RSS
 

Editoriali del mese di luglio 2010

L’uomo a tre dimensioni

24 lug 14.43

A proposito di delocalizzazione

di Ettore Gotti Tedeschi

Il lettore forse conoscerà la storiella di Henry Ford, il quale, dopo avere sopportato un lungo periodo di conflittualità sindacale, fece progettare e costruire una fabbrica di automobili totalmente automatizzata. Mostrò poi l’impianto senza operai al potente capo dei sindacati e gli disse con scherno: «La fermi ora, se ne è capace». Ma il sindacalista replicò: «Adesso venda lei le auto prodotte, se ne è capace». Sottintendendo che, se non si produce potere di acquisto, non è nemmeno possibile vendere.

Il mondo di oggi — globalizzatosi con ritmi troppo accelerati, spesso senza permettere di concepire e realizzare strategie competitive — è pieno di contraddizioni che vanno risolte. La spiegazione di queste contraddizioni sta soprattutto nelle tre dimensioni economiche dell’uomo, ormai in totale conflitto fra loro.

L’uomo economico è infatti produttore, compratore, investitore. La prima dimensione è legata al lavoro, che permette di produrre reddito e risparmio; la seconda alla possibilità di comprare qualsiasi prodotto, realizzato ovunque e al prezzo più conveniente; la terza alla capacità di investire i risparmi secondo convenienza.

Evidentemente queste tre dimensioni entrano in conflitto se una persona lavora in un’impresa di cui non compra i prodotti perché non li trova competitivi, e nella quale non investe perché essa non offre sufficiente rendimento. Se poi la stessa persona compra prodotti di un’impresa concorrente a quella per cui lavora, investendovi magari anche il proprio capitale, la sua azienda è destinata presto a fallire, lui a restare senza lavoro e di conseguenza a perdere anche le dimensioni di consumatore e di investitore.

Il mondo intero ha sotto gli occhi gli effetti della delocalizzazione — soprattutto in Asia — degli ultimi anni, fenomeno che ha prodotto trasferimenti di capitali e tecnologie, orientati soprattutto a ottenere produzioni a basso costo, ma senza basarsi su vere scelte strategiche. Ciò ha generato un nuovo modello economico difficilmente sostenibile, perché ha creato Paesi produttori, ma temporaneamente non consumatori, e Paesi consumatori, ma non più produttori. I primi sono entrati nel ciclo economico della crescita, i secondi ne sono quasi usciti.

Si può certamente scegliere di andare a produrre fuori dalla propria area economica, ma si deve avere la consapevolezza che nella regione individuata si dovrà presto anche andare a vendere, perché in quella zona si trasferisce la capacità di acquisto sottratta ai luoghi dove si intendono chiudere le produzioni, magari per gli alti costi o per la rigidità del lavoro. Non è infatti economicamente sostenibile che un’area fornisca soltanto capitali e domanda di beni, ma non mano d’opera.

È inoltre illusorio pensare che sia sostenibile disporre di tre aree diverse da gestire: per trasferire il lavoro (perché costa meno), per raccogliere i capitali (perché sono disponibili), per vendere i propri prodotti (perché c’è potere di acquisto). Questa strana tripartizione può stare in piedi solo per brevissimo tempo, perché tutte e tre le scelte sono presto destinate a diventare instabili e volatili.

Ogni Paese deve invece essere capace di produrre, vendere e attrarre capitali, almeno in qualche segmento di mercato. Nel mondo globale, così fortemente cambiato e innovato, non ci si può illudere di essere competitivi in tutto, ma è indispensabile avere una certa dose di competitività sostenibile. Altrimenti si rischia di poter quotare in borsa solo l’Empire State Building, la Tour Eiffel o il Colosseo.

 

L’euro malato si affida agli stress test

24 lug 7.31

Tutte le incognite dell’operazione

di Luca M. Possati

Difficilmente gli stress test risolveranno i problemi dell’Unione europea. In un momento delicatissimo per la situazione economica e finanziaria continentale, le perplessità degli investitori sulla reale solidità delle banche sono tante. Troppe, per tranquillizzare le Borse malate di ansia. I test arrivano tardi e rischiano di pagare la complessità del meccanismo decisionale comunitario, ancora ipertrofico e farraginoso. Il significato dell’operazione è quindi essenzialmente politico: si cercano risposte per capire chi dovrà dettare le regole della futura governance economica unica.

Qual è la capacità di resistenza dei capitali delle banche europee? Nel caso di un nuovo allarme, chi metterà i soldi per la ricapitalizzazione? Lo Stato o i mercati? Il Comitato europeo dei supervisori bancari (Cebs) ha analizzato la resistenza del capitale di 91 banche continentali in tre differenti scenari ipotetici: uno di base, uno che considera il deterioramento della situazione economica e un terzo che prevede gravi perdite sul portafoglio di titoli del debito pubblico con l’inasprirsi delle difficoltà per i conti greci e per quelli di altri Paesi (Spagna, Portogallo, Ungheria, Irlanda). Il parametro di riferimento è il Tier 1, cioè il capitale azionario e le riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte. Tale coefficiente non deve superare la soglia del sei per cento, altrimenti la banca è debole e necessita di aiuti.

Al di là dei dubbi, sollevati da più parti, sulla severità e sulla trasparenza dei test, a colpire è il ritardo con cui l’Europa arriva a questa prova, a più di un anno di distanza da quelli americani. Nell’aprile 2009 gli esami della Fed misero sotto la lente 19 organizzazioni bancarie con un patrimonio superiore ai 100 miliardi di dollari. E furono un successo: gli istituti più importanti dovettero ricapitalizzare per 75 miliardi di dollari e per altri 125 quando i test furono estesi. La fiducia tornò, e ora il settore sembra aver ripreso quota.

