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Editoriali del mese di agosto 2010

La dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone

30 ago 7.35

Pubblicato dall’Archivio Segreto Vaticano il primo volume relativo al 1930 dei «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato di Pio XI

Una fonte finora ignota di straordinario interesse per la storia contemporanea. Ecco, in estrema sintesi, i «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli — dall’8 febbraio 1930 segretario di Stato di Pio xi e dopo la morte del Pontefice (10 febbraio 1939) suo successore con il nome di Pio XII — appena pubblicati nel volume I «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato, i (1930), a cura di Sergio Pagano, Marcel Chappin, Giovanni Coco, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010 («Collectanea Archivi Vaticani», 72), pagine XXV + 591, con 12 tavole fuori testo, euro 45.

Già quattro giorni dopo la nomina, il 12 febbraio, il porporato iniziò ad appuntare gli incontri con il Papa, e poi anche quelli con diplomatici ed ecclesiastici, con una consuetudine mantenuta quasi quotidianamente per un decennio, fino a poche ore prima della scomparsa di Pio XI. Conservati dall’autore anche dopo l’elezione papale, i 2627 fogli che compongono la serie danno conto, con precisione e immediatezza, di innumerevoli questioni trattate in 1956 udienze, illuminando la prassi di lavoro nel cuore della Santa Sede. Attraverso questa emerge con nettezza la sapiente energia di governo di Pio xi, accanto all’intelligente e assoluta fedeltà di Pacelli.

A quanto risulta dalla documentazione, già il cardinale Pietro Gasparri — predecessore di Pacelli alla guida della Segreteria di Stato (1914-1930) — aveva lasciato appunti occasionali delle sue udienze, ma fu proprio Pacelli a inaugurare la prassi dei «fogli di udienza», poi seguita in vario modo dal suo successore nella carica, il cardinale Luigi Maglione (1939-1944), e dai due «dioscuri» che collaborarono strettamente e fedelmente con Pio XII e con Giovanni XXIII: i monsignori Giovanni Battista Montini (poi divenuto Paolo vi) e Domenico Tardini, autori di moltissimi scritti, appunti, pro-memoria, in larghissima parte ancora inediti (tra questi il diario di Tardini, solo parzialmente pubblicato).

I «fogli di udienza» del cardinale Pacelli sono appunti finalizzati al lavoro della Segreteria di Stato e della Curia romana in stretta dipendenza da Pio xi: un lavoro in progressiva crescita e che il nuovo segretario di Stato organizza prendendo progressivamente in mano e svecchiando un organismo secolare, ma preoccupandosi soprattutto del «bene delle anime», a conferma di quel profilo religioso e sacerdotale già riconosciutogli da alcuni contemporanei, tra cui soprattutto Ernesto Buonaiuti.

Questa particolare natura delle carte spiega la loro scarna essenzialità, anche se — spiega il prefetto dell’Archivio vaticano, il vescovo barnabita Sergio Pagano nella presentazione del volume, di cui diamo in questa pagina alcuni stralci, insieme ad altri brevi estratti — non sono «rari i casi nei quali Pacelli, quasi stenografando, registra le parole stesse del Papa; e in questi casi bisogna pensare che Pio xi dettasse le sue volontà al segretario di Stato con certa calma, in modo che questi potesse riportarne le esatte parole».

Valutazione confermata dalla testimonianza del cardinale Giuseppe Pizzardo che così ricordava l’antico amico e collega, insieme all’origine di questa preziosa fonte documentaria: «Quasi tutte le mattine alle 9 saliva all’udienza del Santo Padre, ed oltre alle pratiche da riferire, portava seco un foglio di carta di dimensioni particolari. In esso scriveva distintamente per ogni affare, e quasi sotto dettatura, la mente del Santo Padre». Aggiungendo che i «fogli costituiranno una precisa fotografia della sua collaborazione al grande pontefice Pio xi». Da parte sua il cardinale Alfredo Ottaviani, specificherà che gli appunti del segretario di Stato «rimanevano nelle sue mani a testimonianza delle decisioni pontificie e a riscontro delle esecuzioni».

E proprio il carattere di strumento di lavoro dei «fogli di udienza» spiega il fatto che il loro autore li abbia sempre conservati con sé, anche dopo l’elezione papale. Ordinati poco dopo la sua morte tra il 1959 e il 1961, sono stati riscoperti nel 2004. Con il primo volume, che presentiamo in queste pagine, è iniziata la loro edizione, aperta dalla prefazione del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Benedetto xvi, qui accanto integralmente anticipata.

Puntuali e scarni, i «fogli di udienza» hanno richiesto per la pubblicazione un imponente lavoro di controllo e di scavo nei fondi dell’Archivio Vaticano, che risulta dall’abbondantissima annotazione a cui i curatori hanno aggiunto un ricco apparato: dall’ampia trattazione introduttiva di Giovanni Coco sulla nomina e i primi passi del segretario di Stato alla prosopografia, che identifica i principali personaggi ricorrenti nelle carte pacelliane, sino agli indici, in particolare quello dei nomi, dei luoghi e delle istituzioni.

Nominato segretario di Stato l’8 febbraio 1930 — singolarmente proprio lo stesso giorno in cui nel 1901, non ancora  venticinquenne, aveva  varcato per la prima volta la soglia della Segreteria di Stato — il cardinale Pacelli ebbe dalla Bulgaria un singolare augurio, formulato da un vecchio monaco ortodosso al rappresentante pontificio, che invocava per lui «la dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone». A scrivere al futuro Pio XII era chi gli sarebbe succeduto con il nome di Giovanni XXIII.  (g. m. v.)

 

