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Editoriali del mese di febbraio 2011

La voce della coscienza

28 feb 7.34

Non è difficile prevedere come molti media daranno conto del discorso di Benedetto XVI alla Pontificia accademia per la vita, sottolineando in chiave soltanto negativa la condanna dell’aborto, per rafforzare gli stereotipi caricaturali di un Papa e di un cattolicesimo spietati, retrogradi e nemici di presunte libertà, se non addirittura di diritti. Naturalmente non è così, e basta leggere il testo per accorgersi che l’intervento del Pontefice è ancora una volta positivo e ragionevole: insomma, profondamente umano.

L’Accademia per la vita ha approfondito i temi della sindrome post-abortiva e l’utilizzo delle banche del cordone ombelicale: cioè un dramma lacerante che da sempre è purtroppo presente nella vita di molte persone, soprattutto donne, anche se il più delle volte viene rimosso, e una problematica invece recente, posta dal progresso della ricerca. Commentando i due temi, Benedetto XVI è andato al cuore delle questioni, richiamando la presenza e il ruolo della coscienza.

Proprio l’angoscia conseguente l’aborto rivela la voce della coscienza. E ad avvertirla in modo insopprimibile sono spesso le donne che l’hanno patito, mentre a essere offuscata è talvolta quella degli uomini, i quali — osserva il Papa — «spesso lasciano sole le donne incinte». Il richiamo alla coscienza è centrale nel ragionamento di Benedetto XVI, che sottolinea come «la qualità morale dell’agire umano» non è una realtà di fronte alla quale si possa restare indifferenti e soprattutto non è prerogativa di cristiani o credenti, ma un valore che «accomuna ogni essere umano», mentre la Chiesa guarda con favore al progresso medico e scientifico purché rispetti il bene comune.

L’indicazione papale è dunque chiara: in una cultura segnata «dall’eclissi del senso della vita» — dalla minimizzazione dell’aborto, che «non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre», fino agli altri attentati contro la vita umana — non bisogna stancarsi di promuovere la difesa di ogni persona nei diversi momenti dell’esistenza. Lo ha ripetuto nell’ultimo mezzo secolo la Chiesa, nei documenti del concilio Vaticano II e negli insegnamenti di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, ma anche con la testimonianza di figure come madre Teresa.

In questa battaglia culturale sempre più negli ultimi tempi e in diversi ambienti alla voce e alla testimonianza di molti cattolici e di altri credenti si sono unite voci e testimonianze laiche. A favore della persona umana, senza distinzioni, in una questione che tutti riguarda e che a tutti dunque deve stare a cuore.

g. m. v.

 

Il Papa ha ragione

26 feb 7.47

Uno studio di Harvard sulla lotta all’Aids

di Emanuele Rizzardi

Un comportamento sessuale responsabile e la fedeltà al proprio coniuge sono stati i fattori che hanno determinato il fortissimo calo dell’incidenza dell’Aids nello Zimbabwe. È ciò che sostiene nella sua ultima ricerca Daniel Halperin, ricercatore del dipartimento per la Salute globale e la Popolazione dell’università di Harvard, dal 1998 impegnato a studiare le dinamiche sociali che stanno alla base della diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili nei Paesi in via di sviluppo, quelli cioè maggiormente colpiti dal flagello dell’Aids.

Halperin si è servito di dati statistici e di analisi sul campo, come interviste e focus group, che gli hanno permesso di raccogliere testimonianze fin dentro le sacche più disagiate del Paese africano. Il trend degli ultimi dieci anni è evidente: dal 1997 al 2007 il tasso di infezione tra la popolazione adulta è calato dal 29 al 16 per cento. Nella sua indagine Halperin non ha dubbi: la repentina e netta diminuzione dell’incidenza dell’Aids è andata di pari passo con la «riduzione di comportamenti a rischio, come relazioni extraconiugali, con prostitute e occasionali».

Lo studio — pubblicato questo mese su PLoSMedicine.org — è stato finanziato dall’agenzia statunitense per lo Sviluppo internazionale, di cui Halperin è stato consigliere, e dal fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione e lo Sviluppo. Con esso Halperin alimenta una seria e onesta riflessione sulle politiche finora adottate dalle principali agenzie di lotta contro l’Aids nei Paesi in via di sviluppo. Risulta evidente — sostiene lo studioso — che la drastica inversione dei comportamenti sessuali della popolazione dello Zimbabwe «è stata aiutata da programmi di prevenzione sui mass media e da progetti formativi promossi da chiese» e confessioni religiose: veri e propri interventi culturali, con risultati distanti nel tempo, ma più incisivi e duraturi delle sbrigative pratiche della distribuzione di profilattici. Questa considerazione fa il paio con un suo intervento di qualche anno fa in cui si chiedeva come mai gli interventi preventivi «più significativi siano stati finora condotti sulla base di evidenze che risultano estremamente deboli», cioè sull’inefficacia di fatto della fornitura di condom alla popolazione adulta.

Il pensiero non può dunque non andare alle polemiche aspre, pretestuose e non scientifiche — ora è possibile ribadirlo anche con il supporto di questo studio — che seguirono il commento di Benedetto XVI sulla «non soluzione» del preservativo nella lotta contro l’Aids, durante il suo viaggio pastorale in Africa del 2009: «i profilattici sono a disposizione ovunque, ma solo questo non risolve la questione», ricorda il Papa nel libro intervista Luce del mondo.

Sempre di più, quindi, la ricerca scientifica, onesta e distaccata da logiche di vantaggio economico, riconosce che le azioni più efficaci nella lotta contro l’Aids sono quelle come il metodo a, b, c (astinenza, fedeltà e, solo in ultima analisi, utilizzo dei profilattici), adottata con successo in Uganda. La stessa rivista «Science» — come Lucetta Scaraffia ha ricordato su queste colonne — aveva messo in luce che «la parte più riuscita del programma è stata il cambiamento di comportamento sessuale, con una riduzione del 60 per cento delle persone che dichiaravano di avere avuto più rapporti sessuali e l’aumento della percentuale dei giovani fra i 15 e i 19 anni che si astenevano dal sesso». L’adozione del programma ha messo l’Uganda in una posizione esemplare nella lotta all’Aids del continente africano.

