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Editoriali del mese di settembre 2010

Un’agenda per la Chiesa del Regno Unito

24 set 9.07

Il successo del viaggio di Benedetto XVI

di Vincent Nichols*
Il viaggio apostolico di Benedetto XVI nel Regno Unito è stato  un successo straordinario. Il Papa è stato accolto ovunque con calore, entusiasmo  e gioia.
Certamente alcuni hanno espresso opinioni diverse, ma sono stati pochi  e isolati. Oltre mezzo milione di persone ha visto il Pontefice di persona e altre duecentomila   si sono riversate nelle strade di Londra  in occasione del suo passaggio. Ho avuto il privilegio di stare con lui nella papamobile. È stata un’esperienza meravigliosa  vedere  i sorrisi,  la gioia, il rispetto  e l’entusiasmo  su  così tanti volti. Questa visita ha arricchito molto i nostri Paesi.
È stata una visita di Stato ufficiale, ma  anche i  momenti solenni istituzionali  sono stati caratterizzati da grande calore. Sua Maestà la Regina era raggiante. E così erano anche i  principali leader politici che hanno incontrato il Papa nel palazzo arcivescovile a Westminster.  Secondo me il culmine della visita  è stato il discorso storico rivolto alle autorità politiche e religiose  di queste Nazioni, che hanno accolto  il Papa con un grande e caloroso applauso, e  che hanno continuato così per tutto il lento incedere nella grande sala  del Parlamento.
Il messaggio  della visita  è stato coerente e chiaro:  la fede in Dio svolge un ruolo importante nelle moderne società pluraliste. Il Papa ha spiegato con chiarezza che  non possiamo permetterci di dimenticare  o di trascurare  i nostri fondamenti culturali. La democrazia ha bisogno di fondarsi su  principi morali per essere stabile. Fede e ragione  servono l’una all’altra e si completano  l’una con l’altra.
All’aeroporto di Birmingham, nel suo discorso in occasione del congedo del Papa, il primo ministro britannico Cameron ha  richiamato questi  temi  in modo chiaro. Ha descritto  la visita  come «un grande onore per il nostro Paese» e ha ringraziato il Papa  per aver «posto interrogativi  sulla nostra società  e  su come trattiamo  noi stessi e  gli altri». Ha assicurato Benedetto XVI del fatto che «la fede è parte del tessuto  del nostro Paese. Lo è  sempre stata e sempre lo sarà. Come lei ha detto, Santità, la fede — ha aggiunto il premier — non  è un problema  da risolvere per i legislatori, ma piuttosto una parte vitale  del  nostro discorso nazionale». Ha citato il cardinale Newman, appena beatificato, il quale  affermò che una piccola azione per  recare sollievo ai malati  e ai bisognosi  o per perdonare  un  nemico,  manifesta maggior fede di qualsiasi «profonda conversazione religiosa».
Poi, il primo ministro ha lanciato il  suo appello al Papa: «Quando penserà al nostro Paese,  pensi  a un luogo  che non solo serba la fede, ma  che è anche profondamente e pacificamente  compassionevole». Credo  che  chi ha partecipato a questa visita  riconoscerà  la verità di  quelle parole.
Durante la visita, il Papa ha fissato una  nuova agenda per la Chiesa nel Regno Unito. In primo luogo,  ha definito il modo per parlare della fede  alla nostra complessa società. Le qualità che ha stabilito  come essenziali sono:  cortesia,  sensibilità verso i successi e i fallimenti di chi ascolta,   apertura di cuore,  disponibilità a  dire  cose difficili  con chiarezza e con ragione,  capacità di  non sopravvalutare le esigenze della fede.  Spero  che tutti coloro che in Gran Bretagna cercano  di parlare della fede mostrino  queste qualità.  Poi ha evidenziato il nucleo della testimonianza che dobbiamo rendere. Ci chiede  di «testimoniare la bellezza  della santità, lo splendore della verità  e la gioia e la libertà  di un rapporto  con Cristo» (dall’omelia nella cattedrale di Westminster).
La bellezza della santità   si è manifestata  tanto spesso  nelle liturgie  di questa visita,  in particolare  nei momenti di silenzio fervente  che  le hanno costellate. Chi potrà mai  dimenticare  il silenzio profondo di ottantamila persone  in preghiera di fronte al Santissimo Sacramento ad Hyde Park? Quel silenzio è d’oro.
Qualsiasi testimonianza  della verità,  se  la verità deve splendere, deve mostrare il fascino e la bontà della verità stessa più che la sua coerenza logica.
Una testimonianza di gioia e di felicità è stata data da moltissimi giovani. Fuori dalla cattedrale di Westminster  hanno promesso  di essere  i santi del XXI secolo. La loro disponibilità  alla preghiera  e la loro scelta del silenzio,  insieme con  la loro cortesia   e la loro compassione concrete, mostrano  che  stanno imparando la via.
Il terzo aspetto  degli orientamenti  che abbiamo ricevuto  dal Pontefice va visto nel modo in cui ha attirato la nostra attenzione verso Cristo, Cristo taumaturgo, Cristo che ha offerto  se stesso in sacrificio  sulla croce, Cristo che rende quel sacrificio  presente a noi nella messa, Cristo che continua a offrire un eterno sacrificio al Padre celeste. A questo proposito Benedetto XVI ci ricorda  che solo nel dono  del sacrificio personale di Cristo troveremo la libertà per esprimere l’oblazione di sé,  che  è al centro  di tutto l’amore autentico e  duraturo. Conosciamo tutti la nobiltà del  rinunciare a ciò che vogliamo  per  il bene di quanti amiamo. Tutti  sappiamo che il sacrificio è una parte chiave  della realizzazione di sé. Lo facciamo sempre. Ciò è compreso nel mistero di Cristo  e diviene veramente salvifico. Solo in tale mistero  possiamo superare  i nostri fallimenti  e  ricominciare, e dobbiamo farlo. In tale contesto, il Papa ha ripetuto di nuovo il suo dolore  e  la sua costernazione per il crimine degli abusi sui bambini all’interno di ambienti cattolici e per il fallimento di noi vescovi che a volte non siamo riusciti ad affrontare tali problemi in modo efficace.
Il Papa ci ha lasciato un’agenda di  maggiore cooperazione  con le autorità pubbliche  per il bene comune. Ci ha ricordato  che  in un momento di difficoltà finanziaria  la nostra generosità  e la nostra sensibilità  verso le necessità degli altri saranno interpellate maggiormente. Ci ha anche lasciato un’agenda  di maggiore cooperazione fra la Santa Sede e il Governo britannico su una gamma di questioni internazionali di interesse reciproco:  l’alleviamento della povertà  e  della mortalità  materna, la tutela dell’ambiente,  il progetto di educazione primaria  nelle  zone più povere del mondo.
È stata una visita veramente notevole. Il Papa ha  contribuito a un importante passo nella nostra  ricca storia  e ci aiuta a delineare il nostro futuro.  Rendiamo grazie  a Dio   per il suo ministero  e lo assicuriamo del nostro amore e delle nostre preghiere.
*Arcivescovo di Westminster  Presidente della Conferenza episcopale  di Inghilterra e Galles

 

Ritardi e squilibri inaccettabili

22 set 7.35

Nella lotta alla povertà

di Giuseppe Merisi*

Sconfiggere la povertà entro il 2015. Era lo slogan scandito nel 2000 nella Dichiarazione sugli obiettivi di sviluppo del millennio, siglata da 189 capi di Stato e di Governo. Dopo dieci anni, tra il 20 e il 22 Settembre al Palazzo di vetro dell’Onu a New York, la comunità internazionale è chiamata a verificare questo impegno, articolato in otto obiettivi e una serie di azioni, precise e concrete.

