RSS
 

Editoriali del mese di novembre 2010

Avvento

27 nov 15.25

di Pier Giordano Cabra

Ed ecco arriva di nuovo l’Avvento, il tempo dell’attesa e dello sguardo proiettato verso il futuro. Avvento: tempo dei desideri piccoli e smisurati, dei desideri drammatici di chi ha fame di pane e di giustizia, di chi cerca ragioni per vivere, di chi, stanco della notte, vorrebbe affrettare il giorno: «Svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Salmi, 107, 3).

Avvento, tempo del tuo desiderio ma anche del desiderio di Dio su di te.

Tu che desideri un futuro migliore per te, e Dio che desidera dare il futuro migliore a tutti. Tu non sai che cosa chiedere, Lui sa che cosa darti. Tu che desideri ricevere, Lui che ti viene incontro, per proporti di costruire assieme un futuro nuovo. Dall’incontro dei due desideri sboccia la speranza.

L’Avvento si colora di speranza quando ti rendi conto che il tuo desiderio non si esaurirà nel vuoto, né si disperderà al vento, quale sogno illusorio e inconsistente, perché si incontra con il desiderio di Dio che protende la sua mano per stringere la tua; mette la sua tenda fra noi per aiutarci a cambiare la storia nostra e del mondo.

L’Avvento ti parla di un’attesa che si è compiuta già nel passato per incoraggiarti a proiettarti nel futuro. Ti parla del tuo Dio che si è fatto piccolo bambino per insegnarti a diventare grande nel suo Regno.

Guarda, con stupore, l’umiltà del tuo Dio che riprende con te, a Betlemme, la tua storia, intrecciandola con la sua e con quella dei tuoi fratelli.

L’Avvento ti svela il tuo compito nell’umana avventura: con Dio accanto puoi far crescere la fraternità, dentro di te, accanto a te, nel tuo giudicare, a casa e per strada, al lavoro e al bar, nel tuo comunicare per telefono, in internet e nei blog.

È un’impresa sulla quale è dato sentire cantare gli angeli che assicurano la «pace in terra agli uomini amati da Dio».

E se non ti basta, alza il tuo sguardo e osserva la conclusione di tutto quanto ti è dato vedere con gli occhi e con la conoscenza: civiltà che si estinguono, stelle che si spengono, sepolcri che si aprono, l’universo che guarda ansioso.

Viene il Signore della vita sulle nubi del cielo per dare vita a chi ha avuto cura della vita, a esaltare chi l’ha resa buona e bella, a chi si è impegnato a dare speranza, seminando fraternità: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare».

 

Senza pace

24 nov 8.07

La penisola coreana vive senza pace tra le continue provocazioni e i ricatti del regime di Pyongyang, riluttante a rispettare gli obblighi internazionali.  L’armistizio di Panmunjon sottoscritto il 27 luglio 1953 da Corea del Nord, Repubblica popolare cinese e Nazioni Unite — e che prende il nome dal villaggio lungo il 38° parallelo dove avvenne la firma —  pose fine alla fase acuta del conflitto scoppiato nella penisola nel 1950, ad appena pochi anni dalla conclusione del  secondo conflitto mondiale, e nel tempo trasformatosi in una guerra di posizione. Da allora tra i due contendenti non è mai stata vera pace e non è mai stato siglato un trattato definitivo. Sono stati questi decenni sempre sul filo del conflitto, segnati da tensioni,  scontri e rivendicazioni (riguardo la linea delle acque territoriali sul mar Giallo, ad esempio). La via maestra che potrebbe portare a una vera distensione e al disarmo nucleare della penisola  è stata indicata dai colloqui a sei tra le due Coree, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina. Le trattative sono state sospese nel 2009 e anche sulla loro ripresa incombe l’atteggiamento ricattatorio di Pyongyang che condiziona la sua partecipazioni a nuove concessioni della comunità internazionale.  (giuseppe m. petrone)

 

La corona che plasma il tempo

24 nov 8.06

Per l’inizio dell’anno liturgico

di Inos Biffi

L’anno liturgico è tra le più originali e preziose creazioni della Chiesa, «un poema — come diceva il cardinale Ildefonso Schuster di tutta la liturgia — al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra». Esso è la trama dei misteri di Gesù nell’ordito del tempo. Così, lungo il corso di ogni anno, la Chiesa rievoca gli eventi della sua nascita, della sua morte e della sua risurrezione, così che il susseguirsi dei giorni sia tutto improntato e sostenuto dalla memoria di lui. Una memoria d’altronde che, se fa volgere lo sguardo a quando quegli eventi si sono compiuti, subito fa tendere lo sguardo sul Presente, cioè sul Cristo vivente, che sovrasta e include in se stesso tutta la storia.

