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Una vita esemplare

15 gen 8.02

La beatificazione di Giovanni Paolo II, che il suo successore presiederà nell’anniversario liturgico della sua morte, è un evento storico che non ha di fatto precedenti. Bisogna risalire al cuore del medioevo per ritrovare esempi analoghi, ma in contesti non paragonabili alla decisione di Benedetto XVI: negli ultimi dieci secoli nessun Papa ha innalzato agli onori degli altari il suo immediato predecessore.

Pietro del Morrone (che era stato Celestino V) fu canonizzato nel 1313 — meno di un ventennio dopo la morte — dal suo terzo successore, e oltre due secoli prima era stata subito riconosciuta la santità di Leone IX e di Gregorio VII, scomparsi nel 1054 e nel 1085. Non a caso agli esordi di quel papato riformatore celebrato qualche decennio più tardi nell’oratorio lateranense di San Nicola attraverso la raffigurazione di alcuni Pontefici coevi, definiti ciascuno sanctus.

Sulla sobrietà agiografica della Chiesa romana — che venera come santi quasi soltanto i Papi dell’età più antica — sono poi intervenute le modifiche innovative della modernità, con le decisioni prese nell’ultimo trentennio dell’Ottocento e poi, soprattutto, con quelle di Pio XII e dello stesso Giovanni Paolo II. Fu così riconosciuto il culto di alcuni Pontefici medievali e vennero elevati agli onori degli altari Pio X, l’ultimo Papa santo, Innocenzo xi, Pio IX e Giovanni XXIII.

Al centro di ogni causa di beatificazione e di canonizzazione sta esclusivamente l’esemplarità della vita di chi, con espressione scritturistica, viene definito al servizio di Dio. Per assicurare alla storia — come disse Paolo VI all’annuncio dell’introduzione delle cause dei suoi due predecessori immediati — «il patrimonio della loro eredità spirituale», al di là di «ogni altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l’edificazione della sua Chiesa».

E autentico servitore di Dio è stato Karol Wojtyla, appassionato testimone di Cristo dalla gioventù fino all’ultimo respiro. Di questo moltissimi, anche non cattolici e non cristiani, si sono resi conto durante la sua vita esemplare; questo documenta il suo testamento spirituale, scritto a varie riprese negli anni del pontificato; per questo già il 28 aprile 2005, meno di un mese dopo la morte, il suo successore ha dispensato dai termini prescritti per l’inizio della causa; per questo ha deciso di presiedere la sua beatificazione: per presentare al mondo il modello della santità personale di Giovanni Paolo II.

g. m. v.

 

Amore e religione

05 gen 7.34

Da Omero a Flaubert

di Lucetta Scaraffia

Amore e religione è il sottotitolo dell’ultimo libro di Alain Besançon (Cinq personnages en quête d’amour, Paris, Editions de Fallois, 2010), dedicato a una riflessione sull’amore e il matrimonio nella tradizione occidentale condotta attraverso testi letterari fondamentali. Partendo dall’Odissea per passare poi all’elaborazione giudaico-cristiana dell’amore, con la Bibbia e Tristano e Isotta, e arrivare a quella moderna, segnata da una graduale secolarizzazione, con Rousseau e Flaubert.

È una sorta di meditazione che non rimane nell’ambito della creazione  letteraria, ma ci riguarda da vicino: l’estromissione di una attiva presenza divina dall’amore, che diventa così solamente un incontro fra un uomo e una donna, impedisce infatti, secondo l’autore, quell’«allargamento dell’anima» che ci porta a penetrare nella caverna dove si sentono le voci della passione e la loro eco divina. Ed egli arriva a ipotizzare che «il Cielo chiuso del nostro mondo contemporaneo rende difficile l’apertura di queste caverne» e come quindi oggi «il loro accesso sia sbarrato». I nostri amori, di conseguenza, si devono accontentare di «un teatro più stretto», che limita anche la nostra formazione interiore. L’anima scompare e viene rimpiazzata dall’«apparato psichico», al cui fondo si trova l’inconscio.

