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Editoriali del mese di ottobre 2010

Oggi la santa Chiesa canta la gloria del suo Sposo

30 ott 7.36

L’inizio dell’anno liturgico siro-occidentale

di Manuel Nin

Nelle liturgie di tradizione siriaca, sia orientale che occidentale, è comune la celebrazione delle domeniche chiamate della «dedicazione della Chiesa». Per i siro-orientali sono quattro e chiudono l’anno liturgico. Per i siro-occidentali sono due e iniziano il ciclo annuale otto settimane prima di Natale, divise tra le due domeniche della Dedicazione e le sei domeniche delle Annunciazioni, in parallelo con la liturgia ambrosiana, che ha la domenica della Dedicazione e sei domeniche di Avvento.

Le due domeniche siro-occidentali portano i titoli di «dedicazione» e «rinnovamento» della Chiesa. Ma non si tratta della consacrazione materiale del luogo di culto, bensì, proprio all’inizio dell’anno liturgico, della celebrazione del mistero della Chiesa come corpo di Cristo, comunità dei fedeli che inizia il cammino di celebrazione del mistero dell’incarnazione, della passione, della morte e risurrezione del Verbo di Dio.

Mentre la tradizione siro-orientale, collocando le domeniche della Dedicazione a conclusione dell’anno liturgico, sottolinea la celebrazione della Chiesa come comunità dei redenti che Cristo presenta al Padre alla fine dei tempi, la tradizione siro-occidentale, collocando queste domeniche all’inizio del ciclo annuale, vede la Chiesa, prefigurata e preannunciata già nell’Antico Testamento, come comunità che cammina con Cristo verso la sua Pasqua: la chiesa materiale è così simbolo della Chiesa realtà spirituale.

Un primo aspetto è la prefigurazione veterotestamentaria della Chiesa: «A te la lode, Gesù Cristo, roccia salda e inespugnabile su di cui è stata fondata la santa Chiesa. Essa è prefigurata dalla roccia dalla quale Mosè fece sgorgare mirabilmente dodici ruscelli per dare da bere a Israele. Essa possiede i fiumi mistici dell’Eden. Non è appoggiata su colonne di bronzo o di ferro, ma sui profeti che hanno rivelato le cose segrete, sugli apostoli predicatori dei misteri e sui martiri che hanno seguito le orme di Cristo. Essa possiede il sole di giustizia e le stelle del mattino che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo».

Fondata su Cristo e prefigurata già nell’Antico Testamento, la Chiesa ha la fede che le viene dalla testimonianza dei santi. «Oggi Isaia si rallegra in te, santa Chiesa, lui che aveva detto di te che i popoli e i re sarebbero venuti per onorarti. Ecco che i popoli da tutte le parti si radunano e vengono da te. Ti portano i loro figli e le loro figlie che si erano dispersi seguendo gli idoli. E lo Spirito Santo ti santificherà da ogni macchia e abiterà in te affinché per mezzo di lui tu serva la Santa Trinità».

Un secondo aspetto è la Chiesa vista come fonte e luogo della luce e della verità; essa trasmette la vera fede, ed è il luogo dei sacramenti: «Questa Chiesa Davide la cantava, questa figlia del re, adornata non in modo figurato, come la tenda di Mosè, ma dal mantello splendido della fede, dal battesimo, dai doni dello Spirito Santo, dal santo Altare e dal sangue dell’Agnello senza macchia, suo sposo, re dei re, e dalle stelle che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo. La Chiesa loda e dice: Non temo il maligno. Infatti alte mura mi circondano. Dio abita in me e l’altare santo è stato fissato in me e sono presso  di  me  le  ossa  dei  santi.  E  la croce santa che io adoro, essa mi protegge».

La tradizione liturgica siro-occidentale sottolinea come Cristo stesso, nel suo amore fedele, purifica e santifica la sua Chiesa da ogni macchia e da ogni deviazione dalla retta fede: «Il Figlio di Dio, vedendo perduta la Chiesa fu preso di amore verso di essa e volle santificarla e sposarla. Venne dall’alto, le manifestò il suo amore e la prese come sposa. Per lei accettò le sofferenze e con le sue piaghe l’ha lavata e l’ha fatta sedere alla sua destra». Purificata, amata e salvata, è la stessa Chiesa che canta al suo sposo: «La Chiesa canta glorificando il Figlio di Dio: il Figlio del Re mi ha scelto ed innalzato, sono unita a lui come l’anima al corpo, e lui si è unito a me come la luce all’occhio. Lui ha accettato per me la morte».

In queste domeniche troviamo largamente il tema sponsale applicato anche all’incarnazione del Verbo di Dio: «O Chiesa fedele, come sei bella e adorna, sposata al tuo sposo, Cristo, colorata dal sangue dei martiri, raffermata dagli insegnamenti provati, e ti compiaci dal pane celeste del Dio Altissimo. O santa Chiesa, canta la gloria dello sposo che nel suo amore ti ha sposato, ti ha salvato con la sua croce vivificante e ha deposto in te il suo corpo e il suo sangue, calice di salvezza, perdono per i credenti. Lo sposo che fa festa prepara il vitello grasso e chiama gli invitati a rallegrarsi con lui. Questo sposo celeste ha preparato un banchetto. Gli invitati si rallegrano nelle vigilie, nei digiuni e nelle preghiere. Lui ha diviso il suo corpo e si è fatto cibo; ha preparato col suo sangue una bevanda, e da questo sangue i popoli sono stati riscattati».

