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Editoriali del mese di giugno 2010

La libertà degli apostoli

30 giu 15.01

La festa dei santi Pietro e Paolo, fondamenta della Chiesa, è stata l’occasione a lungo meditata e preparata da Benedetto XVI per spiegare il significato vero del primato romano e del suo esercizio. Nei testi scritti per la solennità liturgica dei patroni, ma anche con i gesti e i segni non a caso addensatisi intorno a questa data fortemente simbolica, il Papa ha voluto mostrare che il governo della Chiesa è molto più di una esibizione umana.

Rinnovando fiducia ai suoi collaboratori nella Curia romana — innanzi tutto al suo segretario di Stato, definito dal Pontefice come un aiuto vicino per il rafforzamento della «famiglia di Dio» — ma soprattutto fidando nella potenza di Dio che libera i suoi fedeli. E proprio questa è la libertà della Chiesa, salvata dall’unico Signore.

Benedetto XVI ha ripetuto che il potere del successore di Pietro, «garanzia di libertà», è un servizio che mira all’unità e all’universalità. Per rendere oggi efficace la vocazione missionaria della Chiesa di cui non sono protagonisti né gli uomini né la Chiesa stessa, ma lo Spirito di Dio. Quello Spirito che è il protagonista — invisibile ma reale — dell’avventura descritta negli Atti degli apostoli, il secondo libro dell’evangelista Luca che racconta appunto le prime missioni di Pietro e di Paolo.

Caratteristica della storia cristiana sin dalle sue origini, il compito di annunciare il Vangelo è stato ripreso dalla Chiesa di Roma con inusitato vigore già durante l’Ottocento e poi nel secolo scorso. Accentuata da Paolo vi — che pubblicò il decreto conciliare Ad gentes e un decennio più tardi l’Evangelii nuntiandi — e resa ancor più visibile dalla presenza mondiale e dalla passione instancabile di Giovanni Paolo ii, la «nuova evangelizzazione» è oggi al centro delle preoccupazioni del suo successore.

Sin dagli anni in cui era giovane teologo, l’attuale Papa ha davanti agli occhi l’immagine dei deserti spirituali di un mondo che negli ultimi secoli — «con dinamiche complesse», ha voluto ancora una volta specificare — si è sempre più secolarizzato. Per questo alla nuova evangelizzazione Benedetto XVI ha dedicato un organismo specifico, sottolineando che questa missione nel buio provocato dall’eclissi di Dio non è ovviamente nuova nei contenuti ma nello «slancio interiore». Secondo la logica cioè che indusse Giovanni XXIII a convocare l’«aggiornamento» del concilio Vaticano II, i cui esiti sono componente integrante dell’unità della tradizione cattolica, indivisibile e viva.

Nell’ottica larga del Papa questa missione esige l’unità ecumenica — e per questo sono da salutare con gioia i continui progressi soprattutto con le Chiese sorelle orientali e ortodosse, ma non solo — e quella interna alla comunità cattolica. Questa, pur danneggiata e inquinata dal peccato e dalle divisioni, non deve mai sottostare a logiche umane (secondo le quali, infatti, la Chiesa stessa viene letta attraverso schemi che non rispecchiano la sua realtà più autentica). Nonostante le difficoltà e i tempi difficili, la Chiesa è giovane e aperta al futuro. Sicura nelle mani di Dio che le dà la vera libertà.

g. m. v.

 

A Toronto le diverse facce del G20

26 giu 7.11

A confronto le strategie di Europa, Stati Uniti e Cina

di Luca M. Possati

Rischia di essere un G20 diviso e sterile quello che si apre venerdì 25 a Toronto. Con un’Amministrazione americana impantanata nei fanghi petroliferi della Louisiana, dove Barack Obama sta giocando un duro braccio di ferro con la Bp, e un’Europa stretta nella morsa del debito pubblico, l’appuntamento canadese potrebbe diventare una passerella senza significato, tesa soltanto a nascondere tensioni ben più profonde.

Ognuno alla fine farà i propri interessi, e questo è normale. Com’è normale che la Cina abbia deciso la scorsa settimana di rendere flessibile il tasso di riferimento dello yuan, ai valori massimi degli ultimi cinque anni. È stata una boccata d’ossigeno per gli Stati Uniti, che da mesi chiedevano a Pechino maggiore flessibilità della valuta minacciando, senza un serio impegno del Governo della Repubblica popolare in questa direzione, persino dazi speciali sui prodotti cinesi. Ma è stata anche una mossa calcolata di Pechino che vuole, da una parte, evitare critiche e mostrare trasparenza ai partner del G20, dall’altra innescare un cambio di passo nel proprio sistema economico. Con le esportazioni dei prodotti lavorati sempre più costose, se vorrà continuare a crescere a ritmi vertiginosi, la Cina dovrà per forza iniziare a produrre qualcos’altro e quindi  — come hanno sottolineato molti analisti — passare da un’economia centrata sul settore manifatturiero a un’economia dei servizi più matura e competitiva. In tale difficile ma necessaria trasformazione molto dipenderà non solo dagli equilibri sociali interni, ma anche dal rapporto con l’euro. L’Ue è infatti il primo partner commerciale di Pechino (25 per cento circa delle esportazioni): se l’euro dovesse mostrare altri cedimenti — e il made in China risentirne — lo yuan sarà costretto a frenare la sua corsa.