Besançon conclude gli affascinanti capitoli dedicati all’amore nei poemi omerici dicendo che, nonostante le numerose avventure di Ulisse, «c’è un solo e unico amore nell’Odissea ed è coniugale» e che quindi nella cultura classica il matrimonio lungo e fedele rimane un ideale incontestato. Ma è solo con la Bibbia, cioè con l’irruzione del monoteismo, che viene considerato legittimo esclusivamente l’amore coniugale. E, dal momento che si attribuisce un significato nuziale sia alla missione di Israele che al suo rapporto con Dio, è inevitabile che il peccato sia poi sempre ricondotto all’adulterio. In particolare, il peccato supremo, l’idolatria. Questa concentrazione sul peccato sessuale e sulla sua portata religiosa, metafisica — considera l’autore — è assente invece nella letteratura greca.

Nel mondo greco-latino, infatti, la colpa dell’errore viene gettata sugli dei che intervengono impedendo all’essere umano di riflettere, e quindi di rifiutarsi di commettere la colpa. Nel testo biblico, invece, la colpa non può essere gettata su Dio ma, anzi, è una offesa a Dio stesso. Il Dio di Davide è temibile, ma è anche misericordioso, qualità che non vengono mai attribuite agli dei pagani. La rivelazione portata dalla Bibbia «ha aperto all’uomo la caverna dei sentimenti».

Con il cristianesimo — scrive Besançon — nel rapporto fra la donna e l’uomo si introduce un terzo, il Dio vivente, giusto e misericordioso, che è ben diverso dal destino. Il teatro del rapporto si allarga a un altro soggetto, l’anima, che conosce l’esperienza dell’interiorità. Agostino, che a lungo ha riflettuto sull’amore, pone fine a una concezione della sessualità come fenomeno semplicemente fisiologico, secondo la visione allora prevalente. Essa diventa invece una ferita permanente e incurabile dell’anima, che impedisce all’essere umano di sottoporsi liberamente alla legge e all’amore di carità. La concupiscenza si stacca dal corpo ed entra nell’anima. Ma l’amore umano può essere benedetto se include il terzo divino, e si pone nel destino naturale e sovrannaturale delle persone coinvolte.

La storia di Tristano e Isotta è indubbiamente sovversiva, si oppone direttamente alla morale coniugale e ne propone un’altra, fondata sul sentimento. Essa introduce l’amore folle, che si può considerare una forma di impazienza, cioè un modo di gustare immediatamente il frutto che era sì promesso, ma al termine di una crescita e di una attesa. Per questo motivo Besançon ricorda come i padri della Chiesa sostenessero che il peccato originale si poteva assimilare all’impazienza.

Eloisa vuole espellere Dio dal rapporto con Abelardo: il suo amore è così assoluto che ella contravviene al primo e più importante comandamento. Wagner riprenderà il tema proponendo un nuovo tipo d’amore, affrancato dalla morale divina e dalla morale sociale, nel quale la pena viene dalla frustrazione del desiderio e dal conflitto morale.

Al mito di Tristano e Isotta allude fin dal titolo il romanzo La nouvelle Héloïse di Rousseau, ma con altri sviluppi e altri esiti: Julie, la protagonista divisa fra il grande amore e il dovere coniugale, «parla troppo del suo crimine, e non abbastanza dei suoi peccati» perché l’Essere supremo a cui fa riferimento non è il Dio cristiano, ma una divinità inventata da lei stessa. E benché si offra in sacrificio ed entri in una sorta di stato mistico, si sente che è falso, e questa falsità si comunica al romanzo.