In definitiva, secondo lo studio di Halperin, occorre «insegnare a evitare la promiscuità e promuovere la fedeltà», sostenendo quelle iniziative che mirano davvero a costruire nella società toccata dal flagello dell’Aids una nuova cultura. Occorre insomma — come ha detto Benedetto XVI — operare per una «umanizzazione della sessualità».

 

La novità antropologica del cristianesimo

24 feb 15.37

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Marc Ouellet*

Oggi è divenuto un luogo comune parlare di crisi antropologica. Da un lato, nei nostri contesti secolarizzati regna un clima relativista di confusione etica che grava pesantemente sull’educazione delle giovani generazioni. Dall’altro, molte aspirazioni all’amore e alla libertà vanno malauguratamente a incagliarsi negli scogli dell’individualismo e dell’edonismo. Le nostre società generano una massa di individui solitari che non osano impegnarsi in un progetto di matrimonio per fondare una famiglia.

Questa insicurezza del cuore si radica in un malessere più profondo che Papa Benedetto XVI nel motu proprio Ubicumque et semper sulla nuova evangelizzazione ha descritto come «il deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose». Il Santo Padre ripete questo messaggio sin dall’inizio del pontificato: «Il grande problema dell’Occidente è l’oblio di Dio: è un oblio che si espande. In definitiva, ogni problema particolare può essere ricondotto a questa questione, ne sono convinto». Il tema di Dio e della sua assenza nella vita degli uomini è stato al cuore della visita in Germania nel 2006.

La sfida fondamentale della nuova evangelizzazione è dunque quella di annunciare Dio in modo credibile e appropriato. Per questo non occorre forse porre in più profondo rapporto, alla maniera di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, la crisi antropologica attuale e l’immagine di Dio che il cristianesimo porta con sé?

È mia convinzione che la nuova evangelizzazione debba annunciare la novità antropologica del cristianesimo che emana dal mistero trinitario. La ricerca di felicità che assilla il cuore dell’uomo, le sue esigenze affettive, e soprattutto la sua aspirazione alla libertà, restano infatti incomprensibili in assenza dell’orizzonte di Dio che è Amore, e che, per amore e attraverso l’amore, ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza. Questa dottrina antropologica della Genesi, approfondita da Cristo in prospettiva trinitaria, racchiude le chiavi dell’enigma umano e della speranza della Chiesa nel nostro tempo, di cui parla la costituzione conciliare Gaudium et spes.

Questa antropologia trinitaria è rimasta praticamente dimenticata per secoli. Essa occupava un posto centrale nei Padri della Chiesa e aveva ancora un ruolo importante in san Tommaso d’Aquino, ma è stata eclissata nell’epoca moderna dal deismo. Quest’ultimo è sfociato nell’ateismo, lasciando l’uomo scombussolato, alla deriva nel cosmo, e preda di un’abnorme esaltazione della propria autonomia.

Oggi le società occidentali secolarizzate sono in declino, in mancanza di un radicamento nel ricco humus della loro tradizione cristiana. Esse riprenderanno vigore e torneranno a essere feconde nella misura in cui gli individui, interpellati dall’annuncio del Vangelo, vorranno divenire persone in comunione profonda con Dio in Cristo. L’annuncio di un’antropologia trinitaria potrebbe allora ravvivare la speranza, esaltando il dono di sé a Dio e agli altri come cammino di felicità.

*Cardinale prefetto della Congregazione per i Vescovi

 

Non è un Paese per vecchi

21 feb 7.36

Il disagio dell’occidente di fronte al malato

di Carlo Bellieni

Un rapporto scioccante del Garante per la sanità del Governo britannico riporta che negli ospedali migliaia di anziani sono lasciati sporchi, affamati, senza trattamento antidolorifico adeguato. L’«Independent» parla di «una società disumana», il «Daily Mail» del 16 febbraio di «crudeltà che getta vergogna su un Paese civile», mentre il 14 il «Telegraph» ha titolato inorridito «Non c’è posto nella grande società per la generazione dei vecchi».

Ma non basta: l’Ufficio nazionale di statistica riporta il 31 gennaio che nel quinquennio 2005-2009 negli ospizi britannici sono morti 650 anziani di disidratazione e 157 di malnutrizione. Neil Duncan-Jordan, dell’Associazione nazionale pensionati scrive sul «Daily Mail» che nonostante l’ospizio sia molto costoso per l’anziano, «nessuno ti aiuta a mangiare o si assicura che tu abbia bevuto a sufficienza».

È certo scandalosa questa incuria, ma non inaspettata: si accorda purtroppo molto bene con altri rapporti al Parlamento britannico sul trattamento scadente riservato ai malati mentali — Valuing People Now (2007) e Healthcare for All (2008) — tanto che il «Lancet» nel giugno 2008 scriveva che i disabili mentali sono «invisibili» per il sistema sanitario nazionale britannico. Insomma, chi meno può far sentire la sua voce riceve un trattamento proporzionatamente inferiore.

Ma è solo un problema di forza? Un’indagine svolta in numerosi Paesi occidentali pochi anni fa mostra come la maggioranza dei medici pensi che la vita con disabilità neurologica, ma anche con handicap fisico grave, sia peggiore della morte, secondo quanto pubblicava nel novembre 2000 il «Journal of the American Medical Association».

Segno di un vulnus culturale, di un disagio morale profondo, che considera la disabilità non come qualcosa da superare, ma come cosa intollerabile, verso cui si prova avversione, non compassione. La riluttanza verso l’inerme ha due facce: una è quella vista finora, l’altra è parlare fino alla nausea di morte e di come far morire, come se quello fosse il problema di malati e anziani.

