<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Gli Editoriali dell&#039;Osservatore Romano</title>
	<atom:link href="http://www.glieditorialidellosservatore.org/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 14 Apr 2011 04:56:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.1</generator>
		<item>
		<title>L’esperimento di Riace</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/14/l%e2%80%99esperimento-di-riace/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/14/l%e2%80%99esperimento-di-riace/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 04:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=357</guid>
		<description><![CDATA[Una risposta positiva al problema dell’immigrazione di Lucetta Scaraffia L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-size: medium"><strong>Una risposta positiva al problema dell’immigrazione</strong></span></h2>
<p>di<span style="text-decoration: underline"> Lucetta Scaraffia</span></p>
<p>L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.</p>
<p>La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).</p>
<p>Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.</p>
<p>Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.</p>
<p>Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.</p>
<p>È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.</p>
<p>Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.</p>
<p>Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.</p>
<p>Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/14/l%e2%80%99esperimento-di-riace/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nostro contemporaneo</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/02/nostro-contemporaneo/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/02/nostro-contemporaneo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 06:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=354</guid>
		<description><![CDATA[La seconda parte del «Gesù di Nazaret» Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>La seconda parte del «Gesù di Nazaret»</h2>
<p>Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.</p>
<p>L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.</p>
<p>Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.</p>
<p>Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.</p>
<p>È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.</p>
<p>Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.</p>
<p>Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.</p>
<p>Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la <em>caritas</em> «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.</p>
<p>Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.</p>
<p>c. d. c.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/04/02/nostro-contemporaneo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dall’abisso del male</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/29/dall%e2%80%99abisso-del-male/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/29/dall%e2%80%99abisso-del-male/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 05:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=351</guid>
		<description><![CDATA[Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.</p>
<p>Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.</p>
<p>In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».</p>
<p>Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.</p>
<p>Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.</p>
<p>g. m. v.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/29/dall%e2%80%99abisso-del-male/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Da Gerusalemme a Parigi</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/28/da-gerusalemme-a-parigi/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/28/da-gerusalemme-a-parigi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 05:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=349</guid>
		<description><![CDATA[L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.</p>
<p>Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.</p>
<p>Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.</p>
<p>A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.</p>
<p>Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.</p>
<p>Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.</p>
<p>g.m.v.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/28/da-gerusalemme-a-parigi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una rivoluzione femminile</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/25/una-rivoluzione-femminile/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/25/una-rivoluzione-femminile/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 06:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=346</guid>
		<description><![CDATA[A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich di Lucetta Scaraffia A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium"><strong>A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich </strong></span></p>
<p>di <span style="text-decoration: underline">Lucetta Scaraffia</span></p>
<p>A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.</p>
<p>Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.</p>
<p>La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.</p>
<p>Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».</p>
<p>In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.</p>
<p>La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.</p>
<p>Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.</p>
<p>Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.</p>
