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Editoriali del luglio 24th, 2010

L’uomo a tre dimensioni

24 lug 14.43

A proposito di delocalizzazione

di Ettore Gotti Tedeschi

Il lettore forse conoscerà la storiella di Henry Ford, il quale, dopo avere sopportato un lungo periodo di conflittualità sindacale, fece progettare e costruire una fabbrica di automobili totalmente automatizzata. Mostrò poi l’impianto senza operai al potente capo dei sindacati e gli disse con scherno: «La fermi ora, se ne è capace». Ma il sindacalista replicò: «Adesso venda lei le auto prodotte, se ne è capace». Sottintendendo che, se non si produce potere di acquisto, non è nemmeno possibile vendere.

Il mondo di oggi — globalizzatosi con ritmi troppo accelerati, spesso senza permettere di concepire e realizzare strategie competitive — è pieno di contraddizioni che vanno risolte. La spiegazione di queste contraddizioni sta soprattutto nelle tre dimensioni economiche dell’uomo, ormai in totale conflitto fra loro.

L’uomo economico è infatti produttore, compratore, investitore. La prima dimensione è legata al lavoro, che permette di produrre reddito e risparmio; la seconda alla possibilità di comprare qualsiasi prodotto, realizzato ovunque e al prezzo più conveniente; la terza alla capacità di investire i risparmi secondo convenienza.

Evidentemente queste tre dimensioni entrano in conflitto se una persona lavora in un’impresa di cui non compra i prodotti perché non li trova competitivi, e nella quale non investe perché essa non offre sufficiente rendimento. Se poi la stessa persona compra prodotti di un’impresa concorrente a quella per cui lavora, investendovi magari anche il proprio capitale, la sua azienda è destinata presto a fallire, lui a restare senza lavoro e di conseguenza a perdere anche le dimensioni di consumatore e di investitore.

Il mondo intero ha sotto gli occhi gli effetti della delocalizzazione — soprattutto in Asia — degli ultimi anni, fenomeno che ha prodotto trasferimenti di capitali e tecnologie, orientati soprattutto a ottenere produzioni a basso costo, ma senza basarsi su vere scelte strategiche. Ciò ha generato un nuovo modello economico difficilmente sostenibile, perché ha creato Paesi produttori, ma temporaneamente non consumatori, e Paesi consumatori, ma non più produttori. I primi sono entrati nel ciclo economico della crescita, i secondi ne sono quasi usciti.

Si può certamente scegliere di andare a produrre fuori dalla propria area economica, ma si deve avere la consapevolezza che nella regione individuata si dovrà presto anche andare a vendere, perché in quella zona si trasferisce la capacità di acquisto sottratta ai luoghi dove si intendono chiudere le produzioni, magari per gli alti costi o per la rigidità del lavoro. Non è infatti economicamente sostenibile che un’area fornisca soltanto capitali e domanda di beni, ma non mano d’opera.

È inoltre illusorio pensare che sia sostenibile disporre di tre aree diverse da gestire: per trasferire il lavoro (perché costa meno), per raccogliere i capitali (perché sono disponibili), per vendere i propri prodotti (perché c’è potere di acquisto). Questa strana tripartizione può stare in piedi solo per brevissimo tempo, perché tutte e tre le scelte sono presto destinate a diventare instabili e volatili.

Ogni Paese deve invece essere capace di produrre, vendere e attrarre capitali, almeno in qualche segmento di mercato. Nel mondo globale, così fortemente cambiato e innovato, non ci si può illudere di essere competitivi in tutto, ma è indispensabile avere una certa dose di competitività sostenibile. Altrimenti si rischia di poter quotare in borsa solo l’Empire State Building, la Tour Eiffel o il Colosseo.

 

L’euro malato si affida agli stress test

24 lug 7.31

Tutte le incognite dell’operazione

di Luca M. Possati

Difficilmente gli stress test risolveranno i problemi dell’Unione europea. In un momento delicatissimo per la situazione economica e finanziaria continentale, le perplessità degli investitori sulla reale solidità delle banche sono tante. Troppe, per tranquillizzare le Borse malate di ansia. I test arrivano tardi e rischiano di pagare la complessità del meccanismo decisionale comunitario, ancora ipertrofico e farraginoso. Il significato dell’operazione è quindi essenzialmente politico: si cercano risposte per capire chi dovrà dettare le regole della futura governance economica unica.