Infatti in tanti Paesi, compresa l’Italia, sembra che la questione non sia vivere meglio, ma invece, trovare soluzioni, escamotages e strategie per morire: come se il nemico non fosse l’abbandono, ma un supposto accanimento a tenerti in vita. Le pagine dei giornali sono dedicate al testamento biologico, all’eutanasia, alle direttive di fine vita, in una ricerca colma d’ansia di vie per morire. I giornali parlano ossessivamente di morte: una tendenza non equilibrata, che di fronte alla forte richiesta di compagnia e cura, sa solo offrire strade sempre più scaltre per morire.

Non a caso in questo clima culturale in Francia diversi ospedali hanno aperto convenzioni con un’associazione favorevole all’eutanasia, che può anche entrare in contatto con i pazienti. A dispetto delle proteste di psicologi che lamentano il rischio di un contatto tra certe idee e una popolazione di soggetti affettivamente fragili.

Il problema della morte con dignità non è come affrettarla, ma come vincere dolore e solitudine. È stato invece creato scientificamente un diffuso clima di timore verso un presunto e improbabile accanimento a tenere in vita. E il terrore sparso è il tratto di fondo di questa società: come scrive nel libro Il diritto della paura (Il Mulino) Cass R. Sunstein, consigliere di Barack Obama, che sostiene una tesi ben nota agli economisti: l’essere umano è tanto colmo di paure, che se preso dai rumors e dalla propaganda, si disinteressa delle probabilità reali, magari scarse, che un avvenimento accada realmente, e si getta di conseguenza in un’impari lotta per evitarlo.

Ci stanno trasformando in una generazione di persone impaurite, che sa solo cercare strade per difendersi, correre ai ripari, fuggire, guardando la morte come ultima disperata consolazione, perché la vita in fondo ha perso significato e attrattiva. E allora diventa logico non investire in cure migliori per chi è «inutile», ma semmai nelle strategie di «uscita» da una vita divenuta ingombrante.

L’abbandono dei vecchi, in questi giorni sulle prime pagine dei quotidiani inglesi, non è un problema di malasanità ma di disagio culturale di fronte al malato, immagine incancellabile, finché è in vita, della realtà della interdipendenza umana, della certezza che nessuna esistenza è inutile anche se non è più produttiva. Un’idea certo non amata da chi invece predica il culto della vita «degna» solo a certe condizioni di indipendenza e salute.

Insomma, chi sta male dà fastidio: non si trova nemmeno più chi sia disposto a fare l’infermiere dato che non si sopporta il contatto con la persona fragile, memoria scomoda della propria fragilità. Per accudire chi è debole, bisogna infatti essere forti. E creare rapporti, mentre oggi, parafrasando Tacito, possiamo dire che hanno creato solitudine e l’hanno chiamata libertà.

 

Di fronte a un nuovo paganesimo

16 feb 8.13

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Cláudio Hummes*

Con il motu proprio Ubicumque et semper Benedetto XVI ha istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, motivato dalla incontestabile e complessa urgenza missionaria in cui oggi si trova la Chiesa e dalle particolari circostanze attuali da affrontare. Così, ancora una volta, il nostro amato Papa ci invia, nel vigore dello Spirito Santo, per compiere gioiosamente il mandato del Signore Risorto: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Matteo, 28, 19).

Fin dall’inizio del pontificato, Benedetto XVI parla dell’urgenza missionaria. Ai vescovi tedeschi, già nel 2005, disse: «Voi stessi, cari Confratelli, avete affermato (…) “Noi siamo diventati terra di missione”. Ciò vale per grandi parti della Germania. Per questo ritengo che in tutta l’Europa, (…) dovremmo riflettere seriamente sul modo in cui oggi possiamo realizzare una vera evangelizzazione, non solo una nuova evangelizzazione, ma spesso una vera e propria prima evangelizzazione. Le persone non conoscono Dio, non conoscono Cristo. Esiste un nuovo paganesimo e non è sufficiente che noi cerchiamo di conservare il gregge esistente, anche se questo è molto importante». In molte altre occasioni Benedetto XVI è tornato sul tema dell’urgenza missionaria.

In Brasile, inaugurando la quinta Conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, nel 2007, il Papa affermò: «La fede in Dio ha animato la vita e la cultura di questi Paesi durante più di cinque secoli. (…) Attualmente, quella stessa fede deve affrontare serie sfide, perché stanno in gioco lo sviluppo armonico della società e l’identità cattolica dei suoi popoli». La Conferenza, alla fine, decise di iniziare una missione continentale permanente.

Infatti, in America Latina, e in particolare nel Brasile, la crescita travolgente delle sette pentecostali e la scristianizzazione, conseguenza dell’avvento della cultura post-moderna secolarizzata, relativistica e laicistica, causano un enorme calo nel numero delle persone che si dichiarano cattoliche. Oggi, nel continente latinoamericano, i cattolici corrono il reale rischio di essere ridotti a meno della metà della popolazione.

Nel suo motu proprio, Benedetto XVI indica dove la nuova evangelizzazione è più urgente, cioè «in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione», come l’Europa, e in altre dove «si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità cristiana, ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d’essere disperso sotto l’impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette».

«Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda», afferma il Papa. Anzitutto, si tratta di alzarci e andare incontro ai cattolici che si sono allontanati: quelli che noi, cioè la Chiesa, abbiamo battezzati e ai quali avevamo promesso allora di evangelizzare, ma la cui evangelizzazione, per tante circostanze avverse o per omissione, purtroppo non siamo riusciti a compiere o a rinnovare continuamente.

La sfida è di portare o riportare a loro il primo annunzio del Signore Risorto e del suo Regno, per condurli a un incontro forte, personale e comunitario con Gesù Cristo vivo e così offrire l’opportunità di aderire profondamente e personalmente al Signore. Anche l’uomo e la donna della post-modernità possono essere di nuovo toccati da un incontro personale con Cristo, morto e risorto. I primi destinatari della nuova evangelizzazione, però, sono tutti i poveri delle città e della campagna.

