. Nella sua mansuetudine! Se uno la perforasse la sollevasse e l’appendesse all’orecchio, come Golgota, ancor più getterebbe tutti i suoi raggi su quelli che la contemplano. Nella tua bellezza è dipinta la bellezza del Figlio, che rivestì la sofferenza. I chiodi lo trapassarono; una punta ti ha trapassato, perché anche te perforarono, o perla, come le sue mani».

La perla che esce dal mare e viene sulla terra, è simbolo di Cristo che lascia il seno del Padre e viene ad abitare in mezzo agli uomini: «O figlia delle acque, che hai lasciato il mare nel quale eri nata, per salire sulla terra asciutta in cui sei amata. Gli uomini ti hanno avuto in gran conto, ti hanno preso e si sono adornati di te. Così è anche per il Figlio che i popoli hanno amato teneramente, di cui si sono coronati».

La contemplazione del mistero di Dio suppone per Efrem l’adorazione e la contemplazione, non una ricerca fine a se stessa o che allontani dalla verità sul mistero di Dio e dell’uomo. Il poeta dà poi voce alla perla stessa: «Figlia io sono del mare immenso, e più vasto di quel mare dal quale sono risalita. Grande è il tesoro di simboli, che è nel mio seno: Scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare!». Con un retroterra chiaramente battesimale, Efrem mette in evidenza il fatto che, per prendere la perla, cioè per ottenere la fede, bisogna che l’uomo si spogli e si faccia povero: «Uomini spogliati si tuffarono, estraendoti dal mare, o perla! Non i re ti donarono per primi agli uomini, ma gli spogliati: simbolo dei poveri, dei pescatori e dei galilei. Non avrebbero potuto infatti, coi corpi vestiti, venire fino a te. Giunsero poiché si erano spogliati come bimbi appena nati; seppellirono i loro corpi e discesero fino a te: e tu sei andata loro incontro con gioia, e in loro hai cercato rifugio, tanto ti hanno amato!».

Efrem ancora allude ai predicatori del vangelo: «I poveri pescatori le aprirono, traendo fuori e mostrando la nuova ricchezza in mezzo ai mercanti. Nella palma della mano di uomini ti posero come una medicina di vita. Gli apostoli del simbolo videro la tua risurrezione sulla riva del mare. E sulla riva del lago, gli apostoli di verità videro la risurrezione del Figlio del tuo Creatore».

Gli Inni sulla perla rispecchiano chiaramente la teologia di Efrem, per il quale il cammino verso il mistero di Dio non sono le sottili disquisizioni, bensì la rivelazione trasparente dei misteri. «E pur volendo chiedere se ha ancora altri simboli, la perla non ha bocca, perché io possa ascoltarla, e neppure orecchie, perché possa ascoltarmi. O perla, priva di sensi, presso cui ho acquisito sensi del tutto nuovi».

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La verità ragionevole del matrimonio cristiano

25 gen 16.05

Nel discorso del Papa alla Rota romana

di Francesco Ventorino

È una sfida notevole quella che il Papa ha lanciato nel discorso ai prelati uditori del tribunale della Rota romana, tenuto lo scorso 22 gennaio. Partendo dalla premessa che «il matrimonio celebrato dagli sposi, quello di cui si occupa la pastorale e quello messo a fuoco dalla dottrina canonica, sono una sola realtà naturale e salvifica», Benedetto XVI ha tratto la logica conseguenza che l’obiettivo immediato della preparazione al matrimonio, ritenuta sempre più essenziale alla validità stessa del gesto sacramentale, non è rivolgere alla coppia «un messaggio ideologico», né tanto meno imporre un «modello culturale», quanto piuttosto «promuovere la libera celebrazione di un vero matrimonio, la costituzione cioè di un vincolo di giustizia ed amore tra i coniugi, con le caratteristiche dell’unità ed indissolubilità, ordinato al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole». È questo vincolo, infatti, che «tra battezzati costituisce uno dei sacramenti della Nuova Alleanza».

Perché questo si realizzi è necessario che i fidanzati vengano posti in grado di scoprire «la verità di un’inclinazione naturale e di una capacità di impegnarsi che essi portano inscritte nel loro essere relazionale uomo-donna», dalla quale scaturisce la capacità e il diritto di quella donazione consensuale che si attualizza nel sacramento del matrimonio. «Ragione e fede — conclude il Papa — concorrono a illuminare questa verità di vita».

La sfida è tutta qui: saper mostrare, all’interno di un itinerario pastorale, quanto nella concezione sacramentale e giuridica del matrimonio cristiano vengano comprese e portate a piena realizzazione le esigenze naturali dell’uomo e della donna, nonché della relazione stessa che intendono stabilire tra di loro nella specificità dell’unione coniugale.

Con questo suggerimento metodologico Benedetto XVI si inserisce nella più nobile tradizione del pensiero cristiano. È noto, infatti, che Tommaso d’Aquino, per confermare la visione biblica dell’unione coniugale, adduce delle ragioni eminentemente «laiche»: «Era giusto che nella prima costituzione delle cose la donna fosse formata dall’uomo, a differenza di quanto fu fatto per gli altri animali (…) affinché l’uomo, sapendo che la donna è uscita da lui, l’amasse di più e le fosse unito indissolubilmente». A favore della sua affermazione, l’Aquinate cita l’autorità di colui che era ritenuto il filosofo per eccellenza, e cioè Aristotele, secondo il quale «il maschio e la femmina si uniscono nella specie umana non solo per la necessità di generare, come tutti gli altri animali, ma anche per la vita domestica», vale a dire per una convivenza di cui hanno reciprocamente bisogno (Summa theologiae, i, q. 92, a. 2, c.).

Per ragioni della stessa natura viene condannata la fornicazione, unione occasionale dell’uomo e della donna. Essa è indebita perché priva della totalità propria della comunione coniugale, dentro la quale soltanto può essere accolta e educata quella vita che l’atto stesso dell’unione sessuale tende a generare (cfr. ibidem, ii-ii, q. 154, a. 2, c.).

Questo modo di argomentare ha sempre contraddistinto il magistero della Chiesa, soprattutto recente; pensiamo, in particolare, alla Humanae vitae di Paolo VI e alla Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, cui il Papa fa particolarmente appello nel suo discorso. In essa, infatti, è stato efficacemente evidenziato come solo da questa visione del matrimonio e dell’atto sessuale derivino un’esaltazione e un compimento specifico della sessualità umana.

«La sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda — si legge nella Familiaris consortio (n. 11) — l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente».

Con la lucidità intellettuale che gli è propria, Benedetto XVI ribadisce nell’oggi della Chiesa questa urgenza metodologica. Nel proporre la dottrina cristiana del matrimonio è sempre più necessario mostrarne la piena corrispondenza all’ordine della ragione; altrimenti diverrebbe inevitabile che essa venga ridotta a una particolare visione ideologica comprensibile solo all’interno di un contingente e relativo modello culturale.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Le preghiere del medico

22 gen 16.08

Da Ippocrate a Giovanni Paolo II

di José María Simón Castellví *

Il giuramento di Ippocrate è un documento, noto non solo nel campo della medicina, che in alcune università i nuovi medici leggono solennemente durante una cerimonia al termine della carriera universitaria. Si tratta di un testo molto valido dal punto di vista dell’etica professionale, salvo in alcune versioni che in malafede eliminano la tutela della vita nascente: il non dover dare prodotti abortivi scompare o viene sostituito con una frase anodina, a discapito della professione o della verità storica.

Tuttavia l’invocazione di Apollo, Asclepio, Igea, Panacea e di altre divinità, nonostante sia suggestiva e non comporti un grande pericolo di politeismo in occidente, non mi convince del tutto. Il Signore è l’unico Dio. Ma esistono tre preghiere specifiche che il medico cristiano può recitare, e che richiamano prepotentemente la mia attenzione per la loro bellezza, devozione e dottrina.