La situazione europea è molto diversa da quella americana. Diversa è la fisionomia delle banche, anzitutto. Diverso, poi, il sistema di vigilanza: al momento non esiste un unico meccanismo di controllo e sulla questione le trattative a Bruxelles procedono tormentate. A prevalere è la frammentazione. Gli attori decisionali (la Cebs, la Commissione europea, i Governi nazionali, le autorità di sorveglianza dei singoli Paesi coordinate dalla Cebs e la Bce) s’intrecciano fra loro, entrano in contrasto, non sanno a quali regole rifarsi e stentano nel definire le rispettive aree di competenza. Il Parlamento di Strasburgo vorrebbe la priorità dei controllori comunitari su quelli nazionali, ma i membri della zona euro sono restii a permettere interventi sui propri bilanci. Sono troppi gli interessi particolari e le tradizioni consolidate. Il rischio, allora, è che gli stress test si rivelino l’ennesimo terreno di scontro politico e ideologico.

Con una ripresa ancora da decifrare — l’Fmi la descrive come «moderata e disomogenea», nonostante un pil in crescita dell’un per cento nel 2010 e dell’1,3 nel 2011 — un risultato negativo dei test potrebbe innescare per l’Unione l’ennesimo circolo vizioso tra indebitamento pubblico e sfiducia nel settore finanziario. Dubbi di questo tipo sono stati evocati anche dal governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Pochi giorni fa, parlando alla cinquantesima assemblea dell’Abi (associazione bancaria italiana), Draghi ha sottolineato che per essere utili gli stress test devono essere coordinati e produrre risultati comparabili.

Anche nel caso di un risultato positivo, gli stress test potrebbero rivelarsi un buco nell’acqua. Ne è convinto l’economista Irwin Steltzer, che in un’analisi sul «Wall Street Journal» sottolinea come le prospettive non siano affatto rassicuranti. Non è escluso che nei prossimi mesi arrivino nuovi duri colpi all’euro, come il default parziale della Grecia, le ricadute di cattive notizie sulla ripresa statunitense o venti di guerra in Medio Oriente. Steltzer ricorda un particolare non proprio secondario: le banche europee devono rinnovare 1.500 miliardi di dollari di debiti entro la fine del 2012. Saranno costrette quindi a cercare la fiducia degli investitori in concorrenza con le banche americane, che devono rifinanziare 1.300 miliardi, e con i Governi. «Gli stress test — nota l’economista — perderanno d’importanza con il passare dell’estate e saranno sostituiti da un fattore più importante: le aspettative sulla performance dell’economia europea».

 

Chi paga il debito pubblico

20 lug 17.10

La riforma di Wall Street e le attese in Europa

di  Ettore Gotti Tedeschi

La riforma finanziaria di Obama rappresenta un’implicita ammissione di responsabilità del sistema politico per la tolleranza dimostrata  in passato verso gli eccessi prodotti dalla finanza. Eccessi cui non è stato posto freno, permettendo operazioni ad alto rischio e ad altissima leva finanziaria, nella speranza, soprattutto nell’ultimo decennio, che queste potessero sostenere le esigenze di crescita del prodotto interno lordo (pil).

Forse non è completa la riforma voluta dal presidente degli Stati Uniti, ma certamente è corretta, e rappresenta un indirizzo anche per l’Europa. Non cede al rischio di produrre effetti burocratici — una tentazione questa tutta europea — ma si preoccupa semplicemente di fare osservare delle norme. Il dispositivo conferma infatti  regole già esistenti, ma mai applicate, imponendo però — e questa è la novità — dure sanzioni a chi non le rispetta.

Si potrebbero proporre come analogia i limiti di  velocità  in autostrada,  che in pochi osservavano, in mancanza di adeguati controlli. Per evitare che, come accadeva un tempo, qualcuno superi i 200 chilometri all’ora, non ci si accontenta  più di abbassare burocraticamente il limite, ma si impone davvero il suo rispetto, magari con un tutor elettronico di velocità.

Tornando alle banche, bisogna sottolineare che anche prima esistevano norme di vigilanza; ma esse venivano aggirate grazie a operazioni — tollerate — fuori bilancio, che hanno permesso di moltiplicare le attività finanziarie sul patrimonio quattro o cinque volte più del dovuto. E tutto ciò con un’evidente compiacenza politica per la crescita del pil sostenuta da tali rischiose iniziative.

La riforma statunitense, come accennato, conferma  norme già esistenti, ma impone nuovi regolamenti e supervisioni per garantire che la gestione del rischio e della leva finanziaria sia effettiva per le banche commerciali. Senza però ricorrere alla separazione tra queste ultime e le banche di investimento, come successe negli anni Trenta con la legge Glass-Steagall, emanata per regolare la speculazione ed evitare che i fondi raccolti presso i risparmiatori dalle banche commerciali venissero investiti dalle banche di investimento in attività rischiose, ad alta leva finanziaria e a basso controllo. La normativa scomparve negli anni Novanta, con le conseguenze note a tutti e che ora vengono sopportate, anche se in modo diverso, dalle famiglie, sia negli Stati Uniti che in Europa.

