RSS
 

Editoriali del agosto 23rd, 2010

Pietro e Maddalena

23 ago 8.03

La collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento

di Lucetta Scaraffia

Se sono state le studiose le prime a guardare con attenzione al ruolo delle donne nei testi sacri del cristianesimo, oggi questo filone di studi — per fortuna — è entrato anche nell’interesse degli studiosi, talvolta con risultati sorprendenti. Un esempio felice di questa nuova positiva realtà è un piccolo libro del teologo e biblista Damiano Marzotto (Pietro e Maddalena. Il vangelo corre a due voci, Milano, Ancora, 2010), dedicato alla collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento. Il volume contiene tre saggi: sul celibato di Gesù e la verginità di sua madre, sul ruolo di Maria e delle altre donne che Gesù incontra nei vangeli, e per finire sulle figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, indagate con grande finezza e originalità.

L’autore infatti è ben consapevole dell’originalità e della importanza del ruolo femminile di cooperazione al processo di evangelizzazione, e ne sottolinea il peso centrale in svariati episodi, in particolare nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. La continuazione della missione salvifica degli apostoli e la non interruzione del rapporto con il maestro durante il dramma della crocefissione e della sepoltura sono state possibili infatti grazie alla continua presenza delle donne al suo fianco, «perché le donne hanno avuto la forza e il coraggio di seguire Gesù fino alla morte in croce, non staccandosi da Lui neppure dopo la sua sepoltura». Quindi, anche se agli apostoli è affidata la missione di evangelizzare il mondo, essi hanno bisogno della fedeltà delle donne che attraversa la notte per non perdersi.

Nei testi canonici, per tutti e quattro gli evangelisti le figure femminili sono determinanti proprio perché «la fecondità di Cristo non si realizza senza una stretta associazione di alcune donne al ministero della redenzione, della rigenerazione dell’umanità». Di conseguenza, il celibato di Gesù non è visto come una rinuncia, ma come la proposta di una forma più profonda di rapporto con le donne, che ne valorizza la differenza.

Se nessuno dubita quanto sia fondamentale il ruolo della madre Maria, che con la sua richiesta a Cana provoca il primo raduno di credenti intorno a Cristo, altrettanto importante è stato quello della Samaritana «nell’avvicinare al Salvatore del mondo le primizie della mietitura escatologica, i suoi concittadini che hanno creduto in lui attraverso la sua parola»; ed essa «d’altra parte ha anticipato questo movimento di fede andando per prima ad attingere alla fonte, che zampilla per la vita eterna».

Altre due donne, Marta e Maria, hanno il compito di accelerare il compimento degli eventi della salvezza, e anch’esse precedono nella fede gli abitanti di Betania perché si mettono per prime in cammino verso Gesù, riconoscendolo. C’è quindi un ruolo «di provocazione e insieme di anticipazione da parte della donna» che rivela «una compartecipazione originale» fra Gesù e le figure femminili dei vangeli, indicando così la possibilità di una relazione significativa fra uomo e donna al di là della relazione sponsale.

Particolarmente innovativa è la lettura proposta delle figure femminili negli Atti degli apostoli, dove lo studioso individua nelle donne che offrono ristoro e accoglienza ai principali protagonisti del libro di Luca appena usciti dalla prigionia — a Pietro prima e a Paolo poi — un modello di accoglienza, e insieme una spinta alla nuova partenza per la missione. La presenza delle donne, quindi, sembra favorire «l’apertura universalistica» di cui esse sembrano capaci di cogliere in anticipo il dispiegarsi, e la loro funzione di accoglienza e ospitalità offre le condizioni ideali per il dispiegarsi della grazia, come dimostrano tante conversioni.

Se una studiosa attenta come Marinella Perroni ha giudicato meno significative le figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, il biblista ne rivela invece l’importanza e la ricchezza simbolica, offrendo quindi un nuovo rilevante contributo alla discussione sul ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Non è poi senza significato il fatto che monsignor Marzotto Caotorta, attuale sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, abbia colto questi aspetti. A differenza infatti della teologa italiana, interessata soprattutto a rintracciare ruoli ministeriali precisi nelle figure femminili presenti nel Nuovo Testamento, lo studioso si è dimostrato più libero nella ricerca. A conferma del fatto che non sempre il cosiddetto punto di vista di genere è garanzia di una comprensione più profonda.

 

Il futuro dell’Anno sacerdotale

23 ago 8.01

Per testimoniare il Vangelo nel mondo

di Javier Echevarría*

L’Anno sacerdotale si è concluso lo scorso 16 giugno. Il periodo trascorso è così breve, che lo si può considerare ancora del tutto attuale. Più che giudicarne il valore conviene, dunque, guardare alle reazioni personali davanti a questo evento proposto dalla Chiesa. Cosa è accaduto? Quale impatto ha prodotto su di noi sacerdoti, convocati dal Romano Pontefice a percorrerlo aiutati dalla figura esemplare del nostro confratello, san Giovanni Maria Vianney?