La religione scompare completamente nell’educazione sentimentale di Flaubert — anche se, nota l’autore, la metà femminile della Francia è ancora pia nel XIX secolo — e quindi manca totalmente l’idea di peccato. Fino a quel momento l’amore sacro non era stato del tutto separato da quello profano: in questo romanzo, invece, l’amore è completamente secolarizzato.

Oggi — sottolinea l’autore — la secolarizzazione dell’amore è generale, e tutto avviene solo fra un uomo e una donna, come prova la sostituzione del sacramento matrimoniale con legami civili. Ma questi legami, che sembrano così moderni, in realtà non fanno che ripetere, senza saperlo, il matrimonio pagano, greco, romano, cinese, indù. E conclude mestamente Besançon che comunque anche queste forme di vincolo, che pure sono state private di Dio, almeno restaurano il legame naturale.

 

Il sangue dei fedeli

03 gen 16.18

La strage di Alessandria — che nella metropoli egiziana ha colpito i fedeli copti ortodossi all’uscita da una celebrazione liturgica — ha trovato spazio nei media in tutto il mondo, al termine di un anno punteggiato da violenze e attentati contro i cristiani. E ancora una volta si è levata la voce di Benedetto XVI che ha condannato «questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene». Con la denuncia senza mezzi termini di una «strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione».

Questa volta gli attentati anticristiani — che si moltiplicano in diverse regioni del mondo — sembrano avere attirato l’attenzione mediatica internazionale, che a questi temi in genere non è molto sensibile. Da almeno tre anni infatti alti esponenti della Santa Sede e della Chiesa cattolica gettano l’allarme di fronte alla cristianofobia. Una realtà purtroppo in crescita, che allarma e va combattuta almeno quanto l’islamofobia e l’antisemitismo, come sottolineò già il 10 gennaio 2008 in una conferenza a Roma l’arcivescovo Dominique Mamberti.

«I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede» ha scritto il Papa nel messaggio per la giornata mondiale della pace, ma nemmeno questo ha avuto troppo spazio nella riflessione dei media. Trascurata è stata così la lucida analisi di Benedetto XVI, che prende di mira il fondamentalismo e il laicismo — definiti «forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità» — e richiama la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa quando sottolinea che essa «è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Nonostante rappresentazioni contrarie, favorite appunto dal laicismo, che identificano la religione con l’oscurantismo e l’intolleranza.

Nel messaggio il Papa sottolinea che soprattutto in Asia e in Africa «le principali vittime sono i membri delle minoranze religiose, ai quali viene impedito di professare liberamente la religione e di cambiarla». Sulle violenze che prendono a pretesto la religione e massacrano i fedeli tante volte la Santa Sede e Benedetto XVI hanno alzato la voce, senza fare distinzione se le vittime fossero musulmane o cristiane.

Su questi atti spaventosi e intollerabili, «nei quali non si rispetta più ciò che è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità», il Papa è tornato nel discorso dello scorso 20 dicembre per gli auguri natalizi. Richiamando la celebrazione del sinodo delle Chiese del Medio Oriente, Benedetto XVI ha ricordato la saggezza del consigliere del mufti del Libano quando questi ha detto: «con il ferimento dei cristiani veniamo feriti noi stessi. Purtroppo, però, questa e analoghe voci della ragione, per le quali siamo profondamente grati, sono — ha aggiunto il Papa — troppo deboli. Anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro ed accecamento ideologico».

Molte voci di solidarietà e di ragionevolezza sono venute dopo la strage di Alessandria da musulmani, ebrei e cristiani, in diverse parti del mondo, e questo è un segno di speranza. Che dà ragione alle parole di Benedetto XVI e alla sua tenace volontà rivolta alla convivenza: «L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine ferisce tutti». Perché versare il sangue dei fedeli, di ogni credente e di ogni creatura umana, offende Dio.

g. m. v.