In America le famiglie sono state incoraggiate a indebitarsi per consumare e fare crescere il pil; in Europa si sono indebitati gli Stati per sostenere i costi sociali dovuti alla mancata crescita demografica. Le famiglie europee, invece, hanno risparmiato, ma sono ora costrette ad assorbire, con il proprio risparmio, il debito del sistema economico a tassi zero. I tassi zero, in realtà, equivalgono a una tassa occulta, che trasferisce ricchezza da chi è stato virtuoso a chi si è indebitato. Ma la penalizzazione del risparmio privato — che si potrebbe definire il petrolio europeo, cioè la sua vera ricchezza — rappresenta un rischio molto più alto dell’esaurimento delle fonti energetiche, le quali possono esser sostituite con quelle alternative.

Non c’è invece alternativa al risparmio, oggi molto scoraggiato dal gioco dei tassi veri di remunerazione, pari a zero, giustificati da illusori tassi di inflazione, vicini allo zero. Negli Stati Uniti il Governo sta ora nazionalizzando il debito privato, alleviando — quasi a volersi scusare — le famiglie dall’indebitamento imposto in passato. In Europa, al contrario, si sta privatizzando il debito pubblico attraverso l’utilizzazione del risparmio delle famiglie virtuose. E senza neppure scusarsi.

 

La posta in gioco

10 lug 15.12

Se non si parla più di eutanasia

di Ferdinando Cancelli

Dai dibattiti sollevati anche da casi recenti in merito alla bioetica di fine vita sembrano emergere con chiarezza due dati: la grande confusione sulla definizione di malato «terminale» e la progressiva scomparsa dell’uso del termine «eutanasia». Anche quello di Erika Kuellmer — una donna tedesca entrata in stato vegetativo circa otto anni fa in seguito a un incidente vascolare cerebrale, e poi deceduta per cause naturali dopo il tentativo della figlia di interromperne la nutrizione fornita attraverso un sondino — non sembra fare eccezione.

Questa donna è stata una paziente terminale durante i suoi anni di vita nella condizione di stato vegetativo? Ma quando si può definire «terminale» un malato? La medicina palliativa definisce un paziente in fase di fine vita quando la sua sopravvivenza presunta si può considerare uguale o inferiore a quattro mesi, e ciò anche quando siano in atto mezzi di sostegno vitale come idratazione, nutrizione o ventilazione.

Va da sé che casi come quello sopra ricordato — e in generale pressoché tutti i casi di pazienti in stato vegetativo — non sono da inquadrare in una fase di fine vita sino al momento in cui non intervengano complicazioni, ad esempio infettive, che ne mutino le condizioni, o fino a quando qualcuno non smetta di fornire ai malati acqua ed elementi nutrienti.

Una situazione completamente diversa si ha quindi con i malati cronici, come quelli oncologici, giunti in fase finale di malattia: in tali casi il sostegno di nutrizione e idratazione andrà mantenuto fino al momento in cui la valutazione medica non ne riconosca l’inutilità o la nocività per l’incapacità dell’organismo di sfruttare l’acqua e gli elementi nutrienti. Ciò in generale si verifica solamente negli ultimi giorni di vita, quando la sospensione di idratazione e nutrizione non abbreviano più il decorso della malattia, ormai comunque in fase finale.

Tali rilievi sono strettamente legati alla seconda considerazione: i sostenitori della possibilità di accelerare la morte di pazienti dipendenti da mezzi di sostegno vitale — come la ventilazione meccanica mediante tracheostomia, o la nutrizione e l’idratazione in via enterale (tramite ad esempio gastrostomia) o parenterale (endovenosa) — tendono a non parlare più di eutanasia: anche nella campagna a favore del cosiddetto testamento biologico, il termine viene accuratamente evitato a favore di un molto più accettabile «evitamento dell’accanimento terapeutico».

In altre parole, smettere di idratare o nutrire un paziente in stato vegetativo — che anche il recente libro bianco del ministero della Salute italiano, redatto con la consulenza delle associazioni che rappresentano i familiari dei malati, ha definito un «disabile grave» — sarebbe, secondo costoro, evitare un accanimento terapeutico, e non praticare un forma di eutanasia mediante l’omissione di ciò che andrebbe fatto per mantenere il paziente in vita. Su questo punto sono stati molto chiari anche i vescovi tedeschi che, in una dichiarazione del marzo 2007, hanno nettamente rifiutato la possibilità di sospendere il sostegno vitale a pazienti in stato vegetativo, coma vigile o demenza grave.

Il fatto che a scegliere tale opzione sia il paziente stesso non cambia la sostanza; se infatti la sospensione di un mezzo di sostegno vitale porta come conseguenza l’abbreviare la vita di un malato, il termine da utilizzare, più coerentemente, sarebbe quello di eutanasia. Anche se tale parola dovesse incutere maggior timore in chi la ascolta, forse il suo uso, definendo più onestamente la questione, indurrebbe a una riflessione più profonda sulla posta in gioco.

 

Tante tecniche ma poche ragioni

10 lug 7.40

Quando in bioetica ci si cura solo delle conseguenze

di Carlo Bellieni

Il dibattito sull’aborto — basta leggere i giornali — si fa sempre più grave e insieme superficiale: centrato sulla proliferazione dei mezzi abortivi, senza alcuna attenzione alla prevenzione. Ci si limita cioè a una qualche cura delle conseguenze disinteressandosi delle cause. Al punto che proporre un’alternativa alle donne rasenta il reato: Tammie Downes, una dottoressa inglese, è stata di recente messa sotto processo (e poi assolta) per aver dissuaso dall’aborto alcune sue assistite.

È storia di questi giorni: ai vari metodi chirurgici, alla pillola del giorno dopo e alla Ru486 si affianca la pillola da prendere fino a cinque giorni dopo il rapporto, quasi che il dramma dell’aborto si limitasse a un problema di «tecniche». Chi non approva l’aborto finisce così con l’essere risucchiato in un vortice di procedure mediche e di leggi e, combattendo le nuove tecniche dell’aborto solitario, sembra farsi paladino di quelle vecchie.