Il cuore dell’Inghilterra

30 ago 7.33

Aspettando Benedetto XVI

di Ferdinando Cancelli

Alle quattro di un pomeriggio estivo Londra sembra un formicaio di turisti, un groviglio di linguaggi nel quale a stento si riconosce l’inglese. A uno sguardo più attento ci si accorge che la folla, quasi seguendo invisibili arterie, percorre sempre le stesse strade, attratta dalle facili lusinghe di un benessere ostentato o dai vari luoghi di visita che nessuna guida ometterebbe. La chiesa di Old Chelsea non è fra questi: quasi si specchia nel Tamigi in una zona poco servita dai mezzi pubblici, tanto lontana dalle mete tradizionali che anche il tassista ci chiede di guardare meglio la cartina della città per arrivarci. Eppure è nel cuore di un antico ed elegante quartiere del centro, appena ombreggiata da quegli stessi platani che alla sera discretamente nascondono le finestre illuminate dietro alle quali in anni passati si sarebbero visti cenare personaggi come Oscar Wilde, Howard Carter, John Singer Sargent o Agatha Christie. Scendendo dal taxi si nota il silenzio di una statua che guarda il fiume e un’emozione sottile si rende palpabile come il battito di un cuore che credevamo perduto: san Tommaso Moro è qui una presenza viva e rassicurante. Se c’è un luogo nel quale si comprende appieno il motto scelto per la prossima visita del Santo Padre nel Regno Unito e dal cardinale Newman per il suo stemma, è proprio questo: Hearth speaks unto Hearth, «Il cuore parla al cuore». Il cuore della Chiesa che è in Inghilterra parla a quello dei suoi fedeli anche e soprattutto attraverso i suoi santi e lo fa con una voce che può essere ascoltata più chiaramente in luoghi spesso trascurati: da qualche parte nella Old Chelsea potrebbe trovarsi, per suo esplicito desiderio, il corpo di Tommaso Moro. All’interno della chiesa si può ancora ammirare una lunga iscrizione, sfuggita alle distruzioni della seconda guerra mondiale, nella quale lui stesso, nel 1532, commemorando la sua prima moglie, esprimeva il desiderio di essere sepolto nello stesso luogo: non sappiamo con certezza se la figlia Margaret abbia realmente compiuto quanto auspicato dal padre ma è quanto basta per togliere quella patina che, deposta dal tempo o dalla superficialità di un turismo vorace, rischia di rendere anche le chiese simili a sbiaditi e scialbi musei rendendo quasi impercepibile il battito della Vita che in esse continua a scorrere accanto alle tragiche vicende umane.

Come quelle accadute una cinquantina di chilometri più a est di Londra, quasi sul Mare del Nord: nel tardo pomeriggio del 29 dicembre 1170 l’arcivescovo Thomas Becket veniva affrontato e trucidato da quattro uomini nel transetto nord est della cattedrale di Canterbury. Il luogo, nel quale attualmente sorge un sobrio altare in nuda pietra sormontato da un moderno crocifisso di stilizzate spade incrociate, si trova lungo il percorso suggerito per la visita alla cattedrale ma è forse uno dei meno scenografici se confrontato con le sfavillanti vetrate medievali o le tombe di re e regine: per sentire battere il cuore del santo arcivescovo Tommaso che seguiva le orme del suo Maestro è necessario soffermarsi, fare silenzio, lasciarsi permeare anche dalla dimensione umana del dramma vissuto in quel nascosto transetto.

«Il cuore parla al cuore»: si lasciano luoghi come questi con la certezza di aver bisogno di tornarvi per sincronizzare il proprio cuore con quello della madre Chiesa, per imparare ad ascoltare davvero le parole che, dal cuore, Benedetto XVI rivolgerà ai fedeli nel suo ormai imminente viaggio.

 

Donne e cultura

28 ago 7.43

La presenza femminile nella Chiesa

di Lucetta Scaraffia

La debolezza del ruolo femminile all’interno della Chiesa cattolica si misura soprattutto sul piano culturale: le donne ci sono, sono molte e molto motivate, sia religiose sia laiche. Ma, quasi sempre impegnate in ruoli subordinati, di assistenza e di organizzazione, sembrano latitare nel settore culturale. Un esempio può essere tratto dall’Italia, mentre  in altri Paesi la situazione è un po’ diversa: nelle facoltà teologiche italiane, tutte interne alle università ecclesiastiche, le donne rappresentano poco più del dieci per cento dei docenti, e inoltre sono poche quelle che insegnano discipline strettamente teologiche.

Questi dati sono analizzati in un recente interessante volume (Teologhe in Italia. Indagine su una tenace minoranza, curato da Sergio Tanzarella e Anna Carfora per Il Pozzo di Giacobbe), che rende noto il risultato di un’indagine sulla presenza femminile nella docenza delle facoltà teologiche, effettuata a poco più di quarant’anni dall’apertura alle donne (20 dicembre 1967) della formazione teologica di tipo accademico. A una crescente frequenza come allieve, infatti, corrisponde una presenza ancora molto limitata di insegnanti donne, e a uno sguardo più attento si vede che le donne sono escluse da settori importanti della ricerca teologica come la liturgia e la pastorale, mentre stanno ottenendo un po’ di spazio nell’antropologia teologica e nella teologia spirituale.

Certo, questa situazione rivela una forte resistenza dei docenti — che sono in stragrande maggioranza ecclesiastici — all’ingresso delle donne in una disciplina così centrale per la cultura cattolica. Ma forse un po’ di responsabilità ce l’hanno anche le teologhe, o meglio la prima generazione di teologhe, che spesso si è concentrata troppo sui problemi della presenza femminile nella Chiesa, e per di più con un tono costantemente rivendicativo, rinunciando così a impegnarsi nei settori più tradizionali, dove sarebbero potute entrare in dialogo con la cultura prodotta dagli uomini.

Un esempio, interconfessionale, in questo senso è il Dizionario di teologie femministe (Claudiana) — curato nel 1996 negli Stati Uniti da Letty M. Russell e J. Shannon Clarkson, ma ampliato ora per l’edizione italiana a cura di Gabriella Lettini e Gianluigi Gugliermetto — che vorrebbe essere una summa della produzione femminile sui principali temi teologici, affrontati dalle più importanti teologhe del mondo. Il taglio scelto è pluralistico, di esaltazione delle «minoranze», e riprende tematiche tipiche del femminismo radicale, in modo acritico e con qualche ritardo, come nella trattazione dedicata al gender. Sfogliarlo fa pensare a una grande occasione persa: volendo dare voce, talvolta acriticamente,  a tutte le «emarginazioni» le teologhe femministe finiscono per autoemarginarsi. Comunque, molto lavoro c’è stato, e ormai la produzione teologica delle donne costituisce un settore importante, da cui non si può prescindere nella formazione culturale cattolica.

Ma le donne non si sono impegnate solo nella teologia. Un’altra novità bibliografica, dovuta a Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis (La stampa periodica femminile in Italia. Repertorio 1861-2009, Biblink), documenta un’intensissima attività pubblicistica sia di religiose che di laiche. Molti infatti sono in ambito cattolico i periodici dedicati alle donne e da donne diretti e redatti, finalizzati tanto all’insegnamento religioso e spirituale quanto all’istruzione femminile in generale. Numerosi sono in particolare quelli di settori professionali specifici — come le maestre, le ostetriche e le infermiere — mentre altri sono rivolti a donne diverse per fasce di età e stato civile: tutti però simili nell’intento di far crescere dal punto di vista sia spirituale che culturale.

Le donne vengono così spinte a prendersi le proprie responsabilità nella vita sociale, ad amare il ruolo materno senza rinunciare ad altre possibilità di realizzazione. E se si tiene conto del numero e della durata di queste pubblicazioni, viene da pensare a quanto l’emancipazione femminile in Italia debba a queste infaticabili scrittrici.

Ma il passo successivo che le donne devono ancora compiere del tutto, e che gli uomini devono sapere accogliere, è l’accesso vero alla cultura. Cioè uscire dallo spazio dei temi esclusivamente femminili e portare il loro punto di vista nei mondi ancora poco permeabili alle donne, come appunto le facoltà teologiche.

