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La corona che plasma il tempo

24 nov 8.06

Per l’inizio dell’anno liturgico

di Inos Biffi

L’anno liturgico è tra le più originali e preziose creazioni della Chiesa, «un poema — come diceva il cardinale Ildefonso Schuster di tutta la liturgia — al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra». Esso è la trama dei misteri di Gesù nell’ordito del tempo. Così, lungo il corso di ogni anno, la Chiesa rievoca gli eventi della sua nascita, della sua morte e della sua risurrezione, così che il susseguirsi dei giorni sia tutto improntato e sostenuto dalla memoria di lui. Una memoria d’altronde che, se fa volgere lo sguardo a quando quegli eventi si sono compiuti, subito fa tendere lo sguardo sul Presente, cioè sul Cristo vivente, che sovrasta e include in se stesso tutta la storia.

Facendosi uomo, il Figlio di Dio si ritrova, come ognuno di noi, «datato» e coinvolto nei confini della cronologia e, perciò, di un passato irreversibile. È l’aspetto temporale e irripetibile dei suoi misteri, che divengono l’oggetto del ricordo che li rievoca. Così nell’anno liturgico, con immensa pietà, ripassano i diversi momenti rievocati nei vangeli, e di cui è stata intessuta l’esistenza di Gesù e che non si rinnovano. E tuttavia ognuno di essi era una mediazione di grazia e concorreva a «creare» il Signore e la sua opera di salvezza.

Gesù non rinasce storicamente ogni volta che la Chiesa ne rievoca il Natale, ma quella natività fu una mediazione e un avvenimento di grazia. Come lo furono tutte le altre manifestazioni della vita terrena del Figlio di Dio: ossia, come direbbe Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, 27, prologo), «tutto quello che il Figlio di Dio incarnato fece o patì nella natura umana a lui unita» (ea quae Filius Dei incarnatus in natura humana sibi unita  fecit  vel  passus  est):  tutto  quello che concorse a formare il Cristo redentore.

Nello svolgimento dell’anno liturgico rimeditiamo su quei misteri, miriamo ad averne un’intelligenza più profonda, e soprattutto li ritroviamo col loro senso e con il loro valore nel Signore vivente glorioso, sul quale sono fissati gli occhi della fede e l’ardore del cuore. E in questo senso si può affermare che, narrati e tramandati d’anno in anno, non invecchiano e non si consumano mai.

Ecco perché è giusto ritenere che, mentre si dispongono e si uniscono a formare la suggestiva «corona della benignità dell’anno di Dio» — corona benignitatis anni Dei, come Paul Claudel intitola il suo splendido poema sull’anno liturgico — essi sono destinati in certo modo a rinnovarsi nella Chiesa. L’anno liturgico — scriveva il cardinale Schuster — «rappresenta come l’unità di misura della vita della Chiesa sulla terra. Questa vita a sua volta è la continuazione della vita di Gesù Cristo». Vale per esso quel che egli diceva della preghiera liturgica: «Direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante». I giorni che lo formano sorgono dall’amore della Chiesa ininterrottamente assorta a contemplare e a incontrare il suo Signore, istituendo con lui una cronologia o un corso annuale nuovo e inedito, a servizio di Cristo, per mezzo del quale, nel quale e per il quale tutto è stato creato.

In tal modo il tempo è riscattato dalla noia della monotonia e dall’angoscia che può incombere di fronte all’ignoto. La liturgia ambrosiana parla di «paura del tempo» (metus temporis). In realtà la Chiesa, «pellegrina sulla terra», lo vive e lo trascorre in compagnia di Gesù, che del tempo stesso è il significato e il fine. Essa è sempre in «attesa della sua venuta», sicura d’altronde che egli è già venuto ed è sempre il Veniente, convinta perciò che nessuna disgrazia o nessun incidente, per quanto possano apparire gravi, saranno mai capaci di strapparla all’amore onnipotente e provvidente del Signore.

E, con Cristo, anche i santi, di giorno in giorno, fanno compagnia alla Chiesa, a cominciare dalla Vergine Maria, che continua nella Chiesa la sua premurosa missione materna. Così, accanto al Proprio del tempo e al Tempo per annum, tutti dedicati alla contemplazione dei misteri di Cristo, ci imbattiamo felicemente nel Santorale: una luminosa ghirlanda di amici di Dio e di amici nostri, che adesso si accompagnano con noi, dopo avere prima di noi compiuto il «santo viaggio», e avervi attinto la grazia in esso celata e ora maturata nella gloria.

Senza dubbio, in questo tragitto non siamo sottratti al tempo cronologico, che da ogni parte ci avvolge. Esso non è abrogato o soppresso, ma perdura sia come fautore di crescita terrena, sia come coefficiente di declino quando nella sua implacabile corsa logora e debilita il corpo, e insieme estenua e dissipa, talora fino a devastarle, le energie dello spirito.

E, tuttavia, non dubitiamo che proprio a questo trascorrere del tempo il Signore provveda a conferire un’energia inattesa e che lo ammanti di benedizioni: lui che ha trasformato l’acqua in vino, e ridato vita ai corpi infermi o già pervasi dalla morte, e superato i limiti dello spazio, apparendo a porte chiuse; lo stesso che sa continuamente trasmutare la materia delle nostre offerte e rendercela come Eucaristia.

Allo stesso modo, egli sa convertire e plasmare anche il tempo, che si china docile al comando di Gesù, chiamato da sant’Ambrogio (De fide, i, 9, 58) «autore e creatore del tempo» (temporis auctor et creator). Non sarebbe allora fuori luogo denominare l’anno liturgico il sacramento dei «tempi beati» (beata tempora): quelli che lo stesso vescovo di Milano vedeva iniziare dall’Ora di Terza, quando Cristo «ascese sulla croce» (ascendit crucem). Ecco perché — usando le parole di Davide nel salmo 84 — si può affermare che chi percorre l’anno liturgico «passa per la valle del pianto, e la cambia in una sorgente», e che lungo il cammino «cresce il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion».

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