A questa corsa al ribasso non ci si deve adeguare. Davvero pensiamo che il primo desiderio di una donna la quale scopre di aspettare un figlio non programmato sia quello di trovare un nuovo metodo abortivo? Troppe parole per parlare solo di tecnica; anche il Royal College of Obstetrics and Gynecology britannico ha appena emesso un lungo e ponderoso documento (Fetal awareness) teso a dimostrare che il feto non prova dolore quando viene abortito a sviluppo inoltrato, conclusione inaccettabile dal punto di vista scientifico. Troppe parole, troppe tecniche e troppo scarsa attenzione alle cause che spingono all’aborto.

L’etica che si cura solo delle conseguenze è un male diffuso: lo ritroviamo nel fine-vita, in cui raramente ci si chiede perché un malato vuole morire, a fronte di mille pazienti nelle stesse condizioni che invece vogliono vivere. Così nel campo degli stupefacenti: quante pagine sui giornali sulla liberalizzazione delle droghe e quante, invece, sulle motivazioni che portano un ragazzo di quindici anni a drogarsi o a ubriacarsi da solo in un bar? Anche nel campo della fecondazione in vitro si tace sulle cause rimovibili e sempre in aumento della sterilità, mentre si spalancano le porte a tecniche fecondatorie spesso tardive. Come se per il dramma del lavoro si parlasse solo di assegni di disoccupazione e non di come creare nuova occupazione. O, nel caso della malaria, di quanto chinino usare e non di come eliminare le zanzare o creare un vaccino. È un’etica che si ammanta dei panni della libertà, ma genera invece solo solitudine.

Curarsi solo delle conseguenze spesso genera patologia. Parlare di aborto senza dare alternative è contraddire il vissuto di tante donne che hanno abortito e si trovano a fare i conti con conseguenze addirittura psichiatriche, come ha pubblicato in giugno la rivista «Maternal-Fetal and Neonatal Medicine». Indicare la fecondazione in vitro come rimedio contro la sterilità e non rimuoverne le cause genera fatalismo, determina ipermedicalizzazione e di conseguenza delusione; per alcuni una sorta di sindrome da stress, tanto che qualche autore suggerisce — con un ragionamento non condivisibile — che per evitare la delusione inerente a queste pratiche bisognerebbe spiegare ai coniugi, prima che si addentrino in intricati percorsi medici, che fare figli è irrazionale e immorale, e pertanto dissuaderli (Matti Hayry, A rational cure for pre-reproductive stress syndrome, «Journal of Medical Ethics», luglio 2004).

Perché allora si parla sempre e solo di nuove e sempre più ardimentose scorciatoie per eliminare le conseguenze e poco di come curare le cause? La risposta è nel mito postmoderno dell’autodeterminazione: è preferibile fornire scelte in apparenza facili che si possono percorrere in totale solitudine piuttosto che proporre una concertata solidarietà, la quale potrebbe suggerire scelte che una persona sola e impaurita non prenderebbe. Come se soltanto le scelte prese in solitudine fossero libere e vere.

Ma se ci fosse una forte prevenzione sociale dei fenomeni prima accennati, le scelte estemporanee e le corse «autonome» ai ripari non avrebbero ragione d’essere, ne sarebbe chiaro il limite e non sarebbero più assurte a diritto assoluto, a questione vitale e a simbolo di libertà. A chi brandisce l’autonomia al di là dell’evidenza scientifica, un mondo solidale non piacerebbe.

Si pensi a un’Europa che dedichi personale e budget a rimuovere, culturalmente e strutturalmente, il disagio giovanile invece di moltiplicare i marijuana-café, o che aiuti le donne invece di inventare nuove pillole abortive: che arma resterebbe a coloro che reclamano il mito dell’autonomia per affermare il valore della solitudine umana assurta a sommo tribunale? Si pensi a un’Europa in cui si dedicassero le energie non solo a moltiplicare le tecniche di fecondazione, ma a curare con altrettanta forza le cause della sterilità, molte delle quali sono culturali: sarebbe un’Europa solidale che, a differenza dell’attuale, non ci potrebbe venire rinfacciata dai nostri figli, ai quali al momento sa offrire tante tecniche, ma poche ragioni.

 

Quando l’arte parla alla gente

09 lug 7.34

Una nuova statua a San Pietro

di Lucetta Scaraffia

La basilica di San Pietro, in una delle nicchie esterne, dal 7 luglio è arricchita da una nuova statua, quella di un altro santo fondatore, come vuole la tradizione: Annibale Maria Di Francia, vissuto fra Ottocento e Novecento, beatificato e canonizzato da Giovanni Paolo II. L’arrivo di questa grande scultura, cioè di un nuovo santo, dà l’idea concreta della Chiesa come costruzione in atto, continuamente ravvivata e rianimata dal succedersi di persone scelte da Dio per coniugare il progetto cristiano con i tempi che cambiano. L’idea  di una comunità mai chiusa e definita, ma sempre in dinamico compimento.