*Cardinale prefetto emeritodella Congregazione per il Clero

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

 

Il principio dell’Incarnazione

14 feb 7.51

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Josip Bozanić*

Secondo il motu proprio Ubicumque et semper l’espressione «nuova evangelizzazione» non equivale a un’unica formula uguale per tutte le circostanze poiché la diversità delle situazioni esige un «attento discernimento» (diligens iudicium). Nella storia la Chiesa ha affrontato l’impegno di annunciare il Vangelo facendo innanzitutto leva sulla perenne novità del messaggio di salvezza, senza mai vincolarsi a modelli assoluti o a formule valide in ogni situazione. Proprio l’insegnamento del passato appare oggi di particolare interesse, per capire come quel diligens iudicium si sia di volta in volta espresso. Ciò potrà aiutarci a rispondere alla stessa sfida, in questo tempo in cui Dio ci ha chiamato a evangelizzare.

Tale esigenza ha una ragione essenzialmente teologica, non disgiunta da motivi di carattere antropologico e culturale. Nella nuova evangelizzazione bisogna essere consapevoli del principio dell’Incarnazione, che fa cogliere il modo di agire di Dio nel suo entrare nella storia degli uomini. Questo ci fa andare oltre un’inculturazione fine a se stessa. Il cristianesimo, nella sua più profonda natura, si manifesta infatti come amico delle culture, e ciò nel variegato contesto contemporaneo rende l’evangelizzare più difficile ed esigente.

Infatti il cristianesimo, nella forza dello Spirito di Dio, parla agli uomini di ogni tempo in modo che l’annuncio del Vangelo risulta sempre nuovo. Il suo linguaggio era certo più incisivo in epoche in cui era facile formulare un discernimento delle caratteristiche culturali, sicuramente più disponibili all’apertura al soprannaturale. Se oggi chiedessimo cos’è, per esempio, la cultura occidentale e quali siano i suoi tratti, avremmo molte risposte parziali: è infatti assai difficile trovare indiscutibili contrassegni culturali, anche perché la pluralità che la connota non permette un’accettazione condivisa dei valori alla base della sua identità.

Guardando alla storia dell’ultimo secolo, è emblematica la situazione dei Paesi in cui erano al potere regimi basati su ideologie totalitarie, dove l’evangelizzazione era sempre soffocata con la forza. In quelle circostanze la Chiesa svolgeva la propria missione come poteva, il più delle volte con il coraggio che le veniva dallo Spirito, come rivela la testimonianza dei santi martiri. E tuttavia la minaccia diretta di un’ideologia ben definita non si è dimostrata come una vera difficoltà per il cristianesimo, poiché essa intendeva imporre dall’esterno una pseudo-cultura parallela. Non si contano i tentativi in tal senso del comunismo ateo, con la sua prassi sistematica di imporre l’ateismo. Ancora più devastanti sono stati gli effetti pratici del sistema comunista: paura, doppia morale, materialismo esistenziale, attacchi alla libertà, in particolare quella di coscienza.

Non valorizzando davvero il dinamismo culturale, ogni ideologia condanna se stessa alla distruzione. Le ideologie non amano la cultura né hanno le prerogative per dialogare davvero. L’impossibilità dei totalitarismi e delle loro teorie di dare risposte accettabili alle questioni cruciali sul senso della vita ha così rivelato per via indiretta la forza del mistero dell’incarnazione e della redenzione di Cristo.

Ogni ideologia cerca di trovare o di inventare un’unica formula e di imporla coercitivamente dall’esterno, sperando di influenzare sin nell’intimo le coscienze. L’evangelizzazione non è sulla stessa strada. Essa ascolta gli impulsi culturali, cerca di conoscerne i dinamismi intrinseci, ossia i valori di fondo e le relazioni complesse che vi sono sottese, sapendo tuttavia che il mistero dell’Incarnazione porta con sé la sfida del dono inaspettato.

Oggi, più che di fronte a un’ideologia ben definita, siamo davanti e dentro a frammenti culturali, elementi mescolati senza evidenti connessioni tra loro. L’impressione è che tale frantumazione culturale abbia accresciuto l’indifferenza sociale, terreno fertile per il secolarismo e l’ateismo pratico. Dopo vari tentativi di innovazione sul piano della mera prassi pastorale, si avverte oggi la necessità di tornare ai fondamenti e di rafforzarli. Prova evidente che l’evangelizzazione comincia sempre come risposta alle domande di senso che l’uomo si porta dentro.

Il nodo della questione risiede, a mio avviso, nell’assumere il principio dell’Incarnazione in tutte le sue conseguenze, per una cultura permeata dal mistero trinitario. La Chiesa non deve dimenticare la propria natura. Adottando forme, metodi e mezzi (tecnici, economici, politici, e così via) che non tengono conto dell’Incarnazione e del suo compimento pasquale, non si possono dare le risposte che il mondo oggi attende. In fondo, quello tra il Vangelo e la cultura è un dialogo sempre a rischio, perché la cultura può anche veicolare elementi privi di un significato preciso, e tuttavia è l’ambito imprescindibile per l’agire in nome della fede. Non esiste infatti qualcosa di più provocatorio del Vangelo, realtà che oltrepassa l’orizzonte terreno e ci rivela la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio, punto focale della storia.

*Cardinale arcivescovo di Zagabria

 

Cinque anni di Cathopedia

11 feb 18.02

Senza ingenuità nel mondo wiki

di Silvia Guidi

Il 31 gennaio scorso ha tagliato il traguardo delle 7.000 voci: Cathopedia è nata nel febbraio di cinque anni fa dall’incontro tra la passione per l’informazione liberamente accessibile in rete di don Paolo Benvenuto e don Giovanni Benvenuto, che insieme a molti altri collaboratori gestisce la banca dati Qumran2.net. I due sacerdoti hanno avviato il progetto installando lo stesso software usato dal progetto Wikipedia sul server di Qumran2, e hanno cominciato a strutturarlo in modo nuovo, coadiuvati dal lavoro di Cesarina Volontè. Dopo un mese le voci presenti sono un centinaio; a fasi alterne, il progetto continua a crescere, accogliendo nuovi collaboratori. Nell’ottobre 2009 Cathopedia riprende quota, arrivando al traguardo delle 1.000 voci grazie allo sforzo di circa cinque contributori; inizia il gemellaggio con Kathpedia, un’analoga enciclopedia in tedesco, nuovi collaboratori si aggiungono e la crescita sale a circa 20 nuove voci al giorno.

