RSS
 

Editoriali del mese di marzo 2011

Dall’abisso del male

29 mar 7.18

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

 

Da Gerusalemme a Parigi

28 mar 7.16

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

 

Una rivoluzione femminile

25 mar 7.36

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

 

Questione di radicalità evangelica

23 mar 12.07

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

 

L’orso del Papa

22 mar 7.20

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.

 

Una storia per l’unità

17 mar 7.47

Il 17 marzo 1861, un secolo e mezzo fa, la proclamazione dell’unità italiana fu un momento simbolicamente fondamentale di una storia più che millenaria in un Paese legato in modo davvero singolare al cristianesimo. Al punto che la sua fisionomia e identità — come più in generale quelle del continente europeo — non sarebbero comprensibili, sul piano storico e da un punto di vista spirituale, se non si tenesse conto di questa indubbia e profonda caratteristica che, con altre diverse, ne rappresenta le radici.

Senza la tradizione cristiana, e in particolare senza la tradizione cattolica e senza il papato, insomma, l’Italia non sarebbe ciò che è stata e ciò che è oggi. Un Paese dal passato importante — per molti aspetti ineguagliabile ed esemplare, nonostante le ombre e le miserie, inevitabili come in ogni vicenda umana — e che merita un futuro all’altezza dei momenti più alti della sua storia. Un Paese riconosciuto e apprezzato nei suoi tratti inconfondibili, al di là di vicende travagliate e dolorose, nel consesso internazionale.

Oggi in Italia l’unità nazionale è celebrata con sentimenti diversi: giustificata fierezza, infondate reticenze, ma soprattutto preoccupazioni pressanti per una crisi che nel Paese ha molti volti. In uno scenario globale segnato da fatti sconvolgenti in diverse parti del mondo, dal Giappone al Medio oriente sino a diversi Paesi africani. A queste celebrazioni, di un’unità costituitasi di fatto contro il papato e il suo potere temporale, la Chiesa cattolica partecipa oggi con un’adesione certo non formale. Lo attesta il messaggio del Papa che il suo segretario di Stato, con un gesto senza precedenti, ha consegnato al Presidente italiano al Quirinale, il colle che guarda il Vaticano.

È un gesto che esprime volontà di collaborazione e di amicizia vera al servizio del bene di tutti. Nella linea ininterrotta di una tradizione spirituale e culturale unica al mondo, trasformatasi negli ultimi secoli e negli ultimi decenni in una storia per l’unità reale e profonda del Paese. Un’unità alla quale moltissimi cattolici — donne e uomini non di rado esempi viventi di santità — hanno contribuito con una presenza molteplice e vivace. Fondata nella radicale carità di Cristo venuto per salvare ogni essere umano e svelargli il volto di Dio.

g. m. v.

 

Una nuova intelligenza delle cose

12 mar 7.38

Per evangelizzare nel mondo di oggi

di Francesco Ventorino

Nel motu proprio Ubicumque et semper, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose indicazioni di metodo.

Benedetto XVI, ricordando quanto ha scritto all’inizio della sua prima enciclica Deus caritas est — e cioè che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1) — afferma nel motu proprio istitutivo del nuovo dicastero: «Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l’inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita».

Il cristiano è un uomo graziato perché ha fatto un incontro grazie a cui gli si sono aperti gli occhi. Si è imbattuto in colui senza il quale tutto sarebbe privo di senso, privo di una ragione adeguata e di una vera e fondata speranza. Ha riconosciuto che la verità è Cristo, ha capito che fuori dal rapporto con lui non potrebbe più vivere e morire. Ebbene, un uomo raggiunto e cambiato da questo incontro, affronta con drammaticità tutto, dalle questioni personali a quelle dell’ambiente in cui studia o lavora, e più in generale a quelle della società in cui vive.

Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, diceva che questa drammaticità consiste nell’avvertire dovunque la mancanza di «qualcosa» di insostituibile: Cristo stesso, colui che non può essere sostituito da nessun altro. È il senso della sproporzione tra il modo in cui tutti affrontano la vita e il diverso approccio derivante dalla memoria dell’incontro con lui.

Non c’è niente di moralistico, insomma, nella evangelizzazione cristiana. Una vera consapevolezza di ciò che essa implichi ci libera anzi da ogni affanno e, per così dire, da noi stessi: l’evangelizzazione, infatti, non è altro che questo, lui che vive in me, la memoria di lui divenuta luce ai miei passi e gusto delle cose. Secondo il fondatore di Comunione e liberazione, la moralità consiste nel «non sottrarsi alla traccia dell’incontro», anzi, in modo più preciso e completo, «all’attrattiva dell’incontro»: quel presentimento di verità che è esploso dentro di noi davanti a Gesù.