Facendosi uomo, il Figlio di Dio si ritrova, come ognuno di noi, «datato» e coinvolto nei confini della cronologia e, perciò, di un passato irreversibile. È l’aspetto temporale e irripetibile dei suoi misteri, che divengono l’oggetto del ricordo che li rievoca. Così nell’anno liturgico, con immensa pietà, ripassano i diversi momenti rievocati nei vangeli, e di cui è stata intessuta l’esistenza di Gesù e che non si rinnovano. E tuttavia ognuno di essi era una mediazione di grazia e concorreva a «creare» il Signore e la sua opera di salvezza.

Gesù non rinasce storicamente ogni volta che la Chiesa ne rievoca il Natale, ma quella natività fu una mediazione e un avvenimento di grazia. Come lo furono tutte le altre manifestazioni della vita terrena del Figlio di Dio: ossia, come direbbe Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, 27, prologo), «tutto quello che il Figlio di Dio incarnato fece o patì nella natura umana a lui unita» (ea quae Filius Dei incarnatus in natura humana sibi unita  fecit  vel  passus  est):  tutto  quello che concorse a formare il Cristo redentore.

Nello svolgimento dell’anno liturgico rimeditiamo su quei misteri, miriamo ad averne un’intelligenza più profonda, e soprattutto li ritroviamo col loro senso e con il loro valore nel Signore vivente glorioso, sul quale sono fissati gli occhi della fede e l’ardore del cuore. E in questo senso si può affermare che, narrati e tramandati d’anno in anno, non invecchiano e non si consumano mai.

Ecco perché è giusto ritenere che, mentre si dispongono e si uniscono a formare la suggestiva «corona della benignità dell’anno di Dio» — corona benignitatis anni Dei, come Paul Claudel intitola il suo splendido poema sull’anno liturgico — essi sono destinati in certo modo a rinnovarsi nella Chiesa. L’anno liturgico — scriveva il cardinale Schuster — «rappresenta come l’unità di misura della vita della Chiesa sulla terra. Questa vita a sua volta è la continuazione della vita di Gesù Cristo». Vale per esso quel che egli diceva della preghiera liturgica: «Direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante». I giorni che lo formano sorgono dall’amore della Chiesa ininterrottamente assorta a contemplare e a incontrare il suo Signore, istituendo con lui una cronologia o un corso annuale nuovo e inedito, a servizio di Cristo, per mezzo del quale, nel quale e per il quale tutto è stato creato.

In tal modo il tempo è riscattato dalla noia della monotonia e dall’angoscia che può incombere di fronte all’ignoto. La liturgia ambrosiana parla di «paura del tempo» (metus temporis). In realtà la Chiesa, «pellegrina sulla terra», lo vive e lo trascorre in compagnia di Gesù, che del tempo stesso è il significato e il fine. Essa è sempre in «attesa della sua venuta», sicura d’altronde che egli è già venuto ed è sempre il Veniente, convinta perciò che nessuna disgrazia o nessun incidente, per quanto possano apparire gravi, saranno mai capaci di strapparla all’amore onnipotente e provvidente del Signore.

E, con Cristo, anche i santi, di giorno in giorno, fanno compagnia alla Chiesa, a cominciare dalla Vergine Maria, che continua nella Chiesa la sua premurosa missione materna. Così, accanto al Proprio del tempo e al Tempo per annum, tutti dedicati alla contemplazione dei misteri di Cristo, ci imbattiamo felicemente nel Santorale: una luminosa ghirlanda di amici di Dio e di amici nostri, che adesso si accompagnano con noi, dopo avere prima di noi compiuto il «santo viaggio», e avervi attinto la grazia in esso celata e ora maturata nella gloria.

Senza dubbio, in questo tragitto non siamo sottratti al tempo cronologico, che da ogni parte ci avvolge. Esso non è abrogato o soppresso, ma perdura sia come fautore di crescita terrena, sia come coefficiente di declino quando nella sua implacabile corsa logora e debilita il corpo, e insieme estenua e dissipa, talora fino a devastarle, le energie dello spirito.