C’è stata grande attesa, anche perché, a cinque anni dal traguardo finale, sfogliando il rapporto delle Nazioni Unite recentemente pubblicato sullo stato di raggiungimento degli obiettivi del millennio, molti successi vengono registrati, ma ciò riguarda solo alcuni ambiti e principalmente alcuni grandi Paesi dell’Asia che fanno da traino ai miglioramenti globali rilevati. Restano ritardi e squilibri inaccettabili. Aggravati — soprattutto per i poveri del sud e dell’est del mondo — dagli effetti della crisi mondiale che lascia sempre meno spazio agli aiuti internazionali, ma anche alle altre misure che permetterebbero di raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio, come ad esempio la cancellazione del debito estero e l’introduzione di regole commerciali più eque che non penalizzino i più poveri.

Molte regioni del mondo rimangono drammaticamente indietro nella faticosa marcia della lotta alla fame, come a esempio in troppe realtà di povertà endemica nel continente africano: nell’area subsahariana il 44 per cento della popolazione vive ancora in povertà assoluta. A ciò si aggiungono i Paesi colpiti simultaneamente da disastri, guerre e degrado ambientale, come Haiti, Pakistan, e la spesso dimenticata Somalia. Intanto lo scandalo della fame continua a colpire ancora oggi 925 milioni di persone nel mondo intero. Una realtà fatta di sottonutrizione e malnutrizione inaccettabili e inconciliabili con il rispetto della dignità umana.

Ma anche nella nostra Europa — non possiamo non ricordarlo in questo che è l’Anno europeo di lotta alla povertà — il 16 per cento della popolazione vive oggi sotto la soglia di povertà, e di questi 19 milioni sono bambini. Un quadro che varia a seconda delle aree e colpisce in particolare, oltre ai bambini, anziani e donne sole, in un continente in cui la crisi ha acuito la precarietà, causando instabilità nel mondo del lavoro, indebolimento dei vincoli di solidarietà, riduzione degli interventi sociali.

Occorre dunque rinnovare i nostri sforzi a ogni livello per provare a costruire quel nuovo «vero umanesimo integrale» di cui parla il Papa nell’enciclica Caritas in veritate, fatto di lotta alla miseria, promozione della dignità di ciascun essere umano attraverso la cittadinanza e l’inclusione sociale, impegno sobrio e responsabile di tutti per il bene comune. Riaffermando da cristiani con forza che ogni popolo deve essere protagonista del proprio sviluppo nel rispetto della famiglia e sempre aperto alla vita e dunque ribadendo la condanna di politiche di salute riproduttiva o controllo demografico, spacciate spesso per progresso culturale e presentate quale mezzo indispensabile per sconfiggere la povertà.

Una sfida per tutti. Nuove povertà implicano nuovi metodi per affrontarle, altrimenti dovremo constatare tra cinque anni ancora fallimenti. Ecco perché occorre mantenere le promesse, ma anche unire sforzi e riflessioni, a partire dal basso, per individuare nuove traiettorie e realizzare così l’obiettivo. È essenziale l’azione delle Chiese e della rete Caritas, con una pluralità di strumenti ed eventi messi a disposizione per la sensibilizzazione e l’animazione nei territori, a partire dalla campagna Zero Poverty lanciata a livello europeo. Benedetto xvi è stato ancora una volta di esempio e di stimolo — e con lui tutti i Vescovi europei nelle rispettive diocesi — con un gesto di elevato valore pastorale e simbolico: ha visitato, domenica 14 febbraio 2010 (memoria di Cirillo e Metodio, santi patroni d’Europa), l’ostello della Caritas diocesana di Roma «Don Luigi Di Liegro». Sempre a livello europeo ricordiamo gli impegni in tema di lotta alla povertà della Commissione Europea e della Comece riproposti il 9 luglio scorso a Bruxelles.

A livello mondiale non possiamo non citare la grande mobilitazione e la partecipazione allo Stand up 2010 che anche quest’anno certamente coinvolgerà milioni di persone in tutto il mondo per un intero mese, fino al 17 ottobre, giornata mondiale di lotta alla povertà. L’auspicio è che alzarsi in piedi contro la povertà estrema e l’esclusione sociale non sia solo un gesto che si esaurisce in un arco temporale, ma sia reale espressione di una solidarietà globalizzata, di percorsi educativi e di condivisione dal basso, nelle comunità e nei territori.

Uno stimolo per tutti a rafforzare l’impegno quotidiano di conoscenza dei fenomeni e delle storie di povertà e, nel contempo, a diffondere consapevolezza circa il fatto che l’esclusione sociale non è un destino ineluttabile, bensì effetto di meccanismi sociali, economici e politici, che ogni uomo e ogni cristiano hanno il dovere di modificare.

*Vescovo di Lodi presidente di Caritas italiana

 

La luce gentile

20 set 17.13

Una Chiesa che cercasse di essere attrattiva agli occhi del mondo sarebbe sulla strada sbagliata, perché suo dovere è quello di lasciare trasparire la luce di Cristo. Che i cristiani d’oriente chiamano «gioiosa» (phòs hilaròn) nella preghiera della sera e John Henry Newman avvertì e descrisse come «gentile» (kindly light) implorando di esserne guidato.

In questa chiave — di fatto preannunciata dal Papa ai giornalisti in volo verso la Scozia — l’itinerario britannico di Benedetto XVI è stato un successo pieno, come hanno riconosciuto e raccontato molti media soprattutto nel Regno Unito, ma non solo. Superando le analisi prevenute e pregiudiziali che annunciavano giorni difficili e poi le distorsioni informative, mirate anche a oscurare il significato del viaggio.

Il rovesciamento delle previsioni, evidente nell’accoglienza e nell’attenzione di quanti hanno visto e ascoltato in questi giorni il Pontefice, va attribuito proprio a come Benedetto XVI si è presentato, anche in questa visita: con semplicità e apertura. Che si sono percepite con immediatezza nel suo volto e nelle sue parole, che si sono poste nella scia di quella tradizione di insegnamento gentile (gentle scholarship) nata nel medioevo e che arriva a Newman.

Grazie ai media che con larghezza hanno rilanciato, in un grande Paese caratterizzato da una società ormai multietnica, gesti e momenti di un itinerario perfettamente organizzato, tantissime persone hanno potuto vedere Papa Benedetto rivolgersi agli anziani e intrattenersi con loro «soprattutto come un fratello», accarezzare con dolcezza i bimbi — come l’ultimo giorno, uscendo dalla nunziatura, un bambino cieco tra le braccia di sua madre, commossa sino alle lacrime e che non finiva di ringraziare — e adorare il Santissimo nel silenzio impressionante degli ottantamila giovani riuniti per la veglia poche ore prima della beatificazione del cardinale Newman.

E proprio la tenerezza di Benedetto XVI nei confronti dei piccoli e dei deboli spiega le sue forti parole — rinnovate e ripetute — di fronte ai crimini degli abusi su minori da parte di membri del clero, il suo incontro con alcune vittime e quello con un gruppo impegnato nella protezione dei bambini. In questo l’episcopato britannico, che collabora con le autorità civili, è esemplare, in linea con una tradizione lunghissima di cura e di educazione dei giovani che storicamente è merito innegabile della Chiesa cattolica e delle sue molte istituzioni in ogni parte del mondo.