 

Un aiuto reciproco contro la crisi

22 dic 18.51

Europa e Africa

di Ettore Gotti Tedeschi

Sin dall’inizio della crisi economica è stato suggerito che una strategia europea contro la recessione poteva consistere in una sorta di piano Marshall per i Paesi poveri, a cominciare da quelli africani. In questo modo, oltre ai diretti benefici per l’Africa, si sarebbero ottenuti grandi vantaggi per le economie europee a rischio di stagnazione. La tesi, più volte espressa su «L’Osservatore Romano», è stata sostenuta tra gli altri, sempre sulle pagine di questo giornale, dall’allora premier britannico, Gordon Brown. Alcuni Paesi ex emergenti, come la Cina e il Brasile, l’hanno invece messa in pratica, traendone elevati profitti.

Dopo il g8 per l’Africa è apparso chiaro che il continente sarebbe presto cresciuto. Grazie al McKinsey Global Institute, che ha elaborato dati dell’Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), dell’Ocse e della Banca Mondiale, sono finalmente disponibili statistiche. Dal 2000 al 2008, l’intero pil continentale è aumentato di circa il 5 per cento annuo, toccando 1,6 trilioni di dollari e raggiungendo quasi quello di Russia e Brasile. Nel 1980 solo il 28 per cento degli africani viveva nelle città. Oggi il 40 per cento della popolazione risiede in centri urbani. Quasi come in Cina e più che in India. Positivo è stato l’impatto sul reddito prodotto: già nel 2008, 85 milioni di famiglie africane avevano un reddito superiore ai 5.000 dollari. Ma quel che più conta è che l’economia, grazie alle risorse e alla mano d’opera a basso costo, continua a crescere e si stima possa raddoppiare nel prossimo decennio.

È una realtà che l’Europa avrebbe potuto trarre a proprio vantaggio, se avesse attuato il suo piano Marshall, investendo nelle infrastrutture oltre che nelle tecniche agricole e di estrazione delle materie prime. E tutto ciò con uno stile europeo, nel senso migliore del termine, basato cioè sull’attenzione per la dignità della persona, per la stabilità politica, per le riforme necessarie a ridurre il debito e a gestire l’inflazione.

Per il suo sviluppo, l’Africa ha certo beneficiato, negli ultimi dieci anni, del boom delle commodities (petrolio, minerali, risorse naturali), ma un’ulteriore crescita del pil può ora giungere da settori trainanti come il commercio, i trasporti, le produzioni locali e le telecomunicazioni.

I grandi investimenti della Cina nel continente hanno avviato e accelerato questo processo economico, ma non hanno risolto i problemi. La debolezza dell’Africa risiede ancora nella mancanza di infrastrutture e industrie specifiche, in quei settori cioè dove l’Europa potrebbe eccellere. Si pensi che nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) le infrastrutture, soprattutto stradali, sono cinque volte superiori a quelle africane, e ciò si riflette sull’impatto logistico e sui costi relativi. L’Africa necessita quindi di altri investimenti che andrebbero a vantaggio di chi li fa, oltre di chi li riceve.

Certo, il continente non è omogeneo. Esistono tante Afriche anche da un punto di vista economico. Ci sono quattro Paesi ricchi, sviluppati e diversificati (Egitto, Marocco, Tunisia, Sud Africa) e otto con riserve di petrolio, gas e con discrete basi infrastrutturali (Algeria, Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo).

C’è poi un gruppo di undici Paesi prettamente agricoli, in via di sviluppo tecnologico, che cominciano a diventare competitivi (Camerun, Ghana, Kenya, Mozambico, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Costa d’Avorio, Madagascar, Sudan). Questo gruppo deve intraprendere altri sforzi per estendere le superfici coltivabili, per migliorare le tecniche di raccolto e per passare a produzioni di valore come il biofuel e l’etanolo. Se ciò avvenisse lo sviluppo agricolo potrebbe segnare, entro il 2020, una crescita di oltre il 6 per cento annuo. Una vera rivoluzione verde, come si usa dire. Ma in Africa sono anche presenti Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, l’Etiopia, il Mali e la Sierra Leone, devastati dai conflitti e con Governi instabili. Queste Nazioni possono, per ora, solo essere stimolate dai loro vicini alla soluzione dei problemi, per poi cominciare ad accedere a un modello di sviluppo.