Il fatto poi che il santo a cui è toccato questo onore sia un prete, e soprattutto una figura che ha dedicato molte delle sue energie a suscitare altre vocazioni sacerdotali,  sempre nuovi operai per la «vigna del Signore», appare particolarmente significativo alla fine dell’anno dedicato al sacerdozio e in un momento di crisi per l’immagine del prete quale quello che stiamo vivendo. Lo ha sottolineato Benedetto XVI nel messaggio rivolto ai delegati dell’assemblea capitolare dei rogazionisti del Cuore di Gesù, invitandoli, in particolare, a diffondere «sempre di più lo spirito di preghiera e di sollecitudine per tutte le vocazioni della Chiesa» e a essere «solerti operai per l’avvento del Regno di Dio», sviluppando sia l’evangelizzazione che la promozione umana. Anche il suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone — nella omelia pronunciata durante la messa che è seguita alla benedizione della statua da parte del Papa — ha ribadito l’attualità di Annibale Di Francia da questo punto di vista quando lo ha definito «autentico anticipatore della moderna pastorale vocazionale».

Tutto questo — un insieme di messaggi complessi e importanti — è espresso con immediatezza e facilità di comunicazione dalla statua, opera di Giuseppe Ducrot, un giovane artista che sfugge con le sue creazioni a quella che è considerata la caratteristica più negativa dell’arte contemporanea:  essere cioè solo autoreferenziale e  non parlare più alla gente. La scultura invece, coraggiosamente, comunica al pubblico che la osserva il senso della vita del santo e  di una santità sociale fondata sulla preghiera per la Chiesa: tante sono le cose che trasmette quel volto scavato, un po’ severo ma al tempo stesso bruciato dalla carità, al quale il panneggio delle vesti sacerdotali aggiunge il motivo profondo di una missione assunta e vissuta in nome dell’amore di Dio.

Nel mondo di oggi una famiglia religiosa (quella dei rogazionisti e delle Figlie del Divino Zelo), in accordo con i responsabili della basilica Vaticana, ha chiesto a uno scultore di realizzare questo tipo di arte, antica e moderna insieme, capace di comunicare con chi la osserva senza bisogno di chiavi per decifrarla. Ed è proprio questa caratteristica della Chiesa, quella cioè di essere una committente artistica di grandi opere — la statua, realizzata in un solo blocco di marmo di Carrara, è alta più di cinque metri — che non risente delle mode e considera il linguaggio artistico come un modo più intenso di trasmettere il messaggio evangelico, a fondare il ruolo di rilevante importanza culturale che il cattolicesimo ha sempre svolto nel tempo e ancora svolge.

Solo l’inserimento in una così grande e rilevante tradizione artistica — perfettamente colto da Ducrot — ha consentito al giovane artista, nel breve discorso pronunciato all’inaugurazione, di dichiarare i problemi che ha dovuto affrontare con l’umiltà di un artigiano: «Vedendo le prime immagini del santo, ho avuto delle vere perplessità su come realizzarlo in forma monumentale per la basilica di San Pietro. Per questa statua ho dovuto confrontarmi necessariamente con l’immagine fotografica che comporta una difficile lettura del soggetto da rappresentare tridimensionalmente. Devo dire che il maggiore scoglio da superare è stato per me combinare la somiglianza del soggetto con un discorso che tenga conto dei volumi classici e il rapporto con l’architettura monumentale che la ospita». La modernità irrompe con la fotografia, che viene integrata nella tradizione statuaria con piena soddisfazione dei devoti: in quale altra manifestazione di arte contemporanea possiamo verificare un dialogo così riuscito fra pubblico e artista?

 

Non ufficio ma sacramento

06 lug 16.18

Il sacerdozio nella Chiesa cattolica

di Francesco Ventorino

Nel concludere l’anno sacerdotale Benedetto XVI ha riaffermato che il sacerdozio non è semplicemente «ufficio», ma sacramento: «Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore». In forza di questa «audacia di Dio» — così la chiama il Papa — «il fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita è la gloria di Dio Padre in Cristo», come aveva affermato il concilio Vaticano II (Presbyterorum ordinis, 2). C’è, dunque, un’analogia profonda tra Cristo e il prete: come lui, il presbitero è chiamato a mostrare in sé, nella propria umanità, il volto del Padre.

Essere padre significa essere quel luogo dove l’uomo possa imparare quasi per osmosi la vita del mistero come carità e tenerezza e possa sentirne tutta la premura per la propria personale e irripetibile esistenza. È per questo che la Chiesa latina ha voluto legare strettamente il ministero sacerdotale al celibato: paternità e verginità sono volti diversi e complementari della carità di Cristo. Una vera paternità comporta infatti per il prete quell’ascesi perenne dell’affettività umana in forza della quale egli, pur amando ciascuno come se fosse unico, mantiene la coscienza che non è il suo amore, e tutto ciò che da esso deriva, la risposta di cui l’uomo ha ultimamente bisogno, bensì la certezza della presenza e dell’amore di Dio, testimoniato nell’amore del prete. Ecco perché il Vaticano ii (Presbyterorum ordinis, 16) afferma che il celibato, pur non richiesto dalla «natura stessa del sacerdozio», ha con esso «un rapporto di intima convenienza».

Benedetto XVI ha fatto notare lo scorso 5 maggio come negli ultimi decenni vi siano state tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio staccandola da quella della santificazione. «Ma è possibile — si è chiesto — esercitare autenticamente il ministero sacerdotale “superando” la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell’annuncio?». E ha risposto ricordando come l’annuncio del Regno dei cieli fatto da Gesù non è solo un «discorso», ma include «il suo stesso agire» e i «segni» che egli offre. Infatti i miracoli da lui compiuti «indicano che il Regno viene come realtà presente» e «coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé». Lo stesso vale per il sacerdote: «Rappresenta Cristo, l’Inviato del Padre», e «ne continua la sua missione, mediante la “parola” e il “sacramento”, in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola».