<p>Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/25/una-rivoluzione-femminile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Questione di radicalità evangelica</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/23/questione-di-radicalita-evangelica/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/23/questione-di-radicalita-evangelica/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 11:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=344</guid>
		<description><![CDATA[Il celibato sacerdotale di Mauro Piacenza Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Il celibato sacerdotale</h2>
<p>di <span style="text-decoration: underline;">Mauro Piacenza</span></p>
<p>Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in  definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel  periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure,  niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del  concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio.  Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato  liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.</p>
<p>Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale  continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello  successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti,  l&#8217;insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è  concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio  ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore,  sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi  che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del  Vaticano II &#8211; a cominciare dalla Presbyterorum ordinis &#8211; potrebbe  condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E  una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e  dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale,  missionario e vocazionale.</p>
<p>Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione,  in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge  ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un&#8217;esigenza  intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il  sacramento dell&#8217;Ordine determina. In tale senso la formazione al  celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere  una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui  non si comprende la ragione.</p>
<p>In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli  si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani  generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita  sacerdotale.</p>
<p>Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29),  riportando il voto dell&#8217;assemblea sinodale, afferma: &#8220;Il Sinodo non  vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà  della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente  scelto e perpetuo per i candidati all&#8217;Ordinazione sacerdotale nel Rito  latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato  nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono  prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di  questo mondo, segno dell&#8217;amore di Dio verso questo mondo nonché  dell&#8217;amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio&#8221;.</p>
<p>Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e  obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi.  Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo  abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di  fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori  santi come il curato d&#8217;Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela  Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale  numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le  vocazioni sono &#8220;affare&#8221; divino e non umano. Esse seguono la logica  divina che è stoltezza agli occhi umani.</p>
<p>Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più  difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il  coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una  tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva  secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a  un&#8217;opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del  Vangelo e, perciò, della verità sull&#8217;uomo. Ritengo, in tal senso, che il  motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella  Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci  per superare la secolarizzazione.</p>
<p>La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova  identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento  dell&#8217;Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e  la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio  rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà  esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità  della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato,  quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?</p>
<p>Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non  comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica,  almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la  motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del  mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e  gridando, nei secoli, che Dio c&#8217;è ed è presente.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/23/questione-di-radicalita-evangelica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’orso del Papa</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/22/l%e2%80%99orso-del-papa/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/22/l%e2%80%99orso-del-papa/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 06:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=341</guid>
		<description><![CDATA[Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.</p>
<p>Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».</p>
<p>Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».</p>