Si è trattato insomma di un viaggio storico, segnato dalla visita ufficiale e cordiale a Elisabetta II, sovrana universalmente stimata, dall’incontro solenne con le autorità civili a Westminster Hall, dove il Papa ha reso onore all’istituzione parlamentare britannica, e dai colloqui con alcuni leader politici e con il premier David Cameron, che nel discorso di congedo ha sottolineato il contributo positivo della religione al dibattito pubblico.

A conclusione di una visita di Stato rivelatasi — anche per l’amicizia con l’arcivescovo Rowan Williams —  molto importante  per lo sviluppo dei rapporti con gli anglicani, con gli esponenti di altre confessioni cristiane e di altre religioni. E nella quale soprattutto Benedetto XVI ha lasciato trasparire la luce gentile che, come ha illuminato Newman, guida ogni persona umana.

g. m. v.

 

Per capire di più il Papa

20 set 16.37

Il film di Michael Mandlik

di Lucetta Scaraffia

All’inizio sembra solo un documentario ben fatto sul pontificato di Benedetto XVI, affettuoso e solidale, arricchito da un ottimo commento musicale. E, forse, neanche tanto nuovo: il Papa lo vediamo spesso in televisione, e tutte quelle immagini, di sicuro, le abbiamo già viste nel momento stesso in cui sono state girate, cioè subito dopo l’elezione, durante i viaggi, le celebrazioni, i concerti.

Ma poi ci accorgiamo che non è solo questo: le immagini del film di Michael Mandlik Fünf Jahre Papst Benedikt xvi. Impressionen in Rom und auf Reisen, prodotto dalla Bayerischer Rundfunk per il quinto anniversario del pontificato, sono state selezionate con molta attenzione. Si illumina soprattutto il viso del Papa, e le parole che si ascoltano — poche e ben scelte — sono sempre particolarmente significative.

Sì, non è solo un collage di documenti, ma la storia dei primi cinque anni di un pontificato molto importante, in un film che ci permette di capire qualcosa di più del nostro Papa, del suo modo intenso di vivere il ruolo di guida visibile della Chiesa. Un modo assolutamente unico e personale: nei gesti, nel volto di Benedetto XVI, fin dall’inizio, si vedono la timidezza e la fatica di stare sotto i riflettori, cioè il riserbo profondo di un uomo di pensiero costretto a diventare un’icona pubblica.

Questo riserbo non è camuffato, ma visibile, e proprio per questo molto simpatico, come tutte le debolezze umane confessate. Ed è superato grazie a un grandissimo amore per la Chiesa, intendendo ovviamente non solo quella che è a Roma, con la Curia e il Vaticano, ma soprattutto i fedeli che lo accolgono con affetto in tutto il mondo.

I suoi sorrisi, il suo allargare le braccia e il suo caratteristico salutare muovendo le dita sono veramente pieni di gioia e di affetto, e trasmettono entusiasmo. Ma anche un senso di protezione: un timido professore tedesco che riesce a offrirsi con tanto amore alle folle, a mostrarsi mentre prega — per lui certo uno dei momenti fondamentali e più toccanti della vita, ma anche più intimi — nei luoghi sacri più importanti del mondo, dal Santo Sepolcro alla grotta di Lourdes, quest’uomo sicuramente sa guidare il suo gregge.

E se i viaggi sono i momenti in cui questa donazione è più palese, essa traspare anche nelle sequenze che lo riprendono nella sua cappella privata in Vaticano: quando dice messa in apparenza per pochi, in realtà — si capisce dall’intensità del volto — per tutti. Dalle immagini infatti si scorgono la dedizione e l’amore senza riserve che guidano il suo cammino, si vede la capacità di superare se stesso e la propria natura, grazie a una donazione totale di sé a Gesù. Donazione che si trasforma in amore che gli illumina il volto, in gioia — questa parola che ricorre tanto spesso nei suoi discorsi — nel sentirsi circondato e seguito dai fedeli, nell’avvertire che la Chiesa è viva, che la trasmissione del messaggio evangelico non si spegne né rallenta.

E allora capiamo che non basta ascoltare con attenzione le sue parole — sempre così meditate e importanti, mai semplicemente di circostanza — ma dobbiamo anche guardare il suo viso e le sue mani. E soprattutto accogliere l’amore e la gioia cristiana che ci vengono da questo timido professore che ha subito imparato così bene a fare il Papa.

 

Gli angeli sulla Nazione

18 set 16.54

Davvero senza precedenti si sta rivelando la visita di Benedetto XVI nel Regno Unito. Un viaggio positivo e importante che — dopo l’incontro con Elisabetta II, quelli con i cattolici scozzesi e poi con i rappresentanti di diverse religioni — ha permesso al Papa di rivolgersi nel cuore di Londra a tre interlocutori: gli anglicani, le autorità civili e la Chiesa cattolica di tutto il Paese. Visita il cui carattere storico è colto dai media soprattutto britannici, mentre altrove l’attenzione non è stata all’altezza di questi giorni, preferendo correre dietro e dare corpo a notizie trascurabili.

Se si volesse trovare un’immagine simbolica riassuntiva dei momenti londinesi bisogna andare alla conclusione del discorso a Westminster Hall, che sicuramente resterà tra i maggiori del pontificato. Qui Papa Benedetto, alzando lo sguardo alla volta dell’aula e alle figure alate intagliate nel legno, ha ricordato la presenza degli angeli sul più antico Parlamento del mondo. Forse ricordando il tema, caro al giudaismo e al cristianesimo dell’antichità, degli angeli che vegliano sulle nazioni.

Davanti a un’assemblea affollatissima, attenta e cordiale il Pontefice — dicendosi consapevole del privilegio di parlare a tutto il popolo britannico grazie a un invito che non ha precedenti — ha reso onore all’istituzione parlamentare del Paese e alla sua lunga tradizione, così influenti in larga parte del mondo. Moderazione, equilibrio e stabilità hanno costruito nel tempo una democrazia pluralista le cui strutture portanti al servizio della dignità di ogni persona umana hanno molto in comune con la dottrina sociale cattolica.

Nel discorso alle autorità civili — proprio nel luogo dove venne pronunciata la sentenza contro Tommaso Moro, servitore del re ma prima di Dio — Benedetto XVI ha affrontato la sfida rappresentata per la democrazia dai suoi fondamenti etici. E citando gli esempi della crisi finanziaria globale e dell’abolizione del commercio degli schiavi, risultato di cui la Nazione britannica può essere giustamente orgogliosa, il Papa ha ribadito come la base di ogni discorso civile debba essere ricercata appunto in solidi principi morali, che sono accessibili alla ragione.

Di nuovo, dunque, nella proposta del Pontefice è tornata la necessità di trovare un’armonia tra religione e ragione, che non vanno assolutizzate ma hanno bisogno l’una dell’altra. Da qui la preoccupazione per l’emarginazione progressiva della tradizione cristiana, e l’insistenza sui temi dello sviluppo e della protezione dell’ambiente, terreno comune della fruttuosa collaborazione tra Regno Unito e Santa Sede.

Quasi simbolicamente la visita al Parlamento è stata racchiusa da due momenti molto significativi per lo sviluppo dei rapporti e dell’amicizia tra cattolici e anglicani, cinquant’anni dopo la storica udienza di Giovanni XXIII all’arcivescovo Geoffrey Fisher: l’incontro a Lambeth Palace e i solenni vespri ecumenici celebrati nell’abbazia di Westminster, con la venerazione comune resa dal Papa e dall’arcivescovo Rowan Williams, a Edoardo il Confessore. Nello splendore della liturgia e di una vitale tradizione musicale che ha caratterizzato anche la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Westminster.