Il prete è dunque chiamato a essere, con la propria vita, un segno credibile del mistero di Dio: argomento che conforta la certezza suprema che tutto nasce dal Padre nel Verbo per la forza dello Spirito, e testimonianza che l’uomo Gesù è il centro del cosmo e della storia, il Signore morto, vittoriosamente risorto e presente nella vita degli uomini. Oggi più che mai si impone in modo ineludibile nell’annuncio cristiano il rispetto del metodo di Dio rivelatosi a noi in Cristo: l’invisibile si fa conoscere e amare come profondamente corrispondente a ciò che il cuore umano desidera e attende attraverso l’umanità di un uomo, e di quegli uomini che egli assimila a sé per rendersi presente nella storia.

Tommaso d’Aquino aveva già osservato che «nello stato della presente miseria è connaturale all’uomo che la sua conoscenza prenda spunto da ciò che è visibile e di esso soltanto abbia adeguato compimento». Per questo Dio «in modo congruo si è fatto visibile, assumendo la natura umana, perché dalle cose visibili veniamo rapiti all’amore e alla conoscenza delle cose invisibili» (Super iii Sententiarum, 1, 2, 3). Il cristianesimo può essere comunicato, dunque, solo attraverso l’incontro con alcuni uomini che nella loro umanità rendano visibile l’invisibile: rendano cioè ragionevole aderire al mistero della presenza cristiana, che è cominciata nel seno della Madonna e continua nel corpo vivente di Cristo che è la Chiesa.

Negli attacchi concentratisi in questi mesi contro la figura del Papa qualcuno ha visto un disegno perverso: quello di dimostrare che la novità della Resurrezione, di cui i segni più gloriosi sono la verginità e il martirio, è un’ipocrita menzogna, e che nel mondo non c’è neanche un luogo in cui il potere del male è sotto scacco. Sarebbe un tentativo satanico di togliere ogni speranza alla vita dell’uomo e di favorire — come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere della Sera» del 21 marzo scorso — quel «cinismo che sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne l’ubiquità e la forza».

A queste denunce, qualunque sia l’intenzione da cui nascono, non basta rispondere con delle, pur dovute, precisazioni di rito o con la dimostrazione della loro infondatezza. È necessario offrire lo splendore del vero, la possibilità dell’esperienza del bene nel rapporto immediato che ogni uomo può avere con noi preti. Esistono uomini all’altezza di questo compito: ci sono ancora tanti santi preti! Ne è testimonianza la presenza del popolo cristiano e il legame di forte devozione e di affetto che lo lega ai propri sacerdoti. A loro continua ad affidare, infatti, i propri figli e le cose più care della propria vita.

Oggi più che mai è necessario che il sacerdozio cattolico splenda agli occhi della gente per la sua bellezza, e aiuti gli uomini di oggi a essere rapiti dalle cose visibili all’amore e alla conoscenza di quelle invisibili.

 

Il realismo del Papa

06 lug 7.36

Un nuovo messaggio di incoraggiamento e di sostegno viene dalla visita di Benedetto XVI a Sulmona, in quell’Abruzzo provato dalla disoccupazione e dal sisma dove il vescovo di Roma, che è primate d’Italia, è voluto tornare per la terza volta. Dimostrando un’attenzione a cui moltissimi hanno risposto con affetto semplice, soprattutto nei toccanti incontri con una rappresentanza di detenuti e con i giovani. E proprio a questi ultimi il Papa ha rivolto parole che vanno ben al di là degli stessi confini abruzzesi e italiani: nell’esortazione a volere bene alla Chiesa, al loro vescovo e ai preti in questi «tempi piuttosto difficili», secondo l’espressione che ha usato nell’affettuosa lettera al suo segretario di Stato per i cinquant’anni di sacerdozio.

Nonostante «tutte le nostre debolezze» — ha poi ripetuto con esemplare umiltà Benedetto XVI — «i sacerdoti sono presenze preziose nella vita». È importante il continuo sostegno del Papa ai preti cattolici, «testimoni chiari e credibili» della riconciliazione con Dio, proprio quando si cerca di oscurare la realtà e la bellezza della loro missione: sono infatti insostituibili e fondamentali nel cammino terreno della Chiesa. Così come, in una sorta di contraccambio, sono molto significative le crescenti dimostrazioni di simpatia e di affetto che arrivano al Pontefice, e da parte non solo dei cattolici, soprattutto nei viaggi e nelle visite: lo si è visto a Malta, a Torino, in Portogallo e a Cipro. Ma anche nelle celebrazioni a Roma, in particolare durante la conclusione dell’anno sacerdotale.

Nell’anno giubilare dedicato a Pietro del Morrone — a cui subito dopo il concilio aveva reso omaggio Paolo vi, sottolineando la permanente esigenza di rinnovamento nella continuità della tradizione — il Papa ha rievocato il suo predecessore medievale soprattutto come un «cercatore di Dio» nella scelta del silenzio. Quel silenzio che Benedetto XVI, rientrato in Vaticano, ha sottolineato come tratto distintivo di Giuseppe, suo santo patrono, e che significa soprattutto attenzione e disponibilità nei confronti di Dio, in una società  che invece vuole coprirlo con mille voci contrastanti, in un frastuono disordinato che disorienta l’uomo di oggi.

Il cristiano non deve dimenticare la storia, ma così pure la scelta del silenzio e della preghiera non è estranea alla realtà. Al contrario — con una sottolineatura per nulla scontata in un’epoca che sempre più ignora la storia — il Papa ha richiamato ai giovani l’importanza della memoria storica per comprendere se stessi e aprirsi al futuro, mettendo poi in guardia da una preghiera che allontani dalla vita reale: «La fede e la preghiera non risolvono i problemi, ma permettono di affrontarli con una luce e una forza nuove». Secondo un realismo possibile solo perché tiene «sempre aperti gli “occhi interiori”, quelli del nostro cuore».

g. m. v.