E, tuttavia, non dubitiamo che proprio a questo trascorrere del tempo il Signore provveda a conferire un’energia inattesa e che lo ammanti di benedizioni: lui che ha trasformato l’acqua in vino, e ridato vita ai corpi infermi o già pervasi dalla morte, e superato i limiti dello spazio, apparendo a porte chiuse; lo stesso che sa continuamente trasmutare la materia delle nostre offerte e rendercela come Eucaristia.

Allo stesso modo, egli sa convertire e plasmare anche il tempo, che si china docile al comando di Gesù, chiamato da sant’Ambrogio (De fide, i, 9, 58) «autore e creatore del tempo» (temporis auctor et creator). Non sarebbe allora fuori luogo denominare l’anno liturgico il sacramento dei «tempi beati» (beata tempora): quelli che lo stesso vescovo di Milano vedeva iniziare dall’Ora di Terza, quando Cristo «ascese sulla croce» (ascendit crucem). Ecco perché — usando le parole di Davide nel salmo 84 — si può affermare che chi percorre l’anno liturgico «passa per la valle del pianto, e la cambia in una sorgente», e che lungo il cammino «cresce il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion».

 

L’anello dei cardinali

22 nov 15.53

Nell’omelia prima della consegna dell’anello ai nuovi cardinali Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sul fatto che già la precedente creazione di porporati era stata celebrata alla vigilia della solennità di Cristo re dell’universo, che conclude l’anno liturgico. E proprio nella luce di questa antica festa ha collocato il ministero papale e quello cardinalizio, che dal radicamento nella Chiesa di Roma trae il suo significato.

Il primo servizio del successore di Pietro è quello alla fede. Che però non è un sentimento vago o una fede qualsiasi: come Maria e come il buon ladrone, anche il Papa e i cardinali devono infatti riconoscere questa singolare regalità di Gesù crocifisso. E, come loro, stare accanto alla croce di colui che vi è salito per salvare il mondo, piuttosto che invitarlo a scendere dal patibolo, non riconoscendo la sua divinità sfigurata perché spoglia di gloria visibile: «Lo deridono, ma è anche un modo per discolparsi» ha spiegato con sottile finezza Benedetto XVI.

È dunque un ministero difficile quello del Papa e dei cardinali «perché non si allinea al modo di pensare degli uomini» ha sottolineato il vescovo di Roma, tornando a parlare per la seconda volta in ventiquattro ore della necessità di pensare e operare secondo la «logica della Croce», che non è mai facile né scontata e non deve guardare a ideologie o affannarsi dietro particolari accorgimenti: «In questo dobbiamo essere compatti, e lo siamo perché non ci unisce un’idea, una strategia, ma ci uniscono l’amore di Cristo e il suo Santo Spirito» espressi dal segno sponsale dell’anello.

Attento come sempre ai simboli, Benedetto XVI ha legato l’immagine della Crocifissione incisa sull’anello dei cardinali al rosso sangue della porpora. Entrambi infatti convergono nel significare la necessità di restare con Maria accanto a Gesù, che muore sulla croce e da questa regna sull’universo: stat crux dum volvitur orbis. Con l’unico scopo di annunciare la sua signoria: «Il primato di Pietro e dei suoi Successori — ha scandito — è totalmente al servizio di questo primato di Gesù Cristo» perché il suo amore venga e trasformi la terra.

E questo è lo scopo del libro con l’intervista al Pontefice, che senza ragione già si cerca di assimilare alla mentalità del mondo. «Io penso — vi afferma invece Benedetto XVI — che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione». Con una lucida avvertenza: «L’uomo in ogni caso non è in grado di dominare la storia a partire dalle proprie forze». Concludendo che proprio per questo «abbiamo bisogno di Cristo che ci raccoglie in una comunità, che chiamiamo Chiesa». La quale, sull’esempio del suo Signore, vuole essere amica dell’uomo.

g. m. v.

 

La questione di Dio

20 nov 15.51

Nel terzo concistoro per la creazione di nuovi cardinali Benedetto XVI ha deciso di onorare con la porpora alcuni dei suoi collaboratori nella Curia romana e altri vescovi «scelti dalle diverse parti del mondo», che da oggi sono così ancora più vicini al successore di Pietro, nel servizio unico e insostituibile che egli rende alla comunione cattolica. Secondo una dimensione collegiale che non è certo una novità nella Chiesa di Roma, ma che si avverte con più evidenza nelle riunioni del Collegio cardinalizio — come quella che ha aperto con la preghiera e la riflessione il concistoro odierno — e, negli ultimi decenni, nelle molte assemblee (ordinarie, straordinarie, speciali) del Sinodo dei vescovi.