Tim Geithner sa bene che la mossa cinese potrebbe essere soltanto simbolica. Certo, il Dragone non è interessato a indebolire uno zio Sam già stremato perché vuole mantenere alto il valore dei suoi 859,2 miliardi di buoni del Tesoro a stelle e strisce. Ma alla lunga il deficit potrebbe anche rivelarsi un’arma politica sottile e molto importante per la Cina, grazie alla quale ottenere azioni — od omissioni — su alcuni delicati fronti internazionali, ad esempio i diritti umani o il Tibet. Senza contare che Washington ha un bisogno vitale del partner asiatico per finanziare un deficit abissale ed evitare il coinvolgimento nella crisi del debito sovrano europeo. Stretto tra una Cina troppo forte e un’Europa troppo debole, Obama teme una Cindia padrona assoluta dell’euro contro cui sarebbe inutile competere.

Per questo il tema della tassazione sulla banche sarà il punto decisivo del vertice di Toronto. Da mesi Francia, Germania e Gran Bretagna hanno deciso di fare fronte comune nel sostenere la misura e nel proporla a livello globale. Canada, Australia, Russia, Brasile, India e Giappone si oppongono: a casa loro — sostengono — la crisi ha solo sfiorato il sistema finanziario e non si vede il perché di una misura sostanzialmente punitiva con ricadute disastrose sull’accesso al credito. E nemmeno in Europa, a dire il vero, il consenso è unanime: Italia e Repubblica Ceca hanno già espresso più di una perplessità. Roma non capisce il presupposto della tassa, che in linea di massima potrebbe anche andare bene ma solo se fosse applicata agli istituti salvati con denaro pubblico, e non a tutti.

Ad affrontarsi in realtà — come sottolinea anche il «Wall Street Journal» — sono due linee strategiche molto diverse: da un lato c’è chi sostiene che l’emergenza vera sia il debito e che quindi occorra agire subito con un aggiustamento strutturale dei conti all’insegna del rigore; dall’altro chi nutre il timore che un’eccessiva austerità possa stroncare un timido rimbalzo e pensa che gli interventi debbano essere contenuti, accompagnando i tagli con gli incentivi fiscali. La Banca centrale europea ha scelto la prima linea, con la decisione annunciata da Trichet martedì scorso di sanzioni automatiche per i Paesi meno virtuosi e di una riforma del patto di stabilità compiuta puntando sul rafforzamento dei controlli. C’è poi la proposta del «semestre europeo»: in un determinato lasso di tempo ogni Finanziaria, prima di ricevere il via libera dal Parlamento nazionale, dovrà essere sottoposta all’esame dei censori di Bruxelles. Il problema — dicono gli analisti — è che in mancanza di un serio sostegno alla ripresa, la zona euro sarebbe prossima al tracollo e finirebbe nelle mani di qualcun altro.

In questo panorama, Washington non si sbilancia. Lo scorso 14 gennaio Obama aveva tuonato contro Wall Street: «Adesso vogliamo i nostri soldi indietro». Ma con l’avanzare della riforma al Congresso e con l’inasprirsi dell’opposizione politico-lobbistica il presidente si è reso conto che le cose non sono così facili e ha dovuto moderare le pretese. Il piano americano non prevede affatto — a differenza della proposta europea — un prelievo fiscale obbligatorio per tutte le banche. La tassa riguarderà solo le banche più grandi, quelle con asset superiori ai 50 miliardi di dollari, al fine di ridurre le dimensioni degli istituti ed evitare il «too big to fail», e — ha precisato la Casa Bianca — non sarà una misura punitiva. Il punto su cui insistono gli emendamenti proposti dall’opposizione è un altro: la «Volcker Rule» vieterebbe alle banche di usare denaro proprio per investimenti in hedge funds e private equity, attività altamente speculative su cui molte puntano per ottenere profitti. Obama sta cercando di parare le critiche e di ricompattare il fronte dei democratici. Interviste sul «Rolling Stone» permettendo.

 

Strasburgo e il crocifisso

24 giu 16.02

Credenti e non credenti alla vigilia della sentenza

di Marco Bellizi

Nessuno può ragionevolmente affermare, oggi, che la croce non sia  il simbolo della libertà religiosa, in Europa e nel mondo. È un’affermazione che risulta difficile da contestare, anche per i più critici. Ed è un principio che in questi giorni sta unendo personalità credenti e non credenti, laiche ed ecclesiastiche. Sono in tanti ad aspettarsi che la prossima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo riconosca la facoltà a ogni Paese di regolare in autonomia l’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. La Grand Chambre della Corte di Strasburgo sarà chiamata a decidere il 30 giugno sul ricorso presentato dal Governo italiano contro una precedente sentenza dello stesso tribunale, nella quale si affermava il divieto in Italia di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche.