 

La vita in Cristo

27 ago 8.55

I sacramenti dell’iniziazione cristiana in Oriente

di Manuel Nin

Il celebre trattato La vita in Cristo del teologo bizantino Nicola Cabasilas è strutturato a partire dalla mistagogia sui sacramenti dell’iniziazione cristiana, con l’aggiunta della consacrazione dell’altare. Nella tradizione liturgica delle Chiese orientali i sacramenti dell’iniziazione cristiana designano il battesimo, la cresima e l’eucaristia, amministrati insieme e per mezzo dei quali l’essere umano — appena nato o in età adulta — viene configurato  pienamente  a  Cristo  e inserito nella vita di grazia della Chiesa.

Battesimo e cresima sono conferiti una sola volta poiché costituiscono l’essere e l’agire cristiano; l’eucaristia, data una prima volta come coronamento degli altri due — e a sua volta loro fonte — è ripetuta come sacramento di vita per ogni cristiano e per la Chiesa. Secondo la tradizione, i tre sacramenti sono conferiti in una stessa celebrazione, nel seguente ordine: battesimo, che dà l’essere cristiano, confermazione, che dà la grazia per l’agire cristiano, ed eucaristia, inserzione piena nella nuova alleanza per mezzo della grazia. I tre sacramenti sono talmente legati tra loro che non sarebbe possibile fare una catechesi dell’uno senza trattare gli altri due.

Nei diversi rituali del battesimo sono conservate per intero le diverse parti della celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione: il battesimo stesso, il dono dello Spirito Santo e la comunione ai Santi misteri del corpo e del sangue di Cristo, prerogativa dei figli di Dio. I tre sacramenti manifestano e attuano un unico avvenimento di salvezza. Per mezzo di essi l’uomo, lavato e liberato dal peccato, rinasce come figlio di Dio, viene configurato a Cristo  ed  è  colmato  dallo  Spirito Santo.

Il battesimo incorpora il cristiano alla morte e alla risurrezione di Cristo, e attraverso questa unione vitale l’uomo è spinto dalla grazia di Dio a configurarsi a lui e a vivere in modo pieno la vita che viene da lui. Il culmine di questo cammino è la partecipazione all’eucaristia, i Santi doni attraverso i quali l’uomo viene misteriosamente assimilato a Cristo stesso. Tra il battesimo e l’eucaristia il cristiano riceve la cresima, l’unzione dello Spirito Santo.

In Oriente questi sacramenti vengono visti e accolti come dono della grazia divina; il catecumeno ricevendoli viene a sua volta ricevuto e accolto da Cristo nella sua vita divina. Nel battesimo il fedele, per la triplice immersione nell’acqua santificata e per l’invocazione della santa Trinità, viene rigenerato e fatto nuova creatura in Cristo, membro del suo corpo che è la comunità cristiana, la Chiesa. Con una triplice totale immersione, che simboleggia la morte e la sepoltura totale del battezzando in Cristo: nell’acqua viene sepolto l’uomo vecchio per farne uscire il nuovo.

Il battesimo come porta alla vita sacramentale — la vita in Cristo — è sottolineato dal fatto stesso della congiunzione, che è stretta unità, tra battesimo, cresima ed eucaristia. Cirillo di Alessandria nel commento al vangelo di Giovanni afferma che i catecumeni non partecipano alla mensa eucaristica perché lo Spirito Santo non abita ancora in essi, anche se come tali hanno già confessato la divinità di Cristo; dopo avere ricevuto lo Spirito Santo, essi potranno toccare il Signore. La cresima, unzione con il myron consacrato subito dopo il battesimo, significa la forza dello Spirito Santo sul nuovo battezzato: dono dello Spirito e corazza per il combattimento della vita cristiana, sacramento legato al battesimo e che nel fedele completa e conferma i doni dello Spirito Santo.

Rinato in Cristo, confermato dalla forza dello Spirito Santo, accolto nel corpo di Cristo che è la Chiesa, naturalmente il nuovo battezzato si avvicina — o, se è appena nato, viene portato — alla mensa di vita nella comunione ai Santi doni del corpo e del sangue di Cristo, di cui la Chiesa è dispensatrice nella celebrazione della Divina liturgia. Oggi, in continuità con la grande tradizione, l’iniziazione cristiana nelle Chiese orientali avviene attraverso l’unità indissolubile dei tre sacramenti: battesimo, cresima ed eucaristia, indipendentemente dall’età del  catecumeno,  neonato  o  adulto che sia.

Nel caso del battesimo degli adulti, questa iniziazione cristiana si riceve dopo una catechesi, preparazione che suppone una conoscenza dei misteri della fede cristiana e una disposizione alla conversione, mentre per i bimbi neonati o non ancora in età della ragione queste esigenze ricadono sui genitori, sui padrini e sulla stessa Chiesa, pienamente impegnata nel percorso dei nuovi fedeli, alimentati, per mezzo della comunione eucaristica, nella loro vita in Cristo. Così, immergendo i neonati nella vita in Cristo, ungendoli col sigillo dello Spirito Santo, ammettendoli subito alla mensa dei Santi doni, è la Chiesa stessa a venire coinvolta nel cammino cristiano dei neofiti.

 

Pietro e Maddalena

23 ago 8.03

La collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento

di Lucetta Scaraffia

Se sono state le studiose le prime a guardare con attenzione al ruolo delle donne nei testi sacri del cristianesimo, oggi questo filone di studi — per fortuna — è entrato anche nell’interesse degli studiosi, talvolta con risultati sorprendenti. Un esempio felice di questa nuova positiva realtà è un piccolo libro del teologo e biblista Damiano Marzotto (Pietro e Maddalena. Il vangelo corre a due voci, Milano, Ancora, 2010), dedicato alla collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento. Il volume contiene tre saggi: sul celibato di Gesù e la verginità di sua madre, sul ruolo di Maria e delle altre donne che Gesù incontra nei vangeli, e per finire sulle figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, indagate con grande finezza e originalità.

L’autore infatti è ben consapevole dell’originalità e della importanza del ruolo femminile di cooperazione al processo di evangelizzazione, e ne sottolinea il peso centrale in svariati episodi, in particolare nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. La continuazione della missione salvifica degli apostoli e la non interruzione del rapporto con il maestro durante il dramma della crocefissione e della sepoltura sono state possibili infatti grazie alla continua presenza delle donne al suo fianco, «perché le donne hanno avuto la forza e il coraggio di seguire Gesù fino alla morte in croce, non staccandosi da Lui neppure dopo la sua sepoltura». Quindi, anche se agli apostoli è affidata la missione di evangelizzare il mondo, essi hanno bisogno della fedeltà delle donne che attraversa la notte per non perdersi.