Il mandato affidato dal Signore Gesù, Dominus Iesus, al primo degli apostoli è quello — ha detto il suo attuale successore — di «riunire i popoli con la sollecitudine della carità di Cristo». In una dimensione universale, e dunque propriamente cattolica, secondo una logica di governo che certo non è quella del mondo. E che di conseguenza il mondo spesso non capisce, pretendendo di rappresentare la Chiesa secondo schemi e stereotipi, in genere di scarsissimo aiuto a comprenderne la vera natura. Anche se persistono colpe, imperfezioni e mancanze, inevitabilmente e fatalmente legate a ogni essere umano, e perciò anche a chi della Chiesa fa parte.

Così l’esercizio dell’autorità secondo la parola di Cristo — la «mentalità di Dio» ha detto il Papa — deve guardare alla via percorsa dal Maestro, che significa per chi lo ha incontrato nella sua vita sapersi abbandonare alla provvidenza di Dio, secondo scelte che non sono «mai frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione» e che comportano invece la logica della Croce. Questo, tra l’altro, vuole significare il colore della porpora, espressiva della disponibilità a servire il Signore e la sua Chiesa sino al martirio di sangue (usque ad effusionem sanguinis), in comunione con il successore di Pietro.

E la posta in gioco è per tutti davvero alta, ben al di sopra di interpretazioni politiche o strumentali. Benedetto XVI lo ha spiegato con semplicità e chiarezza, la scorsa estate, a Peter Seewald in una lunga intervista, ora pubblicata in un libro che fin dal titolo — Luce del mondo — conferma come lo sguardo di Joseph Ratzinger sia da sempre rivolto a Cristo, l’unico che illumina «il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi», recita il suggestivo sottotitolo. A confidarsi con intellettuali, scrittori e giornalisti erano stati già Paolo vi e poi, più volte, Giovanni Paolo II. E altrettanto aveva fatto il cardinale Joseph Ratzinger in ben tre occasioni, suscitando un notevole interesse editoriale e premiando una scelta di comunicazione efficace e adatta alla modernità, che Benedetto XVI ha poi innovato in modo radicale con l’opera dedicata a Gesù di Nazaret.

Non è difficile prevedere una larga diffusione anche per questo libro, nel quale il Papa si presenta senza alcun infingimento e senza ricorrere a particolari strategie comunicative, tanto care invece a molti commentatori. E il merito è tutto di Benedetto XVI che sa porre, con parole nuove e senza sfuggire ad alcuna domanda, soprattutto la questione di Dio. Colui che in Cristo — come sottolinea con un linguaggio biblico nell’ultima risposta al suo intervistatore — è «venuto perché possiamo conoscere la verità. Perché possiamo toccare Dio. Perché la porta sia aperta. Perché troviamo la vita, la vita vera, che non è più sottomessa alla morte».

g. m. v

 

Uguaglianza e dignità

16 nov 16.00

L’essere umano e la malattia

di Lucetta Scaraffia

Dopo duemila anni, la dignità di ogni essere umano è di nuovo messa in questione proprio dai quei progressi tecnoscientifici che a parole vorrebbero invece migliorare le condizioni di vita dell’umanità. Le persone che si trovano a vivere situazioni di malattia grave, in molti casi, non vengono più considerate degne dello stesso rispetto delle altre. Lo abbiamo visto in questi ultimi anni, in cui siamo stati invasi da libri, interviste, film finalizzati a diffondere l’idea che in alcune condizioni la vita sarebbe indegna di essere vissuta.

Si sta affermando pertanto la convinzione che l’essere umano sofferente preferisca morire piuttosto che vivere, e che sarebbe un vero atto di pietà aiutarlo in questo senso. Poche e spesso meno convincenti sembravano essere le voci contrarie. Due libri recenti rovesciano la situazione e danno voce e argomenti forti a chi difende la dignità di ogni essere umano, in qualsiasi condizione esso si trovi.

Fabio Cavallari ha raccolto in Vivi (Lindau) storie di «uomini e donne più forti della malattia», persone che hanno smentito con la loro energia vitale diagnosi che sembravano senza appello, in genere grazie all’aiuto di una famiglia affettuosa e di gruppi di volontari che le hanno sostenute e aiutate. Ma anche grazie a medici — per lo più donne — che hanno saputo sperare con loro, vedere al di là delle diagnosi infauste.