Il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ieri è intervenuto sul tema, unendosi alle posizioni espresse nella stessa giornata dalla Conferenza episcopale italiana. Ha detto il capo dello Stato: «Anche la questione, particolarmente  sensibile, dell’atteggiamento da tenere nei confronti delle  simbologie religiose può essere più opportunamente  affrontata dai singoli Stati, che  sono in grado di meglio percepirne la valenza in rapporto ai  sentimenti diffusi nelle rispettive popolazioni». Si tratta chiaramente — ha aggiunto Napolitano — di bilanciare «le diverse sensibilità» e di salvaguardare «obiezioni di coscienza serie e consistenti in specifiche situazioni». Tuttavia, va riconosciuta «la rilevanza pubblica e sociale del fatto religioso», accanto al «valore della laicità dello Stato, a garanzia della libertà religiosa e dei rapporti tra confessioni religiose e autorità statuali, nel segno della reciproca autonomia e dell’accettazione del metodo democratico». Riguardo ai valori cristiani, Napolitano ha sottolineato «l’importanza della comune missione educativa alla quale sono chiamate le autorità politiche ed ecclesiali», l’importanza «della loro responsabilità — sia pure in ambiti e piani diversi e in assoluta indipendenza — di promuovere il rispetto di principi etici fondamentali, in cui tutti possono riconoscersi e senza i quali è destinata a lacerarsi la coesione del tessuto sociale». Da qui la necessità di salvaguardare e valorizzare il tradizionale patrimonio identitario e di valori, «espresso, in particolare nei Paesi europei e in Italia, dalla millenaria presenza cristiana e cattolica».

Parole chiare, che fanno luce sul nodo, anche giuridico, che i magistrati di Strasburgo sono chiamati a sciogliere. Le parole di Napolitano sono importanti. Lo sono perché a pronunciarle è il capo dello Stato, rappresentante di tutti gli italiani, e figura sulla cui laicità nessuno può dubitare.

La coincidenza con le argomentazioni dei vescovi europei è evidente. Il 24 giugno presuli spagnoli hanno diffuso una dichiarazione nella quale spiegano che «grazie proprio al cristianesimo, l’Europa ha saputo affermare l’autonomia degli ambiti spirituale e temporale e aprirsi al principio della libertà religiosa, rispettando tanto il diritto dei credenti che dei non credenti». Nella cultura e nella tradizione cristiane — continuano —  la croce «rappresenta la salvezza e la libertà dell’umanità. Dalla croce derivano l’altruismo e la generosità più puri, così come una sincera solidarietà offerta a tutti, senza imporre niente a nessuno».

E il 23 giugno i vescovi di Inghilterra e Galles avevano messo in guardia contro «un modello di secolarismo che è contrario a ogni manifestazione della religione nella sfera pubblica» mentre i vescovi cechi hanno osservato oggi come i valori espressi dal cristianesimo «sono gli unici in grado di mantenere l’Europa viva e forte». Dei pericoli derivanti dal rifiuto della dimensione pubblica della fede avevano parlato anche i vescovi cattolici russi: «In Russia — ha scritto il vescovo della Trasfigurazione a Novosibirsk, Joseph Werth — durante il governo comunista si è giunti alla persecuzione di molti credenti e a una follia morale della società. Il diritto alla libertà di religione non esclude l’accettazione spontanea o il mantenimento di simboli tradizionali cristiani in diversi Paesi europei, a causa del loro alto valore sociale. I simboli religiosi come la croce sono il segno non solo della religione cristiana ma anche uno dei più importanti elementi dell’identità europea».

In alcuni Paesi la croce è anche altro. Lo ricordano per esempio i presuli romeni, che hanno inviato un messaggio alla Corte di Strasburgo: «Per molte nazioni dell’Europa orientale — scrivono — tra le quali la Romania, la Croce rappresenta pure il simbolo della speranza e della lotta per la libertà. Nel periodo caratterizzato dal regime comunista, i simboli religiosi furono proibiti e, dopo la caduta del comunismo, la ritrovata possibilità di esporli in pubblico è stata considerata una vittoria della democrazia e della libertà sopra il totalitarismo e l’oppressione».

In fondo, quella che la Corte di Strasburgo è chiamata a prendere, è anche una decisione di buon senso. Lo hanno compreso i dieci Paesi di diversi continenti che si sono affiancati al Governo italiano nel suo ricorso contro la decisione di novembre del 2009, una sentenza che, come ha scritto «La Civiltà Cattolica», «non ha tenuto nel dovuto conto il principio della rilevanza dell’appartenenza della stragrande maggioranza della popolazione italiana alla religione cattolica», evitando di riconoscere «che la presenza del crocifisso nella aule scolastiche ha il valore di un semplice e coerente richiamo a questa realtà sociale tanto antica quanto attuale».

 

Una stella che si leva prima del sole di giustizia

24 giu 9.28

La natività di san Giovanni Battista nella tradizione siro-occidentale

di Manuel Nin

Battesimo di Cristo (xi secolo, monastero di Nostra Signora di Kaftoun, Libano)

La figura del profeta e araldo Giovanni Battista è molto celebrata nella tradizione liturgica siro-occidentale. Come di Cristo e della Madre di Dio, la liturgia ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno e la decollazione il 29 agosto. Ancora, nelle sei domeniche del periodo prenatalizio, all’inizio del ciclo liturgico chiamato del Subbara o delle Annunciazioni, due sono dedicate a Giovanni: nella prima si celebra l’annuncio a Zaccaria e nella quarta la nascita del Battista. Inoltre Giovanni viene celebrato il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa ricordano il personaggio per mezzo del quale Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Le tre celebrazioni della concezione, della nascita e della morte mettono il Battista in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio.

Nella festa della nascita del Battista la liturgia siro-occidentale enumera i titoli che gli vengono dati: «Voce vera, seminata nel grembo di una sterile; grande profeta, intercessore; virgulto desiderato, germogliato in un campo assetato; mattino gioioso che annunci il giorno glorioso; luna transitoria che glorifichi il sole eterno; sacerdote terrestre che hai svelato il mistero del grande sacerdote celeste». I testi mettono in luce il parallelo e la contrapposizione tra voce, silenzio e parola: «Un angelo annunciò il tuo concepimento e il silenzio legò la lingua di tuo padre; voce vera, intercessore dotato di parola per diventare segno della voce risuonante che ammutolisce nel grembo della Vergine».

