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Editoriali del mese di gennaio 2011

Una vita esemplare

15 gen 8.02

La beatificazione di Giovanni Paolo II, che il suo successore presiederà nell’anniversario liturgico della sua morte, è un evento storico che non ha di fatto precedenti. Bisogna risalire al cuore del medioevo per ritrovare esempi analoghi, ma in contesti non paragonabili alla decisione di Benedetto XVI: negli ultimi dieci secoli nessun Papa ha innalzato agli onori degli altari il suo immediato predecessore.

Pietro del Morrone (che era stato Celestino V) fu canonizzato nel 1313 — meno di un ventennio dopo la morte — dal suo terzo successore, e oltre due secoli prima era stata subito riconosciuta la santità di Leone IX e di Gregorio VII, scomparsi nel 1054 e nel 1085. Non a caso agli esordi di quel papato riformatore celebrato qualche decennio più tardi nell’oratorio lateranense di San Nicola attraverso la raffigurazione di alcuni Pontefici coevi, definiti ciascuno sanctus.

Sulla sobrietà agiografica della Chiesa romana — che venera come santi quasi soltanto i Papi dell’età più antica — sono poi intervenute le modifiche innovative della modernità, con le decisioni prese nell’ultimo trentennio dell’Ottocento e poi, soprattutto, con quelle di Pio XII e dello stesso Giovanni Paolo II. Fu così riconosciuto il culto di alcuni Pontefici medievali e vennero elevati agli onori degli altari Pio X, l’ultimo Papa santo, Innocenzo xi, Pio IX e Giovanni XXIII.

Al centro di ogni causa di beatificazione e di canonizzazione sta esclusivamente l’esemplarità della vita di chi, con espressione scritturistica, viene definito al servizio di Dio. Per assicurare alla storia — come disse Paolo VI all’annuncio dell’introduzione delle cause dei suoi due predecessori immediati — «il patrimonio della loro eredità spirituale», al di là di «ogni altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l’edificazione della sua Chiesa».

E autentico servitore di Dio è stato Karol Wojtyla, appassionato testimone di Cristo dalla gioventù fino all’ultimo respiro. Di questo moltissimi, anche non cattolici e non cristiani, si sono resi conto durante la sua vita esemplare; questo documenta il suo testamento spirituale, scritto a varie riprese negli anni del pontificato; per questo già il 28 aprile 2005, meno di un mese dopo la morte, il suo successore ha dispensato dai termini prescritti per l’inizio della causa; per questo ha deciso di presiedere la sua beatificazione: per presentare al mondo il modello della santità personale di Giovanni Paolo II.

g. m. v.

 

Amore e religione

05 gen 7.34

Da Omero a Flaubert

di Lucetta Scaraffia

Amore e religione è il sottotitolo dell’ultimo libro di Alain Besançon (Cinq personnages en quête d’amour, Paris, Editions de Fallois, 2010), dedicato a una riflessione sull’amore e il matrimonio nella tradizione occidentale condotta attraverso testi letterari fondamentali. Partendo dall’Odissea per passare poi all’elaborazione giudaico-cristiana dell’amore, con la Bibbia e Tristano e Isotta, e arrivare a quella moderna, segnata da una graduale secolarizzazione, con Rousseau e Flaubert.

È una sorta di meditazione che non rimane nell’ambito della creazione  letteraria, ma ci riguarda da vicino: l’estromissione di una attiva presenza divina dall’amore, che diventa così solamente un incontro fra un uomo e una donna, impedisce infatti, secondo l’autore, quell’«allargamento dell’anima» che ci porta a penetrare nella caverna dove si sentono le voci della passione e la loro eco divina. Ed egli arriva a ipotizzare che «il Cielo chiuso del nostro mondo contemporaneo rende difficile l’apertura di queste caverne» e come quindi oggi «il loro accesso sia sbarrato». I nostri amori, di conseguenza, si devono accontentare di «un teatro più stretto», che limita anche la nostra formazione interiore. L’anima scompare e viene rimpiazzata dall’«apparato psichico», al cui fondo si trova l’inconscio.

Besançon conclude gli affascinanti capitoli dedicati all’amore nei poemi omerici dicendo che, nonostante le numerose avventure di Ulisse, «c’è un solo e unico amore nell’Odissea ed è coniugale» e che quindi nella cultura classica il matrimonio lungo e fedele rimane un ideale incontestato. Ma è solo con la Bibbia, cioè con l’irruzione del monoteismo, che viene considerato legittimo esclusivamente l’amore coniugale. E, dal momento che si attribuisce un significato nuziale sia alla missione di Israele che al suo rapporto con Dio, è inevitabile che il peccato sia poi sempre ricondotto all’adulterio. In particolare, il peccato supremo, l’idolatria. Questa concentrazione sul peccato sessuale e sulla sua portata religiosa, metafisica — considera l’autore — è assente invece nella letteratura greca.

Nel mondo greco-latino, infatti, la colpa dell’errore viene gettata sugli dei che intervengono impedendo all’essere umano di riflettere, e quindi di rifiutarsi di commettere la colpa. Nel testo biblico, invece, la colpa non può essere gettata su Dio ma, anzi, è una offesa a Dio stesso. Il Dio di Davide è temibile, ma è anche misericordioso, qualità che non vengono mai attribuite agli dei pagani. La rivelazione portata dalla Bibbia «ha aperto all’uomo la caverna dei sentimenti».