All’origine della missione del cristiano vi è dunque il passaggio dall’incontro a una intelligenza nuova delle cose. Questo passaggio, che dovrebbe essere naturalissimo, si imbatte spesso in una resistenza derivante dalla soggezione al potere. Il quale cerca di impedire che l’incontro fatto diventi storia, perché pretende di «determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi»: in una parola, «tende a ridurre il desiderio» (così scrive ancora don Giussani nel volume L’io rinasce in un incontro).

Questa pressione si fa sempre più forte. Nel nostro tempo — leggiamo in Ubicumque et semper — anche presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo, si sono verificate delle trasformazioni sociali che «hanno profondamente modificato la percezione del mondo (…) e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale».

La verità intuita nell’incontro cristiano può divenire oggi mentalità personale solo attraverso un lavoro critico e un’ascesi continua, lavoro e ascesi impensabili al di fuori della Chiesa, corpo sociale in grado di incidere nella società, di divenirne forza trainante. L’opposizione personale al potere non si reggerebbe senza l’appartenenza a una unità più grande.

È per questo che Benedetto XVI ha istituito un nuovo consiglio pontificio che tenga desta la coscienza personale ed ecclesiale in questo tempo in cui — come scriveva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici (n. 34) — «certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana». Ma la condizione perché questo accada «è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali»; proprio quelle che vivono in Paesi tradizionalmente cristiani.

 

Un libro del cuore

11 mar 7.31

È davvero un libro del cuore quello ora pubblicato da Benedetto XVI, che forse anche per questo ha voluto premettere il suo nome a quello papale pure nella seconda parte dell’opera su Gesù di Nazaret scritta durante il pontificato. Si tratta cioè di un altro modo di indicare che il libro è il risultato di un lungo cammino interiore, come del resto esplicitamente il Papa dichiarava nella premessa alla prima parte.

Una maturazione del cuore, dunque, ha portato Joseph Ratzinger a concepire l’idea e poi a svilupparla nel corso di molti anni. Ma ciò non significa in alcun modo un venir meno della ragione in questa ricerca inesauribile che da quasi due millenni affascina e inquieta. Ricerca che negli ultimi secoli si è rivestita di nuove esigenze. Queste non sono certo rifiutate dal Papa, ma acquisite nei risultati essenziali e integrate in uno sguardo più largo e comprensivo.

Insomma, l’esegesi biblica scientifica deve — scrive Benedetto XVI — «riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico». E anche la seconda parte dell’opera, alla quale l’autore intende aggiungere un «piccolo fascicolo» sui racconti evangelici dell’infanzia, è come la prima un esempio riuscito e felice di questa scelta, già riconosciuta da studiosi d’indiscusso prestigio (Martin Hengel, Peter Stuhlmacher, Franz Mußner), sostenuta da libri metodologicamente analoghi (per esempio di Rudolf Schnackenburg, Klaus Berger, Marius Reiser) e ora affiancata da un «fratello ecumenico», l’opera del teologo evangelico Joachim Ringleben.

Emblematiche in questa scelta sono di nuovo l’attenzione al contesto giudaico del tempo, al futuro del rapporto con l’ebraismo, all’opera dell’evangelista Giovanni e all’esegesi patristica, su cui nel corso del Novecento è tornata ad appuntarsi l’attenzione degli studiosi. Percorsi che hanno già suscitato interesse e apprezzamento in diversi ambienti, non solo di specialisti. Significative in questo senso sono soprattutto le autorevoli voci giunte dal mondo ebraico.

«Vogliamo vedere Gesù» dicono alcuni greci a Filippo in un passo del vangelo giovanneo, che tante volte il Papa ha commentato e su cui ora torna, accostandolo a quello del macedone che appare in sogno a Paolo e lo supplica di passare in Europa. È lo stesso desiderio di Benedetto XVI, sicuro che il suo sguardo di fede sia, sulla base della ragione, proprio quello che permette di «giungere anche alla certezza della figura veramente storica di Gesù». Che benedice, come nel giorno della sua ascensione, chi vuole vederlo. Per aprire il mondo a Dio.

g. m. v.

 

Dalla matita all’e-book

10 mar 7.52

A colloquio con l’editore di Benedetto XVI

di Giulia Galeotti

Sette edizioni iniziali per un totale di un milione e duecentomila copie e contratti firmati con ventidue case editrici di tutto il mondo. Sono questi i primi numeri del libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione. Il volume viene presentato nel pomeriggio del 10 marzo nella Sala Stampa della Santa Sede. Della sua genesi, dei retroscena che hanno accompagnato la realizzazione e soprattutto della complessa operazione editoriale che sta alla sua base, parliamo con don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana (Lev).