I testi dell’ufficiatura notturna, soprattutto quelli attribuiti a sant’Efrem, mettono a confronto Cristo e il Battista dal loro concepimento fino al battesimo nel Giordano: «Terribile per Giovanni che temeva di sciogliere i suoi sandali; amabile per i peccatori che baciarono i suoi piedi. Grazie alla forza del suo dono Giovanni ne fu capace: un terrestre battezzò il celeste». Con la sua predicazione e il battesimo nel Giordano, Giovanni diventa testimone dell’incarnazione di Cristo: «Nelle altezze e nelle profondità due araldi ebbe il Figlio: la stella lucente gridò di giubilo nell’alto e Giovanni annunciò dal basso». La stella e Giovanni, quindi, annunciano la divinità e l’umanità di Cristo: «Chi lo riteneva solo terrestre, la stella lucente lo convinceva che egli è celeste. E chi lo riteneva solo spirituale, era Giovanni a convincere che egli è anche corporeo».

In un altro inno Efrem riprende il parallelo tra gli annunciatori e l’annunciato: «Una coppia di araldi hanno espresso la qualità dell’unigenito, la stella e Giovanni: il primo l’astro levante, il secondo la voce. Anche l’annunciato è parola e luce; la voce e il raggio lo hanno servito». Ancora i testi liturgici accostano la visitazione di Maria a Elisabetta al battesimo di Cristo: «Si avvicinò Giovanni assieme ai suoi genitori e adorò il Figlio, e un bagliore si posò sul suo volto. Non fece capriole come quand’era nell’utero. Qui adora e là aveva esultato».

Il concepimento del Battista all’inizio dell’autunno quando la notte si allunga, e quello di Cristo all’inizio della primavera quando è il giorno a crescere vengono messi in parallelo da Efrem nella stessa linea simbolica adoperata con il raggio e la luce, la voce e la parola: «Anche il tipo del tuo concepimento, rabbuli (“maestro mio”), e di quello di Giovanni, tuo araldo, il simbolo del vostro concepimento e della vostra nascita, è raffigurato e svelato nella luce e nella tenebra. Il concepimento di Giovanni avvenne nel mese di tishri, quando la tenebra va all’assalto. Il tuo concepimento avvenne nel mese di nisan, quando la luce prende a regnare sulla tenebra e la soggioga».

Nell’icona del battesimo di Cristo, appare una schiera di sei angeli. Dall’alto scendono su Gesù tre raggi con al centro una colomba. In alto a destra sta il profeta Isaia con in mano un rotolo, con tre brani del suo libro in siriaco: «Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni davanti ai miei occhi» (1, 16); «O voi assetati venite all’acqua» (55, 1); «Attingete acqua con gioia alle fonti della salvezza» (12, 3). A sinistra il re Davide regge invece un rotolo in arabo con due versetti del salterio (113, 3, e 76, 17): «Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro», e «Ti videro le acque o Dio, ti videro e ne furono sconvolte».

 

Lo scandalo dei preti ordinari

23 giu 14.04

Nel film spagnolo «La última cima»

È stato presentato a Roma un film uscito in Spagna lo scorso 4 giugno e che, narrando la vita di un prete
comune, sta riscuotendo un inatteso successo. È stato «un uomo che è arrivato al cuore della gente e che ha
spinto a vivere una vita piena di senso» ha dichiarato il regista in un’intervista ad «Avvenire» del 22 giugno. E
dal film emerge che a Madrid sette persone su dieci «apprezzano la figura del prete». Riprendiamo il commento
pubblicato sul quotidiano «Abc» il 12 giugno.
di Juan Manuel de Prada
La scorsa settimana usciva solo in un paio di sale di Madrid, ignorato dalla maggior parte dei media, il film di
Juan Manuel Cotelo La última cima. Mentre scrivo queste righe sono già più di sessanta i cinema che
proiettano o stanno per proiettare questo film, su richiesta, via internet, di migliaia di persone anonime, e il loro
numero sta crescendo di giorno in giorno.
Cosa ci racconta La última cima? In apparenza, la vita di un prete, Pablo Domínguez, evocata da parenti e
amici; un prete morto tragicamente nel fiore degli anni, mentre scendeva dal monte Moncayo; un prete che
conquistava tutti quelli che incontrava lungo il suo cammino con la sua generosità, la sua saggezza, la sua
gioia di vivere; un prete colto, brillante, affascinante, decano della Facoltà di teologia di San Dámaso, che
sicuramente avrebbe raggiunto le più alte dignità ecclesiastiche se non fosse precipitato mentre praticava
alpinismo. Confesso che l’idea di sorbirmi una sorta di agiografia su un «prete straordinario» mi seccava un po’;
soprattutto perché a me i preti che piacciono sono quelli comuni. Così andai a vedere il film con grande
riluttanza.
Ma scoprii subito che il tema segreto di La última cima erano proprio questi «preti comuni» che a me piacciono
tanto; e, ancora di più, il mistero della loro vocazione, che un giorno li ha obbligati a lasciare tutto. «Io non mi
appartengo più», disse Pablo Domínguez il giorno della sua ordinazione, come ci viene raccontato in una scena
del film; è di questo non appartenersi più, del senso della donazione sacerdotale — a Cristo, al prossimo —
che ci parla, in definitiva, La última cima. Il film descrive la figura di un prete allegro, generoso, con un
entusiasmo molto contagioso, che scherza su se stesso, proprio perché prende molto sul serio la sua
vocazione.
E man mano che ci viene delineata la figura di Pablo Domínguez, scopriamo che è un prete tanto «ordinario»
come molti altri preti che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, e che a renderlo straordinario non sono tanto le
sue qualità, quanto l’audacia con cui si dona a Colui al quale appartiene. La última cima avrebbe potuto
accontentarsi dell’evocazione del prete carismatico; Cotelo invece ha voluto approfondire il significato e la
ragione di tale carisma. Ed è allora che il suo film diventa scandaloso per la mentalità contemporanea, perché
parla del soprannaturale che irrompe nella vita di un prete «comune», parla del sacro che si annida
eucaristicamente nel cuore umano, allargando gli orizzonti di una vita intera.
La última cima è arrischiato, perché osa rendere omaggio alla figura di un prete — e, attraverso di lui, a tanti
buoni preti — in un’epoca che ama crocifiggerli. È agguerrita, perché osa combattere il sudiciume dei luoghi
comuni e dei pregiudizi che circolano intorno al sacerdozio. È posseduta da un respiro epico che non rimane
nella mera emotività, ma che osa penetrare nel cuore stesso della vocazione sacerdotale. Ed è un film che
commuove, che smuove, che resta annidato nel ricordo dello spettatore, come il sacro si annida nei cuori e
allarga gli orizzonti di una vita intera.