 

Il mondo a due binari

27 ott 8.10

Genetica e dignità umana

di Carlo Bellieni

La recente Giornata mondiale delle cellule staminali ha fra l’altro commemorato il primo trapianto di cellule del cordone ombelicale eseguito con successo in Francia. Contemporaneamente, ricercatori italiani dell’istituto Mario Negri hanno ricevuto un premio internazionale per l’uso rigenerativo delle cellule staminali, e l’Harvard Stem Cell Institute ha scoperto come ottenere cellule staminali da semplici cellule della pelle. Tutte ottime notizie.

Ma proprio in questi giorni abbiamo letto dell’inizio negli Stati Uniti di esperimenti con embrioni umani usati come  fossero  comuni  farmaci,  e questa invece ci sembra una di quelle notizie che il premio Nobel Theodore Woodward insegnava a definire zebre, cioè diagnosi (e terapie) poco probabili, che vengono avanzate pur esistendone altre dirette e semplici. «Se sentite il rumore degli zoccoli a cosa pensate, spiegava: a un cavallo o a una zebra?». L’uso di cellule embrionali umane è la zebra della medicina rigenerativa, dato che le staminali adulte sono facili da ottenere, mentre quelle embrionali richiedono apparecchi sofisticati e la risoluzione di dilemmi etici di non poco conto.

Già, un embrione umano non merita di essere trattato «da farmaco»; perché è umano, e questo lo riconoscono anche coloro che non vogliono poi trarre la conclusione della sua intangibilità: «Uno zigote non rientra nella nostra usuale idea di essere umano. Tuttavia, appartiene alla razza umana» (Marcel Leist su «AltEx», 2008); «un embrione umano è ovviamente un essere umano in senso biologico» (Bertha Alvarez, Philosophy, Ethics and Humanity, in «Medicine», 2008); mentre l’European Society for Human Reproduction and Embryology, spiega che «l’embrione preimpianto è umano» e «merita il nostro rispetto come simbolo di una futura vita umana», frase quest’ultima che attenua ma non cancella la precedente.

Dunque il dibattito in casa scientifica non è mai stato se l’embrione è un essere umano o una cosa inanimata: tutti accettano che l’embrione sia umano e, per ovvi motivi, che sia vivo. Il problema che si dibatte è un altro: se questa vita umana valga meno di altre vite umane e si possa sacrificare per il bene di queste. La filosofa Bertha Alvarez sostiene a esempio che essere biologicamente un essere umano non significa essere una persona, mentre Julian Savulescu così riassumeva su «Bioethics» del 2002 il suo pensiero: «Ammetto per amore di discussione che il feto sia una persona. Nonostante ciò può essere giustificato ucciderlo».

Non è solo l’embrione ad avere orwellianamente un trattamento meno uguale degli altri, ma si assiste paradossalmente alla creazione di una categoria di soggetti che ha un diritto di cittadinanza subordinato all’interesse di altri, non alla loro specifica esistenza: sono degli apolidi morali, verso i quali si compiono ogni giorno migliaia di respingimenti, ricacciandoli nelle acque extraterritoriali della non cittadinanza. Per Patricia Werhane «vari esseri umani, per esempio gli handicappati mentali, e le demenze senili non rientrano nella stretta classificazione di persone» («Theoretical Medicine», 1984) e per Len Doyal («Archives of Disease in Childhood», 1994) anche i bambini senza ritardo ma con grave dolore fisico tale da minarne la capacità di autonomia potrebbero non essere considerati persone; per lui («British Medical Journal», 1994) «i diritti umani dipendono dalla possibilità di esercitarli».

Ovviamente rientra tra le non persone anche la vita prenatale, tanto che su questa distinzione si basano le leggi sull’aborto in mezzo mondo; e ormai vi rientra anche il bimbo già nato: Annie Janvier sul «Journal of Perinatology» ha mostrato che «il valore attribuito alla vita dei neonati è inferiore a quanto ci si aspetterebbe sulla base dei dati clinici», e Michael Gross («Bioethics», 2002) spiega che le scelte per rianimare i neonati tengono conto non solo del loro interesse, ma anche «dell’interesse di terzi». Su queste premesse Pierre Maroteaux, studioso di nanismo, titolava J’accuse! l’articolo in cui («Archives de Pédiatrie», 1996) chiedeva: «Le persone con bassa statura hanno ancora diritto di cittadinanza?». Si subordina il diventare persone non a eventi biologici oggettivi, ma alla scelta del genitore: se il genitore vuole, il feto o il bimbo prematuro saranno considerati persone e curati; altrimenti saranno lasciati morire.

Insomma, viviamo in un mondo a due binari, dove il passaggio da quello di serie A a quello di serie B dipende non dalla natura delle cose, ma dall’accettazione degli altri: una sorta di diritto del pater familias sul figlio. Per Robert Williamson («Journal of Medical Ethics», 2005) l’embrione acquista valore etico solo se c’è «l’intenzione di farlo diventare una persona», cioè se viene scelto da qualcuno diventa dei nostri, altrimenti resta apolide, e «il valore che si accorda all’embrione dipende da criteri esterni all’embrione e legati alle intenzioni altrui» dice Katrien Devolder («Journal of Medical Ethics», 2005).

Avere il potere di umanizzare l’altro rappresenta un assoggettamento dell’uomo sull’uomo, imbarazzante anche per chi richiama il diritto a nuove forme procreative. E ci richiama a una salvaguardia non più solo del diritto alla vita, ma di un diritto al riconoscimento dell’umanità di chi se ne vede privato: nella serie B delle non persone inevitabilmente finiscono anche i disabili mentali, e prima o poi tutte le altre forme di emarginazione, che non sono in grado di esercitare autonomia, cioè di aver voce sulle scelte che li riguardano. L’attenzione cattolica, cioè contraria a ogni emarginazione, è una via basilare della Chiesa. E a essa guardano quanti rifiutano un’etica che crea steccati tra cittadini uguali per genetica e per dignità.