La prima è un giuramento anonimo cristiano dei primi secoli, scritto in greco e conservato in un manoscritto vaticano medievale, ma il cui uso è attestato sin dal iv secolo. Il testo inizia con una benedizione a Dio, Padre, e continua affermando che il medico non macchierà la sua scienza, che a nessuno somministrerà un veleno anche se ne sarà richiesto, che non provocherà mai un aborto, che agirà secondo scienza e coscienza sempre a favore dei malati, in santità, evitando l’erotismo, custodendo il segreto («come un segreto sacro»). La preghiera si conclude invocando l’aiuto di Dio e il rispetto degli uomini, con un monito: il medico non si salverà se giurerà il falso. Si tratta di uno stupendo compendio dei comandamenti e della legge naturale per l’esercizio della professione medica.

Un’altra preghiera che mi colpisce sempre è quella attribuita a Mosè Maimonide, il medico ebreo nato a Córdoba, in Spagna, nel XII secolo. In essa chiede a Dio che ci riempia di amore per l’arte medica e per tutte le creature, che ci allontani dalla sete di guadagno e dal desiderio di gloria, che ci dia forza per servire il povero e il ricco, l’amico e il nemico, il buono e il cattivo, che non ci faccia distrarre, che ci faccia apprezzare il progresso della medicina e che i pazienti abbiano fiducia in noi.

Contiene quindi alcune parole che suonano decisamente attuali, applicabili al campo medico e a quasi ogni altro ambito, e specialmente alla cosiddetta tv spazzatura: «Allontana dai miei pazienti i ciarlatani, l’esercito di parenti che danno mille consigli e portano molte volte alla morte. Se gli ignoranti mi scherniscono, concedimi, Signore, la corazza dell’amore della mia arte. Dammi pazienza dinanzi ai maleducati e agli appassionati». Si vede da queste espressioni che l’homo sapiens è lo stesso in ogni epoca.

Nella preghiera si chiedono anche forza di volontà e l’opportunità di ampliare sempre più le proprie conoscenze, cioè l’equivalente attuale della formazione permanente, tanto elogiata dalla comunità internazionale. Non posso non ricordare l’opera che per secoli gli ebrei sefarditi hanno realizzato per la diffusione della lingua spagnola e della medicina su base scientifica.

La terza grande preghiera del medico è quella che Giovanni Paolo II, prossimo alla beatificazione, scrisse il 29 giugno del 2000 ai medici cattolici, consegnata alla Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche. Si tratta di un vero e proprio gioiello che in molti recitiamo spesso, in diverse lingue.

Papa Wojtyla inizia con un’invocazione al Signore Gesù, medico divino, che nella sua vita terrena ha prediletto quanti soffrono e ha affidato ai suoi discepoli il ministero della guarigione. Parla poi della nostra grande missione, del servizio quotidiano, dello strumento dell’amore di Dio. Ci chiede di saper scoprire negli altri il volto di Cristo. Parla della verità, della sapienza, della scienza, delle cause e dei rimedi, della verità e della vita: che l’annuncio, la testimonianza, l’impegno a favore di quanti hanno più bisogno, sull’esempio dei santi medici, ci aiutino a rinnovare le strutture sanitarie. Che Dio benedica il nostro studio, illumini la nostra ricerca e i nostri insegnamenti. E «che al termine del nostro pellegrinaggio terreno possiamo contemplare il tuo volto glorioso e provare la gioia dell’incontro con te nel tuo regno di gioia e di pace infinite».

*Presidente della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La nuova evangelizzazione

20 gen 16.29

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Rino Fisichella

La Chiesa esiste per portare in ogni tempo il Vangelo a ogni persona, dovunque si trovi. Il comando di Gesù è talmente cristallino da non consentire fraintendimenti di sorta né alibi alcuno. Quanti credono nella sua parola sono inviati nelle strade del mondo per annunciare che la salvezza promessa ora è divenuta realtà. L’annuncio deve coniugarsi con uno stile di vita che permette di riconoscere i discepoli del Signore dovunque si trovino. Per alcuni versi, l’evangelizzazione si riassume in questo stile che contraddistingue quanti si pongono alla sequela di Cristo. La carità come norma di vita non è altro che la scoperta di ciò che dà senso all’esistenza perché la permea fin nei suoi meandri più intimi di quanto il Figlio di Dio fatto uomo ha vissuto in prima persona.

Si potrà discutere a lungo sul senso dell’espressione «nuova evangelizzazione». Chiedersi se l’aggettivo determini il sostantivo ha una sua ragionevolezza, ma non intacca la realtà. Il fatto che la si chiami «nuova» non intende qualificare i contenuti dell’evangelizzazione, ma la condizione e le modalità in cui essa viene fatta. Benedetto XVI nella lettera apostolica Ubicumque et semper sottolinea con ragione che ritiene opportuno «offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione».

Qualcuno potrebbe insinuare che decidersi per una nuova evangelizzazione equivale a giudicare l’azione pastorale svolta in precedenza dalla Chiesa come fallimentare per la negligenza posta o per la scarsa credibilità offerta dai suoi uomini. Anche questa considerazione non è priva di una sua plausibilità, ma si ferma al fenomeno sociologico preso nella sua frammentarietà, senza considerare che la Chiesa nel mondo presenta tratti di santità costante e di testimonianze credibili che ancora ai nostri giorni sono segnate con il dono della vita. Il martirio di molti cristiani non è diverso da quello offerto nel corso dei secoli della nostra storia, eppure è veramente nuovo perché provoca gli uomini del nostro tempo spesso indifferenti a riflettere sul senso della vita e sul dono della fede.

Quando si smarrisce la ricerca del genuino senso dell’esistenza, inoltrandosi per sentieri che immettono in una selva di proposte effimere, senza che si comprenda il pericolo in agguato, allora è giusto parlare di nuova evangelizzazione. Essa si pone come vera provocazione a prendere sul serio la vita per orientarla verso un senso compiuto e definitivo che trova unico riscontro nella persona di Gesù di Nazareth. Lui, il rivelatore del Padre e sua rivelazione storica, è il Vangelo che ancora oggi annunciamo come risposta all’interrogativo che inquieta gli uomini da sempre. Mettersi al servizio dell’uomo per comprendere l’ansia che lo muove e proporre una via d’uscita che gli dia serenità e gioia è quanto si raccoglie nella bella notizia che la Chiesa annuncia.

Una nuova evangelizzazione, quindi, perché nuovo è il contesto in cui vive il nostro contemporaneo sballottato spesso qua e là da teorie e ideologie datate. Per quanto paradossale possa sembrare, si preferisce imporre l’opinione piuttosto che indirizzare verso la ricerca della verità.

L’esigenza di un linguaggio nuovo, in grado di farsi comprendere dagli uomini di oggi, è un’esigenza da cui non si può prescindere, soprattutto per il linguaggio religioso così improntato a una specificità tale da risultare spesso incomprensibile. Aprire la «gabbia del linguaggio» per favorire una comunicazione più efficace e feconda è un impegno concreto perché l’evangelizzazione sia realmente nuova.

Un’icona a cui il nuovo dicastero intende dedicarsi, trova riscontro nella Sagrada Familia di Gaudí. Chi la osserva nella sua pregnanza architettonica trova la voce di ieri e quella di oggi. A nessuno sfugge che è una chiesa, spazio sacro che non può essere confuso con nessun’altra costruzione. Le sue guglie si stagliano verso l’alto, obbligando a guardare il cielo. I suoi pilastri non hanno capitelli ionici o corinzi e, tuttavia, li richiamano anche se consentono di andare oltre per rincorrere un intreccio di archi tale da far pensare a una foresta dove il mistero ti invade e, senza sopprimerti, ti offre serenità.