 

Il profumo del vento e l’abbazia

19 giu 14.44

Memoria e preghiera per i monaci di Tibhirine

di Ferdinando Cancelli

«Se mi capitasse un giorno, e potrebbe accadere oggi, di essere vittima del terrorismo che adesso sembra voglia colpire tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese». Inizia con queste parole il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, cistercense della stretta osservanza eletto priore del monastero Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine, in Algeria, nel 1984 e rapito il 27 marzo 1996 con sei confratelli da una ventina di uomini armati. I sette monaci non faranno ritorno: tutti saranno uccisi il 21 maggio successivo.

La storia di questi monaci che hanno dato la loro vita per servire fedelmente Dio nella liturgia e nell’aiuto prestato ai fratelli musulmani della regione algerina vicina al monastero è ricordata, da poco tempo, in un semplice ma toccante memoriale aperto alla visita dei pellegrini nell’abbazia francese di Aiguebelle, immersa nell’aspro panorama di quella zona della Drôme provenzale, poco lontana da Montélimar, dove il vento dal Mediterraneo a folate porta già il profumo di piante e frutti lontani. Proprio Aiguebelle aveva fondato nel 1938 Notre-Dame de l’Atlas e proprio da Aiguebelle provenivano alcuni dei sette monaci assassinati nel 1996.

Una semplice costruzione in pietra e legno ricorda adesso il loro sacrificio offrendo la possibilità a chi vi giunge di percorrere un intenso itinerario spirituale fatto di parole, di immagini e di adorazione silenziosa. Cristiani e musulmani, le cui vite si sono spesso intrecciate risalendo i tragici tornanti della storia recente, sono stati talvolta accomunati anche da un destino di martirio: il giovane Mohamed diede la propria vita per salvare quella del suo altrettanto giovane amico francese, Christian, minacciato di morte durante la guerra d’Algeria, non sapendo di spargere con il suo sangue il seme di una riconoscenza e di una vocazione che avrebbero fatto di quel francese il futuro priore di Tibhirine. Il volto sorridente di un altro giovane algerino spicca sulla parete di sinistra: è Mahommed Bouchikhi che, pur consapevole del pericolo che avrebbe corso per la sua amicizia con monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano, sacrificò la sua vita in una esplosione che li uccise entrambi il 1° agosto del 1996.

Questi luoghi e questi fatti rimandano direttamente alle parole di Benedetto XVI pronunciate nel 2009 ad Amman presso la moschea al-Hussein bin Talal e più volte riprese in tanti punti del suo insegnamento: «Musulmani e cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell’Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli». La «conoscenza reciproca», il «crescente rispetto», la comprensione in nome della ragione alle quali sempre nella stessa occasione accennava il Papa sono stati ricordati nel memoriale di Aiguebelle il 30 maggio scorso durante l’annuale celebrazione in ricordo dei monaci di Tibhirine che quest’anno ha avuto come tema la preghiera. Alla presenza del giovane neo eletto abate frère Eric Antoine, dell’imam Abdallah della vicina città di Valence e di circa 500 fedeli musulmani e cattolici, si sono alternate preghiere e riflessioni teologiche, tra le quali quella di Martine Mertzweiller già in più occasioni incaricata dal cardinale Barbarin di parlare ai fedeli islamici della moschea di Lione.

«Conosco le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile (…) identificare questa religione con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam per me — prosegue frère Christian nel suo testamento spirituale — sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato, credo, in base a quello che ho ricevuto, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia Chiesa, proprio in Algeria, e nel rispetto dei fedeli musulmani». Corrono veloci gli occhi sul manoscritto autografo del priore di Tibhirine e, giunti quasi al fondo, non riescono a stare dietro al battito del cuore che accompagna la lettura delle ultime righe rivolte direttamente a chi di lì a pochi mesi lo avrebbe ucciso: «E anche tu, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo ciò che facevi. Sì, anche per te io voglio dire questo grazie e questo ad Deum da te deciso. E che ci sia concesso di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due».