Sono domande che esigono da ciascuno di noi una risposta personale nell’intimità della propria orazione, davanti a Dio. Non arriveremo a un livello così personale, poiché non può essere questo l’obiettivo di un articolo, ma ci incammineremo su una strada non meno esigente: ricordare gli obiettivi indicati da Benedetto XVI e poi, traendone le conseguenze, orientare la riflessione verso il futuro.

«Tale anno — scriveva il Papa nella lettera di indizione — vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Citava anche una frase che il curato d’Ars era solito ripetere e che è stata recepita nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». Per comprendere se stesso, il sacerdote non deve limitarsi a considerare il proprio lavoro pastorale, ma andare molto oltre, fino a giungere a Cristo, nella cui umanità riverbera tutta la vita trinitaria e nel quale la medesima vita trinitaria si apre agli uomini.

Da questa prospettiva si comprende la profondità di altre parole di san Giovanni Maria Vianney citate dal Romano Pontefice: il sacerdote «non si capirà bene che in cielo». Soltanto allora, nell’accorgersi del dono infinito e ineffabile del concedersi di Dio all’uomo, il sacerdote assaporerà pienamente la propria realtà. Dio non ha voluto soltanto comunicarsi agli uomini; ha preso la nostra stessa natura in Cristo Gesù; ha istituito la Chiesa e chiamato determinati uomini che, con il sacramento dell’ordine, egli trasforma in suoi ministri e strumenti. L’«audacia» di Dio — ha detto Benedetto XVI nell’omelia per la chiusura dell’Anno sacerdotale — che, «pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua», e ha fiducia in noi fino ad abbandonarsi nelle nostre mani, una tale audacia è «la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”».

Con omelie, lettere e allocuzioni pontificie, con ricorrenze, congressi e giornate di riflessione o preghiera, sono state ripetute in tutto il mondo queste grandi verità, esortando tutti e in particolare i sacerdoti a una nuova, profonda e gioiosa conversione. Infatti, non si può gustare un tale eccesso di amore divino, proprio del sacerdozio, senza sentirsi personalmente impegnati a essere, come diceva spesso san Josemaría Escrivá, «sacerdoti al cento per cento». Cosa comporta tale invito? Rispondere a questa domanda richiederebbe una lunga esposizione sulla teologia e la spiritualità del sacerdozio; tuttavia è utile almeno fermarsi su tre considerazioni fondamentali.

Occorre essere coscienti della dignità del sacerdozio, del valore e della ricchezza che tale condizione implica, affinché questa realtà impregni tutta intera la condotta e conferisca autenticità a ogni momento dell’esistenza, con la certezza che, nonostante la nostra piccolezza, Cristo vuole utilizzarci per comunicare al genere umano i frutti della sua opera redentrice.

Il presbitero deve identificarsi con Cristo, avere i suoi stessi sentimenti (cfr. Filippesi, 2, 5) e morire a se stesso affinché egli abiti in noi (cfr. Galati, 2, 20): sentirsi spinto a essere uomo di eucaristia, a vivere la santa messa con la fede che in ogni celebrazione si perpetua il sacrificio di Cristo, morto e risorto, il quale viene incontro alla sua Chiesa e al sacerdote, per attrarli a sé e condurli con lo Spirito fino all’intimità filiale con Dio Padre.

Questo comporta l’anelito di servire, cum gaudio in Cristo e per Cristo, il proprio gregge, la Chiesa e tutta l’umanità, in modo che nel suo essere, come in quello di Gesù, non trovi posto l’egoismo o l’indifferenza davanti alle necessità degli altri. Ciò implica dedicarsi con impegno, anche se costa, a quanto contribuisce al bene delle anime, con una carità effettiva, nella predicazione della Parola di Dio e nel sacramento della riconciliazione.

L’Anno sacerdotale ci ha situato, nel tempo e dal tempo, davanti all’eterno, davanti a un amore di Dio che non passa, non si interrompe, è sempre giovane e attivo; con la realtà — felice, sorprendente e profondamente vera — che questo amore, visibile in Cristo Gesù, si trasmette attraverso la Chiesa, a ogni cristiano e a ogni sacerdote. L’Anno sacerdotale è destinato, senza dubbio, a produrre molti e svariati frutti nella predicazione, nella catechesi, nella cura della liturgia, nei diversi campi della pastorale e fondamentalmente nel rinnovamento interiore di ogni sacerdote, e anche l’aumento dei seminaristi nelle diocesi. L’audacia di Dio, di cui ha parlato Benedetto XVI, ci convoca tutti «in attesa del nostro “sì”».

* Vescovo titolare di Cilibia, Prelato dell’Opus Dei