La bellezza della Sagrada Familia sa parlare all’uomo di oggi pur conservando i tratti fondamentali dell’arte antica. La sua presenza sembra contrastare con la città fatta di palazzi e strade che si rincorrono mostrando la modernità a cui siamo inviati. Le due realtà convivono e non stonano, anzi, sembrano fatte l’una per l’altra; la chiesa per la città e viceversa. Appare evidente, comunque, che la città senza quella chiesa sarebbe priva di qualcosa di sostanziale, evidenzierebbe un vuoto che non può essere colmato da altro cemento, ma da qualcosa di più vitale che spinge a guardare in alto senza fretta e nel silenzio della contemplazione.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Una vita esemplare

15 gen 8.02

La beatificazione di Giovanni Paolo II, che il suo successore presiederà nell’anniversario liturgico della sua morte, è un evento storico che non ha di fatto precedenti. Bisogna risalire al cuore del medioevo per ritrovare esempi analoghi, ma in contesti non paragonabili alla decisione di Benedetto XVI: negli ultimi dieci secoli nessun Papa ha innalzato agli onori degli altari il suo immediato predecessore.

Pietro del Morrone (che era stato Celestino V) fu canonizzato nel 1313 — meno di un ventennio dopo la morte — dal suo terzo successore, e oltre due secoli prima era stata subito riconosciuta la santità di Leone IX e di Gregorio VII, scomparsi nel 1054 e nel 1085. Non a caso agli esordi di quel papato riformatore celebrato qualche decennio più tardi nell’oratorio lateranense di San Nicola attraverso la raffigurazione di alcuni Pontefici coevi, definiti ciascuno sanctus.

Sulla sobrietà agiografica della Chiesa romana — che venera come santi quasi soltanto i Papi dell’età più antica — sono poi intervenute le modifiche innovative della modernità, con le decisioni prese nell’ultimo trentennio dell’Ottocento e poi, soprattutto, con quelle di Pio XII e dello stesso Giovanni Paolo II. Fu così riconosciuto il culto di alcuni Pontefici medievali e vennero elevati agli onori degli altari Pio X, l’ultimo Papa santo, Innocenzo xi, Pio IX e Giovanni XXIII.

Al centro di ogni causa di beatificazione e di canonizzazione sta esclusivamente l’esemplarità della vita di chi, con espressione scritturistica, viene definito al servizio di Dio. Per assicurare alla storia — come disse Paolo VI all’annuncio dell’introduzione delle cause dei suoi due predecessori immediati — «il patrimonio della loro eredità spirituale», al di là di «ogni altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l’edificazione della sua Chiesa».

E autentico servitore di Dio è stato Karol Wojtyla, appassionato testimone di Cristo dalla gioventù fino all’ultimo respiro. Di questo moltissimi, anche non cattolici e non cristiani, si sono resi conto durante la sua vita esemplare; questo documenta il suo testamento spirituale, scritto a varie riprese negli anni del pontificato; per questo già il 28 aprile 2005, meno di un mese dopo la morte, il suo successore ha dispensato dai termini prescritti per l’inizio della causa; per questo ha deciso di presiedere la sua beatificazione: per presentare al mondo il modello della santità personale di Giovanni Paolo II.

g. m. v.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Amore e religione

05 gen 7.34

Da Omero a Flaubert

di Lucetta Scaraffia

Amore e religione è il sottotitolo dell’ultimo libro di Alain Besançon (Cinq personnages en quête d’amour, Paris, Editions de Fallois, 2010), dedicato a una riflessione sull’amore e il matrimonio nella tradizione occidentale condotta attraverso testi letterari fondamentali. Partendo dall’Odissea per passare poi all’elaborazione giudaico-cristiana dell’amore, con la Bibbia e Tristano e Isotta, e arrivare a quella moderna, segnata da una graduale secolarizzazione, con Rousseau e Flaubert.

È una sorta di meditazione che non rimane nell’ambito della creazione  letteraria, ma ci riguarda da vicino: l’estromissione di una attiva presenza divina dall’amore, che diventa così solamente un incontro fra un uomo e una donna, impedisce infatti, secondo l’autore, quell’«allargamento dell’anima» che ci porta a penetrare nella caverna dove si sentono le voci della passione e la loro eco divina. Ed egli arriva a ipotizzare che «il Cielo chiuso del nostro mondo contemporaneo rende difficile l’apertura di queste caverne» e come quindi oggi «il loro accesso sia sbarrato». I nostri amori, di conseguenza, si devono accontentare di «un teatro più stretto», che limita anche la nostra formazione interiore. L’anima scompare e viene rimpiazzata dall’«apparato psichico», al cui fondo si trova l’inconscio.

Besançon conclude gli affascinanti capitoli dedicati all’amore nei poemi omerici dicendo che, nonostante le numerose avventure di Ulisse, «c’è un solo e unico amore nell’Odissea ed è coniugale» e che quindi nella cultura classica il matrimonio lungo e fedele rimane un ideale incontestato. Ma è solo con la Bibbia, cioè con l’irruzione del monoteismo, che viene considerato legittimo esclusivamente l’amore coniugale. E, dal momento che si attribuisce un significato nuziale sia alla missione di Israele che al suo rapporto con Dio, è inevitabile che il peccato sia poi sempre ricondotto all’adulterio. In particolare, il peccato supremo, l’idolatria. Questa concentrazione sul peccato sessuale e sulla sua portata religiosa, metafisica — considera l’autore — è assente invece nella letteratura greca.

Nel mondo greco-latino, infatti, la colpa dell’errore viene gettata sugli dei che intervengono impedendo all’essere umano di riflettere, e quindi di rifiutarsi di commettere la colpa. Nel testo biblico, invece, la colpa non può essere gettata su Dio ma, anzi, è una offesa a Dio stesso. Il Dio di Davide è temibile, ma è anche misericordioso, qualità che non vengono mai attribuite agli dei pagani. La rivelazione portata dalla Bibbia «ha aperto all’uomo la caverna dei sentimenti».

Con il cristianesimo — scrive Besançon — nel rapporto fra la donna e l’uomo si introduce un terzo, il Dio vivente, giusto e misericordioso, che è ben diverso dal destino. Il teatro del rapporto si allarga a un altro soggetto, l’anima, che conosce l’esperienza dell’interiorità. Agostino, che a lungo ha riflettuto sull’amore, pone fine a una concezione della sessualità come fenomeno semplicemente fisiologico, secondo la visione allora prevalente. Essa diventa invece una ferita permanente e incurabile dell’anima, che impedisce all’essere umano di sottoporsi liberamente alla legge e all’amore di carità. La concupiscenza si stacca dal corpo ed entra nell’anima. Ma l’amore umano può essere benedetto se include il terzo divino, e si pone nel destino naturale e sovrannaturale delle persone coinvolte.

La storia di Tristano e Isotta è indubbiamente sovversiva, si oppone direttamente alla morale coniugale e ne propone un’altra, fondata sul sentimento. Essa introduce l’amore folle, che si può considerare una forma di impazienza, cioè un modo di gustare immediatamente il frutto che era sì promesso, ma al termine di una crescita e di una attesa. Per questo motivo Besançon ricorda come i padri della Chiesa sostenessero che il peccato originale si poteva assimilare all’impazienza.

Eloisa vuole espellere Dio dal rapporto con Abelardo: il suo amore è così assoluto che ella contravviene al primo e più importante comandamento. Wagner riprenderà il tema proponendo un nuovo tipo d’amore, affrancato dalla morale divina e dalla morale sociale, nel quale la pena viene dalla frustrazione del desiderio e dal conflitto morale.

Al mito di Tristano e Isotta allude fin dal titolo il romanzo La nouvelle Héloïse di Rousseau, ma con altri sviluppi e altri esiti: Julie, la protagonista divisa fra il grande amore e il dovere coniugale, «parla troppo del suo crimine, e non abbastanza dei suoi peccati» perché l’Essere supremo a cui fa riferimento non è il Dio cristiano, ma una divinità inventata da lei stessa. E benché si offra in sacrificio ed entri in una sorta di stato mistico, si sente che è falso, e questa falsità si comunica al romanzo.

