Cosa conta veramente? La tradizione cristiana ha risposto da tempo immemorabile a questa domanda, anche situando nel cuore dell’anno liturgico una festa di Maria — madre di Dio e immagine della Chiesa, dunque di ogni fedele e insieme dell’intera comunità dei credenti — che illumina lo scorrere ordinario dei giorni. Questa festa celebra l’assunzione della Vergine al cielo in anima e corpo quando anche per lei venne il momento della morte, che nel patrimonio liturgico, soprattutto orientale, è indicata con nomi che vogliono indicare appunto il superamento nella Madonna di questa realtà ineluttabile per l’essere umano: dormizione e transito.
Su questo ha richiamato l’attenzione, e certo non solo dei cattolici e dei cristiani, Benedetto XVI, ricordando che sessant’anni fa, il 1 novembre 1950, nella festa di Ognissanti (e non a caso in questa ricorrenza), il suo predecessore Pio XII definì nel modo più solenne e impegnativo — «la Chiesa, nel suo Magistero infallibile» ha detto il Papa — che questa antichissima convinzione cristiana, cara in particolare alle Chiese d’Oriente, è una verità di fede che appartiene al dogma. E come è solito fare, il Pontefice con parole limpide è andato al cuore della questione, che riguarda tutti: «Qui sta il segreto sorprendente e la realtà chiave dell’intera vicenda umana».
L’eredità dell’uomo è la morte, e non è banale ricordarlo in questo tempo che con impressionante determinazione vuole rimuovere la sua naturale evidenza dalle società del benessere: allontanando i moribondi dalle case, propagandando sottilmente l’eutanasia (che in fondo ne è un disperato rifiuto nel tentativo vano e spietato di controllarla), vagheggiando un’immortalità tecnologica tanto indefinita quanto angosciante, ignorando ingiustizie e violenze.
Ma la morte — ogni credente lo sa e lo spera — non ha l’ultima parola. Cristo ha annientato il suo potere, e nella creatura umana che per prima lo ha accolto è anticipato il destino finale di tutta l’umanità: con l’espressione del Credo richiamata da Benedetto XVI, «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
Ecco la «speranza forte» annunciata dal Papa nella continuità della tradizione cristiana: che supera l’«ombra» della sopravvivenza nei nostri cuori di chi ci è stato caro, anch’essa destinata a passare inesorabilmente, proprio perché attende il recupero purificato e misterioso di ogni aspetto della vita umana nella pienezza di Dio. Questo indica l’immagine del «cielo» nella spiegazione di Benedetto XVI, e non solo «una qualche salvezza dell’anima in un impreciso aldilà». No, il Dio che si è fatto piccolo nel grembo di Maria ed è amico degli uomini «non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi». Questo conta, ed è davvero una speranza che permette di vivere pienamente.
g. m. v.