Qual è la capacità di resistenza dei capitali delle banche europee? Nel caso di un nuovo allarme, chi metterà i soldi per la ricapitalizzazione? Lo Stato o i mercati? Il Comitato europeo dei supervisori bancari (Cebs) ha analizzato la resistenza del capitale di 91 banche continentali in tre differenti scenari ipotetici: uno di base, uno che considera il deterioramento della situazione economica e un terzo che prevede gravi perdite sul portafoglio di titoli del debito pubblico con l’inasprirsi delle difficoltà per i conti greci e per quelli di altri Paesi (Spagna, Portogallo, Ungheria, Irlanda). Il parametro di riferimento è il Tier 1, cioè il capitale azionario e le riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte. Tale coefficiente non deve superare la soglia del sei per cento, altrimenti la banca è debole e necessita di aiuti.

Al di là dei dubbi, sollevati da più parti, sulla severità e sulla trasparenza dei test, a colpire è il ritardo con cui l’Europa arriva a questa prova, a più di un anno di distanza da quelli americani. Nell’aprile 2009 gli esami della Fed misero sotto la lente 19 organizzazioni bancarie con un patrimonio superiore ai 100 miliardi di dollari. E furono un successo: gli istituti più importanti dovettero ricapitalizzare per 75 miliardi di dollari e per altri 125 quando i test furono estesi. La fiducia tornò, e ora il settore sembra aver ripreso quota.

La situazione europea è molto diversa da quella americana. Diversa è la fisionomia delle banche, anzitutto. Diverso, poi, il sistema di vigilanza: al momento non esiste un unico meccanismo di controllo e sulla questione le trattative a Bruxelles procedono tormentate. A prevalere è la frammentazione. Gli attori decisionali (la Cebs, la Commissione europea, i Governi nazionali, le autorità di sorveglianza dei singoli Paesi coordinate dalla Cebs e la Bce) s’intrecciano fra loro, entrano in contrasto, non sanno a quali regole rifarsi e stentano nel definire le rispettive aree di competenza. Il Parlamento di Strasburgo vorrebbe la priorità dei controllori comunitari su quelli nazionali, ma i membri della zona euro sono restii a permettere interventi sui propri bilanci. Sono troppi gli interessi particolari e le tradizioni consolidate. Il rischio, allora, è che gli stress test si rivelino l’ennesimo terreno di scontro politico e ideologico.

Con una ripresa ancora da decifrare — l’Fmi la descrive come «moderata e disomogenea», nonostante un pil in crescita dell’un per cento nel 2010 e dell’1,3 nel 2011 — un risultato negativo dei test potrebbe innescare per l’Unione l’ennesimo circolo vizioso tra indebitamento pubblico e sfiducia nel settore finanziario. Dubbi di questo tipo sono stati evocati anche dal governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Pochi giorni fa, parlando alla cinquantesima assemblea dell’Abi (associazione bancaria italiana), Draghi ha sottolineato che per essere utili gli stress test devono essere coordinati e produrre risultati comparabili.

Anche nel caso di un risultato positivo, gli stress test potrebbero rivelarsi un buco nell’acqua. Ne è convinto l’economista Irwin Steltzer, che in un’analisi sul «Wall Street Journal» sottolinea come le prospettive non siano affatto rassicuranti. Non è escluso che nei prossimi mesi arrivino nuovi duri colpi all’euro, come il default parziale della Grecia, le ricadute di cattive notizie sulla ripresa statunitense o venti di guerra in Medio Oriente. Steltzer ricorda un particolare non proprio secondario: le banche europee devono rinnovare 1.500 miliardi di dollari di debiti entro la fine del 2012. Saranno costrette quindi a cercare la fiducia degli investitori in concorrenza con le banche americane, che devono rifinanziare 1.300 miliardi, e con i Governi. «Gli stress test — nota l’economista — perderanno d’importanza con il passare dell’estate e saranno sostituiti da un fattore più importante: le aspettative sulla performance dell’economia europea».