La religione scompare completamente nell’educazione sentimentale di Flaubert — anche se, nota l’autore, la metà femminile della Francia è ancora pia nel XIX secolo — e quindi manca totalmente l’idea di peccato. Fino a quel momento l’amore sacro non era stato del tutto separato da quello profano: in questo romanzo, invece, l’amore è completamente secolarizzato.

Oggi — sottolinea l’autore — la secolarizzazione dell’amore è generale, e tutto avviene solo fra un uomo e una donna, come prova la sostituzione del sacramento matrimoniale con legami civili. Ma questi legami, che sembrano così moderni, in realtà non fanno che ripetere, senza saperlo, il matrimonio pagano, greco, romano, cinese, indù. E conclude mestamente Besançon che comunque anche queste forme di vincolo, che pure sono state private di Dio, almeno restaurano il legame naturale.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Il sangue dei fedeli

03 gen 16.18

La strage di Alessandria — che nella metropoli egiziana ha colpito i fedeli copti ortodossi all’uscita da una celebrazione liturgica — ha trovato spazio nei media in tutto il mondo, al termine di un anno punteggiato da violenze e attentati contro i cristiani. E ancora una volta si è levata la voce di Benedetto XVI che ha condannato «questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene». Con la denuncia senza mezzi termini di una «strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione».

Questa volta gli attentati anticristiani — che si moltiplicano in diverse regioni del mondo — sembrano avere attirato l’attenzione mediatica internazionale, che a questi temi in genere non è molto sensibile. Da almeno tre anni infatti alti esponenti della Santa Sede e della Chiesa cattolica gettano l’allarme di fronte alla cristianofobia. Una realtà purtroppo in crescita, che allarma e va combattuta almeno quanto l’islamofobia e l’antisemitismo, come sottolineò già il 10 gennaio 2008 in una conferenza a Roma l’arcivescovo Dominique Mamberti.

«I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede» ha scritto il Papa nel messaggio per la giornata mondiale della pace, ma nemmeno questo ha avuto troppo spazio nella riflessione dei media. Trascurata è stata così la lucida analisi di Benedetto XVI, che prende di mira il fondamentalismo e il laicismo — definiti «forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità» — e richiama la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa quando sottolinea che essa «è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Nonostante rappresentazioni contrarie, favorite appunto dal laicismo, che identificano la religione con l’oscurantismo e l’intolleranza.

Nel messaggio il Papa sottolinea che soprattutto in Asia e in Africa «le principali vittime sono i membri delle minoranze religiose, ai quali viene impedito di professare liberamente la religione e di cambiarla». Sulle violenze che prendono a pretesto la religione e massacrano i fedeli tante volte la Santa Sede e Benedetto XVI hanno alzato la voce, senza fare distinzione se le vittime fossero musulmane o cristiane.

Su questi atti spaventosi e intollerabili, «nei quali non si rispetta più ciò che è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità», il Papa è tornato nel discorso dello scorso 20 dicembre per gli auguri natalizi. Richiamando la celebrazione del sinodo delle Chiese del Medio Oriente, Benedetto XVI ha ricordato la saggezza del consigliere del mufti del Libano quando questi ha detto: «con il ferimento dei cristiani veniamo feriti noi stessi. Purtroppo, però, questa e analoghe voci della ragione, per le quali siamo profondamente grati, sono — ha aggiunto il Papa — troppo deboli. Anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro ed accecamento ideologico».

Molte voci di solidarietà e di ragionevolezza sono venute dopo la strage di Alessandria da musulmani, ebrei e cristiani, in diverse parti del mondo, e questo è un segno di speranza. Che dà ragione alle parole di Benedetto XVI e alla sua tenace volontà rivolta alla convivenza: «L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine ferisce tutti». Perché versare il sangue dei fedeli, di ogni credente e di ogni creatura umana, offende Dio.

g. m. v.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Un aiuto reciproco contro la crisi

22 dic 18.51

Europa e Africa

di Ettore Gotti Tedeschi

Sin dall’inizio della crisi economica è stato suggerito che una strategia europea contro la recessione poteva consistere in una sorta di piano Marshall per i Paesi poveri, a cominciare da quelli africani. In questo modo, oltre ai diretti benefici per l’Africa, si sarebbero ottenuti grandi vantaggi per le economie europee a rischio di stagnazione. La tesi, più volte espressa su «L’Osservatore Romano», è stata sostenuta tra gli altri, sempre sulle pagine di questo giornale, dall’allora premier britannico, Gordon Brown. Alcuni Paesi ex emergenti, come la Cina e il Brasile, l’hanno invece messa in pratica, traendone elevati profitti.

Dopo il g8 per l’Africa è apparso chiaro che il continente sarebbe presto cresciuto. Grazie al McKinsey Global Institute, che ha elaborato dati dell’Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), dell’Ocse e della Banca Mondiale, sono finalmente disponibili statistiche. Dal 2000 al 2008, l’intero pil continentale è aumentato di circa il 5 per cento annuo, toccando 1,6 trilioni di dollari e raggiungendo quasi quello di Russia e Brasile. Nel 1980 solo il 28 per cento degli africani viveva nelle città. Oggi il 40 per cento della popolazione risiede in centri urbani. Quasi come in Cina e più che in India. Positivo è stato l’impatto sul reddito prodotto: già nel 2008, 85 milioni di famiglie africane avevano un reddito superiore ai 5.000 dollari. Ma quel che più conta è che l’economia, grazie alle risorse e alla mano d’opera a basso costo, continua a crescere e si stima possa raddoppiare nel prossimo decennio.

È una realtà che l’Europa avrebbe potuto trarre a proprio vantaggio, se avesse attuato il suo piano Marshall, investendo nelle infrastrutture oltre che nelle tecniche agricole e di estrazione delle materie prime. E tutto ciò con uno stile europeo, nel senso migliore del termine, basato cioè sull’attenzione per la dignità della persona, per la stabilità politica, per le riforme necessarie a ridurre il debito e a gestire l’inflazione.

Per il suo sviluppo, l’Africa ha certo beneficiato, negli ultimi dieci anni, del boom delle commodities (petrolio, minerali, risorse naturali), ma un’ulteriore crescita del pil può ora giungere da settori trainanti come il commercio, i trasporti, le produzioni locali e le telecomunicazioni.

I grandi investimenti della Cina nel continente hanno avviato e accelerato questo processo economico, ma non hanno risolto i problemi. La debolezza dell’Africa risiede ancora nella mancanza di infrastrutture e industrie specifiche, in quei settori cioè dove l’Europa potrebbe eccellere. Si pensi che nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) le infrastrutture, soprattutto stradali, sono cinque volte superiori a quelle africane, e ciò si riflette sull’impatto logistico e sui costi relativi. L’Africa necessita quindi di altri investimenti che andrebbero a vantaggio di chi li fa, oltre di chi li riceve.

Certo, il continente non è omogeneo. Esistono tante Afriche anche da un punto di vista economico. Ci sono quattro Paesi ricchi, sviluppati e diversificati (Egitto, Marocco, Tunisia, Sud Africa) e otto con riserve di petrolio, gas e con discrete basi infrastrutturali (Algeria, Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo).

C’è poi un gruppo di undici Paesi prettamente agricoli, in via di sviluppo tecnologico, che cominciano a diventare competitivi (Camerun, Ghana, Kenya, Mozambico, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Costa d’Avorio, Madagascar, Sudan). Questo gruppo deve intraprendere altri sforzi per estendere le superfici coltivabili, per migliorare le tecniche di raccolto e per passare a produzioni di valore come il biofuel e l’etanolo. Se ciò avvenisse lo sviluppo agricolo potrebbe segnare, entro il 2020, una crescita di oltre il 6 per cento annuo. Una vera rivoluzione verde, come si usa dire. Ma in Africa sono anche presenti Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, l’Etiopia, il Mali e la Sierra Leone, devastati dai conflitti e con Governi instabili. Queste Nazioni possono, per ora, solo essere stimolate dai loro vicini alla soluzione dei problemi, per poi cominciare ad accedere a un modello di sviluppo.