Come la storia di un ragazzo, Massimiliano, finito in coma vegetativo dopo un incidente, riportato a casa dopo periodi di cura nei reparti di rianimazione e di lunga degenza, che riesce a risvegliarsi, se pure parzialmente e con fatica, solo grazie alla cocciuta speranza di sua madre e all’affetto degli amici che non gli hanno mai fatto mancare la loro presenza affettuosa. O come la vitalità di Giovanni, affetto dalla nascita da cataratta bilaterale congenita e dalla sindrome di Down, sottoposto fin dai primi giorni di vita a continue operazioni e colpito da crisi epilettiche, che oggi va a scuola, in vacanza con la famiglia e sa dare e ricevere affetto e allegria.

Nell’originalità irriducibile di ogni vissuto qui raccontato si può rintracciare un elemento comune: l’importanza degli affetti, dell’amore della famiglia. Da soli è impossibile superare lo scoramento, la fatica, l’esclusione. Nessuno dei parenti, soprattutto madri e mogli, si lamenta del destino che gli è toccato, ma rivela di averne scoperto la ricchezza, se non addirittura la serenità. L’unico disagio di cui tutti si lamentano è l’assurda trafila burocratica a cui devono sottostare per avere pochi aiuti, quasi sempre insufficienti, da parte dell’istituzione sanitaria.

Al termine della lettura, siamo più convinti che la vita vale la pena di essere vissuta in ogni condizione, soprattutto se l’amore la rende umana. Sono esempi concreti che chiariscono molto, ma rimane da affrontare la questione teorica più generale, che è al centro di un libro collettivo coordinato da Adriano Pessina (Paradoxa. Etica della condizione umana, Vita e Pensiero), autore anche di uno dei più lucidi e chiari saggi ivi raccolti.

La questione è di massimo interesse: come scrive lo studioso, il modo in cui affrontiamo concettualmente il problema della malattia è specchio del modo in cui interpretiamo la natura umana. L’idea di valutare la dignità umana basandosi sull’esercizio di alcune capacità — teorizzata da bioeticisti come Singer, secondo una concezione che sta dietro a ogni difesa del diritto all’eutanasia — in realtà modifica l’idea stessa di dignità umana intesa come valore incommensurabile attribuito all’uomo in quanto tale: perché significa ad esempio escludere il carattere umano delle persone gravemente sofferenti, solo in quanto non più in grado di esercitare alcune capacità. E, se si accetta questa definizione, rimane aperto il problema di chi stabilisce quali siano le qualità che rendono degna la vita.

Il tema della concezione dell’essere umano, della «soglia di umanità» — scrive Pessina — è strettamente connesso con la giustizia: «Ogni forma di falsificazione dei valori e di mistificazione della condizione umana è già in sé una forma di ingiustizia». La condizione di disabilità ci pone di fronte al problema della giustizia, misurata in base all’aiuto che una comunità sa offrire alle persone sofferenti: anche se spesso il motivo invocato per giustificare la mancanza di sostegno alle persone affette da disabilità è la carenza o l’assenza delle risorse, se guardiamo bene è evidente come questo rifiuto mascheri l’idea che la loro vita non abbia valore, o ne abbia meno delle altre.

Questa situazione si riflette indubbiamente nella concezione che abbiamo di noi stessi, dal momento che esiste un legame inscindibile fra l’io sociale e l’io individuale, e contribuisce a farci vivere nel terrore di cadere colpiti da una patologia invalidante che ci faccia perdere quella condizione di autonomia che costituisce il mito della modernità. Dimenticando, in nome di questo mito, che la progressiva perdita delle funzionalità è iscritta nella stessa condizione di vivente dell’uomo.

Le modalità, sia concettuali che pratiche, con cui affrontiamo questo problema, sono quindi rivelatrici della nostra soglia di civiltà: «Una persona con ritardo mentale, un anziano con demenza senile, una persona in stato vegetativo, non potrà autorealizzarsi, aspirare all’autonomia, ma potrà, come ognuno — scrive Pessina — partecipare della realizzazione della sua umanità in quanto non sarà escluso dai processi di cura, in quanto si sentirà custodito ed amato come uomo e perciò anche come cittadino. Queste relazioni appartengono all’ordine della giustizia e ci riportano all’idea di una cittadinanza che finalmente abbia i confini soltanto dell’umano, e non di alcune doti sue specifiche».