Perché creare un sito nuovo e non integrare le voci già presenti nella banca dati più cliccata in rete, disponibile in 270 lingue, che nell’ottobre scorso ha superato la soglia dei 10 milioni di voci? Perché la filosofia wiki, che ha promosso a livello planetario valori importanti come la condivisione dei saperi e il lavoro collettivo e gratuito teso a realizzare un progetto comune, si legge nel sito di Cathopedia, nasconde anche qualche insidia, che gli stessi wikipediani conoscono molto bene. La parola controversa è “neutralità”; “il wiki-pensiero è alimentato da un’utopia – scrive il gesuita Antonio Spadaro in un recente articolo sul mondo dell’informazione veloce in rete – la democrazia assoluta del sapere e una collaborazione capace di dar vita a una sorta di “intelligenza collettiva”. Questa utopia ha nell’inaffidabilità e nel relativismo il suo tallone di Achille”.

“I fatti separati dalle opinioni” è uno slogan impossibile da mettere in pratica nella vita reale (chi decide, e in base a quali criteri, che cosa è neutrale e che cosa non lo è? Chi decide se un contenuto è censurabile in quanto “poco enciclopedico” o meno?) e la fretta, soprattutto in casi in cui non si usa Wikipedia per controllare la grafia di un nome o una data di nascita ma per documentarsi su un argomento importante, è una pessima consigliera.

Un esempio tra i tanti possibili: l’appello di solidarietà con i docenti della Sapienza di Roma che, nel gennaio del 2008, con la loro lettera impedirono a Benedetto XVI di parlare nella loro università. “Se i firmatari avessero verificato quella citazione di Feyerabend tratta da Wikipedia – continua padre Spadaro – riconoscibile perché marcata da un errore (nella citazione wikipediana si parlava di Parma, mentre quella conferenza venne tenuta a Roma) si sarebbero resi conto che il senso della frase del Papa era esattamente il contrario. Insomma: bisogna verificare! Ogni operazione seria di ricerca deve contemplare la verifica di più fonti”.

Cathopedia è uno dei tanti movimenti “antimonopolisti” nati all’interno del mondo wiki, nella certezza che l’unico antidoto contro la censura invisibile nel Web e il progressivo affermarsi di un’opinione unica in rete sia il pluralismo quanto più possibile esteso delle presenze e delle voci.

 

11 febbraio

11 feb 7.59

In alcune stampe ottocentesche Pio IX e Vittorio Emanuele ii appaiono rappresentati a braccetto, sereni e sorridenti. Segnata da un ottimismo irenico, questa iconografia popolare può offrire lo spunto per una riflessione sull’odierna ricorrenza della stipula dei Patti Lateranensi, che cade in un anno particolare per l’Italia: il centocinquantesimo della unificazione nazionale.

Si tratta di due ricorrenze distinte, eppure profondamente connesse per l’intreccio forte che il moto risorgimentale ebbe con la questione cattolica e con il problema di garantire alla Sede Apostolica piena sovranità e indipendenza, a tutela della sua missione universale.

Riguardata a tanto tempo di distanza, quella raffigurazione popolare dei due protagonisti del Risorgimento italiano si presta a una duplice, diversa chiave di lettura. Da un lato, infatti, esprimeva il sogno delle genti italiane di una riconciliazione tra Stato e Chiesa, dopo i noti dilaceramenti che segnarono una particolare stagione della storia della Penisola; un sogno che era, al contempo, un fervido auspicio.

Dall’altro lato, però, quell’immagine ingenua rifletteva un dato di fatto: la realtà, cioè, di una profonda amicizia sussistente, al di sotto dei vertici politico-diplomatici e militari che fecero l’unità, tra comunità civile e comunità religiosa; più ancora: l’identità cattolica degli italiani, che costituiva la base più solida dell’unità e la sua più fondata premessa.

Due diversi i sentimenti espressi, dunque, il primo dei quali rivelava il dramma delle interiori dilacerazioni tra i doveri di fedeltà allo Stato e quelli di fedeltà alla Chiesa, che avrebbe potuto finalmente acquietarsi più tardi, molto più tardi, con l’evento dell’11 febbraio 1929. Il secondo sentimento, viceversa, indicava la sussistenza nella società italiana di un fermento positivo che, al di là di ogni contrapposizione, era destinato a favorire il processo di unificazione nel sentire comune, nella cultura, nella solidarietà. Insomma: la conciliazione doveva avvenire fra istituzioni, come atto formale, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. E l’orientamento religioso delle masse assicurò al nuovo Stato il collante, sicuro e forte, delle diversità che il processo di unificazione era chiamato a superare.

Riguardati con gli occhi di oggi, i Patti del Laterano e l’Accordo di Villa Madama del 1984, con cui si vennero ad armonizzare le norme concordatarie con la Costituzione repubblicana, presentano un dato saliente: il porsi come strumenti positivi di tutela e promozione della libertà religiosa, quale diritto individuale, collettivo e istituzionale. Di qui l’esigenza di un pieno e fattivo rispetto nella lettera e nello spirito delle disposizioni poste da tali accordi, da parte di tutti coloro che sono chiamati a dare loro applicazione.