 

Benedetto XVI in arabo

18 giu 16.02

Tradotti i testi sull’apostolo Paolo

Anticipiamo la prefazione che il cardinale patriarca di Venezia ha scritto per la traduzione in arabo dei testi di Benedetto xvi su san Paolo nel volume, appena pubblicato in Libano, Bûlus ar-Rasûl («L’apostolo Paolo», Jounieh — Venezia, Librairie Pauliste — Marcianum Press, 2010, pagine 142, dollari 4). Il testo viene pubblicato anche sulla newsletter (www.oasiscenter.eu) della Fondazione Oasis.

di Angelo Scola

Benedetto XVI è un grande teologo. E proprio perché grande, è capace di presentare con semplicità le verità di fede, anche le più ardue. Egli prende per mano i fedeli e li porta ad alzare lo sguardo, per arrivare a comprendere «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Efesini, 3, 18) del mistero di Cristo. Le catechesi su san Paolo ne sono un esempio eloquente. Nate durante l’Anno paolino, portano il marchio inconfondibile del Pontefice, che in venti brevi testi ha saputo riassumere i principali aspetti della straordinaria vicenda personale ed ecclesiale dell’Apostolo delle genti. Mai disgiunto da una preoccupazione pastorale, il discorso di Benedetto xvi segue un ordinamento tendenzialmente cronologico. Al centro, del volume come della vita, si trova l’incontro con il Crocifisso risorto, autentico cuore della riflessione paolina.

È dunque un onore per la Fondazione Internazionale Oasis pubblicare, grazie al sostegno di Kirche in Not, la traduzione araba di queste catechesi presso la casa editrice dei padri paolisti. E mentre ci auguriamo che questo libro possa inaugurare una serie di traduzioni che offrano al pubblico arabo tutti gli straordinari ritratti dei Padri della Chiesa e degli scrittori ecclesiastici che da qualche anno Benedetto XVI va delineando, cogliamo l’occasione per rivolgere una parola alle principali categorie di lettori che immaginiamo si troveranno in mano questo volume.

In primo luogo pensiamo naturalmente ai cattolici dei diversi riti, che mostrano in Medio Oriente una vitalità ben superiore al loro numero. Conoscere e approfondire l’insegnamento del Papa è certamente il miglior modo per rinsaldare il dono più grande che il Signore ha lasciato ai suoi discepoli: quella communio che unisce uomini di diversi popoli e culture, giungendo a farne, secondo l’ardita espressione di Paolo vi, «un’entità etnica sui generis». Siamo tuttavia certi che il volume troverà buona accoglienza anche presso i fratelli cristiani delle altre Chiese e comunità ecclesiali, spesso di antichissima tradizione, talora nate proprio nel solco della predicazione di Paolo. Andare alle radici della comune fede ripercorrendo insieme le principali tappe della vita di questo campione del Vangelo sarà l’occasione per riscoprire la nostra comune eredità cristiana.

Da ultimo, ci auguriamo che il libro possa trovare diffusione anche nel mondo islamico. È noto come diversi pensatori e teologi musulmani, già prima dell’avvento della moderna critica ottocentesca, abbiano espresso forti dubbi in merito all’attendibilità degli scritti paolini, accusando l’Apostolo di aver alterato l’originario messaggio cristiano. A questa tesi il Papa dedica alcune pagine, evidenziando quali sono da un punto di vista cristiano gli elementi che dimostrano la completa continuità tra l’annuncio paolino e la missione del Crocifisso risorto.

È evidente a tutti che una delle necessità più urgenti del nostro tempo è una migliore conoscenza reciproca tra i fedeli delle diverse religioni. Diventa perciò fondamentale che cristiani e musulmani possano conoscere la visione che l’altro ha di sé e della propria fede, senza ridurla preventivamente entro le proprie categorie. È questo del resto l’esempio che ci offrono alcuni dei più alti esponenti della civiltà arabo-islamica, come lo scienziato al-Bîrûnî che, senza rinunciare alla propria fede musulmana, diede un resoconto della civiltà indiana talmente accurato da conservare valore documentario fino a oggi. Il lettore non cristiano sia dunque certo di trovare in questo libro una presentazione autorevole di chi è san Paolo e di che ruolo egli ha all’interno del cristianesimo. Conoscere il punto di vista che più di un miliardo di fedeli hanno maturato intorno a questa figura eccezionale ha un interesse culturale innegabile. Che poi questo punto di vista sia anche ben fondato, potrà verificarlo ciascuno dei lettori nel confronto oggettivo con i dati storici a disposizione.

 

Il giardino segreto

18 giu 7.30

Per coltivare la vita interiore

Pubblichiamo quasi per intero la prefazione a un libro di pensieri spirituali di Carmen Álvarez Alonso e Juan Pedro Ortuño (Lañas, momentos para Dios, Mater Dei) appena uscito in Spagna.

di Juan Manuel de Prada

Benedetto XVI, in una lettera recentemente rivolta ai vescovi, constatava addolorato che «la fede rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata», e aggiungeva: «Il vero problema, in questo nostro momento della storia, è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più». A nessuno sfugge che questo appassimento della fede ha cause molto diverse; oserei però affermare che la causa primordiale (o quantomeno il virus che le infetta tutte) è il trascurare la vita interiore, dagli antichi paragonata a un giardino segreto, nascosto al viavai, chiuso ai rumori — hortus clausus — dove sbocciavano i fiori più profumati e rigogliosi non appena il padrone lo curasse.