L’Africa rappresenta un’occasione da cogliere in fretta. Il continente è ancora carico di prospettive che, da parte europea, rendono ragionevole e attraente un aiuto vero. Un aiuto reciproco.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Privacy genetica

22 dic 7.43

Sugli esami in gravidanza

di Carlo Bellieni

Cambiano in Italia le linee-guida per l’esecuzione degli esami genetici in gravidanza: l’amniocentesi — un esame che analizza i cromosomi del feto prelevando liquido dall’utero materno — sarà gratuita solo nelle donne che presenteranno la positività di un esame, meno pericoloso, che mostri un rischio per il bambino di avere una sindrome Down. È un buon passo avanti, visto il pericolo non indifferente che in seguito all’amniocentesi avvenga la morte del feto.

Ma la diagnosi prenatale genetica, anche quando venga fatta sul sangue materno e senza rischio per il feto, non è eticamente neutra. Se servisse per curare sarebbe altra cosa, ma le possibilità di terapia dei malati di sindrome Down sono praticamente zero; dunque si entra nel segreto più nascosto di una persona, nel suo dna, senza il suo permesso, e verosimilmente non nel suo interesse. Non vorremmo perciò che il parere dell’Istituto Superiore di Sanità facesse sembrare moralmente neutri gli esami genetici fetali non pericolosi, che invece — per chi rispetta la vita e la privacy — solo in pochi casi hanno una giustificazione morale e che rischiano di diventare una routine, cioè uno screening.

La ricerca della sindrome Down del feto non deve essere uno screening, cioè una ricerca a tappeto, perché non è interesse dello Stato andare a individuare i bambini affetti prima della nascita; altri screening sono ottimi e desiderabili: per esempio, quelli che si fanno per ricercare delle malattie curabili come l’ipotiroidismo. E non è neanche nell’interesse del bimbo.

Di recente, i giornali si sono infervorati per la scoperta cinese di un sistema volto a individuare nel sangue materno il dna fetale, con lo stesso livello di accuratezza dell’amniocentesi, ma senza rischi; ma questo a chi giova? Certamente non al paziente analizzato, cioè al feto, cui la diagnosi potrebbe agevolmente essere fatta dopo la nascita. Oltretutto i programmi di screening fatti per individuare a tappeto i soggetti con una certa malattia incurabile — il cui esito porta quasi sempre alla terminazione della vita dei soggetti stessi — bollano come «indesiderati» quei soggetti, e ovviamente anche quelli già nati con la stessa malattia; e questo non è certo un regalo gradito ai malati — ad esempio i talassemici — e alle loro famiglie, che si sentono come dei fuorilegge genetici.

Ma lo screening della sindrome Down fatto col sangue materno va almeno nell’interesse della donna? La ricerca scientifica sembra propendere per il no, perché l’idea stessa di screening va troppo a braccetto con l’obbligatorietà. Catherine Vassy, dell’Inserm di Parigi, spiega come fu introdotto lo screening genetico in Francia: «L’espansione dei servizi genetici fu stimolata per iniziativa del Governo, di settori medici e dell’industria. Nelle audizioni del 1996 furono ascoltati i rappresentanti di famiglie di disabili. I loro rappresentanti approvarono limitatamente lo screening per sindrome Down. Entrambe le associazioni si espressero contro la sistematizzazione dello screening biochimico e chiesero di prevedere lo screening su base individuale, a richiesta della donna» («Social Science and Medicine», ottobre 2006).

Ancora, su «Fetal Diagnosis and Therapy» (marzo 2008) una ricerca conclude dicendo: «È difficile per le donne nel primo trimestre esercitare la loro autonomia nel riguardo dello screening per sindrome Down. Molte lo credono obbligatorio». Clare Williams, su «Social Science and Medicine» (novembre 2005), spiega che dalla richiesta individuale «si è passati all’effetto screening che a sua volta favorisce l’effetto “retata”». E una recente review mostra come «seppur molte donne ne conoscano gli aspetti tecnici, più raramente conoscono le finalità degli esami genetici. Molte (dal 29 al 65 per cento) non conoscono l’esistenza di falsi negativi e il 30-43 per cento quella di falsi positivi. Solo poche pensano alle scelte riproduttive [cioè alla possibilità di abortire], al momento di partecipare allo screening» («Acta Obstetrica and Gynecologica» marzo 2006).

Insomma: far diventare screening la diagnosi genetica prenatale surclassa la scelta individuale della donna; tanto che quando si spiegano bene le finalità e i limiti dei test genetici, come avvenne in Olanda, il numero di quelle che la scelgono crolla dal 90 al 46 per cento («Prenatal Diagnosis», gennaio 2005). Detto in altre parole, la società occidentale che non offre terapie genetiche alla sindrome Down e neanche fa molto per cercarle, si lava le mani e scarica sulle spalle delle donne la responsabilità di chiudere le porte della nascita ai bambini Down, mentre molte donne, come mostra sempre Vassy, vorrebbero mille modi per abbracciare il loro bimbo anche malato («Trends in Biotechnology», maggio 2005).

Ci attendiamo allora che con le nuove linee-guida si affermi che l’analisi dei cromosomi del figlio non è un obbligo, ma un’intromissione, a lui non utile, nella sua privacy genetica: pertanto né da vietare, ma neanche da far diventare routine. E che le stesse linee-guida, dopo avere spiegato come aiutare a evitare le nascite, non omettano la spiegazione di come aiutare le donne a far nascere. Mostrando un percorso clinico virtuoso, in caso di anomalia genetica, che comprenda anche lo specialista della malattia riscontrata, in modo da prospettare in termini approfonditi il quadro clinico e sociale che aspetta il bambino. E indicando le strade per una migliore assistenza economica alle donne e alle famiglie dei bambini malati. Perché nessuna donna debba dire, di fronte a una diagnosi di malattia genetica, di essere stata lasciata sola.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Il futuro del mondo

20 dic 16.15

I discorsi che il Papa prepara per gli auguri di Natale sono l’occasione per una riflessione sull’anno trascorso. Da un punto di vista particolare — quello del vescovo di Roma, a cui è affidata la guida visibile di tutta la Chiesa — ma che nello stesso tempo vuole parlare al di là dei confini cattolici. Per questo Benedetto XVI ha detto che è «in gioco il futuro del mondo». Per questo, con mitezza, chiede di essere ascoltato. Dai media, innanzi tutto, che hanno la responsabilità di comunicare, ma più in generale da chiunque voglia udire il ragionare pacato ma chiarissimo di un uomo buono e lucido che Dio ha suscitato nel nostro tempo.

Tempo di smarrimento e di angoscia che, nonostante speranze e possibilità, richiama quello della fine dell’impero romano, quando un mondo stava tramontando: un tempo schiacciato «dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale — ha analizzato con precisione Benedetto XVI — le strutture giuridiche e politiche non funzionano». Ed è una diagnosi che interessa tutti: il Papa guarda infatti alla Chiesa, ma parla a ogni donna e a ogni uomo, a chi sia disposto ad accogliere la sua riflessione, senza mutilarla secondo meccanismi informativi che è fin troppo facile prevedere.

Dell’anno che finisce il Pontefice ha ritenuto due aspetti principali, all’interno della Chiesa ma anche al suo esterno, nel mondo dove essa vive. Da una parte, la dimensione sconvolgente e inimmaginabile degli abusi contro i minori commessi da sacerdoti — che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» — e, dall’altra, il crescere spaventoso della cristianofobia proprio nell’anno durante il quale si è celebrato il sinodo delle Chiese del Medio Oriente.