Come ha osservato Benedetto XVI il 17 dicembre scorso, rivolgendosi al nuovo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, «quei patti internazionali non sono espressione di una volontà della Chiesa o della Santa Sede di ottenere potere, privilegi o posizioni di vantaggio economico e sociale, né con essi si intende sconfinare nell’ambito che è proprio della missione assegnata dal Divino Fondatore alla Sua comunità in terra. Al contrario, tali accordi hanno il loro fondamento nella giusta volontà da parte dello Stato di garantire ai singoli e alla Chiesa il pieno esercizio della libertà religiosa, diritto che ha una dimensione non solo personale».

In effetti la libertà religiosa, nelle sue diverse espressioni quanto a titolarità, non si esaurisce nella semplice affermazione del relativo diritto ma postula, in uno Stato davvero laico, un impegno positivo per rimuovere gli ostacoli di diritto e di altro genere che, in concreto, dovessero impedire o limitare l’esercizio di quel diritto, pure teoricamente assicurato a tutti. Da questo punto di vista l’esperienza italiana appare davvero esemplare e può costituire un significativo paradigma di riferimento.

La tutela della libertà religiosa d’altra parte, così come di ogni diritto umano, non può essere considerato un obbiettivo compiutamente raggiunto una volta per tutte. Essa comporta una costante tensione adeguatrice dell’esperienza giuridica alle sempre mutevoli esigenze che l’evoluzione della società pone. Di qui la responsabilità di vigilare per cogliere ambiti nei quali occorre intervenire, al fine di dare concreta attuazione ai principi. Il pensiero corre, a questo riguardo, alla questione delle istituzioni di assistenza, dove trovano ricovero e sostegno persone che, per ragioni diverse, non possono — o non possono appieno — disporre liberamente di sé. La istituzionalizzazione, apprezzabile espressione di solidarietà nei confronti di chi è nel bisogno, può però costituire per sé stessa, a livello personale, un impedimento al libero esercizio della libertà religiosa. Per questo l’articolo 11 del Concordato ha previsto che siano garantite forme specifiche di assistenza spirituale all’interno delle istituzioni assistenziali; ma queste forme attendono ancora di essere definite tra le competenti autorità, per rendere effettivamente fruibile a una delle categorie più deboli dei consociati un diritto che, come ancora ricordava il Pontefice nella menzionata occasione, «è storicamente e oggettivamente il primo tra quelli fondamentali della persona umana».

 

Una sfida sempre nuova

08 feb 7.24

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Lucetta Scaraffia

«Affrontare con rinnovate forze la sfida dell’annuncio del Vangelo nel mondo, impiegare tutte le nostre forze perché vi giunga — ha detto Benedetto XVI rispondendo alle domande di Peter Seewald — fa parte dei compiti programmatici che mi sono stati assegnati». Il Papa lo afferma con parole chiare, anche se è ben consapevole che non si tratta di una novità: come è scritto nel motu proprio Ubicumque et semper, «tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei momenti storici».

Non è da oggi che il problema di inventare nuove forme di evangelizzazione costituisce una sfida per la Chiesa. Una costante nel tempo, che ha accompagnato l’attività apostolica cristiana, e nei momenti di più forte crisi religiosa e istituzionale ha rappresentato una sfida fondamentale e vitale. La storia ci insegna che proprio in questi frangenti Gesù ha donato alla Chiesa le donne e gli uomini necessari al rinnovamento; persone eccezionali che hanno saputo capire sino in fondo il loro momento storico e trovare le risposte giuste, cioè vie, modalità e linguaggi nuovi per far comprendere e vivere il messaggio evangelico.

Certamente, possiamo considerare che sia stata un segno della grazia divina l’esistenza quasi contemporanea dei grandi santi che hanno rinnovato la Chiesa in crisi dopo la Riforma: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, Filippo Neri, Carlo Borromeo, che hanno dato contributi diversi e decisivi per il rinnovamento del cattolicesimo.

Un modello di vita monastica e mistica per le donne è stata Teresa, che fu anche una delle prime e più grandi scrittrici in lingua spagnola, mentre l’autobiografia di Ignazio costituì un classico su cui si formarono tanti cristiani, così come i suoi Esercizi spirituali, rivoluzionari in una società adagiata in una religiosità che si era impoverita. La poesia di Giovanni, il mistico che ha saputo riconoscere Dio anche nella notte dello scoramento e della depressione, viene a concludere questo grande trittico spagnolo.

Nuovi ordini dinamici e creativi, come i gesuiti, innovative proposte di vita monastica e di esperienza mistica che hanno trovato subito accoglienza nella Chiesa ferita dalla Riforma, così come l’Oratorio di Filippo Neri, e le importanti iniziative nate al suo interno, tra cui gli Annales ecclesiastici di Baronio. Ed è interessante notare come in questo periodo così fecondo di novità il rinnovamento culturale sia andato di pari passo con la riforma della vita e dell’esperienza religiosa.

Meno fervido sul piano della cultura, forse, ma altrettanto positivo su quello del rinnovamento della vita religiosa, è stato il periodo successivo alla rivoluzione francese e al conseguente attacco subito dagli ordini contemplativi. Le nuove congregazioni di vita attiva, femminili e maschili, avevano infatti creato le condizioni per assistere materialmente e spiritualmente le masse stravolte dalla rivoluzione industriale, aiutandole a non perdere le radici religiose sull’onda della secolarizzazione. I ragazzi di strada educati da don Bosco, gli immigrati assistiti da madre Cabrini ritrovavano, nella mano che li accoglieva con amore, anche la ragione per non allontanarsi dalla fede.

Nel difficile, e per molti versi drammatico, secolo appena trascorso dobbiamo ammettere che molti tentativi di rendere il cristianesimo più attuale si sono rivelati sbagliati, e non hanno avuto esiti positivi: pensiamo per esempio ad alcune forme di teologia della liberazione, o all’avvicinamento a esperienze di multireligiosità, anche a costo di mettere in secondo piano la verità cristiana.

Oggi ci troviamo davanti a una strada ancora poco chiara, a un compito che la sovrabbondanza di voci mediatiche contrarie rende molto difficile. Ma è anche vero che, dopo decenni, ci troviamo in un momento di nuovo aperto all’ascolto del Vangelo.