Ai cattolici Benedetto XVI è tornato a parlare delle sofferenze causate dai crimini degli abusi sui bambini da parte di membri del clero, auspicando sostegno alle vittime e dicendosi fiducioso nella purificazione e nel rinnovamento della Chiesa. Perché su di essa, come su tutta l’umanità, veglia Dio. Come seppero esprimere gli artisti nel raffigurare gli angeli additati dal Papa.

g. m. v.

 

Un orizzonte più grande

17 set 17.23

Con buona pace degli immancabili profeti di sventura, la visita di Benedetto xvi nel Regno Unito non poteva iniziare meglio, come mostrano le cronache e i commenti in prevalenza positivi dei media britannici. Confermando in questo modo la fiducia che il Papa ha manifestato ai giornalisti già mentre volava verso Edimburgo e, soprattutto, mostrando il suo volto gentile e persuasivo ai cittadini di questo grande Paese moderno e multiculturale.

La voce rispettosa, amichevole e chiara del Pontefice è stata ascoltata con attenzione e uguale rispetto in Scozia — nell’incontro con Elisabetta II e durante la messa a Glasgow — e nei primi impegni londinesi, non a caso riservati a due ambiti che Joseph Ratzinger considera di fondamentale importanza. A Twickenham, sede del più prestigioso college cattolico britannico, infatti, il Papa ha parlato a docenti e studenti di tutto il Paese e poi a rappresentanti di diverse tradizioni religiose alla vigilia della festa ebraica di Kippur, che ha augurato «felice e santa».

Anche in contesti secolarizzati il punto di vista religioso resta significativo e prezioso. Anzi, di fronte al dilagare pervasivo del relativismo che oscura il bene autentico dell’uomo la religione è «garanzia di libertà e di rispetto», ha sottolineato Benedetto XVI nella liturgia celebrata per i cattolici scozzesi, mentre al vento fresco di un pomeriggio pieno di sole si mescolavano melodie e canti struggenti. Espressione della profonda eredità cristiana del Paese nella festa di san Ninian, uno dei primi missionari nella terra dove sventola la bandiera con la croce di sant’Andrea, radicata in quella di Cristo a cui si rivolge un’antica invocazione: bona crux salva me.

In tutta la Gran Bretagna, come altrove, la tradizione cristiana ha fondato e ispirato sin dall’alto medioevo un’importante opera culturale ed educativa motivata dalla ricerca di Dio, quel quaerere Deum spiegato da Papa Benedetto nel memorabile discorso al collegio parigino dei Bernardins. Grazie all’impegno instancabile e durevole di religiosi e laici, donne e uomini, come quello pionieristico di Mary Ward e delle «dame inglesi», conosciute dal piccolo Joseph Ratzinger e che il Pontefice ha ricordato con gratitudine nell’incontro con educatori e docenti.

A Twickenham ha impressionato l’accoglienza composta ma molto calorosa di migliaia di giovani e giovanissimi. Soprattutto nella Big Assembly, il festoso e ordinato happening durante il quale Benedetto XVI, indossando una lunga stola blu appena donatagli, ha tenuto un discorso singolarmente efficace sul significato della felicità. «C’è qualcosa — ha esordito — che mi sta molto a cuore di dirvi»: e cioè la speranza che «fra voi che oggi siete qui ad ascoltarmi vi siano alcuni dei futuri santi del ventunesimo secolo».

La vera felicità va infatti cercata in Dio, l’orizzonte più grande che solo può soddisfare il bisogno del cuore. In una prospettiva larga e armoniosa che integra scienza e religione — entrambe anguste se si rifiutano reciprocamente — e che è tornata nell’incontro con i rappresentanti religiosi. A loro il Papa ha ricordato l’importanza della collaborazione «fianco a fianco» che completa il dialogo «faccia a faccia». Non dimenticando di sottolineare che in molti Paesi la coesistenza tra religioni è ancora una realtà lontana per l’intolleranza e, non di rado, per le violenze e le persecuzioni. Perché soltanto il rispetto e l’amicizia portano a quell’orizzonte più grande di cui il cuore umano ha nostalgia.

g. m. v.

 

Il cuore e la croce

16 set 17.09

Nei viaggi papali la più efficace e immediata chiave di comprensione è offerta dallo stesso Benedetto XVI durante l’incontro con i giornalisti poco dopo la partenza. E anche questa volta, in volo verso il Regno Unito, è stato così: attraverso le parole del Papa, è possibile cogliere facilmente la sua intenzione, e quasi gettare uno sguardo nel suo cuore. Con una singolare attualizzazione del motto del cardinale Newman (che sarà beatificato eccezionalmente dal Pontefice a Birmingham) scelto per l’itinerario britannico: cor ad cor loquitur, «il cuore parla al cuore», atteggiamento che da sempre è congeniale a Joseph Ratzinger.

«Vado avanti con grande coraggio e gioia» ha detto, dichiarando sull’aereo la sua fiducia nell’accoglienza subito impeccabile all’arrivo e molto cordiale nelle affollatissime strade a Edimburgo e nell’incontro con la regina a Holyroodhouse. Tra lo sventolare festoso di bandiere scozzesi con la croce di sant’Andrea, il party —  quasi una festa di famiglia, a cui hanno partecipato la sovrana e il Pontefice —, e l’entusiasmo di migliaia di bambini e ragazzi di molte scuole.

Nonostante la presenza di correnti anticlericali e anticattoliche — del resto comuni a parte dell’occidente europeo — Papa Benedetto ha voluto ricordare ai giornalisti e nel discorso davanti a Elisabetta II le tradizioni di fede e le radici cristiane del Regno Unito. Insieme all’attenzione, alla tolleranza e al rispetto dimostrati da molti laici e agnostici che sono in ricerca, come già è avvenuto nelle visite, molto positive, in Francia e nella Repubblica Ceca.

La Chiesa non ha paura della modernità — ed è questo uno dei significati  della  beatificazione  di Newman, «eccezionale figura» e Dottore della Chiesa nella contemporaneità — soprattutto per un motivo: non lavora per se stessa, per affermare il suo supposto potere, ma per un altro, e cioè per l’annuncio di Gesù Cristo. Sarebbe sulla strada sbagliata una Chiesa che cercasse di rendersi attraente, ha detto con nettezza Benedetto XVI. Piuttosto, la Chiesa deve essere trasparente, per lasciare splendere il Signore e farsi sua voce. E in questo i cattolici e gli altri cristiani hanno il medesimo compito, non concorrenti, ma servitori del primato e della verità di Cristo.

A prima vista l’atmosfera non sembrava facile, stando almeno all’atteggiamento non proprio benevolo presente in diversi media alla vigilia della visita, in particolare per la dolente e vergognosa questione degli abusi sessuali da parte di membri del clero. Anche su questo il Papa ha aperto di nuovo il suo cuore dicendosi scioccato ed esprimendo difficoltà a capire questa perversione del sacerdozio e tristezza per un’autorità ecclesiastica non abbastanza vigile e rapida di fronte allo scandalo. Da riparare con la penitenza e l’umiltà, mentre alle vittime deve andare ogni aiuto, accompagnato da giuste pene per i colpevoli e dalla prevenzione, che nel Regno Unito è esemplare.

E la fiducia di un colloquio del cuore insieme allo sguardo alla croce — che è nell’antico nome della residenza reale di Holyroodhouse — sono i motivi che caratterizzano questa visita di Stato, davvero storica ma certo non politica, come ha spiegato Benedetto XVI sottolineando che essa è soltanto in funzione dell’annuncio di Cristo. Che in Gran Bretagna ha modellato un grande Paese secondo un’eredità, rilevata in consonanza da Elisabetta II e dal Papa, a cui guardano miliardi di persone, credenti e non credenti, in tutto il mondo.

g. m. v.