 

Rinnovamento e tradizione

03 lug 15.56

Quando Papa Montini onorò Celestino V e Bonifacio VIII

Alla vigilia della visita del Papa a Sulmona in occasione dell’anno giubilare celestiniano, ripubblichiamo l’editoriale intitolato «Il magistero dei secoli» che il direttore Manzini dedicò, su «L’Osservatore Romano» del 3 settembre 1966, alla visita che Paolo VI aveva appena compiuto in Ciociaria per onorare la memoria dei suoi predecessori.

di Raimondo Manzini

La visita — che qualche giornalista aveva supposto «sentimentale» e qualche altro «politica» — del Papa in luoghi sacri alla grande storia della Chiesa nella terra ciociara, è assurta al significato di un solenne atto di magistero religioso oltre che di omaggio affettivo. I luoghi per la storia che ivi è tramandata parlano già da se stessi agli spiriti attenti; ma il loro richiamo è stato reso attuale dalla parola viva di Paolo VI, cosicché si comprende come la visita abbia trovato, come ancora troverà, una eco profonda nel sentimento universale.

Facile è rilevare il nesso che lega i tre discorsi pronunziati ieri dal Papa tra gli eremi e le vestigia di una secolare drammatica storia: il segno divino sulla Chiesa, la fede nei carismi della santità, il rinnovamento della vita cristiana in armonia e non in contrasto con la tradizione, la docilità al supremo magistero gerarchico, l’invito alla unione laddove aspra visse la disunione.

A Fumone Paolo VI ci ha fatto considerare due insegnamenti che si debbono dedurre dal ricordo del pio monaco eremita Pietro di Morrone, diventato Papa Celestino V per obbedienza e dimissionario per coscienza; vale a dire l’assistenza divina sulla Chiesa, cosicché ogni procella è impotente contro il suo navigare, e il valore della santità superatrice del nostro stesso limite umano, quasi garanzia di una benefica immortalità nella storia. D’altronde si debbono meditare i moniti degli antichi procellosi tempi «terribili per la Chiesa», riconoscendone le affinità con la nostra epoca di trasformazione, di contraddizione onde trarne vigoria interiore e luce di speranza.

Il discorso di Ferentino in stretta connessione si chiede come dobbiamo conservare e alimentare oggi questa fede e questa virtù cristiane, in vista degli atteggiamenti e delle sensibilità diffuse nella vita ecclesiale dal post-concilio. Il Papa ci ammonisce di evitare due eccessi ugualmente errati e contraddittori: quelli di coloro che una febbre di novità e di mutazione spinge a rifiutare e a misconoscere il passato della Chiesa pur valido e su cui si fonda la tradizione; e coloro che per male inteso amore del passato sono sordi e ostili alle positive esigenze del rinnovamento e dell’aggiornamento definite dal concilio e vincolanti per tutti i cristiani.

Alcuni vorrebbero rompere col passato; altri trovano solo in esso il buono. Ma, ha precisato Paolo VI: «Anche questo atteggiamento non è giusto e non è cristiano» perché bisogna guardare all’avvenire «aprendo il cuore, l’anima e l’intelligenza» come non bisogna «abdicare al tesoro di tradizioni memorabili e gloriose di ieri» conservando della tradizione «quanto è vivo, vero ed eterno». Fiducia nella Chiesa, dunque, che ci traccia il sentiero ed è madre e maestra.

Ad Anagni, infine, superno spalto arroccato, reliquiario di storia, «città papale», dove il nome di Celestino V si collega inseparabilmente e drammaticamente a quello di Bonifacio VIII «che fu tanto diverso da lui, formidabile nella sua azione per la Chiesa», la continuità secolare già rievocata ha offerto al Papa fondamentali applicazioni per noi.

Anzitutto un atto di giustizia storica, dopo quello reso a Fumone al monaco e Papa Celestino che non «per viltà ma per onestà» operò il «gran rifiuto»: vale a dire si deve anche riconoscere che Bonifacio VIII non già perseguitò o costrinse il candido predecessore, ma lo isolò per proteggerlo dalle arti di quanti avrebbero potuto ancora insidiarlo e per salvare la Chiesa dai pericoli di un possibile rovinoso scisma.

Il Papa ha ricordato che nessun vicario di Cristo fu tanto discusso, tanto avversato e vituperato nella storia come Bonifacio VIII. Perché? Perché fu il Papa che più degli altri ha affermato l’autorità del Romano Pontefice, nella drammatica controversia coi potenti come nella vigorosa dottrina e pose i principi per una autentica «scala dei valori» quale oggi non riusciamo a stabilire.

La lezione che dobbiamo ricavarne è la comprensione dei nostri obblighi di lealtà verso la Gerarchia, causa efficiente e principio di vita per la Chiesa. Non diffidenza e resistenza per una male intesa illimitata autonomia del proprio pensare e operare, ma docilità e fiducia. «Dio non ci ha lasciato camminare come pecore senza guida, ma ha incaricato qualcuno di organizzare il suo Corpo mistico». «Perciò alla Gerarchia dobbiamo obbedienza, ma obbedienza capita, professata, meditata non come schiavi o vinti ma come figli che la reclamano, l’amano, la servono».

La trilogia di Paolo VI ad Anagni «da dove partirono le più grandi scomuniche contro re e imperatori» e dove ebbe origine lo scisma di Occidente, si chiudeva con un universale appello di pace e con un invito all’unità dei cristiani «perché si faccia un solo ovile ed un solo pastore». Nel gran libro dei secoli suggestivamente compulsato, Paolo VI ha ieri indicato i capitoli per la positiva e vincolante realtà della Chiesa post-conciliare. Un itinerario  augusto  dal  passato  al  presente.