Nel colloquio dello scorso 20 gennaio con il nostro giornale, lei prevedeva l’uscita del volume per marzo: perfettamente nei tempi per merito di chi?

Il merito è un po’ di tutti, ma innanzitutto dell’autore, che lo ha consegnato molto per tempo. Poi c’è stato il lungo lavoro di traduzione nelle diverse lingue, e da febbraio la stampa e un’organizzazione che ha richiesto davvero molto impegno.

Qual è stata la storia editoriale del libro?

Quasi un anno e mezzo fa, monsignor Georg Gänswein mi ha consegnato la pennetta e il cartaceo: il Papa aveva concluso il testo a matita, con la sua inconfondibile grafia minuta, che poi, come sempre, Birgit Wansing ha trascritto al computer.

In Italia, il primo volume fu pubblicato dalla Rizzoli, mentre l’attuale esce con la Lev: un cambiamento non da poco.

Direi proprio di sì. Il libro, stampato dalla Tipografia vaticana, è distribuito dalla Rcs, che con la sua eccellente organizzazione ci ha garantito la distribuzione di trecentomila copie in tre giorni.

Un aspetto non facile deve essere quello delle traduzioni.

In italiano soprattutto non è stato semplice, perché in questi decenni i libri di Joseph Ratzinger sono stati tradotti da diverse mani: la sfida è stata quella di trovare una certa omogeneità di linguaggio. Occorre anche evitare il rischio che la traduzione nelle varie lingue possa non conservare o addirittura tradire il pensiero dell’autore. La fedeltà all’originale è stata assicurata con attenzione e impegno dai traduttori della Segreteria di Stato.

Per il primo volume, vi erano stati problemi di traduzione?

Sì: ad esempio, quella cinese non era impeccabile, e altre non rispondevano al linguaggio teologico.

Vi sono giunte più richieste di traduzioni rispetto al primo volume?

Sì, l’interesse è superiore, e di conseguenza il numero di editori è cresciuto. E siamo solo agli inizi: abbiamo firmato contratti con ventidue editrici in tutto il mondo, ma siamo in trattative con altre.

Come avviene la scelta degli editori?

Quando si sa che il Papa sta lavorando a un libro, da più Paesi arrivano svariate richieste, cosicché gli editori alla fine sono soltanto una parte di quanti si erano fatti avanti. Negli Stati Uniti, a esempio, Ignatius Press ci è sembrato il più adeguato, anche se avevano fatto richiesta editori importanti come Doubleday e Our Sunday Visitor. Per l’edizione in francese, abbiamo scelto Parole et Silence, una casa editrice in crescita, molto impegnata nella diffusione del magistero papale, e in Spagna Encuentro.

Il cambiamento è stato completo…

Quasi completo: non tutti gli editori del primo volume hanno stampato anche il secondo. La scelta è stata dettata da più criteri. Di serietà editoriale e organizzativa, certo, ma anche di affidabilità: abbiamo deciso per editori capaci di promuovere non semplicemente il libro, ma anche il suo contenuto.

Quali sono i numeri previsti?

Il 10 marzo escono sette edizioni — in tedesco, italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese e polacco — per un totale di un milione e duecentomila copie. L’edizione tedesca è partita con centocinquantamila copie, ma Herder ne ha già aggiunte cinquantamila ed è pronta ad altre tirature. L’edizione italiana è già distribuita in trecentomila copie, e ne stiamo ristampando altre centomila. E mentre in Francia sono pronte centomila copie, il Portogallo ha iniziato con ventimila. A fine marzo, poi, arriva l’edizione croata.

È previsto anche l’e-book?

Sì, certo, e in alcune lingue è disponibile anche per il primo volume.

E per il futuro?

Nella prefazione a questo libro il Papa stesso annuncia una terza parte dedicata ai Vangeli dell’infanzia. E vi è l’idea di realizzare per la Lev un’edizione unica dei tre volumi. Siamo convinti che questo nuovo libro di Benedetto XVI sarà un long seller. Come tale andrà adeguatamente promosso attraverso presentazioni, incontri e altre iniziative.

Il volume è dedicato agli ultimi giorni della vita di Gesù. L’uscita in prossimità della Pasqua è un caso?

No, questo è senz’altro il periodo migliore. Lo si poteva anche pubblicare prima, ma vi è stata in novembre l’uscita del libro intervista.

Benedetto XVI è sicuramente una firma che fa risparmiare in pubblicità…

Non solo, ma da editore debbo dire che il Papa ha fatto crescere la Lev perché abbiamo dovuto adeguare strutture e organizzazione, dimostrando capacità che prima non avevamo. Ovviamente il Papa ci sollecita anche sul versante culturale, perché proponiamo saggi a commento delle sue opere e libri che divulgano per il grande pubblico il suo magistero.