Per oltre un ventennio il cardinale Joseph Ratzinger ha operato in ogni modo per contrastare lo scandalo degli abusi, con l’animo lacerato proprio perché cosciente della grandezza e dell’unicità del sacramento sacerdotale, che è invece «in grado di cambiare il mondo» e di aprirlo a Dio. Scandalo descritto dal Papa con le parole della visione ricevuta da una donna, santa Ildegarda di Bingen, che vide la Chiesa sfigurata dai peccati degli uomini e dalle colpe dei sacerdoti. Scandalo al quale si aggiunge la deriva attuale di un mondo che tace — quando non è addirittura connivente — di fronte alla pornografia che viola l’innocenza dei più piccoli, di fronte al turismo sessuale, di fronte alla droga. A causa di un soggettivismo che  finisce  per  pervertire  la  coscienza.

Allo stesso modo interpella il mondo e non riguarda solo la Chiesa il crescere di «atti di violenza nei quali non si rispetta più ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità». In Medio Oriente, ma non solo, «i cristiani sono la minoranza più oppressa e tormentata», ha ripetuto Benedetto XVI, lamentando come le voci della ragione che si levano nel mondo musulmano siano troppo deboli e ancora una volta ha chiesto che si fermi la cristianofobia.

Ma alla radice di tutto vi è la necessità — che per i cristiani è anche responsabilità — che si ritrovi quel «consenso morale di base» indicato da Alexis de Tocqueville. Solo così sarà possibile tornare a vedere ciò che davvero è reale e che davvero conta: Dio e l’anima, riconoscendo che l’uomo è capace di verità, e che la verità esige obbedienza. Così Benedetto XVI ha descritto le tre conversioni di John Henry Newman. Che nella sua vita ha mostrato come sia possibile andare contro il pensiero dominante. Per aprirsi al Signore che viene.

g. m. v.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Un messaggio non convenzionale

18 dic 7.29

Per la giornata mondiale della pace

di Lucetta Scaraffia

Il messaggio per la giornata mondiale della pace di Benedetto XVI non ha nulla di convenzionale. È un testo molto importante e interessante, a cominciare dall’affermazione subito espressa: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Questa è una realtà che tutti ormai hanno colto, ma che nessuno dice ad alta voce: una denuncia chiara e impegnativa che mette di fronte agli eventi in modo inconfutabile. Adesso sarà più difficile fare finta di niente, fingere che ogni episodio di persecuzione contro i cristiani sia un caso isolato, privo di conseguenze sulla realtà e sulla vita delle diverse comunità sparse nel mondo.

Proprio per questo il messaggio del Papa segna un cambiamento di fase storica, del quale bisogna analizzare il significato, senza negare la gravità di molte situazioni. Nel testo questa denuncia si sviluppa in un richiamo, variamente articolato, al rispetto della libertà religiosa, con una riflessione la cui importanza può essere valutata seconda solo al documento conciliare Dignitatis humanae, che ha segnato per la Chiesa l’apertura a questa dimensione.

Apertura a lungo contrastata, non in nome di un oscurantismo timoroso del diverso, come è stato detto da molti, ma per la preoccupazione che il fedele meno avveduto confondesse la verità e l’errore, una volta messi sullo stesso piano, senza distinzioni che ne chiariscano la gerarchia. Questa preoccupazione pastorale è stata superata con la convinzione di riuscire a spiegare e fare conoscere la verità, anche in società ove questa non fosse in chiara evidenza.

Un nuovo impegno per la Chiesa, dunque, e una nuova fase segnata da continui confronti con la secolarizzazione avanzante, che ha dato all’impegno religioso una nuova ragione, una nuova direzione in cui muoversi, una nuova speranza. Come infatti dice Benedetto XVI, «la libertà religiosa è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Facendo coincidere libertà con ricerca della verità, il Papa permette di comprendere con chiarezza che la libertà religiosa non ha nulla a che vedere con il relativismo, il quale nega l’esistenza della verità.

La condanna verso ogni tipo di strumentalizzazione della religione è netta, e coinvolge allo stesso tempo i fanatismi religiosi e il laicismo esasperato: «La stessa determinazione con la quale sono condannate tutte le forme di fanatismo e di fondamentalismo religioso, deve animare anche l’opposizione a tutte le forme di ostilità contro la religione, che limitano il ruolo pubblico dei credenti nella vita civile e politica». Se infatti il fanatismo religioso arriva a praticare la sopraffazione delle minoranze — e tragicamente i cristiani in Asia e Africa ne sanno qualcosa — forme di ostilità antireligiosa «nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini».

Anche questo diverso fondamentalismo, che si è sviluppato sulle basi di una secolarizzazione liberale, segna un cambiamento storico: non è più questione di dare voce a tutti, allo stesso modo, senza distinguere la verità, ma di arrivare addirittura, in molti modi diversi, a imbavagliare la voce di chi crede, di chi fa parte di una religione. È come se la tolleranza — che all’inizio dell’età moderna era sfociata nella proclamazione della libertà religiosa fra i diritti fondamentali dell’essere umano, quelli che ne garantiscono la dignità — portata per una sorta di cortocircuito all’esasperazione, diventasse oppressione.

Un esempio evidente — ricordato da Benedetto XVI anche nel discorso al nuovo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede — è rappresentato dall’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici, che da molte parti si vuole proibire in nome di una libertà declinata come cancellazione di ogni simbolo di appartenenza religiosa. Non è un caso, infatti, che questa fase sia segnata dalla presenza dei fondamentalismi, che costituiscono l’altra faccia del laicismo esasperato. Il Papa li ha definiti come «forme speculari ed estreme del rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità».

Oggi il problema della libertà religiosa non è più legato a quello di far comprendere la differenza fra la verità e la menzogna, per evitare confusioni, ma è diventato addirittura quello di sostenere il diritto a fare sentire la propria voce, ad avere un posto riconosciuto nella società. E non è un caso che questa affermazione sia venuta da Benedetto XVI in occasione della giornata mondiale della pace: soffocare le voci religiose è un atto contro la dignità umana. E dunque un ostacolo a ogni tentativo di pace.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La politica della fraternità

16 dic 16.04

L’antico detto latino che esorta a preparare le armi in funzione della pace — si vis pacem para bellum — risuona in qualche modo nel messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale che si terrà il prossimo 1 gennaio. Ma sono armi diverse da quelle «destinate a uccidere e a sterminare l’umanità», come sottolineava Paolo vi: occorrono infatti «sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale». E tra queste urge oggi la libertà religiosa, sulla quale il Papa riflette a partire dagli orrendi atti di violenza e intolleranza che si susseguono soprattutto in Iraq, ma non solo.

Nel messaggio papale l’analisi guarda alla situazione internazionale nel suo complesso e afferma amaramente che in alcune regioni del mondo «non è possibile professare ed esprimere liberamente la propria religione». In altre, invece, l’intolleranza e la violenza si affermano attraverso «forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli religiosi».

Senza indulgere a enfasi retoriche e senza troppi esempi, che purtroppo non sarebbe difficile enumerare, Benedetto XVI esordisce con un’affermazione incontestabile: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Come in Iraq, appunto, dove a Baghdad il «vile attacco» contro la cattedrale siro-cattolica ha assassinato due sacerdoti e sterminato una cinquantina di fedeli, ma anche in altri Paesi asiatici e africani, a danno delle minoranze religiose. Mentre in Europa molte forze operano per rinnegare la storia e i simboli religiosi della maggioranza dei cittadini. Calpestando pluralismo e laicità, con il risultato di fomentare odio e pregiudizio.

Negare la libertà religiosa e oscurare la dimensione pubblica della religione genera una società ingiusta e va contro la pace. L’affermazione si accompagna a una critica radicale del relativismo morale, che «è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani». E respingendo fondamentalismo e laicismo — che il messaggio definisce «forme speculari ed estreme di rifiuto» del pluralismo e della laicità — il Papa ripete che le religioni hanno un ruolo importante nell’ambito politico e culturale perché possono costituire «un importante fattore di unità e di pace».

La forza delle affermazioni di Benedetto XVI si fonda sulla convinzione che il mondo «ha bisogno di Dio» e sulla ragione, che da tutti può essere condivisa (non a caso Cicerone è citato in un testo percorso dalla coscienza della specificità ebraica e cristiana). E ricevendo cinque nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, il Papa ha detto con chiarezza che la Chiesa non agisce come una lobby e che la sua politica è solo una: quella della fraternità.

g. m. v.