<p>Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.</p>
<p>Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.</p>
<p>g. m. v.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/22/l%e2%80%99orso-del-papa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una storia per l’unità</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/17/una-storia-per-l%e2%80%99unita/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/17/una-storia-per-l%e2%80%99unita/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 06:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=338</guid>
		<description><![CDATA[Il 17 marzo 1861, un secolo e mezzo fa, la proclamazione dell’unità italiana fu un momento simbolicamente fondamentale di una storia più che millenaria in un Paese legato in modo davvero singolare al cristianesimo. Al punto che la sua fisionomia e identità — come più in generale quelle del continente europeo — non sarebbero comprensibili, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1861, un secolo e mezzo fa, la proclamazione dell’unità italiana fu un momento simbolicamente fondamentale di una storia più che millenaria in un Paese legato in modo davvero singolare al cristianesimo. Al punto che la sua fisionomia e identità — come più in generale quelle del continente europeo — non sarebbero comprensibili, sul piano storico e da un punto di vista spirituale, se non si tenesse conto di questa indubbia e profonda caratteristica che, con altre diverse, ne rappresenta le radici.</p>
<p>Senza la tradizione cristiana, e in particolare senza la tradizione cattolica e senza il papato, insomma, l’Italia non sarebbe ciò che è stata e ciò che è oggi. Un Paese dal passato importante — per molti aspetti ineguagliabile ed esemplare, nonostante le ombre e le miserie, inevitabili come in ogni vicenda umana — e che merita un futuro all’altezza dei momenti più alti della sua storia. Un Paese riconosciuto e apprezzato nei suoi tratti inconfondibili, al di là di vicende travagliate e dolorose, nel consesso internazionale.</p>
<p>Oggi in Italia l’unità nazionale è celebrata con sentimenti diversi: giustificata fierezza, infondate reticenze, ma soprattutto preoccupazioni pressanti per una crisi che nel Paese ha molti volti. In uno scenario globale segnato da fatti sconvolgenti in diverse parti del mondo, dal Giappone al Medio oriente sino a diversi Paesi africani. A queste celebrazioni, di un’unità costituitasi di fatto contro il papato e il suo potere temporale, la Chiesa cattolica partecipa oggi con un’adesione certo non formale. Lo attesta il messaggio del Papa che il suo segretario di Stato, con un gesto senza precedenti, ha consegnato al Presidente italiano al Quirinale, il colle che guarda il Vaticano.</p>
<p>È un gesto che esprime volontà di collaborazione e di amicizia vera al servizio del bene di tutti. Nella linea ininterrotta di una tradizione spirituale e culturale unica al mondo, trasformatasi negli ultimi secoli e negli ultimi decenni in una storia per l’unità reale e profonda del Paese. Un’unità alla quale moltissimi cattolici — donne e uomini non di rado esempi viventi di santità — hanno contribuito con una presenza molteplice e vivace. Fondata nella radicale carità di Cristo venuto per salvare ogni essere umano e svelargli il volto di Dio.</p>
<p>g. m. v.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/17/una-storia-per-l%e2%80%99unita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una nuova intelligenza delle cose</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/12/una-nuova-intelligenza-delle-cose/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/12/una-nuova-intelligenza-delle-cose/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 06:38:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=336</guid>
		<description><![CDATA[Per evangelizzare nel mondo di oggi di Francesco Ventorino Nel motu proprio Ubicumque et semper, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Per evangelizzare nel mondo di oggi</h2>
<p>di<span style="text-decoration: underline"> Francesco Ventorino</span></p>
<p>Nel motu proprio <em>Ubicumque et semper</em>, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario<strong> </strong>che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose indicazioni di metodo.</p>
<p>Benedetto XVI, ricordando quanto ha scritto all’inizio della sua prima enciclica <em>Deus caritas est</em> — e cioè che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1) — afferma nel motu proprio istitutivo del nuovo dicastero:<strong> </strong>«Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l’inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita».</p>
<p>Il cristiano è un uomo graziato perché ha fatto un incontro grazie a cui gli si sono aperti gli occhi. Si è imbattuto in colui senza il quale tutto sarebbe privo di senso, privo di una ragione adeguata e di una vera e fondata speranza. Ha riconosciuto che la verità è Cristo, ha capito che fuori dal rapporto con lui non potrebbe più vivere e morire. Ebbene, un uomo raggiunto e cambiato da questo incontro, affronta con drammaticità tutto, dalle questioni personali a quelle dell’ambiente in cui studia o lavora, e più in generale a quelle della società in cui vive.</p>
<p>Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, diceva che questa drammaticità consiste nell’avvertire dovunque la mancanza di «qualcosa» di insostituibile: Cristo stesso, colui che non può essere sostituito da nessun altro. È il senso della sproporzione tra il modo in cui tutti affrontano la vita e il diverso approccio derivante dalla memoria dell’incontro con lui.</p>