Nei testi canonici, per tutti e quattro gli evangelisti le figure femminili sono determinanti proprio perché «la fecondità di Cristo non si realizza senza una stretta associazione di alcune donne al ministero della redenzione, della rigenerazione dell’umanità». Di conseguenza, il celibato di Gesù non è visto come una rinuncia, ma come la proposta di una forma più profonda di rapporto con le donne, che ne valorizza la differenza.

Se nessuno dubita quanto sia fondamentale il ruolo della madre Maria, che con la sua richiesta a Cana provoca il primo raduno di credenti intorno a Cristo, altrettanto importante è stato quello della Samaritana «nell’avvicinare al Salvatore del mondo le primizie della mietitura escatologica, i suoi concittadini che hanno creduto in lui attraverso la sua parola»; ed essa «d’altra parte ha anticipato questo movimento di fede andando per prima ad attingere alla fonte, che zampilla per la vita eterna».

Altre due donne, Marta e Maria, hanno il compito di accelerare il compimento degli eventi della salvezza, e anch’esse precedono nella fede gli abitanti di Betania perché si mettono per prime in cammino verso Gesù, riconoscendolo. C’è quindi un ruolo «di provocazione e insieme di anticipazione da parte della donna» che rivela «una compartecipazione originale» fra Gesù e le figure femminili dei vangeli, indicando così la possibilità di una relazione significativa fra uomo e donna al di là della relazione sponsale.

Particolarmente innovativa è la lettura proposta delle figure femminili negli Atti degli apostoli, dove lo studioso individua nelle donne che offrono ristoro e accoglienza ai principali protagonisti del libro di Luca appena usciti dalla prigionia — a Pietro prima e a Paolo poi — un modello di accoglienza, e insieme una spinta alla nuova partenza per la missione. La presenza delle donne, quindi, sembra favorire «l’apertura universalistica» di cui esse sembrano capaci di cogliere in anticipo il dispiegarsi, e la loro funzione di accoglienza e ospitalità offre le condizioni ideali per il dispiegarsi della grazia, come dimostrano tante conversioni.

Se una studiosa attenta come Marinella Perroni ha giudicato meno significative le figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, il biblista ne rivela invece l’importanza e la ricchezza simbolica, offrendo quindi un nuovo rilevante contributo alla discussione sul ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Non è poi senza significato il fatto che monsignor Marzotto Caotorta, attuale sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, abbia colto questi aspetti. A differenza infatti della teologa italiana, interessata soprattutto a rintracciare ruoli ministeriali precisi nelle figure femminili presenti nel Nuovo Testamento, lo studioso si è dimostrato più libero nella ricerca. A conferma del fatto che non sempre il cosiddetto punto di vista di genere è garanzia di una comprensione più profonda.

 

Il futuro dell’Anno sacerdotale

23 ago 8.01

Per testimoniare il Vangelo nel mondo

di Javier Echevarría*

L’Anno sacerdotale si è concluso lo scorso 16 giugno. Il periodo trascorso è così breve, che lo si può considerare ancora del tutto attuale. Più che giudicarne il valore conviene, dunque, guardare alle reazioni personali davanti a questo evento proposto dalla Chiesa. Cosa è accaduto? Quale impatto ha prodotto su di noi sacerdoti, convocati dal Romano Pontefice a percorrerlo aiutati dalla figura esemplare del nostro confratello, san Giovanni Maria Vianney?

Sono domande che esigono da ciascuno di noi una risposta personale nell’intimità della propria orazione, davanti a Dio. Non arriveremo a un livello così personale, poiché non può essere questo l’obiettivo di un articolo, ma ci incammineremo su una strada non meno esigente: ricordare gli obiettivi indicati da Benedetto XVI e poi, traendone le conseguenze, orientare la riflessione verso il futuro.

«Tale anno — scriveva il Papa nella lettera di indizione — vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Citava anche una frase che il curato d’Ars era solito ripetere e che è stata recepita nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». Per comprendere se stesso, il sacerdote non deve limitarsi a considerare il proprio lavoro pastorale, ma andare molto oltre, fino a giungere a Cristo, nella cui umanità riverbera tutta la vita trinitaria e nel quale la medesima vita trinitaria si apre agli uomini.

Da questa prospettiva si comprende la profondità di altre parole di san Giovanni Maria Vianney citate dal Romano Pontefice: il sacerdote «non si capirà bene che in cielo». Soltanto allora, nell’accorgersi del dono infinito e ineffabile del concedersi di Dio all’uomo, il sacerdote assaporerà pienamente la propria realtà. Dio non ha voluto soltanto comunicarsi agli uomini; ha preso la nostra stessa natura in Cristo Gesù; ha istituito la Chiesa e chiamato determinati uomini che, con il sacramento dell’ordine, egli trasforma in suoi ministri e strumenti. L’«audacia» di Dio — ha detto Benedetto XVI nell’omelia per la chiusura dell’Anno sacerdotale — che, «pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua», e ha fiducia in noi fino ad abbandonarsi nelle nostre mani, una tale audacia è «la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”».

Con omelie, lettere e allocuzioni pontificie, con ricorrenze, congressi e giornate di riflessione o preghiera, sono state ripetute in tutto il mondo queste grandi verità, esortando tutti e in particolare i sacerdoti a una nuova, profonda e gioiosa conversione. Infatti, non si può gustare un tale eccesso di amore divino, proprio del sacerdozio, senza sentirsi personalmente impegnati a essere, come diceva spesso san Josemaría Escrivá, «sacerdoti al cento per cento». Cosa comporta tale invito? Rispondere a questa domanda richiederebbe una lunga esposizione sulla teologia e la spiritualità del sacerdozio; tuttavia è utile almeno fermarsi su tre considerazioni fondamentali.

Occorre essere coscienti della dignità del sacerdozio, del valore e della ricchezza che tale condizione implica, affinché questa realtà impregni tutta intera la condotta e conferisca autenticità a ogni momento dell’esistenza, con la certezza che, nonostante la nostra piccolezza, Cristo vuole utilizzarci per comunicare al genere umano i frutti della sua opera redentrice.

Il presbitero deve identificarsi con Cristo, avere i suoi stessi sentimenti (cfr. Filippesi, 2, 5) e morire a se stesso affinché egli abiti in noi (cfr. Galati, 2, 20): sentirsi spinto a essere uomo di eucaristia, a vivere la santa messa con la fede che in ogni celebrazione si perpetua il sacrificio di Cristo, morto e risorto, il quale viene incontro alla sua Chiesa e al sacerdote, per attrarli a sé e condurli con lo Spirito fino all’intimità filiale con Dio Padre.

Questo comporta l’anelito di servire, cum gaudio in Cristo e per Cristo, il proprio gregge, la Chiesa e tutta l’umanità, in modo che nel suo essere, come in quello di Gesù, non trovi posto l’egoismo o l’indifferenza davanti alle necessità degli altri. Ciò implica dedicarsi con impegno, anche se costa, a quanto contribuisce al bene delle anime, con una carità effettiva, nella predicazione della Parola di Dio e nel sacramento della riconciliazione.