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La libertà spacciata

11 dic 7.38

Sulle proposte di legalizzazione della marijuana

di Carlo Bellieni

Lo Stato della California ha rigettato l’idea di liberalizzare l’uso della marijuana. C’è chi si rammarica della decisione popolare, facendo notare con stupore che questo è avvenuto nonostante «ricchi manager abbiano mostrato il loro sostegno alla riforma delle leggi sulla cannabis», come il 6 dicembre i rappresentanti di un’importante fondazione antiproibizionista riportano nel sito della Cnbc, facendo nomi e cognomi dei ricchi supporter. Uno schieramento di forze potente, degno di ben altra causa. Probabilmente i personaggi pubblici che fanno di tutto, dagli Stati Uniti all’Australia, per la liberalizzazione della marijuana dovrebbero avere a cuore di dimostrarne l’innocuità, dato che la ricerca scientifica sembra essere di tutt’altro avviso. Giusta campagna, quella antiproibizionista, o dobbiamo difenderci da qualcosa di nocivo?

I dati scientifici starebbero a sostenere che sia vera la seconda opzione, che diventa tanto più urgente quanto più i rischi della droga vengono sottovalutati in pubblico da rockstar o vedette che hanno a disposizione le telecamere e gli altoparlanti più suadenti e potenti del mondo. Il tentativo, benché rigettato dal popolo della California, verrà riproposto nel 2012 e già in Colorado, Oregon e Washington sono in programma per il 2011 richieste analoghe che potrebbero sfociare, riporta la Cnbc, in un referendum. Certo, forse negli intenti si vorrebbe così superare la coda di criminalità legata allo spaccio. In pratica, si finisce invece con eludere il vero problema, trascinando il dibattito sulla solita distinzione tra droghe leggere e pesanti (come se il problema non fosse per entrambe la fuga dalla realtà) e sulla lotta tra proibizionismo e antiproibizionismo. Finendo col nascondere, sotto questi dibattiti fatui, due fatti incontrovertibili: primo, che la droga fa male; secondo, che la società non vuole affrontare il disagio per il quale qualcuno finisce col drogarsi.

Che la droga, ogni droga, faccia male lo spiega la ricerca scientifica; porta addirittura effetti contrari a quelli desiderati. Paradossalmente la cocaina, che comunemente si pensa giovi alle «trasgressioni», oltre a causare altri guai sembra che agisca negativamente sulle capacità sessuali («European Urology», agosto 2007). Anche la marijuana, che tanti supposti vip non si vergognano a pubblicizzare in televisione, ha effetti negativi, e non solo perché altera lo stato di coscienza di chi guida, ma perché vari studi la legano all’insorgenza di psicosi come la schizofrenia («Lancet», luglio 2007; «Nature», novembre 2010) e all’alterazione dei riflessi e memoria («Journal of Psychopharmacology», febbraio 2010) persino a distanza di giorni dall’assunzione. La presenza di allucinazioni sembra essere maggiore nei ragazzi che hanno assunto marijuana anche solo due volte nel mese precedente («Schizophrenia Research», febbraio 2009). L’American Academy of Pediatrics, paladina della salute dei minori, si schiera assolutamente contro la liberalizzazione per i motivi suddetti e dopo aver esaminato gli effetti negativi laddove la liberalizzazione sia stata autorizzata («Pediatrics», giugno 2004).

Che la società non affronti il disagio è un dato di fatto, come testimonia il numero crescente di suicidi nei Paesi occidentali. Ed è tanto facile dire «drogatevi pure», invece di dare risposte a chi, piuttosto di ridursi a usare stupefacenti per fuggire dal reale, vorrebbe incontrare una vera ragione per vivere e un accesso al mondo del lavoro.

Ma il dibattito in atto non si preoccupa dei rischi o delle cause, che diventano polvere da nascondere sotto il tappeto, come se il problema fosse solo un fatto di ordine sociale da tutelare o di libertà stravaganti da ottenere. Il disagio giovanile non si risolve negandolo, e neppure con i negozi dove si va a comprare lo spinello come se fosse una caramella. Lo Stato deve incrementare la cultura della solidarietà e in questo sforzo non può cedere e agevolare la vendita di un prodotto potenzialmente pericoloso. Finalmente, dopo decenni di abuso, iniziamo a mettere in guardia dalla vendita di sostanze nocive, a ritirarne alcune dal mercato perché danneggiano la salute come certe plastiche, a vietare la vendita di alcolici e tabacco perlomeno ai minori. E vorremmo aprire una breccia pericolosa per la salute quando la porta alle intossicazioni si sta chiudendo con utilità per tutti?

L’uso di marijuana per scopi antidolorifici deve essere ben analizzato, anche perché la lotta al dolore deve essere incrementata in tutti i mezzi. La succitata American Academy of Pediatrics mostra che se esiste un’utilità contro il dolore dei derivati della canapa indiana, sta nelle singole sostanze, non nello spinello che invece farebbe assumere anche sostanze pericolose e la cui supposta utilità manca di supporto scientifico. E che, aggiungiamo noi, magari farebbe improvvisamente moltiplicare esponenzialmente il numero di persone con «dolori cronici» e far consigliare la droga per presunti dolori morali o contro la depressione, impedendo magari a chi ne soffre davvero di trovare la cura adatta ed efficace.

Il problema droga ha un approccio razionale solo partendo da una reale messa in discussione di ciò che questa società offre ai giovani. Ma la società postmoderna, quella che lascia l’individuo solo e disperato mettendo in atto teatrini per fargli credere di essere libero, sa solo offrire scappatoie solitarie, spacciandole per libertà. I giovani aspettano chi faccia loro intravedere un senso, una solidarietà duratura, un amore che non sia uno scherzo come invece accade a molti loro genitori. Ma c’è chi non vuole che questo senso, quest’amicizia e amore diventino un itinerario di ricerca gioiosa da parte dei giovani; finché non saranno i giovani a chiederne conto.



Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Avvento

27 nov 15.25

di Pier Giordano Cabra

Ed ecco arriva di nuovo l’Avvento, il tempo dell’attesa e dello sguardo proiettato verso il futuro. Avvento: tempo dei desideri piccoli e smisurati, dei desideri drammatici di chi ha fame di pane e di giustizia, di chi cerca ragioni per vivere, di chi, stanco della notte, vorrebbe affrettare il giorno: «Svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Salmi, 107, 3).

Avvento, tempo del tuo desiderio ma anche del desiderio di Dio su di te.

Tu che desideri un futuro migliore per te, e Dio che desidera dare il futuro migliore a tutti. Tu non sai che cosa chiedere, Lui sa che cosa darti. Tu che desideri ricevere, Lui che ti viene incontro, per proporti di costruire assieme un futuro nuovo. Dall’incontro dei due desideri sboccia la speranza.

L’Avvento si colora di speranza quando ti rendi conto che il tuo desiderio non si esaurirà nel vuoto, né si disperderà al vento, quale sogno illusorio e inconsistente, perché si incontra con il desiderio di Dio che protende la sua mano per stringere la tua; mette la sua tenda fra noi per aiutarci a cambiare la storia nostra e del mondo.

L’Avvento ti parla di un’attesa che si è compiuta già nel passato per incoraggiarti a proiettarti nel futuro. Ti parla del tuo Dio che si è fatto piccolo bambino per insegnarti a diventare grande nel suo Regno.

Guarda, con stupore, l’umiltà del tuo Dio che riprende con te, a Betlemme, la tua storia, intrecciandola con la sua e con quella dei tuoi fratelli.

L’Avvento ti svela il tuo compito nell’umana avventura: con Dio accanto puoi far crescere la fraternità, dentro di te, accanto a te, nel tuo giudicare, a casa e per strada, al lavoro e al bar, nel tuo comunicare per telefono, in internet e nei blog.