Le grandi utopie secolari che hanno cercato di sostituire la religione nel mondo occidentale si sono rivelate illusioni pericolose: dopo il crollo del comunismo, oggi assistiamo a una crisi del modello di vita incentrato sull’autorealizzazione individuale, a un fallimento della rivoluzione sessuale che doveva assicurare a tutti la felicità e invece ha portato solo solitudine e dolore, e quindi a una più reale possibilità di essere ascoltati.

Ci sono settori, come l’educazione, in crisi drammatica, e altri, come la sanità, dove si vivono nella concreta emergenza quotidiana gravi problemi bioetici, che richiedono attenzione da parte della Chiesa, e offrono occasioni di evangelizzazione che bisogna imparare a cogliere.

In attesa di nuovi santi — e pregando perché arrivino — bisogna tutti lavorare su questo progetto che segna un altro inizio per la trasmissione del messaggio cristiano. Una sfida, che si presenta sempre sotto vesti diverse, da affrontare e vincere ancora una volta.

 

Di fronte alla dura prova

05 feb 7.48

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Angelo Scola

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Marco, 6, 34). Un’intensa partecipazione allo struggimento di Gesù traspare dal motu proprio Ubicumque et semper, quando il Papa, citando Giovanni Paolo II, considera la situazione di «interi Paesi e Nazioni ora messi a dura prova e talvolta perfino radicalmente trasformati dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo».

La Chiesa, infatti, ogni giorno mendica dal Signore Gesù il suo sguardo sul mondo. Quello che, nel Canone romano, a conclusione del momento più importante della celebrazione eucaristica, ci fa pregare con queste parole: «Per Cristo nostro Signore tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene». Questo sguardo di autentica com-passione non solo mette i cristiani al riparo dalla tentazione, sempre incombente, di pensarsi separati dal «fratello uomo», ma al contrario li spinge a cercare ogni strada percorribile per condividere l’umana condizione.

Oggi in particolare tutti i battezzati sono chiamati dal Papa a riconoscere e ad affrontare l’inedito frangente in cui Nazioni e popoli di antica tradizione cristiana sono immersi. Possiamo descriverne in estrema sintesi i contorni? L’espressione «dura prova» a cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno fatto ricorso per delineare la situazione attuale è molto eloquente. L’occidente, che un tempo si poteva dire cristiano, si trova oggi a fare i conti con quello che Henri de Lubac chiamò «il dramma dell’umanesimo ateo». Queste parole ci aiutano a diagnosticare il nucleo centrale della dura prova: «Non è vero che l’uomo, come sembra che talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero, però, che, senza Dio, non può alla fine dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano».

L’indifferentismo, il secolarismo e l’ateismo che, in modi e versioni diversi, si sono imposti lungo il XX secolo e fino ai nostri giorni come strade per la liberazione dell’uomo e per il raggiungimento della sua piena statura, si sono rivelati spesso fallaci. E quella che si annunciava come un’aurora piena di promesse, si presenta ora con i tratti di una «dura prova». Lo vediamo nell’incidenza che, almeno in Europa, l’abbandono della fede cristiana ha avuto sulle forme di vita personale — basti pensare a quanto oggi si afferma e si pratica nell’ambito degli affetti e del lavoro — e comunitaria, come mostrano le precarie soluzioni offerte ai problemi più urgenti, per esempio quello della crisi economica, dell’immigrazione e dello sviluppo integrale dei popoli.

Il crudo realismo della diagnosi proposta dai due Pontefici è lontano dal negare il carattere di affascinante anche se contraddittoria adventura proprio dei nostri tempi. Ha come scopo di stimolare i cristiani a non vivere da «uomini impagliati» (Eliot). Davanti alla «prova» il cristiano è sempre chiamato a decidere per una rinnovata sequela sulle orme del suo Signore che con fermezza «camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme» (Luca, 19, 28) per vivere la sua pasqua di morte e risurrezione.

Innumerevoli testimoni lungo la storia della Chiesa ci hanno documentato la possibilità reale di vivere la prova come occasione privilegiata perché si manifesti la potenza del crocifisso risorto. E l’hanno fatto sostenuti dallo Spirito che ha donato loro fortezza e speranza. Nella bimillenaria avventura del popolo cristiano non c’è stato un solo momento in cui non si sia potuto far conto sulla consolante convinzione di san Paolo (Filippesi, 1, 6): «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù».

E così l’iniziativa del Papa di creare il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, si rivela come una preziosa decisione per condividere la prova degli uomini e delle donne in travaglio entro una società in drammatica transizione. È una testimonianza di «speranza affidabile» (Spe salvi, n. 1). Poiché Dio si è reso familiare agli uomini, egli è a tutti vicino. Per questo il cuore di ogni uomo, lo sappia o meno, ha sempre nostalgia di Dio e desidera incontrare Colui che — si legge nella Gaudium et spes (n. 22) — «svela pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».

 

Quelle lettere d’amore custodite nel regno dei cieli

02 feb 8.06

Il segreto delle donne consacrate

di Pier Giordano Cabra

Conosco un luogo dove sono custodite le più belle lettere d’amore, in ogni lingua e di tutti i tempi. Sono lettere che i mortali non leggeranno mai finché non saranno ammessi alla beatitudine che non ha fine, quando la loro consultazione sarà una deliziosa e sorprendente scoperta.

Sono lettere mai scritte e mai inviate, ma raccolte dagli angeli e deposte nello scrigno delle perle preziose del regno dei cieli.

Sto parlando delle lettere delle nostre sorelle che hanno donato la loro vita al Signore e che narrano la loro segreta e straordinaria storia d’amore con Lui.

In un primo scomparto si trovano le lettere ardenti della gioventù, quando l’amore divino si apre un varco nel cuore, lo seduce e lo riempie di sé: «Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella».

È la gioia di sentirsi amati, la lotta per mettere in disparte altri amori pur belli, la gioia sconfinata di sentirsi scelta dall’Amore stesso.