L’Anno sacerdotale ci ha situato, nel tempo e dal tempo, davanti all’eterno, davanti a un amore di Dio che non passa, non si interrompe, è sempre giovane e attivo; con la realtà — felice, sorprendente e profondamente vera — che questo amore, visibile in Cristo Gesù, si trasmette attraverso la Chiesa, a ogni cristiano e a ogni sacerdote. L’Anno sacerdotale è destinato, senza dubbio, a produrre molti e svariati frutti nella predicazione, nella catechesi, nella cura della liturgia, nei diversi campi della pastorale e fondamentalmente nel rinnovamento interiore di ogni sacerdote, e anche l’aumento dei seminaristi nelle diocesi. L’audacia di Dio, di cui ha parlato Benedetto XVI, ci convoca tutti «in attesa del nostro “sì”».

* Vescovo titolare di Cilibia, Prelato dell’Opus Dei

 

Una fede granitica e aperta

20 ago 7.39

Ricordo di Francesco Cossiga

di Tarcisio Bertone

Sono andato volentieri a porgere il mio tributo di omaggio e di suffragio per l’anima del presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, al quale mi hanno legato vincoli particolari di conoscenza e di amicizia sin dal 1991. In quell’anno infatti, in occasione della mia nomina ad arcivescovo di Vercelli, andai, come si usava, a fare visita di cortesia al capo dello Stato. Il presidente mi accolse con grande familiarità e dimostrò di conoscere i miei studi e la mia specializzazione in diritto ecclesiastico.

Iniziammo così un colloquio approfondito su temi di diritto costituzionale comparato, allargato poi a temi di teologia e spiritualità. Il tempo scorreva e l’incontro colloquio si prolungò enormemente, interrotto solo da una chiamata urgente a proposito della riunione del Consiglio di sicurezza sull’emergenza nei Balcani. Alla fine ci scambiammo alcuni volumi.

Dal 1995, dopo la mia nomina a segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, fui testimone dell’amicizia e della familiarità intellettuale che legò Francesco Cossiga al cardinale Joseph Ratzinger, con il quale trascorreva serate di impegnative conversazioni filosofiche e teologiche. Nel 2006, quando venni nominato da Benedetto XVI segretario di Stato, con il presidente riprendemmo una discreta frequentazione telefonica, epistolare e anche conviviale.

La cultura politica e teologica di Francesco Cossiga spaziava su vari campi e ogni incontro con lui era molto interessante e arricchiva. Per i miei incarichi nella Curia romana avevo seguito in modo speciale l’iter di «rivalutazione» del filosofo Antonio Rosmini e della redazione della nota della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha dato il via libera alla sua beatificazione.

Ieri sera il Santo Padre, parlando del suo «illustre e caro» amico, mi ha detto che gli stavano a cuore soprattutto tre traguardi che Cossiga tenacemente perseguì e raggiunse: la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei politici cattolici, la beatificazione dell’abate Antonio Rosmini e quella del cardinale John Henry Newman.

La fede cattolica di Francesco Cossiga era granitica e aperta. E possiamo ripetere anche noi l’invocazione che il presidente emerito ha posto al termine delle lettere che ha indirizzato alle cariche istituzionali della Repubblica: Iddio protegga l’Italia!

 

La collina di Taizé

20 ago 7.39

Era il 20 agosto 1940, settant’anni fa, quando Roger Schutz arrivò per la prima volta a Taizé. In quell’estate di guerra nella Francia piegata dall’invasore il giovane pastore calvinista svizzero non poteva certo immaginare che in un futuro non tanto lontano — già nel corso degli anni cinquanta — sarebbero stati altri giovani europei, molti e poi moltissimi, a salire su quella collina nel cuore della Borgogna, in una campagna ondulata e dolce sul cui orizzonte corrono spesso grandi nuvole. Dapprima, un po’ come lui, magari in autostop, poi da tutto il continente in gruppi organizzati, soprattutto durante l’estate o per Pasqua.

Nel calendario liturgico il 20 agosto ricorre la festa di san Bernardo, vissuto a Cîteaux, non molto distante da Taizé, che a sua volta è a pochi chilometri da Cluny: sotto il segno di riforme monastiche che hanno inciso nella storia della Chiesa. E già nel 1940 il giovane Schutz iniziò ad accogliere rifugiati ed ebrei, pensando a un progetto di vita comune con alcuni amici, avviata due anni più tardi a Ginevra per l’impossibilità di restare in Francia. Rientrato a Taizé ancora durante la guerra, riprese l’accoglienza, stavolta di prigionieri tedeschi e di bambini orfani. Chi oggi vi arriva incontra un piccolo bungalow, poco oltre le antiche case e la chiesetta romanica, circondata da un minuscolo cimitero, trovando un’accoglienza che incarna l’antica ospitalità nel nome di Cristo iscritta nella Regola di san Benedetto.

Proprio la vocazione monastica aveva sempre attratto Roger e i suoi compagni, tutti di origine protestante, ma sensibili alla ricchezza delle diverse correnti cristiane e che s’impegnarono già nel 1949 a una forma di vita comune nel solco della spiritualità benedettina e di quella ignaziana, delineata qualche anno più tardi nella Règle de Taizé. In quello stesso anno fratel Roger fu ricevuto da Pio XII insieme a uno dei primi compagni, Max Thurian, mentre dal 1958 i loro incontri con il Papa — Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che nel 1986 fu sulla collina — divennero una consuetudine annuale, esprimendo una vicinanza che portò, sin dalla fine degli anni sessanta, all’entrata nella comunità di un numero crescente di cattolici. E un giovane cattolico tedesco, Alois Löser, venne designato da fratel Roger a succedergli come guida della comunità già diversi anni prima della sua uccisione per mano di una squilibrata il 16 agosto 2005.

Nel 1962 il priore con alcuni fratelli iniziò, nel riserbo più assoluto, una serie di visite in alcuni Paesi dell’Est europeo, mentre in agosto a Taizé venne inaugurata una moderna Église de la Reconciliation. Uno spazio molto grande — ma che presto si è dovuto allargare, dapprima con tendoni, per ospitare le migliaia di presenze nelle settimane d’estate — predisposto per la preghiera tre volte al giorno in diverse lingue. Con i lunghi momenti di silenzio e canti meditativi ora molto diffusi, è stato questo triplice appuntamento quotidiano a impressionare nel profondo chi giungeva per la prima volta sulla collina.

All’apertura di un «concilio dei giovani» nell’agosto del 1974 arrivarono a Taizé in oltre quarantamila da tutta Europa, alloggiati in una tendopoli resa ancora più precaria da una pioggia torrenziale. Imperturbabile si aggirava tra loro il cardinale Johannes Willebrands, inviato da Paolo VI, parlando con gentilezza a giovani che lo avvicinarono poco più che ventenni, sporchi di fango e stanchi ma colpiti dalla scommessa ecumenica della comunità. A loro, per decenni ha tenuto ogni sera nel solco della grande tradizione cristiana una breve meditazione fratel Roger, che dopo la preghiera si fermava ad accogliere e ascoltare quanti volevano parlargli o soltanto avvicinarlo.