 

Una donna coraggiosa

13 nov 15.07

Intitolata a santa Francesca Cabrini  la Stazione Centrale di Milano

di Lucetta Scaraffia

Le stazioni e gli aeroporti — là dove passano persone lontane dalla propria casa, spesso sole, e quindi particolarmente fragili ed esposte ai pericoli — sono luoghi difficili, soprattutto quelli punto di arrivo o di partenza di correnti migratorie. Ciò vale naturalmente anche per la Stazione Centrale di Milano.

Proprio per questo costituisce un avvenimento molto significativo l’intitolazione dell’importante nodo ferroviario a santa Francesca Cabrini — dal 1950 patrona degli emigranti — che ha luogo il 13 novembre con la partecipazione del segretario di Stato di Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone, dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, e della superiora generale delle suore fondate dalla religiosa lombarda, madre Patricia Spillane, ospiti naturalmente del sindaco della metropoli, Letizia Moratti, e del presidente delle Grandi Stazioni, Mauro Moretti.

Francesca Cabrini, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, vicino a Milano, da questa stazione è partita tante volte: non solo per andare a Roma, da Leone XIII, con il fine di ottenere il riconoscimento dell’istituto missionario da lei fondato, ma soprattutto diretta a Genova oppure a Le Havre, per imbarcarsi su transatlantici in rotta verso le  Americhe, teatro privilegiato della sua missione. Una missione speciale, perché dedicata appunto agli emigranti, a quegli italiani che abbandonavano la patria e spesso la famiglia per trasferirsi in terre sconosciute, dove si parlavano lingue per loro incomprensibili e soprattutto dove i cattolici erano una minoranza, per di più anche loro — in grandissima parte irlandesi — non particolarmente amichevoli.

Il rischio era di perdere le radici, anche religiose, nello sforzo di inserirsi nelle nuove realtà. E qui interviene madre Cabrini, che fonda scuole, orfanotrofi e ospedali per quella folla di derelitti, e insegna loro a ritrovare il rispetto e l’amore per le proprie origini e per la propria religione. La sua è davvero una nuova evangelizzazione di popolazioni originariamente cattoliche, di fatto sradicate dalla terra e dagli affetti familiari.

Madre Cabrini costruisce istituti assistenziali negli Stati Uniti — di cui nel 1907 prenderà la cittadinanza, divenendo così nel 1946 la prima santa del grande Paese — e anche in America centrale e meridionale, alla testa di un esercito di giovani donne, prima italiane, poi di molte nazioni d’Europa e del nuovo mondo, che imparano a lavorare come maestre, amministratrici, infermiere, per guarire le ferite del corpo e dell’anima di quell’umanità dolente.

La piccola suora è una grande viaggiatrice: nelle sue lettere, scritte durante i lunghi spostamenti, racconta di tempeste sull’oceano, di compagni di viaggio interessanti, di paesaggi meravigliosi e di usi sconosciuti. Francesca Cabrini attraversa senza paura le Ande d’inverno in groppa a un mulo, compra un luna park in disarmo e lo smonta pezzo per pezzo per costruire con quel materiale un orfanotrofio a Los Angeles, soprattutto difende con passione e tenacia la dignità degli italiani.

È dunque una donna piena di spirito e di coraggio quella a cui viene intitolata la Stazione Centrale di Milano: sempre pronta ad aiutare tutti, senza distinzione di religione o di colore della pelle, e particolarmente attenta a difendere i diritti delle donne. Proprio la persona che ci voleva, nel nostro difficile mondo di oggi.

 

La specificità cristiana

11 nov 15.47

Forse è una coincidenza, ma a ben guardare non è senza significato che nel giorno in cui viene reso noto il documento nato dall’assemblea sinodale sulla Parola di Dio e intitolato Verbum Domini sia pubblicato anche il messaggio papale al cardinale archivista e bibliotecario per la riapertura della Vaticana, l’istituzione culturale più antica e preziosa della Chiesa di Roma. Entrambi i testi, pur non comparabili, ruotano infatti intorno al tema che costituisce la specificità cristiana: l’annuncio che la Parola eterna si è fatta carne.

Su questo argomento si è riunito nel 2008, per volontà e con la partecipazione assidua di Benedetto XVI, il sinodo, espressione odierna della collegialità cattolica. Ai lavori intervenne, tra gli altri, il patriarca Bartolomeo che tenne una meditazione, e per la prima volta fu invitato un rabbino a significare il legame peculiare che unisce la Chiesa all’ebraismo: «un legame — ribadisce ora l’esortazione apostolica Verbum Domini — che non dovrebbe essere mai dimenticato», così come la «differenza profonda e radicale non implica affatto ostilità reciproca». Con una volontà di confronto e amicizia che il documento estende ai musulmani e ad altre religioni.