 

La fede dei demoni

01 lug 15.48

Tra autosufficienza e utopia

di Lucetta Scaraffia

«Marco non cessa di insistere sulla fede dei demoni, e di opporre a questa, paradossalmente, l’incredulità dei discepoli» scrive Fabrice Hadjadj nel suo saggio La foi des démons ou l’athéisme dépassée, a cui quest’anno è stato conferito in Francia il più importante premio per la saggistica cattolica. Di origine ebraica e dal cognome arabo, il filosofo si è convertito al cattolicesimo e accompagna la sua passione per la fede cristiana con una grande capacità di riflettere in profondità su temi ardui — come la tentazione diabolica oggi — intrecciando esperienze personali con l’esegesi delle Sacre Scritture, con le opere dei Padri della Chiesa e talora con midrashim e testi rabbinici.

In alcuni momenti narrati nei Vangeli, il bene e il male sembrano avere scambiato i loro ruoli — scrive — tanto che l’incredulità dei discepoli, per quanto coriacea essa sia, vale di più della fede dei demoni, che invece sanno benissimo riconoscere il Figlio di Dio. Giungendo a dire che un certo ateismo, in fondo, può essere meno cattivo di questo tipo di conoscenza di Gesù simile alla fede demoniaca: un tipo di certezza speculativa, un credere che ciò è vero, ma senza alcun abbandono alla parola dell’altro. Una fede senza fiducia, insomma.

Dio chiede di essere cercato, e noi non possiamo andare verso di lui senza andare verso gli altri, anche se in questo modo diventano possibili l’ateismo o l’eresia. Ma questa incredulità degli esseri umani resta meno grave della fede priva di dubbi dei demoni, perché ha la scusa dell’ignoranza, della pesantezza della nostra ragione e della resistenza dei nostri cuori. E almeno è un affare di cuore: la fede dei demoni, al contrario, viene dalla lucidità della loro intelligenza; non c’è il cuore.

Come scrive sant’Agostino, il diavolo è «infinitamente superbo e invidioso». L’invidia, il suo peccato più grave, significa non rispettare il disegno generoso di Dio e non fidarsi di lui. Satana non allontana dalla fede, ma suggerisce a ciascuno di salvare se stesso, lo incoraggia a fabbricare il suo piccolo cielo privato, e la sua superbia lo rende «manager dell’autosufficienza e padre dell’utopia», cioè i mali della modernità. Infatti voler creare da sé la felicità, propria e degli altri, significa «scambiare la provvidenza per la pianificazione», misconoscere il ruolo della grazia, che chiede non di fare, ma di lasciar fare Dio in noi.

Il demonio non si abbandona, è un self-made man e considera questo suo incatenarsi al peccato come un’emancipazione, mentre la santità gli sembra una forma di orgoglio. Se Dio è amore, anche il diavolo lo è, ma il suo è amor proprio. Quando si incontra il diavolo non si tratta quindi di vedere chi è più forte, ma di riconoscersi debole; non si tratta di capire chi è il più acuto, ma di voler essere il più capace di amore.

Si diventa schiavi del demonio quando si crede di essere i soli padroni. Nella tentazione dell’Eden, infatti, la donna non si limita a rispondere, ma vuole replicare a Satana, pensa di essere in grado di farlo: vuole essere madre di se stessa, piuttosto che figlia di Dio. Come donna intelligente si vuole difendere da sola. Il diavolo abilmente porterà l’attenzione sulla conoscenza piuttosto che sulla vita, sul divieto invece che sul dono: Eva desidera la beatitudine promessa da Dio, ma pensa di poterla raggiungere con le proprie forze.

«L’ambizione di estirpare da soli nel mondo tutto il male è un’ambizione malefica. Dopo avere dimenticato il diavolo (il miglior modo per coinvolgerlo) essa disprezza la libertà umana come quella divina, ignora la realtà della concupiscenza e della grazia, rifiuta il tragico della nostra condizione». Perché — continua Hadjadj — l’essenza del peccato demoniaco è «fare il bene con le proprie forze, pianificare il benessere senza sorpresa». Essere un mondo che basta a se stesso: nessuna espressione meglio di questa rivela la tentazione, il fascino del peccato. E il filosofo fa qui l’esempio di Malthus che, pur essendo un ministro anglicano, cerca di spiegare tutto, di possedere le leggi della storia, anticipando in questo Marx.

Nessuna realtà appartiene in sé al male — il diavolo può presentarsi come inumano e come umanista, come professore di angelismo oppure come maestro di bestialità — e ognuna delle realtà che gli sono abitualmente attribuite può essere riportata all’ordine buono. Ma, al contrario, ogni cosa, tranne Dio e i santi, può essere volta al male. Il male morale è un uso disordinato delle cose.

Le virtù sono ancora presenti nel mondo moderno, ma rese folli — scrive Hadjadj — per essere state isolate le une dalle altre. Un esempio sono i cristiani scristianizzati, che recuperano la compassione per rivolgerla contro Cristo: secondo il pensatore, essi avrebbero fatto abortire Maria, per proteggere la sua reputazione e per risparmiarle il dolore per la morte del figlio…

Come antidoto alla fede dei demoni Hadjadj propone il canto del Credo. Non si tratta infatti di recitare una serie di affermazioni dottrinali, ma «di dire una Rivelazione come una dichiarazione d’amore che dilata il cuore».