<p>Non c’è niente di moralistico, insomma, nella evangelizzazione cristiana. Una vera consapevolezza di ciò che essa implichi ci libera anzi da ogni affanno e, per così dire, da noi stessi: l’evangelizzazione, infatti, non è altro che questo, lui che vive in me, la memoria di lui divenuta luce ai miei passi e gusto delle cose. Secondo il fondatore di Comunione e liberazione, la moralità consiste nel «non sottrarsi alla traccia dell’incontro», anzi, in modo più preciso e completo, «all’attrattiva dell’incontro»: quel presentimento di verità che è esploso dentro di noi davanti a Gesù.</p>
<p>All’origine della missione del cristiano vi è dunque il passaggio dall’incontro a una intelligenza nuova delle cose. Questo passaggio, che dovrebbe essere naturalissimo, si imbatte spesso in una resistenza derivante dalla soggezione al potere. Il quale cerca di impedire che l’incontro fatto diventi storia, perché pretende di «determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi»: in una parola, «tende a ridurre il desiderio» (così scrive ancora don Giussani nel volume <em>L’io rinasce in un incontro</em>).</p>
<p>Questa pressione si fa sempre più forte. Nel nostro tempo — leggiamo in <em>Ubicumque et semper</em> — anche presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo, si sono verificate delle trasformazioni sociali che «hanno profondamente modificato la percezione del mondo (&#8230;) e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale».</p>
<p>La verità intuita nell’incontro cristiano può divenire oggi mentalità personale solo attraverso un lavoro critico e un’ascesi continua, lavoro e ascesi impensabili al di fuori della Chiesa, corpo sociale in grado di incidere nella società, di divenirne forza trainante. L’opposizione personale al potere non si reggerebbe senza l’appartenenza a una unità più grande.</p>
<p>È per questo che Benedetto XVI ha istituito un nuovo consiglio pontificio che tenga desta la coscienza personale ed ecclesiale in questo tempo in cui — come scriveva Giovanni Paolo II nella <em>Christifideles laici</em> (n. 34) — «certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana». Ma la condizione perché questo accada «è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali»; proprio quelle che vivono in Paesi tradizionalmente cristiani.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/12/una-nuova-intelligenza-delle-cose/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un libro del cuore</title>
		<link>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/11/un-libro-del-cuore/</link>
		<comments>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/11/un-libro-del-cuore/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 06:31:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>osservatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.glieditorialidellosservatore.org/?p=333</guid>
		<description><![CDATA[È davvero un libro del cuore quello ora pubblicato da Benedetto XVI, che forse anche per questo ha voluto premettere il suo nome a quello papale pure nella seconda parte dell’opera su Gesù di Nazaret scritta durante il pontificato. Si tratta cioè di un altro modo di indicare che il libro è il risultato di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È davvero un libro del cuore quello ora pubblicato da Benedetto XVI, che forse anche per questo ha voluto premettere il suo nome a quello papale pure nella seconda parte dell’opera su Gesù di Nazaret scritta durante il pontificato. Si tratta cioè di un altro modo di indicare che il libro è il risultato di un lungo cammino interiore, come del resto esplicitamente il Papa dichiarava nella premessa alla prima parte.</p>
<p>Una maturazione del cuore, dunque, ha portato Joseph Ratzinger a concepire l’idea e poi a svilupparla nel corso di molti anni. Ma ciò non significa in alcun modo un venir meno della ragione in questa ricerca inesauribile che da quasi due millenni affascina e inquieta. Ricerca che negli ultimi secoli si è rivestita di nuove esigenze. Queste non sono certo rifiutate dal Papa, ma acquisite nei risultati essenziali e integrate in uno sguardo più largo e comprensivo.</p>
<p>Insomma, l’esegesi biblica scientifica deve — scrive Benedetto XVI — «riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico». E anche la seconda parte dell’opera, alla quale l’autore intende aggiungere un «piccolo fascicolo» sui racconti evangelici dell’infanzia, è come la prima un esempio riuscito e felice di questa scelta, già riconosciuta da studiosi d’indiscusso prestigio (Martin Hengel, Peter Stuhlmacher, Franz Mußner), sostenuta da libri metodologicamente analoghi (per esempio di Rudolf Schnackenburg, Klaus Berger, Marius Reiser) e ora affiancata da un «fratello ecumenico», l’opera del teologo evangelico Joachim Ringleben.</p>
<p>Emblematiche in questa scelta sono di nuovo l’attenzione al contesto giudaico del tempo, al futuro del rapporto con l’ebraismo, all’opera dell’evangelista Giovanni e all’esegesi patristica, su cui nel corso del Novecento è tornata ad appuntarsi l’attenzione degli studiosi. Percorsi che hanno già suscitato interesse e apprezzamento in diversi ambienti, non solo di specialisti. Significative in questo senso sono soprattutto le autorevoli voci giunte dal mondo ebraico.</p>
<p>«Vogliamo vedere Gesù» dicono alcuni greci a Filippo in un passo del vangelo giovanneo, che tante volte il Papa ha commentato e su cui ora torna, accostandolo a quello del macedone che appare in sogno a Paolo e lo supplica di passare in Europa. È lo stesso desiderio di Benedetto XVI, sicuro che il suo sguardo di fede sia, sulla base della ragione, proprio quello che permette di «giungere anche alla certezza della figura veramente storica di Gesù». Che benedice, come nel giorno della sua ascensione, chi vuole vederlo. Per aprire il mondo a Dio.</p>
<p>g. m. v.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.glieditorialidellosservatore.org/2011/03/11/un-libro-del-cuore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