La Parola divina, rivelata nelle Scritture e soprattutto incarnata in Gesù di Nazaret, non è una parola del passato. Al contrario, è una Parola viva, da leggere secondo la tradizione e nella Chiesa. E la Parola torna a incarnarsi nel cuore di chi incontra Cristo — lui è il regno di Dio (autobasilèia), secondo la suggestiva immagine di Origene — e ascolta le sue parole. Per questo il cristianesimo non è una religione del libro. Anche se la necessità di comunicare e trasmettere la Parola (lògos) l’ha subito resa una tradizione religiosa legata ai libri.

A mostrarlo è la storia delle numerosissime biblioteche cristiane, spesso fatalmente disperse, e in particolare quella dell’istituzione legata alla Chiesa di Roma, modernamente concepita e voluta da Niccolò v nello splendore dell’umanesimo e rinnovata per la contemporaneità da Pio xi, nella stagione d’oro dei cardinali Ehrle e Mercati. Con immutata generosità e ampiezza nei confronti di «tutti i ricercatori della verità», come si legge nel messaggio papale. Che nella pluralità delle parole invita a guardare all’unica Parola che non passa.

g. m. v

 

La foresta di Dio

09 nov 8.16

Un viaggio storico per la sua importanza e simbolico per il suo significato si è rivelato quello che Benedetto XVI ha compiuto in Spagna, per la seconda volta in meno di cinque anni. Grazie alla visita di due città che esprimono la realtà diversificata di un grande Paese, fortemente radicato nella tradizione cristiana e che oggi, pur largamente secolarizzato, ha saputo accogliere il Papa con simpatia e ascoltarlo con attenzione. Una simpatia e un’attenzione dimostrate in modo pubblico dal sovrano e dalla regina, dai principi delle Asturie, dal presidente del Governo e dalle autorità nazionali e regionali. Oltre che, naturalmente, da tutta la Chiesa, confermatasi una realtà vitale e vivace nella società spagnola.

L’itinerario del romano pontefice, toccando Santiago de Compostela e Barcellona, ha voluto unire simbolicamente la storia del Paese e sostenere la sua apertura attuale innanzi tutto all’Europa, ma anche agli altri continenti. Agli spagnoli, ma parlando a tutto il mondo, il Papa ha soprattutto ricordato con forza il significato della fede cristiana, al cui punto di partenza non vi è un progetto umano ma Dio stesso, che abita nell’intimo del cuore di ogni persona. È una tragedia — ha detto Benedetto XVI nell’omelia di Santiago, davanti alla meravigliosa cattedrale romanica e barocca — che nel continente europeo, soprattutto nel corso dell’Ottocento, si sia affermata e diffusa la convinzione che Dio è antagonista dell’uomo e nemico della sua libertà.

Di fronte a questa negazione, quasi incomprensibile, è invece necessario che Dio, «sole delle intelligenze», torni sotto i cieli d’Europa, continente che a sua volta deve aprirsi alla trascendenza. E come l’immagine crocifissa di Cristo è ai crocicchi dei cammini che portano a Compostela — dove più che millenaria è la memoria dell’apostolo Giacomo — così la «croce benedetta» deve brillare nelle terre europee, ha esclamato il Papa, che subito dopo ha proclamato la «gloria dell’uomo», auspicando che l’Europa della scienza e della cultura si apra alla trascendenza.

L’apertura a Dio è tornata nelle parole di Benedetto XVI a Barcellona, quando ha dedicato il tempio espiatorio nato dalla visione geniale di Antoni Gaudí e durante la visita voluta per abbracciare con tenerezza i bambini e i giovani ospiti del Nen Déu, l’opera intitolata al Bambino Gesù,  incoraggiando quanti li assistono. L’immensa mole di pietra della Sagrada Familia, quasi una selva mirabile di colonne che si trasformano in movimento, è stata definita dal Papa come realtà sacramentale, «segno visibile del Dio invisibile, verso la cui gloria si alzano queste torri, saette che guardano all’assoluto della luce». Santuario di Dio, come lo è ogni persona umana. Per questo essa è sacra, e per questo — non per ostilità nei confronti dell’uomo e della sua libertà — la Chiesa, che è fondata unicamente su Cristo, auspica misure a sostegno della famiglia e si oppone a ogni forma di negazione della vita.