Questo giardino, lasciato senza cure, non ci mette molto a ricoprirsi di arbusti e di erbacce; e quando la noncuranza arriva all’estremo dell’incuria, una macchina asfaltatrice penetra nel suo recinto, getta il suo asfalto letale e lo trasforma in una spianata dove non maturano più i frutti della fede, orfani di radicamento e di nutrimento. Questo abbandono della vita interiore è forse il tratto distintivo della nostra epoca, dedita con vigore disorientato e frenetico a ciò che in questo libro viene ripetutamente chiamato «attivismo», che altro non è se non il barcollare senza meta di un gallo decapitato il quale, nella sua fuga in preda al panico, cerca occupazioni che lo sottraggano all’angoscia di sapersi morto all’unica cosa che davvero importa.

I nostri corpi sono «templi dello Spirito», ci ha insegnato san Paolo, e ciò ci viene ricordato in un passo di questo bel libro. Ma da un tempio che si chiude al mistero lo Spirito finisce col fuggire; e lo stesso accade all’uomo della nostra epoca, impegnato a vivere «proiettato verso l’esterno», impegnato a smettere di vivere quando insegue futili ricompense che finiscono col rovinare la sua vita interiore. E quando smettiamo di essere «templi dello Spirito», restiamo senza il sacro: fugge da noi ciò che in noi vi è di sacro; e diventiamo — parafrasando il profeta Daniele — «abomini della desolazione», che è come essere ridotti in macerie, privati della nostra vocazione più vera, che altro non è se non quella di essere recipienti, otri di Dio.

A essere otri di Dio ci invitano queste Lañas che Juan Pedro Ortuño e Carmen Álvarez Alonso hanno scritto seguendo il filo del calendario liturgico e della vita che ogni giorno ci viene donata; e come nella vita che ci viene donata, in esse troviamo una celebrazione delle piccole cose, della «bellezza di ciò che è comune», cose che sono solite passare inosservate persino agli occhi di quanti sono stati benedetti dalla fede. Offuscati come siamo da questo «attivismo» scatenato che ci fa cavalcare in groppa alla fretta e al rumore, siamo infatti giunti alla strana follia di chiedere a Dio segni schiaccianti e clamorosi, alla maniera dei pagani di un tempo che chiedevano agli abitanti dell’Olimpo apparizioni teatrali che sconvolgessero le leggi fisiche. Quando invece, come sa bene chiunque vive in «intimità con Dio», le ostentazioni e gli eccessi sono ripudiati da Colui che volle farsi, per amore verso l’uomo, il più piccolo tra i piccoli.

José Pedro Ortuño e Carmen Álvarez Alonso sanno che nessuno vive in modo tanto intenso l’«intimità con Dio» come Maria, sempre pronta a chiedere a suo Figlio quello che nessuno oserebbe chiedergli. «Non hanno vino», gli indica durante le nozze di Cana quando la celebrazione correva il rischio di finire male, pur sapendo che la sua osservazione risultava inopportuna; e quell’osservazione continua a ripetergliela ogni giorno, con l’ammirevole testardaggine che solo in una madre risulta sopportabile, ogni volta che osserva nelle otri del nostro essere la mancanza o la scarsità del vino vivificatore che fa di noi «templi dello Spirito».

Queste Lañas che ora hai fra le tue mani, caro lettore, ti aiuteranno a completare quel miracolo che si sta già operando in te, trasformando in ogni momento una fede annacquata in vino nuziale e giubilante: possiedono quella qualità francescana della semplicità che coglie le piccole cose per ascendere, come un uccello o una freccia, verso il cielo che a tutte le cose dà sostegno; e anche quella qualità teresiana che trova il Signore fra le pentole, negli atti più irrilevanti e banali della nostra vita, là dove più gli piace essere invitato, proprio là dove con tanta frequenza siamo soliti dimenticarci di Lui.

Quando provano a illuminare un brano evangelico lo fanno con la freschezza originaria della rugiada; e quando si addentrano nei paesaggi ombrosi della nostra vita morale lo fanno con il tremito delicato di un’alba; e così il cammino spirituale che queste Lañas tracciano dinanzi a noi acquista il tremore dell’attesa delle spedizioni pionieristiche, in quanto ogni parola ricorda l’eterna novità che pulsa dentro di noi, invoca quel fuoco primordiale nel quale si alimenta la fiamma declinante della nostra fede, rinverdisce l’hortus clausus della nostra vita interiore, rovinato dall’asfalto letale dell’«attivismo».

 

L’audacia di Dio e l’opposizione del nemico

18 giu 7.22

di Robert P. Imbelli

Nel 2001, nella solennità dell’Epifania del Signore, Giovanni Paolo ii ha pubblicato la magnifica riflessione sull’esperienza della Chiesa che aveva appena celebrato il Grande giubileo dell’anno 2000. Ma la lettera apostolica Novo millennio ineunte non è stata solo un guardare indietro con gratitudine, ma anche un guardare avanti con speranza. In modo originale e incisivo ha posto la persona di Gesù al centro della gratitudine e della speranza della Chiesa.