 

Il Papa e Newman

14 set 16.28

Alla vigilia della beatificazione

di Tony Blair

In Inghilterra i santi sono stati davvero pochi negli ultimi tempi, almeno quelli riconosciuti dalla Chiesa. I cattolici inglesi sono quindi molto lieti per la beatificazione di John  Henry  Newman.  Per  questo un Papa tornerà nel nostro Paese, e soprattutto  un  Papa  in  profonda sintonia  con  lo  spirito  e  le  idee  di Newman.

La vita e il pensiero di Newman evidenziano il divario che ci separa dal suo mondo. La fama come teologo, la sollecitudine costante per la verità della religione, il ragionamento scientifico e la profondità degli studi storici che lo portarono a lasciare l’anglicanesimo per Roma, lo scalpore suscitato dal suo abbandono appartengono a un’altra epoca.

Certo, si resta colpiti dal suo assenso intellettuale alla fede cattolica. Alcuni continuano a compiere questo cammino, anche se in modo meno spettacolare. Dovrei saperlo. Ma nel 2010 scrivere di teologia in modo elegante e acuto non ottiene le prime pagine dei giornali. Sono dunque ancora oggi importanti le sue idee?

Newman colloca la verità spirituale al di sopra di tutti gli altri valori. A questa ricerca era disposto a posporre amici vecchi e nuovi. Mentre si preparava ad aderire in modo formale alla Chiesa cattolica scrisse: «Nessuno più di me può avere una visione tanto sfavorevole della situazione attuale dei cattolici». Non è certo l’affermazione più diplomatica. Ma a lui non importava, perché avrebbe fatto comunque ciò che riteneva giusto, per quanto scomodo e impopolare.

Questo coraggio intellettuale è ammirevole. È qualcosa che molti cattolici intravedono in Papa Benedetto XVI. Le idee di Newman non si possono esprimere facilmente in un breve articolo. «Uomo di coscienza è colui che non acquisisce mai indulgenza, benessere, successo, prestigio pubblico e approvazione dell’opinione pubblica a spese della verità» scrisse. È un parere duro in un mondo in cui, in misura così schiacciante, sono i media a formare l’opinione.

Com’è noto, Newman considerava prima di tutto la coscienza, anche prima del Papa. Ma non riteneva che la voce della coscienza facilitasse la scelta di un cammino vero e giusto, o rendesse tale scelta indipendente dall’autorità del papato. «Il nostro senso del giusto e dell’errato (…) è così delicato, così frammentario che si può confondere, oscurare, pervertire con tanta facilità (…) così influenzato dall’orgoglio e dalla passione». In questo, l’autorità magisteriale della Chiesa subentra con il suo dono di discernimento e definizione per correggere e pronunciare un giudizio. Quindi, sebbene il divario fra noi e il mondo di Newman sia grande, nondimeno le questioni di cui scrisse interpellano ogni cattolico e ogni politico.

Newman fu il primo a introdurre il concetto di sviluppo. La sua idea di come la dottrina si sviluppava si dimostrò straordinariamente influente nella sua epoca. Rese lo sviluppo un’idea chiave sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. È probabile che oggi non useremmo le espressioni «obiettivi di sviluppo del millennio» o «sviluppo internazionale» se Newman non avesse utilizzato per primo questa parola nella sua teologia.

È evidente che per la vita della Chiesa oggi le riflessioni di Newman sullo sviluppo delle idee hanno implicazioni non meno profonde. Egli concluse che era impossibile fissare un punto in cui la crescita della dottrina potesse cessare nella Chiesa. Implicitamente tale crescita prosegue ancora oggi. «L’idea non fu mai di quelle che prosperavano e duravano, tuttavia come la verità matematica non incorporava nulla da fonti esterne» scrisse.

Decidere cosa fosse uno sviluppo «vero» fu certo il presupposto dell’insegnamento della Chiesa. Ma Newman definì il consenso dell’intero «corpo dei fedeli» su questioni dottrinali «voce della Chiesa infallibile». Mi chiedo se questa voce venga ancora presa abbastanza sul serio o se abbiamo compreso appieno le implicazioni di queste idee. La tendenza di alcuni capi religiosi a infilare un gran numero di idee diverse in una sola busta con l’etichetta «secolarismo» e considerarla poi come qualcosa di sinistro, crea divisioni nelle società pluraliste. Essa preclude alla Chiesa possibilità di nuovi sviluppi del pensiero. I dialoghi del Papa con importanti pensatori laici sono, invece, un esempio molto diverso.

Penso che Newman sarebbe un alleato forte nella promozione di forme diverse di dialogo tra le religioni proprio grazie alla sua teoria dello sviluppo. Intuitivamente potrebbe sembrare il contrario. Newman, come Papa Benedetto, si opponeva fieramente al relativismo. Ma l’attività interreligiosa della mia Faith Foundation produce proprio il contrario del relativismo, conferma le persone nelle loro diverse fedi, e suscita rispetto e comprensione per la fede degli altri. Collegando scuole e fedi in tutto il mondo, inserendo università in consorzi di corsi interdisciplinari su fede e globalizzazione, operando in modo interreligioso per promuovere gli obiettivi di sviluppo del millennio, quanti condividono la nostra idea vogliono approfondire la conoscenza della loro stessa fede.

Nel corso della mia vita, la crescente comprensione da parte della Chiesa della natura e dell’importanza del dialogo tra le religioni ha prodotto una fioritura di idee, e soprattutto negli ultimi decenni abbiamo assistito a uno sviluppo che incoraggia la Chiesa ad accogliere il significato spirituale di altre religioni. I vescovi dell’Inghilterra e del Galles lo hanno spiegato in modo  eloquente  nel  recente  documento Meeting God in Friend and Stranger.

Come prevedibile, sono sorte alcune controversie circa la beatificazione di Newman. Alcuni si chiedono semplicemente se sia questo il modo giusto per rendergli onore. Ma nessuno dubiterà sul serio del fatto che sia stato ed è un Dottore della Chiesa. Verrà il tempo di dichiararlo tale.

 

L’economia europea nelle mani di pochi non eletti

09 set 12.20

Il vertice dell’Ecofin

di Luca M. Possati

Mentre le sirene del debito continuano a suonare — Portogallo, Spagna e Irlanda restano nell’occhio del ciclone — l’Unione europea (Ue) s’interroga sui modi per rispondere alla crisi. Il vero problema, come sottolineano tanti esperti, non è la riforma finanziaria o la tassa alle banche — le questioni affrontate nella recente riunione dell’Ecofin, cioè dei ministri delle Finanze Ue — ma il potere e il ruolo delle istituzioni comunitarie. Finora i Ventisette sono andati sempre in un’unica direzione: il rafforzamento dei poteri centrali dell’Ue a discapito dei Governi nazionali. E se la strategia vincente fosse quella inversa?