Non esiste autore, se non vi è lettore: anche nel caso di Benedetto XVI?

Il Papa si fa leggere sempre, anche nei punti più complessi. Benedetto XVI è un raffinato teologo, e talvolta si addentra anche in aspetti che riguardano il metodo di ricerca, ma chi ha interesse per il racconto della fede, la dimensione spirituale o anche solo la comunicazione umana, trova sempre le sue pagine molto comprensibili. E coinvolgenti.

 

Dammi o Verbo la bevanda della tua Parola

09 mar 7.24

Il canone di Andrea di Creta all’inizio della quaresima bizantina

di Manuel Nin

Le Chiese di tradizione bizantina durante la prima settimana della grande quaresima all’ufficiatura dell’apòdipnon (compieta) cantano diverse parti del canone penitenziale di sant’Andrea di Creta, vissuto tra il 660 e il 740.

Nella prima ode la vicenda di Adamo ed Eva e di Caino e Abele è intrecciata alle parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano: «Avendo emulato nella trasgressione Adamo, il primo uomo creato, mi sono riconosciuto spogliato di Dio, del regno e del gaudio eterno, a causa del mio peccato. Ahimé, anima infelice! Perché ti sei fatta simile alla prima Eva? Hai toccato l’albero e hai gustato sconsideratamente il cibo dell’inganno. Cadendo con l’intenzione nella stessa sete di sangue di Caino, sono divenuto l’assassino della mia povera anima. Consumata la ricchezza dell’anima con le dissolutezze, sono privo di pie virtù, e affamato grido: O padre di pietà, vienimi incontro tu con la tua compassione. Sono io colui che era incappato nei ladroni, che sono i miei pensieri, mi hanno riempito di piaghe: vieni dunque tu stesso a curarmi, o Cristo».

Ancora le figure di Adamo ed Eva sono accostate nella seconda ode a quelle del pubblicano e della prostituta: «Ho oscurato la bellezza dell’anima con le voluttà passionali, e ho ridotto totalmente in polvere il mio intelletto. Ho lacerato la mia prima veste, quella che ha tessuta per me il creatore. Ho indossato una tunica lacerata, quella che mi ha tessuto il serpente col suo consiglio, e sono pieno di vergogna. Anch’io ti presento, o pietoso, le lacrime della meretrice: siimi propizio, o salvatore, nella tua amorosa compassione. Anche le mie lacrime accogli, o salvatore, come unguento. Come il pubblicano a te grido: Siimi propizio!».

Vengono poi presentate nelle odi successive la fede di Abramo, la scala di Giacobbe, la figura di Giobbe, la croce come luogo dove Cristo rinnova la natura decaduta dell’uomo, l’esperienza del deserto e delle infedeltà del popolo e dei re d’Israele, e Cristo che guarisce e salva: «Crocifisso per tutti, hai offerto il tuo corpo e il tuo sangue, o Verbo: il corpo per riplasmarmi, il sangue per lavarmi; e hai emesso lo spirito, per portarmi, o Cristo, al tuo genitore. Hai operato la salvezza in mezzo alla terra. Per tuo volere sei stato inchiodato sull’albero della croce e l’Eden che era stato chiuso, si è aperto».

L’ottava ode canta i grandi penitenti dell’Antico e del Nuovo Testamento: «Hai sentito parlare, o anima, dei niniviti, della loro penitenza in sacco e cenere davanti a Dio: tu non li hai imitati, ma sei stata più stolta di tutti coloro che hanno peccato prima e dopo la Legge. Come il ladrone, grido a te: Ricordati! Come Pietro, piango amaramente; perdonami, salvatore, a te io grido come il pubblicano; piango come la meretrice: accogli il mio gemito».

Infine, nell’ode nona è presentato tutto il mistero salvifico di Cristo che guarisce, chiama l’umanità per seguirlo e salva: «Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: Cristo si è fatto uomo per chiamare a penitenza ladroni e prostitute. Cristo si è fatto bambino secondo la carne per conversare con me, e ha compiuto volontariamente tutto ciò che è della natura, eccetto il peccato».

Il grande canone di Andrea di Creta racconta la storia della salvezza operata da Dio verso ognuno di noi. In un testo che ci mette davanti i diversi aspetti con cui la Chiesa lungo la quaresima ci confronta, cioè la misericordia di Dio e per mezzo di essa il nostro cammino di ritorno a Dio, avendo Cristo stesso come pastore e come guida, che finalmente il giorno di Pasqua prende di nuovo per mano Adamo ed Eva per farli uscire dagli inferi e riportarli nel paradiso.