Con il cristianesimo — scrive Besançon — nel rapporto fra la donna e l’uomo si introduce un terzo, il Dio vivente, giusto e misericordioso, che è ben diverso dal destino. Il teatro del rapporto si allarga a un altro soggetto, l’anima, che conosce l’esperienza dell’interiorità. Agostino, che a lungo ha riflettuto sull’amore, pone fine a una concezione della sessualità come fenomeno semplicemente fisiologico, secondo la visione allora prevalente. Essa diventa invece una ferita permanente e incurabile dell’anima, che impedisce all’essere umano di sottoporsi liberamente alla legge e all’amore di carità. La concupiscenza si stacca dal corpo ed entra nell’anima. Ma l’amore umano può essere benedetto se include il terzo divino, e si pone nel destino naturale e sovrannaturale delle persone coinvolte.

La storia di Tristano e Isotta è indubbiamente sovversiva, si oppone direttamente alla morale coniugale e ne propone un’altra, fondata sul sentimento. Essa introduce l’amore folle, che si può considerare una forma di impazienza, cioè un modo di gustare immediatamente il frutto che era sì promesso, ma al termine di una crescita e di una attesa. Per questo motivo Besançon ricorda come i padri della Chiesa sostenessero che il peccato originale si poteva assimilare all’impazienza.

Eloisa vuole espellere Dio dal rapporto con Abelardo: il suo amore è così assoluto che ella contravviene al primo e più importante comandamento. Wagner riprenderà il tema proponendo un nuovo tipo d’amore, affrancato dalla morale divina e dalla morale sociale, nel quale la pena viene dalla frustrazione del desiderio e dal conflitto morale.

Al mito di Tristano e Isotta allude fin dal titolo il romanzo La nouvelle Héloïse di Rousseau, ma con altri sviluppi e altri esiti: Julie, la protagonista divisa fra il grande amore e il dovere coniugale, «parla troppo del suo crimine, e non abbastanza dei suoi peccati» perché l’Essere supremo a cui fa riferimento non è il Dio cristiano, ma una divinità inventata da lei stessa. E benché si offra in sacrificio ed entri in una sorta di stato mistico, si sente che è falso, e questa falsità si comunica al romanzo.

La religione scompare completamente nell’educazione sentimentale di Flaubert — anche se, nota l’autore, la metà femminile della Francia è ancora pia nel XIX secolo — e quindi manca totalmente l’idea di peccato. Fino a quel momento l’amore sacro non era stato del tutto separato da quello profano: in questo romanzo, invece, l’amore è completamente secolarizzato.

Oggi — sottolinea l’autore — la secolarizzazione dell’amore è generale, e tutto avviene solo fra un uomo e una donna, come prova la sostituzione del sacramento matrimoniale con legami civili. Ma questi legami, che sembrano così moderni, in realtà non fanno che ripetere, senza saperlo, il matrimonio pagano, greco, romano, cinese, indù. E conclude mestamente Besançon che comunque anche queste forme di vincolo, che pure sono state private di Dio, almeno restaurano il legame naturale.

 

Il sangue dei fedeli

03 gen 16.18

La strage di Alessandria — che nella metropoli egiziana ha colpito i fedeli copti ortodossi all’uscita da una celebrazione liturgica — ha trovato spazio nei media in tutto il mondo, al termine di un anno punteggiato da violenze e attentati contro i cristiani. E ancora una volta si è levata la voce di Benedetto XVI che ha condannato «questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene». Con la denuncia senza mezzi termini di una «strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione».

Questa volta gli attentati anticristiani — che si moltiplicano in diverse regioni del mondo — sembrano avere attirato l’attenzione mediatica internazionale, che a questi temi in genere non è molto sensibile. Da almeno tre anni infatti alti esponenti della Santa Sede e della Chiesa cattolica gettano l’allarme di fronte alla cristianofobia. Una realtà purtroppo in crescita, che allarma e va combattuta almeno quanto l’islamofobia e l’antisemitismo, come sottolineò già il 10 gennaio 2008 in una conferenza a Roma l’arcivescovo Dominique Mamberti.

«I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede» ha scritto il Papa nel messaggio per la giornata mondiale della pace, ma nemmeno questo ha avuto troppo spazio nella riflessione dei media. Trascurata è stata così la lucida analisi di Benedetto XVI, che prende di mira il fondamentalismo e il laicismo — definiti «forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità» — e richiama la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa quando sottolinea che essa «è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Nonostante rappresentazioni contrarie, favorite appunto dal laicismo, che identificano la religione con l’oscurantismo e l’intolleranza.

Nel messaggio il Papa sottolinea che soprattutto in Asia e in Africa «le principali vittime sono i membri delle minoranze religiose, ai quali viene impedito di professare liberamente la religione e di cambiarla». Sulle violenze che prendono a pretesto la religione e massacrano i fedeli tante volte la Santa Sede e Benedetto XVI hanno alzato la voce, senza fare distinzione se le vittime fossero musulmane o cristiane.

Su questi atti spaventosi e intollerabili, «nei quali non si rispetta più ciò che è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità», il Papa è tornato nel discorso dello scorso 20 dicembre per gli auguri natalizi. Richiamando la celebrazione del sinodo delle Chiese del Medio Oriente, Benedetto XVI ha ricordato la saggezza del consigliere del mufti del Libano quando questi ha detto: «con il ferimento dei cristiani veniamo feriti noi stessi. Purtroppo, però, questa e analoghe voci della ragione, per le quali siamo profondamente grati, sono — ha aggiunto il Papa — troppo deboli. Anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro ed accecamento ideologico».

Molte voci di solidarietà e di ragionevolezza sono venute dopo la strage di Alessandria da musulmani, ebrei e cristiani, in diverse parti del mondo, e questo è un segno di speranza. Che dà ragione alle parole di Benedetto XVI e alla sua tenace volontà rivolta alla convivenza: «L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine ferisce tutti». Perché versare il sangue dei fedeli, di ogni credente e di ogni creatura umana, offende Dio.

g. m. v.