L’Ecofin ha dato il via libera a una riforma della vigilanza tanto ipertrofica quanto ambigua. Dal gennaio 2011 ci saranno tre nuove autorità europee che controlleranno praticamente tutto (banche, assicurazioni e mercati azionari). Verrà accresciuto poi il potere della Banca centrale europea (Bce), che infatti guiderà lo European Systemic Risk Board, al quale spetterà di monitorare la stabilità della moneta unica e d’informare dei possibili rischi. L’altra novità è il semestre europeo, che prevede il coordinamento non solo delle politiche economiche, ma anche delle riforme strutturali degli Stati membri. Nel marzo 2011 il Consiglio europeo — sulla base di un rapporto stilato dalla Commissione — individuerà le principali sfide economiche di ciascun Paese, elargendo raccomandazioni ad hoc. I Governi dovranno definire le proprie Finanziarie sulla base delle indicazioni ricevute e presentarle tutte simultaneamente a Bruxelles entro la fine di aprile. Sarà una specie di gigantesco «compito in classe», il cui esito avrà il potere di condizionare il presente e il futuro di ciascuno Stato persino in settori come l’occupazione e l’inclusione sociale. Il controllo dell’economia è così destinato a passare progressivamente nelle mani di pochi non eletti.

A restare in sospeso sono altri due punti chiave: la definizione dei criteri in base ai quali si determinerà il parametro del debito e le sanzioni per i Paesi che non mostrano un sufficiente ritmo di riduzione del loro passivo entro il 60 per cento del pil. In alto mare anche l’accordo sulla tassa alle banche per finanziare un fondo di risoluzione delle crisi. Diversi Paesi hanno già introdotto un provvedimento di questo tipo o hanno annunciato l’intenzione d’introdurlo.

Ma al di là del chiacchiericcio politico e delle frettolose sintesi giornalistiche — che già salutano l’avvento di una nuova era finanziaria — gli economisti s’interrogano sulla validità delle manovre in discussione e sulle dinamiche globali che si prospettano all’orizzonte.

Secondo molti la strada imboccata è quella giusta, ma va portata fino in fondo. Occorre quindi rafforzare all’estremo le istituzioni comunitarie creando un Governo unico centrale: le «camicie di forza» europee possono (e debbono) essere trasformate in occasioni di sviluppo. È questa la tesi di Jean-Paul Fitoussi, economista francese, il quale in una recente intervista ha dichiarato: «Se ci fosse un Governo in Europa potrebbe prendere misure decisive per un solido progresso comune», garantendo così «una crescita armonica basata sulla cooperazione». Senza l’euro, l’economia del Vecchio Continente sarebbe caduta a picco in balia delle crisi valutarie. Di qui i reiterati appelli per maggiore sinergia e integrazione: «più Europa».

Un’altra scuola di pensiero sostiene che l’euro si sta rivelando per quello che è: una gabbia. Questa moneta senza uno Stato, che è di tutti ma non appartiene a nessuno, ha prodotto un debito che i Paesi europei non possono più controllare e rifinanziare, compromettendo così la vita delle future generazioni. Endgame for the Euro? («Fine dei giochi per l’euro?») si sono chiesti tre economisti del Levy Economics Institute of Bard College (Dimitri B. Papadimitrou, L. Randall Wray e Yena Nersisyan) in un saggio pubblicato all’indomani dello scoppio della crisi greca. Per capire quello che sta accadendo — stimano i tre — «è importante riconoscere la differenza tra una moneta sovrana [definita come floating, moneta non convertibile] e una moneta non sovrana». Un Governo che ha una moneta non sovrana «emettendo debiti o in valuta estera o nella propria valuta agganciata alla moneta straniera (o al metallo prezioso), deve fare i conti con un rischio di solvibilità».

Soltanto gli Stati Uniti, il Giappone e la Gran Bretagna hanno una moneta sovrana. Ciò significa che possono emettere valuta dal nulla, come quanto e quando vogliono. Il debito pubblico, in questo caso, è un’illusione, perché gli Stati hanno sempre il potere di rifinanziarlo da soli emettendo altra moneta. Diverso è il caso di tutti gli altri Paesi del mondo, che non hanno una moneta sovrana e che quindi sono costretti a reperirla con le tasse e sui mercati privati. L’euro non è una moneta sovrana. I Paesi che la emettono non la possiedono. Questo li rende ricattabili. Questo rende il debito pubblico un debito reale, per coprire il quale i cittadini dovranno compiere durissimi sforzi. Nonostante gli sforzi disperati del governatore Jean-Claude Trichet «per mantenere lo show a luci accese, la disintegrazione dell’euro è solo una questione di tempo».

L’Europa è giunta alla resa dei conti: o il dominio di un supereuro — con regole e strutture ancora tutte da definire — o Governi nazionali più forti e capaci di creare una forma d’interazione proficua.

 

Inizia la redenzione della natura umana

07 set 16.24

La Natività della Madre di Dio nella tradizione siro-occidentale

di Manuel Nin

La tradizione liturgica siro-occidentale celebra, con le altre liturgie di oriente e occidente, la natività della Madre di Dio l’8 settembre. Di origine gerosolimitana, la festa — legata alla dedicazione di una chiesa nel luogo ritenuto casa di Gioacchino e Anna, genitori di Maria — venne introdotta a Costantinopoli nel vi secolo e a Roma da Papa Sergio i (687-701). Personaggi e temi sono presi dal Protovangelo di Giacomo, con la narrazione della storia di Gioacchino e Anna, anziani ambedue e sterile lei, che accolgono nello stupore e nella gioia la benedizione di Dio con la nascita della loro figlia.

Questa benedizione è collegata con quella di altre coppie bibliche: «Signore Dio, consolatore degli afflitti e sollievo dei provati, tu hai consolato l’afflizione di Abramo e Sara con la nascita di Isacco, figlio del prodigio, e rallegrato il sacerdote Zaccaria e la sterile Elisabetta con la nascita di Giovanni, nobile profeta. Tu anche oggi procuri la gioia ai giusti Gioacchino e Anna, per mezzo di Maria, tua madre diletta, gioia delle vergini e ornamento dei casti». Diversi testi, prendendo spunto della verginità di Maria, parlano dei vergini e delle vergini, degli uomini casti e delle donne caste, sinonimi che la letteratura monastica siro-occidentale adopera per i monaci e le monache.

La nascita di Maria viene presentata come l’inizio della redenzione della natura umana: «Per mezzo di Maria iniziano i beni e terminano i mali; per lei l’amarezza cambia in dolcezza e delizie spirituali; per lei è rimosso l’inganno del serpente». Con un parallelo tra la nascita di Maria e quella di Cristo, entrambe annunciate dall’arcangelo: «Colui che plasma tutti i fanciulli e governa su ogni creatura si è prescelto una madre per apparire da lei al mondo. Dall’alto Gabriele discese presso il giusto Gioacchino e gli annunciò la nascita della tutta pura e benedetta. Anna, colma della gioia dello Spirito Santo, disse a Gioacchino: Benedetto Dio che ha benedetto il frutto del mio seno! Ambedue esultano e giubilano: Il Signore si è ricordato della sua alleanza e ha fatto misericordia ad Abramo».

La liturgia dipende dalla narrazione del Protovangelo di Giacomo, e nel vespro e nel mattutino dopo la nascita di Maria prosegue col suo soggiorno nel tempio: «Dopo averla votata fin dall’infanzia e portata nel tempio, Maria fu accolta nel tempio dai sacerdoti che supplirono con zelo e gioia i suoi genitori. Maria visse nel tempio crescendo nelle virtù e nella santità». Introducendo poi il suo matrimonio con Giuseppe, la liturgia rilegge cristologicamente un testo di Isaia (29, 11): «Si verificò la parola del profeta: Un libro sigillato sarà consegnato a un uomo versato nella legge divina, colto e rispettato, al quale si dirà: Leggi questo libro! Ma lui risponderà: Non posso, è sigillato per il Cristo Signore! Con ciò il profeta alludeva al suo misterioso connubio e al sigillo della sua verginità che sussiste nell’eternità dei secoli. Già prima che nascesse i profeti l’avevano benedetta e indicata con simboli e misteri».