Con questo viaggio in Spagna il successore di Pietro ha mostrato ancora più chiaramente il senso del suo cammino e di quello della Chiesa: presentare al mondo Dio che è amico degli uomini e invitarli nella sua casa. Una casa la cui bellezza è soltanto adombrata dal Portico della gloria che accoglie i pellegrini che arrivano a Compostela e a Barcellona da quella foresta di Dio che Gaudí, artista visionario e cristiano autentico, ha voluto si innalzasse al centro della città degli uomini. Perché guardino alla sua presenza tra loro, contemplino la sua inesprimibile  meraviglia  e  sappiano  accoglierlo.

g. m. v

 

In cammino

07 nov 9.17

Il viaggio in Spagna di Benedetto XVI esprime simbolicamente la realtà più profonda degli itinerari che il vescovo di Roma compie nel mondo. A dirlo è stato il Papa  stesso, nel consueto incontro con i giornalisti, durante il volo che l’ha portato a Santiago de Compostela, quando ha ricordato che il cammino — iscritto nella sua biografia personale già con le tappe in diverse università tedesche — rappresenta l’esperienza di ogni credente. Nell’instabilità inevitabile della vita e nel passaggio su questo mondo, la fede è infatti innanzi tutto pellegrinaggio, espresso, per chi crede, dalla figura esemplare di Abramo.

Nel medioevo, i diversi cammini di Compostela — quella «via lattea» sulla terra indicata in cielo dal biancore delle stelle — hanno formato spiritualmente l’Europa. E anche oggi il camino è percorso da chi affronta il pellegrinaggio (o semplicemente la via) per dare il rituale abbraccio al señor Santiago e così lasciarsi abbracciare da Dio stesso.

Come ha fatto il Pontefice nella meravigliosa cattedrale romanica e barocca profumata dall’incenso del botafumeiro, pellegrino insieme a tantissimi altri nella storia e nell’attualità, in un continente e in un mondo che tante volte sembrano dimentichi di Dio ma in realtà ne hanno nostalgia. Nella visione del Papa infatti il cammino indica proprio questo: l’uscita dalla quotidianità e dalla logica dell’utile, per trascenderle e trovare una nuova libertà.

Tra Santiago e Barcellona — dove svettano le guglie della Sagrada Familia — il nuovo itinerario di Benedetto XVI si muove fra tradizione e rinnovamento creativo, tra verità e bellezza, secondo la dinamica espressa in modo mirabile e visionario da Antoni Gaudí nel tempio espiatorio a cui lavorò per tutta la vita. L’edificio, la cui consacrazione è all’origine dell’itinerario papale, è nato dalla devozione ottocentesca a san Giuseppe (il patrono di Joseph Ratzinger) e alla Sacra Famiglia, e anche oggi esprime nell’arte la centralità e l’importanza dell’istituzione familiare, realtà importante non solo per i cattolici, ma per l’intera società, che su di essa si fonda.

Se la ricerca dell’incontro tra fede e arte, parallelo a quello tra fede e ragione, segna la storia cristiana sin dai primi secoli, restando urgente nel tormentato panorama della contemporaneità, a un altro incontro — ha detto il Papa ai giornalisti — deve guardare oggi la Chiesa nel mondo occidentale caratterizzato dal secolarismo: è quello tra fede e laicità. In molti Paesi europei, come nella Spagna di oggi, superando la logica dello scontro prevalsa in alcuni periodi dell’Ottocento e del Novecento e che talvolta si riaccende nell’intolleranza.

Ha naturalmente colpito la circostanza di questo ritorno in Spagna di Benedetto XVI dopo la visita a Valencia nel 2006, e mentre già si prepara la giornata mondiale della gioventù di Madrid. Un segno di amore per il Paese lo ha definito il Papa, sottolineando che le circostanze di questi viaggi mostrano una realtà più profonda: la forza e il dinamismo attuali della fede in una terra storicamente cristiana.

Il Paese, che nel Cinquecento con «una pleiade di grandi santi» ha saputo rinnovare e dare forma al cattolicesimo moderno, vuole oggi continuare a proporre la via di Cristo,  nell’ottica di una «universalità senza confini» rappresentata da Compostela, che nel medioevo era alle sponde dell’oceano, finis terrae. Per questo il vescovo di Roma, accolto da un calore che ha dissipato la nebbia autunnale, prosegue nella comunione della Chiesa il suo cammino.

g. m. v.