Questa è stata negli anni della contestazione giovanile e dell’allontanamento di tanti dalla fede la rivoluzione di Taizé. Lutte et contemplation aveva scelto di intitolare il diario di quegli anni il priore, mentre la comunità avviava un «pellegrinaggio di fiducia» nei diversi continenti. Cercando la riconciliazione e la condivisione con le povertà del mondo, ravvivando la fede quasi spenta in molti contesti dell’Europa centrale, sostenendone la fiammella nei Paesi soffocati dal comunismo, abituando molti giovani cattolici a un’apertura ancora più larga.

Taizé non ha mai voluto costituire un movimento ma ha sempre spinto a impegnarsi nelle parrocchie e nelle realtà locali: praticando l’accoglienza, incoraggiando i pacifici della beatitudine evangelica, operando per l’unione tra le Chiese e le comunità dei credenti in Cristo, mostrando la vitalità e l’efficacia di un cammino ecumenico spirituale. Che sappia riconciliare in sé — fratel Roger, notre frère, lo aveva imparato da giovane e l’ha testimoniato per tutta la vita, autentico pioniere di un «ecumenismo della santità» come ha scritto il cardinale Bertone a nome di Benedetto XVI — le ricchezze delle diverse confessioni cristiane: l’attenzione alla Bibbia sottolineata nel protestantesimo, lo splendore della liturgia ortodossa, la centralità dell’Eucarestia cattolica. Davanti alla quale a Taizé brilla sempre un piccolo lume a significare l’adorazione dell’unico Signore.

g. m. v.

 

Sapienza di un Papa riformatore

19 ago 7.31

Nell’udienza generale Benedetto XVI ha voluto ricordare la figura e l’opera di Pio X, l’ultimo suo predecessore proclamato santo. Papa Sarto fu infatti beatificato e canonizzato da Pio XII subito dopo la metà del secolo scorso, con un evidente rilancio in epoca contemporanea della dimensione — di norma non sottolineata nella Chiesa di Roma — della santità papale, a cui dopo la caduta del potere temporale avevano dato un primo impulso Pio IX e Leone XIII attraverso una serie di conferme del culto di Pontefici medievali.

Carica di significato è la chiave di lettura che di san Pio X ha voluto offrire il suo attuale successore, abbozzando il profilo, storicamente fondato e autentico, di un Pontefice riformatore. Grazie soprattutto all’impronta pastorale del suo carattere, forte e mite al tempo stesso. Nato a differenza dei suoi predecessori immediati fuori dai confini dello Stato pontificio ormai al tramonto, Giuseppe Sarto percorse infatti tutte le tappe del pastore d’anime, e radicalmente pastore fu durante la vita, lontana per formazione e indole da ogni nostalgia temporalista.

La riforma della Curia romana e l’avvio della codificazione canonica, l’attenzione lungimirante alla formazione del clero e a quella dei fedeli, la cura sapiente della liturgia, la preoccupazione per il deposito dottrinale della Chiesa e per il suo approfondimento scientifico sono stati ricordati da Benedetto XVI come caratteristiche salienti del pontificato di Papa Sarto. Del quale ha inteso sottolineare come tratto comune la dimensione formativa.

Del governo riformatore e pastorale di Pio X rilevanti sono così apparse nella rilettura del suo successore l’opera svolta fin dagli anni in cui Sarto era parroco per il rinnovamento dell’istruzione catechistica e la preoccupazione per l’educazione cristiana dei più piccoli. Questa emerse soprattutto nella misura con cui il Papa abbassò l’età per accostarsi alla prima comunione, anticipandola — «opportunamente» ha sottolineato Benedetto XVI — «verso i sette anni di età», cioè «quando il fanciullo comincia a ragionare» come si esprimeva il decreto Quam singulari il cui centenario è stato ricordato nei giorni scorsi sul nostro giornale, in particolare dalla riflessione del cardinale Cañizares.

E pastorale è stata la rilettura del punto più controverso del pontificato di Pio X, e cioè la decisa condanna del modernismo. Con l’enfasi posta sulla difesa della fede dei più semplici, pur non rinunciando a un «approfondimento scientifico della Rivelazione». Anche se la spiegazione della santità di Papa Sarto sta nella sua unione con Cristo.

g. m. v.

 

Una speranza forte

17 ago 16.40

Cosa conta veramente? La tradizione cristiana ha risposto da tempo immemorabile a questa domanda, anche situando nel cuore dell’anno liturgico una festa di Maria — madre di Dio e immagine della Chiesa, dunque di ogni fedele e insieme dell’intera comunità dei credenti — che illumina lo scorrere ordinario dei giorni. Questa festa celebra l’assunzione della Vergine al cielo in anima e corpo quando anche per lei venne il momento della morte, che nel patrimonio liturgico, soprattutto orientale, è indicata con nomi che vogliono indicare appunto il superamento nella Madonna di questa realtà ineluttabile per l’essere umano: dormizione e transito.

Su questo ha richiamato l’attenzione, e certo non solo dei cattolici e dei cristiani, Benedetto XVI, ricordando che sessant’anni fa, il 1 novembre 1950, nella festa di Ognissanti (e non a caso in questa ricorrenza), il suo predecessore Pio XII definì nel modo più solenne e impegnativo — «la Chiesa, nel suo Magistero infallibile» ha detto il Papa — che questa antichissima convinzione cristiana, cara in particolare alle Chiese d’Oriente, è una verità di fede che appartiene al dogma. E come è solito fare, il Pontefice con parole limpide è andato al cuore della questione, che riguarda tutti: «Qui sta il segreto sorprendente e la realtà chiave dell’intera vicenda umana».

L’eredità dell’uomo è la morte, e non è banale ricordarlo in questo tempo che con impressionante determinazione vuole rimuovere la sua naturale evidenza dalle società del benessere: allontanando i moribondi dalle case, propagandando sottilmente l’eutanasia (che in fondo ne è un disperato rifiuto nel tentativo vano e spietato di controllarla), vagheggiando un’immortalità tecnologica tanto indefinita quanto angosciante, ignorando ingiustizie e violenze.

Ma la morte — ogni credente lo sa e lo spera — non ha l’ultima parola. Cristo ha annientato il suo potere, e nella creatura umana che per prima lo ha accolto è anticipato il destino finale di tutta l’umanità: con l’espressione del Credo richiamata da Benedetto XVI, «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

Ecco la «speranza forte» annunciata dal Papa nella continuità della tradizione cristiana: che supera l’«ombra» della sopravvivenza nei nostri cuori di chi ci è stato caro, anch’essa destinata a passare inesorabilmente, proprio perché attende il recupero purificato e misterioso di ogni aspetto della vita umana nella pienezza di Dio. Questo indica l’immagine del «cielo» nella spiegazione di Benedetto XVI, e non solo «una qualche salvezza dell’anima in un impreciso aldilà». No, il Dio che si è fatto piccolo nel grembo di Maria ed è amico degli uomini «non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi». Questo conta, ed è davvero una speranza che permette di vivere pienamente.

g. m. v.