La natività di Maria e la sua maternità divina sono collegate con la vita della Chiesa: «Tu sei beata, o vergine Maria, pura e piena di grazia, fonte di beni e di vita duratura; tu sei beata perché hai messo al mondo colui che gli apostoli hanno predicato, colui per il quale i martiri si sono lasciati trucidare con amore, il cui desiderio fece abbandonare il mondo ai confessori e che infiamma del suo amore le vergini». E la natività di Maria esalta la donna: «Oggi tutta l’assemblea dei vergini e delle vergini esulta per la natività della Vergine Maria: per suo tramite le donne sono state esaltate dopo l’umiliazione subita dal serpente crudele; il maligno è nella confusione, scorgendo in lei il tempio  puro  della  gloria  di  Dio altissimo».

La preghiera finale del vespro riunisce i diversi aspetti della festa: «O Cristo Dio nostro, rallegraci tutti come hai rallegrato i giusti Gioacchino e Anna per la nascita della Vergine tua madre. Donaci la gioia del perdono dei peccati e della remissione delle colpe. Possa questa festa solenne portare a noi le gioie spirituali e la pace; siano guariti i nostri mali e possa la luce della tua sapienza splendere nelle nostre anime. Risplenda questo giorno con la promessa di un futuro luminoso e favorevole; trasforma il nostro uomo interiore e donaci di progredire con gli angeli sino alla fine».

L’icona della festa riprende quella della nascita di Giovanni Battista e ha molte somiglianze con quella della nascita di Cristo. Nella parte centrale Anna è sdraiata sul letto, dopo aver partorito Maria. La vecchiaia di Elisabetta, la sterilità di Anna, la verginità di Maria: tutte e tre sono simbolo della Chiesa diventata feconda per mezzo  del  battesimo,  a  cui  allude la scena del neonato lavato in un catino.

 

La sapienza del Papa

06 set 16.57

Parlando di Leone XIII nel bicentenario della nascita, il suo attuale successore ha spiegato il compito di ogni Papa (e «di ogni Pastore della Chiesa»): trasmettere ai fedeli la sapienza. E cioè non verità astratte, ma un messaggio che combina «fede e vita, verità e realtà concreta». Non basta infatti riproporre dottrine che a molti possono apparire lontane dai problemi dell’esistenza, bisogna farlo con un’attenzione costante al contesto storico: nella fedeltà alla tradizione e «misurandosi con le grandi questioni aperte». Come seppe appunto fare quel Pontefice, «molto anziano, ma saggio e lungimirante», che traghettò nel nuovo difficile secolo una Chiesa «ringiovanita» e capace di affrontare sfide inedite.

Di Papa Pecci, «uomo di grande fede e di profonda devozione», Benedetto XVI ha voluto sottolineare in primo luogo appunto la dimensione religiosa, in genere poco rilevata e che invece «rimane sempre la base di tutto, per ogni cristiano, compreso il Papa». Ma tutta la rilettura benedettina del pontificato di Leone XIII ha spunti di grande interesse: nei cenni riservati non solo alla Rerum novarum ma all’intero magistero sociale del predecessore, «corpo organico» e fondativo della dottrina cattolica in materia. Che si può riassumere nell’espressione «fraternità cristiana», alla quale non a caso il giovane Ratzinger dedicò, dopo le due tesi su Agostino e su Bonaventura, la sua prima pubblicazione monografica importante (Die christliche Brüderlichkeit).

La novità di Cristo porta all’abolizione della schiavitù — annullata già dall’apostolo Paolo e a cui Papa Pecci dedicò l’enciclica Catholicae Ecclesiae — e al superamento di «altre barriere che tuttora esistono», secondo il metodo evangelico del seme e del lievito. Che sono rappresentati nelle diverse società dalla «forza benefica e pacifica di cambiamento profondo» costituita dai cristiani. Anche in contesti difficili, come il tempo seguito alla bufera rivoluzionaria e poi napoleonica su cui Benedetto XVI si è significativamente soffermato con tratti brevi e pertinenti: i molteplici e reiterati tentativi di sradicare ogni espressione della cultura cristiana, l’aspro anticlericalismo, le accese manifestazioni contro il Papa.

E nel giorno in cui ha ricordato con accenni molto eloquenti il suo predecessore, il Pontefice ha scelto di presentare il messaggio appena pubblicato in vista della giornata di Madrid. Un testo finora trascurato o frainteso dai media — agenzie, televisioni, radio, giornali — e che invece presenta molti segni di quella sapienza che Benedetto XVI ha definito caratteristica soprattutto dell’insegnamento papale e descritto come combinazione di «fede e vita, verità e realtà concreta». Così, in una cultura «indecisa riguardo ai valori di fondo» il Papa ha di nuovo presentato come risolutivo l’incontro con Gesù  sostenuto  dalla  fede  della Chiesa.

Non ha senso «pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo», ha ripetuto Benedetto XVI nel messaggio, testo appassionato e fitto di testimonianze personali: dal ricordo della giornata di Sydney a quello lontano di una giovinezza asfissiata dalla dittatura nazista e desiderosa di superare la «normalità della vita borghese» nell’incontro con Cristo. Quasi una lettera scritta con la passione inesauribile di una vita. E con la sapienza di chi davvero ha incontrato Gesù.

g. m. v.

 

Cara Biblioteca ti scrivo

06 set 7.31

Riapre la Vaticana

di Cesare Pasini

Alla vigilia della riapertura della Vaticana, il prossimo 20 settembre, sono andato a rileggermi le risposte alle newsletter inviate agli amici e studiosi della biblioteca, che sono ormai più di 15.000. Oltre l’incoraggiamento a proseguire, molti esprimevano incertezza sull’andamento dei lavori. Per esempio, nel maggio 2009: «Apprezzo molto le informazioni da Lei inviatemi circa i lavori che fervono per restituirci la Biblioteca, parte integrante della vita di noi studiosi. Ma veramente potremo contare sulla reale apertura nel 2010? Spero ardentemente che la promessa venga mantenuta!».

Qualcuno accennava a come viveva la chiusura: «Grazie infinite per le notizie sulla Biblioteca Vaticana e sullo stato dei lavori, che ci consente di sperare che presto potremo riprendere i nostri studi. Senza la Biblioteca, ma direi senza “l’ambiente” della Biblioteca, ogni studio perde qualcosa, non soltanto sotto il profilo strettamente bibliografico, ma anche sotto quello indefinibile e indescrivibile, spirituale, per quel qualcosa di indecifrabile che aleggia nella Biblioteca e si trasfonde nell’animo dello studioso. In una parola: la Biblioteca Vaticana ci manca molto».

Nel dicembre 2009, quando nella newsletter fu comunicata ufficialmente la data della riapertura, ci fu soddisfazione e persino commozione, magari con un po’ di retorica: «Bravissimi!!! Avete bruciato un po’ i tempi. Aspetto con ansia l’ora fatidica»; e ancora: «Grazie, grazie davvero moltissimo delle magnifiche notizie. Anche noi abbiamo sentito la mancanza della “nostra” Biblioteca e di tutti coloro che ce la conservano in modo tale da farcene avvertire così fortemente la nostalgia».