L’Africa rappresenta un’occasione da cogliere in fretta. Il continente è ancora carico di prospettive che, da parte europea, rendono ragionevole e attraente un aiuto vero. Un aiuto reciproco.

 

Privacy genetica

22 dic 7.43

Sugli esami in gravidanza

di Carlo Bellieni

Cambiano in Italia le linee-guida per l’esecuzione degli esami genetici in gravidanza: l’amniocentesi — un esame che analizza i cromosomi del feto prelevando liquido dall’utero materno — sarà gratuita solo nelle donne che presenteranno la positività di un esame, meno pericoloso, che mostri un rischio per il bambino di avere una sindrome Down. È un buon passo avanti, visto il pericolo non indifferente che in seguito all’amniocentesi avvenga la morte del feto.

Ma la diagnosi prenatale genetica, anche quando venga fatta sul sangue materno e senza rischio per il feto, non è eticamente neutra. Se servisse per curare sarebbe altra cosa, ma le possibilità di terapia dei malati di sindrome Down sono praticamente zero; dunque si entra nel segreto più nascosto di una persona, nel suo dna, senza il suo permesso, e verosimilmente non nel suo interesse. Non vorremmo perciò che il parere dell’Istituto Superiore di Sanità facesse sembrare moralmente neutri gli esami genetici fetali non pericolosi, che invece — per chi rispetta la vita e la privacy — solo in pochi casi hanno una giustificazione morale e che rischiano di diventare una routine, cioè uno screening.

La ricerca della sindrome Down del feto non deve essere uno screening, cioè una ricerca a tappeto, perché non è interesse dello Stato andare a individuare i bambini affetti prima della nascita; altri screening sono ottimi e desiderabili: per esempio, quelli che si fanno per ricercare delle malattie curabili come l’ipotiroidismo. E non è neanche nell’interesse del bimbo.

Di recente, i giornali si sono infervorati per la scoperta cinese di un sistema volto a individuare nel sangue materno il dna fetale, con lo stesso livello di accuratezza dell’amniocentesi, ma senza rischi; ma questo a chi giova? Certamente non al paziente analizzato, cioè al feto, cui la diagnosi potrebbe agevolmente essere fatta dopo la nascita. Oltretutto i programmi di screening fatti per individuare a tappeto i soggetti con una certa malattia incurabile — il cui esito porta quasi sempre alla terminazione della vita dei soggetti stessi — bollano come «indesiderati» quei soggetti, e ovviamente anche quelli già nati con la stessa malattia; e questo non è certo un regalo gradito ai malati — ad esempio i talassemici — e alle loro famiglie, che si sentono come dei fuorilegge genetici.

Ma lo screening della sindrome Down fatto col sangue materno va almeno nell’interesse della donna? La ricerca scientifica sembra propendere per il no, perché l’idea stessa di screening va troppo a braccetto con l’obbligatorietà. Catherine Vassy, dell’Inserm di Parigi, spiega come fu introdotto lo screening genetico in Francia: «L’espansione dei servizi genetici fu stimolata per iniziativa del Governo, di settori medici e dell’industria. Nelle audizioni del 1996 furono ascoltati i rappresentanti di famiglie di disabili. I loro rappresentanti approvarono limitatamente lo screening per sindrome Down. Entrambe le associazioni si espressero contro la sistematizzazione dello screening biochimico e chiesero di prevedere lo screening su base individuale, a richiesta della donna» («Social Science and Medicine», ottobre 2006).