Il terzo capitolo è intitolato «Ripartire da Cristo» e dichiara con schiettezza: «Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!» (29). Un imperativo urgente è scaturito da questa gioiosa convinzione. Giovanni Paolo ii insiste sul fatto che bisogna «porre la programmazione pastorale nel segno della santità» ed esorta tutto il popolo di Dio a «riscoprire il valore programmatico» del quinto capitolo della Lumen gentium, dedicato alla chiamata universale alla santità. Questo compito non spetta solo ad alcuni nella Chiesa, ma a tutti coloro che sono stati battezzati nella morte e nella nuova vita di Gesù il Cristo.

Nove anni dopo, in un’altra grande solennità del Signore, il Sacro Cuore di Gesù, Benedetto XVI ha pronunciato un’omelia che ha ripetuto, in molti modi, l’esortazione del suo predecessore. Sebbene si incentri chiaramente sul dono del sacerdozio, poiché la Chiesa conclude il suo Anno sacerdotale, essa riguarda in realtà l’intero popolo di Dio.

Molto opportunamente nella solennità del Sacro Cuore, il Pontefice si è riferito ancora una volta a un testo del Nuovo Testamento con cui ha un’affinità speciale: la descrizione giovannea del fianco trafitto di Cristo, da cui sgorgarono sangue e acqua (cfr. Giovanni, 19, 34). Benedetto XVI, con molti Padri della Chiesa, sostiene che questa scena rappresenta i sacramenti del battesimo e della eucaristia, fonte di nuova vita nella Chiesa. Il Papa ha affermato con parole che ricordano la Novo millennio ineunte: «Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato».

Nei nove anni trascorsi fra la lettera di Giovanni Paolo II e l’omelia di Benedetto XVI vi sono state innumerevoli testimonianze di santità e dedizione da parte di laici cristiani e di sacerdoti. Purtroppo, vi è anche stata la rivelazione di abusi terribili commessi da chi era stato chiamato a essere ministro del Vangelo. Non è di alcun conforto riconoscere che negli scorsi decenni, in tutta la società, è scoppiata un’epidemia di abusi. La Chiesa è chiamata dal Signore a essere luce del mondo, non ad aggiungersi alle sue tenebre.

Per questo motivo l’omelia di Papa Benedetto offre una prospettiva di fondamentale importanza ed esorta la Chiesa a un discernimento più profondo. Sebbene sia certo importante esaminare le condizioni psicologiche e sociologiche che hanno promosso e permesso l’abuso dei minori, è imperativo riconoscere che sono all’opera anche altri fattori. Nel suo testo, Benedetto XVI celebra con gioia l’«audacia» di Dio, che desidera essere presente nel mondo attraverso la mediazione umana. Ciononostante, ammonisce anche con vigore contro l’opposizione feroce del «nemico» verso tutto quello che è più sacro.

I Vangeli descrivono l’inizio del ministero di Gesù come tormentato dalle tentazioni di Satana. È come se il diavolo si fosse appostato sulla scena del battesimo del Signore e percepisse la minaccia dell’unico Santo, chiamato a combattere il regno di Satana. Ciò che non gli è riuscito con Cristo, egli continua a tentarlo contro i cristiani. Il nemico è infatti letteralmente anti-Cristo, opposto a tutto ciò che è del Signore. Risponde all’«audacia» di Cristo assalendo quel che è più vicino al cuore di Gesù: l’innocenza dei bambini e la santità dell’eucaristia.

Di fronte all’opposizione del nemico, la Chiesa deve impegnarsi di nuovo sulla via pasquale del suo Signore, che è sempre via di amore nella verità: caritas in veritate. Come il Papa ha affermato nella omelia: «Non si tratta di amore quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale». Fra i passi promessi da Papa Benedetto per prevenire in futuro lo scandalo dell’abuso, c’è la necessità di intraprendere un discernimento più attento dell’attitudine alla vocazione ministeriale e di offrire un sostegno migliore per affrontare le attuali sfide del ministero sacerdotale.

A questo proposito la Novo millennio ineunte offre idee preziose circa le «strutture di comunione» nella Chiesa. Queste strutture sono necessarie proprio per offrire veicoli per esprimere quella spiritualità di comunione che è la vita della Chiesa. Infatti Giovanni Paolo II ha scritto: «Il nuovo secolo dovrà vederci impegnati più che mai a valorizzare e sviluppare quegli ambiti e strumenti che, secondo le grandi direttive del Concilio Vaticano ii, servono ad assicurare e garantire la comunione» (44). A questo fine è fondamentale l’impegno generoso per le consultazioni e il dialogo.

Il discernimento spirituale, che spetta alla legittima autorità, non viene minacciato, ma migliorato dall’impegno in una seria consultazione. Qui Giovanni Paolo ii fa riferimento alla Regola di san Benedetto (cara anche al cuore di Benedetto xvi): «Occorre a questo scopo far nostra l’antica sapienza che, senza portare alcun pregiudizio al ruolo autorevole dei Pastori, sapeva incoraggiarli al più ampio ascolto di tutto il Popolo di Dio. Significativo ciò che san Benedetto ricorda all’abate del monastero, nell’invitarlo a consultare anche i più giovani: “Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore” (Regula, iii, 3)» (Novo millennio ineunte, n. 45). Il nemico dell’umanità è diá-bolos, che dilania e odia la comunione, l’eucaristia è sým-bolos: il grande sacramento di comunione che crea la Chiesa, semper amanda et purificanda.