 

Gesù e i bambini

07 ago 15.05

Cent’anni fa Pio x abbassava l’età per la prima comunione

Nel centenario del decreto «Quam singulari Christus amore» (8 agosto 1910) di Pio X, il Papa beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954, pubblichiamo una riflessione del cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

di Antonio Cañizares Llovera

Cento anni fa con il decreto Quam singulari Pio X, seguendo fedelmente gli insegnamenti dei concili Lateranense IV e Tridentino, fissò la prima comunione e la prima confessione dei bambini all’età dell’uso della ragione, cioè intorno ai sette anni. Questa disposizione implicava un cambiamento molto importante nella pratica pastorale e nella concezione abituale di allora, che per diverse ragioni avevano ritardato questo avvenimento così fondamentale per l’uomo.

Con questo decreto Pio X, il grande e santo Papa della pietà e della partecipazione eucaristica, con il desiderio di rinnovamento ecclesiale che ispirò il suo pontificato, insegnò a tutta la Chiesa il senso, il momento, il valore e la centralità della santa Comunione per la vita di tutti i battezzati, compresi i bambini. Nello stesso tempo sottolineava e ricordava a tutti l’amore e la predilezione di Gesù per i bambini poiché egli, oltre a farsi bambino, manifestò il suo amore verso di loro con gesti e parole, al punto di dire: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»; «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Essi sono sempre amici molto speciali del Signore.

Con la stessa predilezione, lo stesso sguardo amorevole e la stessa attenzione e sollecitudine speciale la Chiesa guarda, segue, si prende cura e si preoccupa dei bambini. Per questo, come madre amorevole, auspica che i suoi figli piccoli, i primi nel regno dei cieli, partecipino presto, con la debita disposizione, del dono migliore e più grande che Gesù ci ha lasciato in memoria sua: il suo corpo e il suo sangue, il pane della vita. Grazie alla santa Comunione, Gesù in persona, Figlio unico di Dio, entra nella vita di chi lo riceve e prende dimora in lui.

Non esiste amore più grande, né più grande regalo. Questo è un dono di amore che vale più di ogni altra cosa nella vita di ogni uomo. Essere con il Signore; che il Signore sia in noi, dentro di noi; che ci alimenti e ci sazi; ci prenda per mano e ci guidi; che ci vivifichi e che noi si resti fedeli nella comunione e nell’amicizia con lui: è senza dubbio la cosa più grande, più gratificante, più gioiosa che possa capitare. Come rimandare, allora, per i bambini, questo incontro con Gesù, visto che sono i suoi migliori amici, coloro che sono amati in modo speciale da Dio Padre, oggetto delle cure  speciali  della  Chiesa,  madre santa?

La prima comunione dei bambini è come l’inizio di un cammino insieme a Gesù, in comunione con lui: l’inizio di un’amicizia destinata a durare e a rafforzarsi per tutta la vita con lui; l’inizio di un cammino perché con Gesù, uniti senza separarci, procediamo bene e la vita diventa buona e gioiosa; con lui dentro di noi possiamo essere senza dubbio persone migliori. La sua presenza tra noi e con noi è luce, vita e pane nel cammino. L’incontro con Gesù è la forza di cui abbiamo bisogno per vivere con allegria e speranza.

Non possiamo, ritardando la prima comunione, privare i bambini — l’anima e lo spirito dei bambini — di questa grazia, opera e presenza di Gesù, di questo incontro di amicizia con lui, di questa partecipazione singolare di Gesù stesso e di questo alimento del cielo per poter maturare e arrivare così alla pienezza. Tutti, specialmente i bambini, hanno bisogno del pane disceso dal cielo, perché anche l’anima deve nutrirsi, e non bastano le nostre conquiste, la scienza, le tecniche, per quanto importanti siano. Abbiamo bisogno di Cristo per crescere e maturare nelle nostre vite.

Questo è ancora più importante nei momenti che viviamo e lo è in modo speciale per i bambini, la cui grandezza, purezza, semplicità, «santità», attitudine verso Dio e amore che li costituiscono sono per disgrazia di frequente manipolati e distrutti. I bambini vivono immersi in mille difficoltà, circondati da un ambiente difficile che non li incoraggia a essere ciò che Dio vuole da loro; molti, vittime della crisi della famiglia. In questo clima sono ancora più necessari per loro l’incontro, l’amicizia, l’unione con Gesù, la sua presenza e la sua forza. Essi sono, grazie alla loro anima immacolata e aperta, coloro che sono meglio disposti, senza dubbio, a questo incontro.

Il centenario del decreto Quam singulari è un’occasione provvidenziale per ricordare e insistere di prendere la prima comunione quando i bambini abbiano l’età dell’uso della ragione, che oggi sembra addirittura essersi anticipata. Non è dunque raccomandabile la prassi che si sta introducendo sempre più di elevare l’età della prima comunione. Al contrario, è ancora più necessario anticiparla. Di fronte a quanto sta accadendo con i bambini e all’ambiente così avverso in cui crescono, non priviamoli del dono di Dio: può essere, è la garanzia della loro crescita come figli di Dio, generati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana in seno alla santa madre Chiesa. La grazia del dono di Dio è più potente delle nostre opere, e dei nostri piani e programmi.

Quando Pio X anticipò l’età della prima comunione, insistette anche sulla necessità di una buona formazione, di una buona catechesi. Oggi dobbiamo accompagnare questa stessa anticipazione dell’età con una nuova e vigorosa pastorale di iniziazione cristiana. Le linee tracciate dal Catechismo della Chiesa cattolica, dal direttorio generale per la catechesi e da quello per le messe dei fanciulli sono una guida imprescindibile in questa pastorale nuova o rinnovata dell’iniziazione cristiana così fondamentale per il futuro della Chiesa, la madre che, con l’aiuto della grazia dello Spirito, genera e fa maturare i suoi figli attraverso i sacramenti dell’iniziazione, la catechesi e tutta l’azione pastorale che l’accompagna.

Non chiudiamo allora le orecchie alle parole di Gesù: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite». Egli vuole stare in loro e con loro, perché «ai bambini e a chi è come loro appartiene il regno di Dio».