In un altro scomparto si trovano le testimonianze dell’amore che si riversa sugli ultimi, dove il desiderio di vicinanza ai più piccoli s’intreccia a invocazioni trepide d’essere in grado di servire «per amore e solo per amore».

Più oltre sono conservati scritti commoventi che dicono quanto costi questo amore, nel meriggio della vita, quando l’entusiasmo iniziale si è affievolito e altre luci si accendono. Nella tempesta o nel buio, ecco l’invocazione dell’amore fedele: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore».

E tanti altri sono gli scomparti, sempre sorprendenti, fino all’ultimo, dove sono custoditi alcuni esempi del grande desiderio di vedere finalmente il volto dell’amato, che si avvicina e chiama: «Alzati amica mia e vieni, mia bella, vieni presto. Perché l’inverno è passato».

L’inverno di questa vita, fatto di progetti e di delusioni, di slanci e di meschinità, sta lasciando il posto all’incontro tanto desiderato.

L’anima e il suo Creatore, l’amata e l’Amore: quale gamma infinita di sentimenti, quale somma di decisioni stupefacenti, quale dedizione che ricade sui fratelli, quale prorompere di èros e di agàpe, quale scambio di finezza tra invisibile e visibile, tra cielo e terra, tra eternità e tempo sono in questo scrigno.

In attesa di leggere queste perle nascoste, cogliendone qualche bagliore dal contatto personale, non si può fare altro che ringraziare il datore di ogni bene, il quale — tra i doni più preziosi e inestimabili — ci ha riservato la dedizione di queste nostre sorelle. A loro è dato infatti il privilegio di farci intravvedere un’anticipazione del fascino irresistibile dell’Amore che tutti attende e di quella gioia che nemmeno siamo capaci di immaginare.

 

Colui che creò Adamo è tenuto in braccio bambino

02 feb 8.05

La festa della Presentazione in Romano il Melode

di Manuel Nin

Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio sottolinea l’incontro tra l’umanità e la divinità. Testimoniata già da Egeria verso la fine del iv secolo, la festa entrerà a Costantinopoli nel 542 dopo una terribile epidemia. Romano il Melode, morto nel 555, ha un solo kontàkion per questa festa.

L’introduzione dà la dimensione cristologica della festa: «Dall’alto dei cieli lo videro gli incorporei e dissero: Oggi assistiamo a uno spettacolo meraviglioso e straordinario. Colui che creò Adamo è tenuto in braccio bambino, colui che è senza confini è stretto fra le braccia di quel vecchio. Colui che è trasportato sulle spalle dei cherubini ha preso dimora in mezzo agli uomini. Colui che plasma i bambini nel grembo delle madri è diventato bambino in una vergine, ed è rimasto unito al Padre e allo Spirito Santo, eterno insieme a loro».

Romano dà poi la parola a Maria che, immagine della Chiesa stessa, professa la divinoumanità di colui che porta in braccio: «Quale appellativo troverò per te, figlio mio? Ti dirò uomo perfetto? Ma io so che fu divino il tuo concepimento. E se ti chiamo Dio, mi stupisco vedendoti in tutto simile a me. Devo offrirti il mio latte o la mia lode? I tuoi atti ti proclamano Dio senza tempo, anche se ti sei fatto uomo, o amico degli uomini».

Quindi è l’anziano Simeone che si rivolge a Cristo che regge nelle sue braccia. Le sue parole dimostrano gioia e paura «perché con gli occhi dell’anima vedeva le schiere degli angeli e degli arcangeli che cantavano la gloria di Cristo. E pregando diceva: Proteggimi e non consumarmi, tu che sei fuoco della natura divina e unico amico degli uomini».

Come in un’anafora eucaristica viene poi descritto il mistero della redenzione: «Tu sei l’immagine assolutamente perfetta dell’incomprensibile sostanza del Padre, la luce inaccessibile, il sigillo immutabile della divinità, tu che esisti dall’eternità e hai creato ogni cosa, tu che un tempo accogliesti le offerte di Abele e degli altri tuoi giusti. Grande e glorioso sei tu, generato dall’Altissimo in modo inesprimibile, o santissimo figlio di Maria! Io ti proclamo uno, visibile e invisibile, finito e infinito; ti conosco e ti credo eterno Figlio di Dio secondo natura, ma anche ti dichiaro figlio della Vergine al di là della natura».

Simeone spiega poi a Maria ciò che accade ed accadrà per mezzo di lei: «Rimase stupita la Vergine e a lei il vegliardo disse: Tutti i profeti hanno annunziato il figlio tuo, che hai generato senza seme. Di te parlava il profeta, poiché la porta serrata sei tu, Madre di Dio! Attraverso te è entrato e uscito il Signore. Il tuo figlio è la vita, la redenzione e la risurrezione di tutti noi. Egli è venuto perché desidera risollevare i caduti riscattando dalla morte le sue creature».

E ancora Simeone si rivolge a Cristo: «Mantieni la promessa del tuo verbo, o Verbo, mandami presso Abramo e i patriarchi. Volendo che Enoch e Elia non provassero la morte, o Signore, ti sei compiaciuto di portarli via da questa terra in modo misterioso affinché fossero in un luogo pieno di luce e senza pianto. Così come ti ho visto fisicamente e ho avuto il privilegio di tenerti in braccio, possa io vedere la tua gloria insieme al Padre tuo e allo Spirito Santo, poiché sei rimasto lassù mentre scendevi tra noi».

La risposta di Cristo è un preannuncio della discesa di Cristo nell’Ade, di cui lo stesso Simeone diventa un profeta: «E il Re celeste rispose: Dal mondo caduco ti manderò alla dimora eterna, o mio diletto. Io ti mando a Mosè e agli altri profeti: ad essi annuncia che io, colui del quale essi avevano parlato, ecco sono arrivato e sono stato partorito da una vergine. Presto ti raggiungerò per riscattare tutti, io che sono l’unico amico degli uomini».