È un’impresa sulla quale è dato sentire cantare gli angeli che assicurano la «pace in terra agli uomini amati da Dio».

E se non ti basta, alza il tuo sguardo e osserva la conclusione di tutto quanto ti è dato vedere con gli occhi e con la conoscenza: civiltà che si estinguono, stelle che si spengono, sepolcri che si aprono, l’universo che guarda ansioso.

Viene il Signore della vita sulle nubi del cielo per dare vita a chi ha avuto cura della vita, a esaltare chi l’ha resa buona e bella, a chi si è impegnato a dare speranza, seminando fraternità: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare».

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

Senza pace

24 nov 8.07

La penisola coreana vive senza pace tra le continue provocazioni e i ricatti del regime di Pyongyang, riluttante a rispettare gli obblighi internazionali.  L’armistizio di Panmunjon sottoscritto il 27 luglio 1953 da Corea del Nord, Repubblica popolare cinese e Nazioni Unite — e che prende il nome dal villaggio lungo il 38° parallelo dove avvenne la firma —  pose fine alla fase acuta del conflitto scoppiato nella penisola nel 1950, ad appena pochi anni dalla conclusione del  secondo conflitto mondiale, e nel tempo trasformatosi in una guerra di posizione. Da allora tra i due contendenti non è mai stata vera pace e non è mai stato siglato un trattato definitivo. Sono stati questi decenni sempre sul filo del conflitto, segnati da tensioni,  scontri e rivendicazioni (riguardo la linea delle acque territoriali sul mar Giallo, ad esempio). La via maestra che potrebbe portare a una vera distensione e al disarmo nucleare della penisola  è stata indicata dai colloqui a sei tra le due Coree, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina. Le trattative sono state sospese nel 2009 e anche sulla loro ripresa incombe l’atteggiamento ricattatorio di Pyongyang che condiziona la sua partecipazioni a nuove concessioni della comunità internazionale.  (giuseppe m. petrone)

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
 

La corona che plasma il tempo

24 nov 8.06

Per l’inizio dell’anno liturgico

di Inos Biffi

L’anno liturgico è tra le più originali e preziose creazioni della Chiesa, «un poema — come diceva il cardinale Ildefonso Schuster di tutta la liturgia — al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra». Esso è la trama dei misteri di Gesù nell’ordito del tempo. Così, lungo il corso di ogni anno, la Chiesa rievoca gli eventi della sua nascita, della sua morte e della sua risurrezione, così che il susseguirsi dei giorni sia tutto improntato e sostenuto dalla memoria di lui. Una memoria d’altronde che, se fa volgere lo sguardo a quando quegli eventi si sono compiuti, subito fa tendere lo sguardo sul Presente, cioè sul Cristo vivente, che sovrasta e include in se stesso tutta la storia.

Facendosi uomo, il Figlio di Dio si ritrova, come ognuno di noi, «datato» e coinvolto nei confini della cronologia e, perciò, di un passato irreversibile. È l’aspetto temporale e irripetibile dei suoi misteri, che divengono l’oggetto del ricordo che li rievoca. Così nell’anno liturgico, con immensa pietà, ripassano i diversi momenti rievocati nei vangeli, e di cui è stata intessuta l’esistenza di Gesù e che non si rinnovano. E tuttavia ognuno di essi era una mediazione di grazia e concorreva a «creare» il Signore e la sua opera di salvezza.

Gesù non rinasce storicamente ogni volta che la Chiesa ne rievoca il Natale, ma quella natività fu una mediazione e un avvenimento di grazia. Come lo furono tutte le altre manifestazioni della vita terrena del Figlio di Dio: ossia, come direbbe Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, 27, prologo), «tutto quello che il Figlio di Dio incarnato fece o patì nella natura umana a lui unita» (ea quae Filius Dei incarnatus in natura humana sibi unita  fecit  vel  passus  est):  tutto  quello che concorse a formare il Cristo redentore.

Nello svolgimento dell’anno liturgico rimeditiamo su quei misteri, miriamo ad averne un’intelligenza più profonda, e soprattutto li ritroviamo col loro senso e con il loro valore nel Signore vivente glorioso, sul quale sono fissati gli occhi della fede e l’ardore del cuore. E in questo senso si può affermare che, narrati e tramandati d’anno in anno, non invecchiano e non si consumano mai.

Ecco perché è giusto ritenere che, mentre si dispongono e si uniscono a formare la suggestiva «corona della benignità dell’anno di Dio» — corona benignitatis anni Dei, come Paul Claudel intitola il suo splendido poema sull’anno liturgico — essi sono destinati in certo modo a rinnovarsi nella Chiesa. L’anno liturgico — scriveva il cardinale Schuster — «rappresenta come l’unità di misura della vita della Chiesa sulla terra. Questa vita a sua volta è la continuazione della vita di Gesù Cristo». Vale per esso quel che egli diceva della preghiera liturgica: «Direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante». I giorni che lo formano sorgono dall’amore della Chiesa ininterrottamente assorta a contemplare e a incontrare il suo Signore, istituendo con lui una cronologia o un corso annuale nuovo e inedito, a servizio di Cristo, per mezzo del quale, nel quale e per il quale tutto è stato creato.

In tal modo il tempo è riscattato dalla noia della monotonia e dall’angoscia che può incombere di fronte all’ignoto. La liturgia ambrosiana parla di «paura del tempo» (metus temporis). In realtà la Chiesa, «pellegrina sulla terra», lo vive e lo trascorre in compagnia di Gesù, che del tempo stesso è il significato e il fine. Essa è sempre in «attesa della sua venuta», sicura d’altronde che egli è già venuto ed è sempre il Veniente, convinta perciò che nessuna disgrazia o nessun incidente, per quanto possano apparire gravi, saranno mai capaci di strapparla all’amore onnipotente e provvidente del Signore.

E, con Cristo, anche i santi, di giorno in giorno, fanno compagnia alla Chiesa, a cominciare dalla Vergine Maria, che continua nella Chiesa la sua premurosa missione materna. Così, accanto al Proprio del tempo e al Tempo per annum, tutti dedicati alla contemplazione dei misteri di Cristo, ci imbattiamo felicemente nel Santorale: una luminosa ghirlanda di amici di Dio e di amici nostri, che adesso si accompagnano con noi, dopo avere prima di noi compiuto il «santo viaggio», e avervi attinto la grazia in esso celata e ora maturata nella gloria.

Senza dubbio, in questo tragitto non siamo sottratti al tempo cronologico, che da ogni parte ci avvolge. Esso non è abrogato o soppresso, ma perdura sia come fautore di crescita terrena, sia come coefficiente di declino quando nella sua implacabile corsa logora e debilita il corpo, e insieme estenua e dissipa, talora fino a devastarle, le energie dello spirito.

E, tuttavia, non dubitiamo che proprio a questo trascorrere del tempo il Signore provveda a conferire un’energia inattesa e che lo ammanti di benedizioni: lui che ha trasformato l’acqua in vino, e ridato vita ai corpi infermi o già pervasi dalla morte, e superato i limiti dello spazio, apparendo a porte chiuse; lo stesso che sa continuamente trasmutare la materia delle nostre offerte e rendercela come Eucaristia.

Allo stesso modo, egli sa convertire e plasmare anche il tempo, che si china docile al comando di Gesù, chiamato da sant’Ambrogio (De fide, i, 9, 58) «autore e creatore del tempo» (temporis auctor et creator). Non sarebbe allora fuori luogo denominare l’anno liturgico il sacramento dei «tempi beati» (beata tempora): quelli che lo stesso vescovo di Milano vedeva iniziare dall’Ora di Terza, quando Cristo «ascese sulla croce» (ascendit crucem). Ecco perché — usando le parole di Davide nel salmo 84 — si può affermare che chi percorre l’anno liturgico «passa per la valle del pianto, e la cambia in una sorgente», e che lungo il cammino «cresce il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion».

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Identi.ca
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter