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Editoriali del mese di dicembre 2010

Un aiuto reciproco contro la crisi

22 dic 18.51

Europa e Africa

di Ettore Gotti Tedeschi

Sin dall’inizio della crisi economica è stato suggerito che una strategia europea contro la recessione poteva consistere in una sorta di piano Marshall per i Paesi poveri, a cominciare da quelli africani. In questo modo, oltre ai diretti benefici per l’Africa, si sarebbero ottenuti grandi vantaggi per le economie europee a rischio di stagnazione. La tesi, più volte espressa su «L’Osservatore Romano», è stata sostenuta tra gli altri, sempre sulle pagine di questo giornale, dall’allora premier britannico, Gordon Brown. Alcuni Paesi ex emergenti, come la Cina e il Brasile, l’hanno invece messa in pratica, traendone elevati profitti.

Dopo il g8 per l’Africa è apparso chiaro che il continente sarebbe presto cresciuto. Grazie al McKinsey Global Institute, che ha elaborato dati dell’Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), dell’Ocse e della Banca Mondiale, sono finalmente disponibili statistiche. Dal 2000 al 2008, l’intero pil continentale è aumentato di circa il 5 per cento annuo, toccando 1,6 trilioni di dollari e raggiungendo quasi quello di Russia e Brasile. Nel 1980 solo il 28 per cento degli africani viveva nelle città. Oggi il 40 per cento della popolazione risiede in centri urbani. Quasi come in Cina e più che in India. Positivo è stato l’impatto sul reddito prodotto: già nel 2008, 85 milioni di famiglie africane avevano un reddito superiore ai 5.000 dollari. Ma quel che più conta è che l’economia, grazie alle risorse e alla mano d’opera a basso costo, continua a crescere e si stima possa raddoppiare nel prossimo decennio.

È una realtà che l’Europa avrebbe potuto trarre a proprio vantaggio, se avesse attuato il suo piano Marshall, investendo nelle infrastrutture oltre che nelle tecniche agricole e di estrazione delle materie prime. E tutto ciò con uno stile europeo, nel senso migliore del termine, basato cioè sull’attenzione per la dignità della persona, per la stabilità politica, per le riforme necessarie a ridurre il debito e a gestire l’inflazione.

Per il suo sviluppo, l’Africa ha certo beneficiato, negli ultimi dieci anni, del boom delle commodities (petrolio, minerali, risorse naturali), ma un’ulteriore crescita del pil può ora giungere da settori trainanti come il commercio, i trasporti, le produzioni locali e le telecomunicazioni.

I grandi investimenti della Cina nel continente hanno avviato e accelerato questo processo economico, ma non hanno risolto i problemi. La debolezza dell’Africa risiede ancora nella mancanza di infrastrutture e industrie specifiche, in quei settori cioè dove l’Europa potrebbe eccellere. Si pensi che nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) le infrastrutture, soprattutto stradali, sono cinque volte superiori a quelle africane, e ciò si riflette sull’impatto logistico e sui costi relativi. L’Africa necessita quindi di altri investimenti che andrebbero a vantaggio di chi li fa, oltre di chi li riceve.

Certo, il continente non è omogeneo. Esistono tante Afriche anche da un punto di vista economico. Ci sono quattro Paesi ricchi, sviluppati e diversificati (Egitto, Marocco, Tunisia, Sud Africa) e otto con riserve di petrolio, gas e con discrete basi infrastrutturali (Algeria, Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo).

C’è poi un gruppo di undici Paesi prettamente agricoli, in via di sviluppo tecnologico, che cominciano a diventare competitivi (Camerun, Ghana, Kenya, Mozambico, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Costa d’Avorio, Madagascar, Sudan). Questo gruppo deve intraprendere altri sforzi per estendere le superfici coltivabili, per migliorare le tecniche di raccolto e per passare a produzioni di valore come il biofuel e l’etanolo. Se ciò avvenisse lo sviluppo agricolo potrebbe segnare, entro il 2020, una crescita di oltre il 6 per cento annuo. Una vera rivoluzione verde, come si usa dire. Ma in Africa sono anche presenti Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, l’Etiopia, il Mali e la Sierra Leone, devastati dai conflitti e con Governi instabili. Queste Nazioni possono, per ora, solo essere stimolate dai loro vicini alla soluzione dei problemi, per poi cominciare ad accedere a un modello di sviluppo.

L’Africa rappresenta un’occasione da cogliere in fretta. Il continente è ancora carico di prospettive che, da parte europea, rendono ragionevole e attraente un aiuto vero. Un aiuto reciproco.

 

Privacy genetica

22 dic 7.43

Sugli esami in gravidanza

di Carlo Bellieni

Cambiano in Italia le linee-guida per l’esecuzione degli esami genetici in gravidanza: l’amniocentesi — un esame che analizza i cromosomi del feto prelevando liquido dall’utero materno — sarà gratuita solo nelle donne che presenteranno la positività di un esame, meno pericoloso, che mostri un rischio per il bambino di avere una sindrome Down. È un buon passo avanti, visto il pericolo non indifferente che in seguito all’amniocentesi avvenga la morte del feto.

Ma la diagnosi prenatale genetica, anche quando venga fatta sul sangue materno e senza rischio per il feto, non è eticamente neutra. Se servisse per curare sarebbe altra cosa, ma le possibilità di terapia dei malati di sindrome Down sono praticamente zero; dunque si entra nel segreto più nascosto di una persona, nel suo dna, senza il suo permesso, e verosimilmente non nel suo interesse. Non vorremmo perciò che il parere dell’Istituto Superiore di Sanità facesse sembrare moralmente neutri gli esami genetici fetali non pericolosi, che invece — per chi rispetta la vita e la privacy — solo in pochi casi hanno una giustificazione morale e che rischiano di diventare una routine, cioè uno screening.

La ricerca della sindrome Down del feto non deve essere uno screening, cioè una ricerca a tappeto, perché non è interesse dello Stato andare a individuare i bambini affetti prima della nascita; altri screening sono ottimi e desiderabili: per esempio, quelli che si fanno per ricercare delle malattie curabili come l’ipotiroidismo. E non è neanche nell’interesse del bimbo.

Di recente, i giornali si sono infervorati per la scoperta cinese di un sistema volto a individuare nel sangue materno il dna fetale, con lo stesso livello di accuratezza dell’amniocentesi, ma senza rischi; ma questo a chi giova? Certamente non al paziente analizzato, cioè al feto, cui la diagnosi potrebbe agevolmente essere fatta dopo la nascita. Oltretutto i programmi di screening fatti per individuare a tappeto i soggetti con una certa malattia incurabile — il cui esito porta quasi sempre alla terminazione della vita dei soggetti stessi — bollano come «indesiderati» quei soggetti, e ovviamente anche quelli già nati con la stessa malattia; e questo non è certo un regalo gradito ai malati — ad esempio i talassemici — e alle loro famiglie, che si sentono come dei fuorilegge genetici.

Ma lo screening della sindrome Down fatto col sangue materno va almeno nell’interesse della donna? La ricerca scientifica sembra propendere per il no, perché l’idea stessa di screening va troppo a braccetto con l’obbligatorietà. Catherine Vassy, dell’Inserm di Parigi, spiega come fu introdotto lo screening genetico in Francia: «L’espansione dei servizi genetici fu stimolata per iniziativa del Governo, di settori medici e dell’industria. Nelle audizioni del 1996 furono ascoltati i rappresentanti di famiglie di disabili. I loro rappresentanti approvarono limitatamente lo screening per sindrome Down. Entrambe le associazioni si espressero contro la sistematizzazione dello screening biochimico e chiesero di prevedere lo screening su base individuale, a richiesta della donna» («Social Science and Medicine», ottobre 2006).

Ancora, su «Fetal Diagnosis and Therapy» (marzo 2008) una ricerca conclude dicendo: «È difficile per le donne nel primo trimestre esercitare la loro autonomia nel riguardo dello screening per sindrome Down. Molte lo credono obbligatorio». Clare Williams, su «Social Science and Medicine» (novembre 2005), spiega che dalla richiesta individuale «si è passati all’effetto screening che a sua volta favorisce l’effetto “retata”». E una recente review mostra come «seppur molte donne ne conoscano gli aspetti tecnici, più raramente conoscono le finalità degli esami genetici. Molte (dal 29 al 65 per cento) non conoscono l’esistenza di falsi negativi e il 30-43 per cento quella di falsi positivi. Solo poche pensano alle scelte riproduttive [cioè alla possibilità di abortire], al momento di partecipare allo screening» («Acta Obstetrica and Gynecologica» marzo 2006).

Insomma: far diventare screening la diagnosi genetica prenatale surclassa la scelta individuale della donna; tanto che quando si spiegano bene le finalità e i limiti dei test genetici, come avvenne in Olanda, il numero di quelle che la scelgono crolla dal 90 al 46 per cento («Prenatal Diagnosis», gennaio 2005). Detto in altre parole, la società occidentale che non offre terapie genetiche alla sindrome Down e neanche fa molto per cercarle, si lava le mani e scarica sulle spalle delle donne la responsabilità di chiudere le porte della nascita ai bambini Down, mentre molte donne, come mostra sempre Vassy, vorrebbero mille modi per abbracciare il loro bimbo anche malato («Trends in Biotechnology», maggio 2005).

Ci attendiamo allora che con le nuove linee-guida si affermi che l’analisi dei cromosomi del figlio non è un obbligo, ma un’intromissione, a lui non utile, nella sua privacy genetica: pertanto né da vietare, ma neanche da far diventare routine. E che le stesse linee-guida, dopo avere spiegato come aiutare a evitare le nascite, non omettano la spiegazione di come aiutare le donne a far nascere. Mostrando un percorso clinico virtuoso, in caso di anomalia genetica, che comprenda anche lo specialista della malattia riscontrata, in modo da prospettare in termini approfonditi il quadro clinico e sociale che aspetta il bambino. E indicando le strade per una migliore assistenza economica alle donne e alle famiglie dei bambini malati. Perché nessuna donna debba dire, di fronte a una diagnosi di malattia genetica, di essere stata lasciata sola.

 

Il futuro del mondo

20 dic 16.15

I discorsi che il Papa prepara per gli auguri di Natale sono l’occasione per una riflessione sull’anno trascorso. Da un punto di vista particolare — quello del vescovo di Roma, a cui è affidata la guida visibile di tutta la Chiesa — ma che nello stesso tempo vuole parlare al di là dei confini cattolici. Per questo Benedetto XVI ha detto che è «in gioco il futuro del mondo». Per questo, con mitezza, chiede di essere ascoltato. Dai media, innanzi tutto, che hanno la responsabilità di comunicare, ma più in generale da chiunque voglia udire il ragionare pacato ma chiarissimo di un uomo buono e lucido che Dio ha suscitato nel nostro tempo.

Tempo di smarrimento e di angoscia che, nonostante speranze e possibilità, richiama quello della fine dell’impero romano, quando un mondo stava tramontando: un tempo schiacciato «dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale — ha analizzato con precisione Benedetto XVI — le strutture giuridiche e politiche non funzionano». Ed è una diagnosi che interessa tutti: il Papa guarda infatti alla Chiesa, ma parla a ogni donna e a ogni uomo, a chi sia disposto ad accogliere la sua riflessione, senza mutilarla secondo meccanismi informativi che è fin troppo facile prevedere.

Dell’anno che finisce il Pontefice ha ritenuto due aspetti principali, all’interno della Chiesa ma anche al suo esterno, nel mondo dove essa vive. Da una parte, la dimensione sconvolgente e inimmaginabile degli abusi contro i minori commessi da sacerdoti — che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» — e, dall’altra, il crescere spaventoso della cristianofobia proprio nell’anno durante il quale si è celebrato il sinodo delle Chiese del Medio Oriente.

Per oltre un ventennio il cardinale Joseph Ratzinger ha operato in ogni modo per contrastare lo scandalo degli abusi, con l’animo lacerato proprio perché cosciente della grandezza e dell’unicità del sacramento sacerdotale, che è invece «in grado di cambiare il mondo» e di aprirlo a Dio. Scandalo descritto dal Papa con le parole della visione ricevuta da una donna, santa Ildegarda di Bingen, che vide la Chiesa sfigurata dai peccati degli uomini e dalle colpe dei sacerdoti. Scandalo al quale si aggiunge la deriva attuale di un mondo che tace — quando non è addirittura connivente — di fronte alla pornografia che viola l’innocenza dei più piccoli, di fronte al turismo sessuale, di fronte alla droga. A causa di un soggettivismo che  finisce  per  pervertire  la  coscienza.

Allo stesso modo interpella il mondo e non riguarda solo la Chiesa il crescere di «atti di violenza nei quali non si rispetta più ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità». In Medio Oriente, ma non solo, «i cristiani sono la minoranza più oppressa e tormentata», ha ripetuto Benedetto XVI, lamentando come le voci della ragione che si levano nel mondo musulmano siano troppo deboli e ancora una volta ha chiesto che si fermi la cristianofobia.

Ma alla radice di tutto vi è la necessità — che per i cristiani è anche responsabilità — che si ritrovi quel «consenso morale di base» indicato da Alexis de Tocqueville. Solo così sarà possibile tornare a vedere ciò che davvero è reale e che davvero conta: Dio e l’anima, riconoscendo che l’uomo è capace di verità, e che la verità esige obbedienza. Così Benedetto XVI ha descritto le tre conversioni di John Henry Newman. Che nella sua vita ha mostrato come sia possibile andare contro il pensiero dominante. Per aprirsi al Signore che viene.

g. m. v.

 

Un messaggio non convenzionale

18 dic 7.29

Per la giornata mondiale della pace

di Lucetta Scaraffia

Il messaggio per la giornata mondiale della pace di Benedetto XVI non ha nulla di convenzionale. È un testo molto importante e interessante, a cominciare dall’affermazione subito espressa: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Questa è una realtà che tutti ormai hanno colto, ma che nessuno dice ad alta voce: una denuncia chiara e impegnativa che mette di fronte agli eventi in modo inconfutabile. Adesso sarà più difficile fare finta di niente, fingere che ogni episodio di persecuzione contro i cristiani sia un caso isolato, privo di conseguenze sulla realtà e sulla vita delle diverse comunità sparse nel mondo.

Proprio per questo il messaggio del Papa segna un cambiamento di fase storica, del quale bisogna analizzare il significato, senza negare la gravità di molte situazioni. Nel testo questa denuncia si sviluppa in un richiamo, variamente articolato, al rispetto della libertà religiosa, con una riflessione la cui importanza può essere valutata seconda solo al documento conciliare Dignitatis humanae, che ha segnato per la Chiesa l’apertura a questa dimensione.

Apertura a lungo contrastata, non in nome di un oscurantismo timoroso del diverso, come è stato detto da molti, ma per la preoccupazione che il fedele meno avveduto confondesse la verità e l’errore, una volta messi sullo stesso piano, senza distinzioni che ne chiariscano la gerarchia. Questa preoccupazione pastorale è stata superata con la convinzione di riuscire a spiegare e fare conoscere la verità, anche in società ove questa non fosse in chiara evidenza.

Un nuovo impegno per la Chiesa, dunque, e una nuova fase segnata da continui confronti con la secolarizzazione avanzante, che ha dato all’impegno religioso una nuova ragione, una nuova direzione in cui muoversi, una nuova speranza. Come infatti dice Benedetto XVI, «la libertà religiosa è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Facendo coincidere libertà con ricerca della verità, il Papa permette di comprendere con chiarezza che la libertà religiosa non ha nulla a che vedere con il relativismo, il quale nega l’esistenza della verità.

La condanna verso ogni tipo di strumentalizzazione della religione è netta, e coinvolge allo stesso tempo i fanatismi religiosi e il laicismo esasperato: «La stessa determinazione con la quale sono condannate tutte le forme di fanatismo e di fondamentalismo religioso, deve animare anche l’opposizione a tutte le forme di ostilità contro la religione, che limitano il ruolo pubblico dei credenti nella vita civile e politica». Se infatti il fanatismo religioso arriva a praticare la sopraffazione delle minoranze — e tragicamente i cristiani in Asia e Africa ne sanno qualcosa — forme di ostilità antireligiosa «nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini».

Anche questo diverso fondamentalismo, che si è sviluppato sulle basi di una secolarizzazione liberale, segna un cambiamento storico: non è più questione di dare voce a tutti, allo stesso modo, senza distinguere la verità, ma di arrivare addirittura, in molti modi diversi, a imbavagliare la voce di chi crede, di chi fa parte di una religione. È come se la tolleranza — che all’inizio dell’età moderna era sfociata nella proclamazione della libertà religiosa fra i diritti fondamentali dell’essere umano, quelli che ne garantiscono la dignità — portata per una sorta di cortocircuito all’esasperazione, diventasse oppressione.

Un esempio evidente — ricordato da Benedetto XVI anche nel discorso al nuovo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede — è rappresentato dall’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici, che da molte parti si vuole proibire in nome di una libertà declinata come cancellazione di ogni simbolo di appartenenza religiosa. Non è un caso, infatti, che questa fase sia segnata dalla presenza dei fondamentalismi, che costituiscono l’altra faccia del laicismo esasperato. Il Papa li ha definiti come «forme speculari ed estreme del rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità».

Oggi il problema della libertà religiosa non è più legato a quello di far comprendere la differenza fra la verità e la menzogna, per evitare confusioni, ma è diventato addirittura quello di sostenere il diritto a fare sentire la propria voce, ad avere un posto riconosciuto nella società. E non è un caso che questa affermazione sia venuta da Benedetto XVI in occasione della giornata mondiale della pace: soffocare le voci religiose è un atto contro la dignità umana. E dunque un ostacolo a ogni tentativo di pace.

 

La politica della fraternità

16 dic 16.04

L’antico detto latino che esorta a preparare le armi in funzione della pace — si vis pacem para bellum — risuona in qualche modo nel messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale che si terrà il prossimo 1 gennaio. Ma sono armi diverse da quelle «destinate a uccidere e a sterminare l’umanità», come sottolineava Paolo vi: occorrono infatti «sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale». E tra queste urge oggi la libertà religiosa, sulla quale il Papa riflette a partire dagli orrendi atti di violenza e intolleranza che si susseguono soprattutto in Iraq, ma non solo.

Nel messaggio papale l’analisi guarda alla situazione internazionale nel suo complesso e afferma amaramente che in alcune regioni del mondo «non è possibile professare ed esprimere liberamente la propria religione». In altre, invece, l’intolleranza e la violenza si affermano attraverso «forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli religiosi».

Senza indulgere a enfasi retoriche e senza troppi esempi, che purtroppo non sarebbe difficile enumerare, Benedetto XVI esordisce con un’affermazione incontestabile: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Come in Iraq, appunto, dove a Baghdad il «vile attacco» contro la cattedrale siro-cattolica ha assassinato due sacerdoti e sterminato una cinquantina di fedeli, ma anche in altri Paesi asiatici e africani, a danno delle minoranze religiose. Mentre in Europa molte forze operano per rinnegare la storia e i simboli religiosi della maggioranza dei cittadini. Calpestando pluralismo e laicità, con il risultato di fomentare odio e pregiudizio.

Negare la libertà religiosa e oscurare la dimensione pubblica della religione genera una società ingiusta e va contro la pace. L’affermazione si accompagna a una critica radicale del relativismo morale, che «è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani». E respingendo fondamentalismo e laicismo — che il messaggio definisce «forme speculari ed estreme di rifiuto» del pluralismo e della laicità — il Papa ripete che le religioni hanno un ruolo importante nell’ambito politico e culturale perché possono costituire «un importante fattore di unità e di pace».

La forza delle affermazioni di Benedetto XVI si fonda sulla convinzione che il mondo «ha bisogno di Dio» e sulla ragione, che da tutti può essere condivisa (non a caso Cicerone è citato in un testo percorso dalla coscienza della specificità ebraica e cristiana). E ricevendo cinque nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, il Papa ha detto con chiarezza che la Chiesa non agisce come una lobby e che la sua politica è solo una: quella della fraternità.

g. m. v.

 

La libertà spacciata

11 dic 7.38

Sulle proposte di legalizzazione della marijuana

di Carlo Bellieni

Lo Stato della California ha rigettato l’idea di liberalizzare l’uso della marijuana. C’è chi si rammarica della decisione popolare, facendo notare con stupore che questo è avvenuto nonostante «ricchi manager abbiano mostrato il loro sostegno alla riforma delle leggi sulla cannabis», come il 6 dicembre i rappresentanti di un’importante fondazione antiproibizionista riportano nel sito della Cnbc, facendo nomi e cognomi dei ricchi supporter. Uno schieramento di forze potente, degno di ben altra causa. Probabilmente i personaggi pubblici che fanno di tutto, dagli Stati Uniti all’Australia, per la liberalizzazione della marijuana dovrebbero avere a cuore di dimostrarne l’innocuità, dato che la ricerca scientifica sembra essere di tutt’altro avviso. Giusta campagna, quella antiproibizionista, o dobbiamo difenderci da qualcosa di nocivo?

I dati scientifici starebbero a sostenere che sia vera la seconda opzione, che diventa tanto più urgente quanto più i rischi della droga vengono sottovalutati in pubblico da rockstar o vedette che hanno a disposizione le telecamere e gli altoparlanti più suadenti e potenti del mondo. Il tentativo, benché rigettato dal popolo della California, verrà riproposto nel 2012 e già in Colorado, Oregon e Washington sono in programma per il 2011 richieste analoghe che potrebbero sfociare, riporta la Cnbc, in un referendum. Certo, forse negli intenti si vorrebbe così superare la coda di criminalità legata allo spaccio. In pratica, si finisce invece con eludere il vero problema, trascinando il dibattito sulla solita distinzione tra droghe leggere e pesanti (come se il problema non fosse per entrambe la fuga dalla realtà) e sulla lotta tra proibizionismo e antiproibizionismo. Finendo col nascondere, sotto questi dibattiti fatui, due fatti incontrovertibili: primo, che la droga fa male; secondo, che la società non vuole affrontare il disagio per il quale qualcuno finisce col drogarsi.

Che la droga, ogni droga, faccia male lo spiega la ricerca scientifica; porta addirittura effetti contrari a quelli desiderati. Paradossalmente la cocaina, che comunemente si pensa giovi alle «trasgressioni», oltre a causare altri guai sembra che agisca negativamente sulle capacità sessuali («European Urology», agosto 2007). Anche la marijuana, che tanti supposti vip non si vergognano a pubblicizzare in televisione, ha effetti negativi, e non solo perché altera lo stato di coscienza di chi guida, ma perché vari studi la legano all’insorgenza di psicosi come la schizofrenia («Lancet», luglio 2007; «Nature», novembre 2010) e all’alterazione dei riflessi e memoria («Journal of Psychopharmacology», febbraio 2010) persino a distanza di giorni dall’assunzione. La presenza di allucinazioni sembra essere maggiore nei ragazzi che hanno assunto marijuana anche solo due volte nel mese precedente («Schizophrenia Research», febbraio 2009). L’American Academy of Pediatrics, paladina della salute dei minori, si schiera assolutamente contro la liberalizzazione per i motivi suddetti e dopo aver esaminato gli effetti negativi laddove la liberalizzazione sia stata autorizzata («Pediatrics», giugno 2004).

Che la società non affronti il disagio è un dato di fatto, come testimonia il numero crescente di suicidi nei Paesi occidentali. Ed è tanto facile dire «drogatevi pure», invece di dare risposte a chi, piuttosto di ridursi a usare stupefacenti per fuggire dal reale, vorrebbe incontrare una vera ragione per vivere e un accesso al mondo del lavoro.

Ma il dibattito in atto non si preoccupa dei rischi o delle cause, che diventano polvere da nascondere sotto il tappeto, come se il problema fosse solo un fatto di ordine sociale da tutelare o di libertà stravaganti da ottenere. Il disagio giovanile non si risolve negandolo, e neppure con i negozi dove si va a comprare lo spinello come se fosse una caramella. Lo Stato deve incrementare la cultura della solidarietà e in questo sforzo non può cedere e agevolare la vendita di un prodotto potenzialmente pericoloso. Finalmente, dopo decenni di abuso, iniziamo a mettere in guardia dalla vendita di sostanze nocive, a ritirarne alcune dal mercato perché danneggiano la salute come certe plastiche, a vietare la vendita di alcolici e tabacco perlomeno ai minori. E vorremmo aprire una breccia pericolosa per la salute quando la porta alle intossicazioni si sta chiudendo con utilità per tutti?

L’uso di marijuana per scopi antidolorifici deve essere ben analizzato, anche perché la lotta al dolore deve essere incrementata in tutti i mezzi. La succitata American Academy of Pediatrics mostra che se esiste un’utilità contro il dolore dei derivati della canapa indiana, sta nelle singole sostanze, non nello spinello che invece farebbe assumere anche sostanze pericolose e la cui supposta utilità manca di supporto scientifico. E che, aggiungiamo noi, magari farebbe improvvisamente moltiplicare esponenzialmente il numero di persone con «dolori cronici» e far consigliare la droga per presunti dolori morali o contro la depressione, impedendo magari a chi ne soffre davvero di trovare la cura adatta ed efficace.

Il problema droga ha un approccio razionale solo partendo da una reale messa in discussione di ciò che questa società offre ai giovani. Ma la società postmoderna, quella che lascia l’individuo solo e disperato mettendo in atto teatrini per fargli credere di essere libero, sa solo offrire scappatoie solitarie, spacciandole per libertà. I giovani aspettano chi faccia loro intravedere un senso, una solidarietà duratura, un amore che non sia uno scherzo come invece accade a molti loro genitori. Ma c’è chi non vuole che questo senso, quest’amicizia e amore diventino un itinerario di ricerca gioiosa da parte dei giovani; finché non saranno i giovani a chiederne conto.