 

A scuola dai chierichetti

06 ago 16.38

Un’esperienza per educare alla fede

di Lucetta Scaraffia
Nell’antica e bellissima chiesa del Crocefisso di Todi, dove in questo periodo estivo vado a messa la domenica,
il parroco celebra aiutato da almeno quattro chierichette e chierichetti, fieri delle loro belle tuniche bianche
ornate di rosso, composti e seri anche se in genere molto giovani, intorno ai dieci anni. Uno dei più assidui è un
ragazzino più piccolo degli altri, vivacissimo, che fatica a stare fermo nei momenti in cui il servizio glielo
impone, sempre il primo a correre qua e là se c’è da prendere qualche oggetto liturgico, ma concentrato nel suo
importante compito, che prende molto sul serio. È un esempio vivente di come un bambino possa capire
l’importanza del suo ruolo di assistente del sacerdote durante la messa, e un esempio per noi fedeli adulti di
come si possa seguire con attenzione ogni fase della liturgia. Possiamo distrarci noi, quando lui così piccolo e
vivace non si perde un momento della celebrazione?
In occasione dell’incontro di Roma si è parlato di nuovo dei chierichetti. Termine che preferisco a quello, più
corretto, di «ministrante» perché sono affezionata a questo antico modo di chiamare i ragazzi che assistono il
sacerdote, così come mi piace tanto l’espressione, un tempo diffusa, «servir messa», perché anche con queste
06
AGO
15.38
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parole la Chiesa cattolica ha intessuto la tradizione culturale di tante generazioni che ci hanno preceduto. Fare
il chierichetto costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana, un’esperienza
che non ha eguali, ben diversa dalla lettura delle Sacre scritture o dalla frequentazione del catechismo,
anch’essi senza dubbio momenti centrali di una educazione cattolica. Ma servire messa vuol dire assistere da
vicino, anzi collaborare direttamente al mistero centrale della nostra fede, ed esservi attenti significa farsi
responsabili della riuscita di quel miracolo costante che è ogni celebrazione liturgica.
E si sa che per i ragazzini la partecipazione concreta, l’esperienza, hanno un peso molto maggiore che non il
solo apprendimento o la sola lezione morale. Lo sapeva anche una grande educatrice come Maria Montessori,
che arrivò a far costruire per i suoi allievi degli oggetti liturgici e degli altari in miniatura, suscitando molte
perplessità nella Chiesa. Si possono ben capire i problemi che poneva questa singolare forma di educazione
alla vita religiosa, ma è interessante che la pedagogista avesse colto l’importanza per i più giovani di questo
modo privilegiato di avvicinarsi alla sfera del sacro.
Fare il chierichetto è sempre stato percepito, infatti, come un servizio ma insieme come un privilegio perché
porta al cuore della celebrazione liturgica, nello spazio dell’altare, a contatto diretto con l’eucaristia.
L’esclusione delle bambine da tutto questo, per il solo motivo di appartenere al sesso femminile, è sempre
pesata molto e ha significato una disuguaglianza profonda all’interno dell’educazione cattolica, che per fortuna è
stata cancellata ormai da qualche decennio. Anche se forse molti parroci si sono rassegnati alle chierichette
solo in assenza di ragazzi disponibili, per le giovani superare questa frontiera è stato molto importante, e così
infatti è stato compreso: lo dimostra la presenza di una maggioranza femminile al decimo raduno dei
ministrantes che si è appena svolto alla presenza del Papa.
Per le ragazze entrare nello spazio dell’altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso,
ha significato la possibilità di vivere anch’esse questa esperienza formativa di straordinaria importanza
nell’educazione religiosa, ha significato un’attenzione diversa alla liturgia e un avvicinamento alla fede
nell’accostarsi al suo stesso cuore.
E questi ragazzi allegri, festanti e fieri del loro ruolo, che sono andati a Roma per portare a Benedetto XVI il loro
affettuoso entusiasmo sono stati, non certo nell’intenzione ma di fatto, una risposta concreta e positiva alle
accuse, vere e false, che la Chiesa si è vista lanciare in questi mesi. E la conferma che un ruolo antico, quello
del chierichetto che aiuta il sacerdote nella liturgia, costituisce ancora un’esperienza decisiva per l’educazione
alla fede.

 

I cappelli dei chierichetti

04 ago 15.55

In questi giorni che sono il cuore dell’estate, Roma è stata allegramente invasa da oltre cinquantacinquemila giovani — ragazze e ragazzi, in larghissima maggioranza di lingua tedesca — riuniti nel Coetus internationalis ministrantium e venuti nella città per un incontro culminato intorno a Benedetto XVI. Volti sorridenti, abiti estivi e fazzoletti coloratissimi, berretti sportivi e cappelli di paglia divertenti e scanzonati. Un avvenimento per molti sorprendente, senza dubbio importante, a cui il quotidiano «la Repubblica», spesso non attento e in genere non proprio benevolo nei confronti della Chiesa, ha deciso significativamente di dedicare tre intere pagine. E davvero queste giornate sono una straordinaria festa cattolica.

Ma chi sono i ministrantes? Bambini e ragazzi normali, pieni di gioia di vivere. Quelli che una volta erano i chierichetti, termine forse meno preciso dei calchi moderni tratti dal bel verbo latino ministrare («servire», in questo caso soprattutto liturgicamente), ma che suona meno freddo e burocratico. Anche al femminile, con un vocabolo per la verità un po’ buffo eppure pronunciato in genere con simpatia, a indicare negli ultimi decenni l’entrata in massa — soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, appunto — delle bambine e delle ragazze in un ruolo una volta riservato esclusivamente ai maschi.

Questo ruolo ha oggi invece dimensioni più ampie perché con maggiore chiarezza — aperto senza distinzioni a bambine e bambini, ragazze e ragazzi, chierichette e chierichetti — abitua ed educa alla vicinanza a Cristo. Educazione che nasce soprattutto in famiglia, ma continua in chiesa e nella Chiesa, formando e preparando a una vita davvero cristiana.

Anche attraverso il servizio liturgico, nell’ascolto della Parola divina fatta carne in Gesù di Nazaret, Verbum Domini, e nell’adorazione e nella contemplazione della sua presenza reale nell’Eucaristia. Il Papa non si stanca d’indicare, con la sua predicazione e l’esempio delle celebrazioni che presiede, la bellezza e la centralità della liturgia, il cui rinnovamento va approfondito secondo le linee indicate dal concilio, cioè nella continuità vitale della tradizione.

La bellezza e l’impegno di questo incontro mondiale dei ministrantes nel sole d’estate mostrano con evidenza — dopo una lunga e fredda stagione mediatica che sulla base di orribili scandali ha cercato indiscriminatamente di oscurare la bellezza e la radicalità del sacerdozio cattolico — l’importanza di quanto la Chiesa ha fatto nella storia e continua a fare, tutti i giorni e in ogni parte del mondo, per la formazione delle generazioni più giovani. Ragazze e ragazzi che educa alla vicinanza e all’amicizia con il Signore «amico degli uomini», secondo la definizione delle liturgie orientali. Come ha espresso la gioia delle migliaia di giovani che hanno fatto festa in piazza San Pietro, sventolando davanti a Benedetto XVI i loro cappelli.

g. m. v.