Più in là, in risposta alla newsletter di fine giugno 2010, arrivarono le e-mail che domandavano come iscriversi, o ponevano quesiti sulle ricerche da riprendere o iniziare. Ormai si stava rientrando nell’alveo della normalità e si scriveva per esprimere la serenità dell’ultima attesa, mescolata talora al desiderio impaziente di poter riprendere gli studi: «Da studiosa e affezionata frequentatrice della Biblioteca Vaticana sono davvero felice delle notizie contenute in questa newsletter. Non vedo l’ora di poter tornare a consultare i manoscritti». C’era anche chi assicurava di non aver mai avuto dubbi: «Non dubitavo che la Biblioteca Vaticana avrebbe rispettato i tempi e, con un pizzico di vanità, mi fa piacere dire: L’avevo detto!». Avessero visto in certi momenti il cantiere, con i lavori che sembravano non finire mai!

Ho attinto alle moltissime e-mail ricevute per ripercorrere gli anni di chiusura e soprattutto l’attesa per la riapertura. Che, pur non solennizzata da specifiche iniziative, viene percepita come un momento di festa che accomuna studiosi e amici di ogni parte del mondo. Forse questa ampia partecipazione è conseguenza delle fatiche e dei disagi comuni di questi tre anni, che hanno richiesto e favorito una progressiva maggiore conoscenza attraverso vari canali, a partire appunto dalla newsletter. Passata infatti l’iniziale incomprensione con gli appelli contro la chiusura ormai fissata, considerata la necessità imprescindibile dei lavori e conosciute più da vicino le attività in corso e i traguardi da raggiungere, ci si è trovati solidali — dentro e fuori la Vaticana — a sostenere e affrettare il compimento del cammino intrapreso. E posso assicurare che anche questo clima ha prodotto frutti positivi.

Certo, ora tutto è come messo di nuovo alla prova: bisogna far ripartire ogni cosa con la competenza di prima e le innovazioni introdotte: dall’ingresso, con il rifacimento dello scalone d’onore e la creazione di un passaggio diretto all’ascensore, alle procedure informatizzate, con cui vengono semplificati e ordinati l’ingresso, i passaggi e i vari servizi. Nel guardare in questi giorni la biblioteca tornata silenziosa e splendente nei suoi marmi — sono ormai un ricordo i rumori e le polveri che si infiltravano dappertutto — ho capito che manca solo la presenza amica dei nostri studiosi: sappiano di essere vivamente attesi. E per tutti il convegno che si terrà a novembre e la mostra che si aprirà in quegli stessi giorni saranno un’occasione eccezionale per conoscere la Vaticana rinnovata.

 

I bambini invisibili

02 set 8.13

Vent’anni della convenzione sui diritti dell’infanzia

di Carlo Bellieni
Il 2 settembre 1990 entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Vent’anni e un
triste bilancio, a leggere la rivista «Lancet» del maggio 2010: nonostante le dichiarazioni di intenti — vi si legge
— i bambini restano ancora «invisibili». A cosa si deve questo fallimento? Alla mancata attuazione di politiche
transnazionali, certo. Ma soprattutto al fatto che respiriamo ovunque propagande antinatalistiche, trasformiamo
il figlio in un «diritto», lo accettiamo solo se è «su misura», prima che nasca e dopo che è nato. Insomma, il
bambino ha diritti solo se è «conforme» e sa scimmiottare gli adulti: pessima premessa per dei diritti universali.
Ma da dove viene quest’incapacità ad accettare il bimbo come tale? Dal fatto che il bambino — dall’embrione in
poi — ci obbliga a riconoscere l’essenza della natura umana che è dipendenza dall’altro: eresia, nell’epoca che
sacralizza l’autodeterminazione solitaria; e obbliga dunque a riconoscere la nostra personale fragilità e
dipendenza, cosa che al fondo ci spaventa. Viviamo infatti in una società intimorita dalla stessa idea di «figlio»,
come scriveva Bob Dylan in Masters of War (1963): «Avete sparso la peggior paura: paura di mettere figli al
mondo. Poiché insidiate il mio figlio non nato e senza nome, voi non meritate il sangue che scorre nelle vostre
vene».
È una società spaventata e fobica quella che rifiuta il bambino. La pedofobia si vede in mille segnali. I bimbi una
volta erano i padroni delle strade; oggi al massimo li lasciamo partecipare a feste o fare sport quando loro
vorrebbero semplicemente giocare. Non c’è più spazio per i bambini neanche nelle case, dato che spesso non
è permesso loro toccare nulla e soprattutto non è permesso loro sporcarsi, che in misura giusta serve alla loro
crescita. Ed è una società pedofobica perché lascia nascere i bimbi solo dopo che hanno passato esami
02
SET
13.13
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prenatali di massa, perché li vede come un diritto dei genitori, che arrivano a congelarli quando sono piccoli
embrioni ma poi a soffocarli di giocattoli per coprire la propria incapacità di essere presenti, determinando
patologie di ansia o di rabbia nei piccoli.
La pedofobia culturale è ben rappresentata da un mondo senza alberi ma pieno di computer, dove le scuole
elementari moltiplicano le cose da insegnare come se i bimbi fossero degli apprendisti adulti invece che
individui disperatamente alla ricerca del gioco gratuito sociale e creativo; tanto che in Inghilterra rivalutano per le
elementari il ritorno a quelle che con ironia chiamano le tre r: reading, riting, ritmethic («leggere», «scrivere»,
«far di conto»).
Ma non basta: i bambini crescono con modelli di affettività alterati da immagini mediatiche fatte per colpire e
vendere prodotti, con la libertà massima di fare tutte le esperienze sessuali sempre più precoci ma con il divieto
assoluto di pensare a far famiglia e figli. Un terrorismo antinatalista li deruba di vent’anni di vita riproduttiva
avviandoli alla sterilità per anzianità. Ci possiamo stupire quindi che in una società pedofobica, che guarda il
bimbo come un oggetto e in cui lo sviluppo affettivo degli adulti viene ritardato e spesso alterato da modelli
maniacali, proliferino pedofilia e bullismo?
Le carte dei diritti lasciano il bambino invisibile quando non obbligano a un cambiamento di mentalità degli
adulti, che sono i primi a considerarsi ingranaggi di un meccanismo produttivo in cui si devono precocemente
inserire, in cui ci si sente accettati solo se si passa al vaglio dell’omologazione genetica e culturale. Non
stupiamoci allora se non riescono ad accettare il bimbo, il non ancora omologato per eccellenza: la società
pedofobica per sua natura seleziona e discrimina; e se riconosce dei diritti, finisce per riconoscerli in maniera
selettiva, pur a fronte di buone dichiarazioni di intenti.
Non ci stupiamo dunque dell’insuccesso denunciato da «Lancet»: buone dichiarazioni, appunto, ma lanciate in
un mondo culturale impreparato. Non si possono affermare i diritti dei bambini senza capire che la prima
violenza è la pretesa che l’altro risponda al nostro progetto, certamente una pretesa che va al di là del mondo
infantile. Se manca questo, si distinguono paradossalmente i diritti del bimbo non ancora nato da quelli del
neonato, e quelli di quest’ultimo da quelli del bambino più grande, e si finisce col distinguere i diritti del bimbo
occidentale da quello dei Paesi in via di sviluppo.
La politica deve capire, prima di scrivere carte di diritti e creare politiche per i minori, che essi non sono un
riflesso dei desideri dei genitori che generosamente li accettano solo dopo esami genetici prenatali, o cui fanno
spazio in città e scuole fatte esclusivamente a misura dei grandi. Il bambino ha pieni diritti umani e il primo
diritto è saperlo ascoltare, e capirne le vere richieste, anche quando non può parlare. La violenza — dal
concepimento ai banchi scolastici — ha varie gradazioni e sfumature, ma ha una matrice culturale unica:
dimenticare che i figli nascono da noi ma non sono nostri.