Ancora, su «Fetal Diagnosis and Therapy» (marzo 2008) una ricerca conclude dicendo: «È difficile per le donne nel primo trimestre esercitare la loro autonomia nel riguardo dello screening per sindrome Down. Molte lo credono obbligatorio». Clare Williams, su «Social Science and Medicine» (novembre 2005), spiega che dalla richiesta individuale «si è passati all’effetto screening che a sua volta favorisce l’effetto “retata”». E una recente review mostra come «seppur molte donne ne conoscano gli aspetti tecnici, più raramente conoscono le finalità degli esami genetici. Molte (dal 29 al 65 per cento) non conoscono l’esistenza di falsi negativi e il 30-43 per cento quella di falsi positivi. Solo poche pensano alle scelte riproduttive [cioè alla possibilità di abortire], al momento di partecipare allo screening» («Acta Obstetrica and Gynecologica» marzo 2006).

Insomma: far diventare screening la diagnosi genetica prenatale surclassa la scelta individuale della donna; tanto che quando si spiegano bene le finalità e i limiti dei test genetici, come avvenne in Olanda, il numero di quelle che la scelgono crolla dal 90 al 46 per cento («Prenatal Diagnosis», gennaio 2005). Detto in altre parole, la società occidentale che non offre terapie genetiche alla sindrome Down e neanche fa molto per cercarle, si lava le mani e scarica sulle spalle delle donne la responsabilità di chiudere le porte della nascita ai bambini Down, mentre molte donne, come mostra sempre Vassy, vorrebbero mille modi per abbracciare il loro bimbo anche malato («Trends in Biotechnology», maggio 2005).

Ci attendiamo allora che con le nuove linee-guida si affermi che l’analisi dei cromosomi del figlio non è un obbligo, ma un’intromissione, a lui non utile, nella sua privacy genetica: pertanto né da vietare, ma neanche da far diventare routine. E che le stesse linee-guida, dopo avere spiegato come aiutare a evitare le nascite, non omettano la spiegazione di come aiutare le donne a far nascere. Mostrando un percorso clinico virtuoso, in caso di anomalia genetica, che comprenda anche lo specialista della malattia riscontrata, in modo da prospettare in termini approfonditi il quadro clinico e sociale che aspetta il bambino. E indicando le strade per una migliore assistenza economica alle donne e alle famiglie dei bambini malati. Perché nessuna donna debba dire, di fronte a una diagnosi di malattia genetica, di essere stata lasciata sola.

 

Il futuro del mondo

20 dic 16.15

I discorsi che il Papa prepara per gli auguri di Natale sono l’occasione per una riflessione sull’anno trascorso. Da un punto di vista particolare — quello del vescovo di Roma, a cui è affidata la guida visibile di tutta la Chiesa — ma che nello stesso tempo vuole parlare al di là dei confini cattolici. Per questo Benedetto XVI ha detto che è «in gioco il futuro del mondo». Per questo, con mitezza, chiede di essere ascoltato. Dai media, innanzi tutto, che hanno la responsabilità di comunicare, ma più in generale da chiunque voglia udire il ragionare pacato ma chiarissimo di un uomo buono e lucido che Dio ha suscitato nel nostro tempo.

Tempo di smarrimento e di angoscia che, nonostante speranze e possibilità, richiama quello della fine dell’impero romano, quando un mondo stava tramontando: un tempo schiacciato «dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale — ha analizzato con precisione Benedetto XVI — le strutture giuridiche e politiche non funzionano». Ed è una diagnosi che interessa tutti: il Papa guarda infatti alla Chiesa, ma parla a ogni donna e a ogni uomo, a chi sia disposto ad accogliere la sua riflessione, senza mutilarla secondo meccanismi informativi che è fin troppo facile prevedere.

Dell’anno che finisce il Pontefice ha ritenuto due aspetti principali, all’interno della Chiesa ma anche al suo esterno, nel mondo dove essa vive. Da una parte, la dimensione sconvolgente e inimmaginabile degli abusi contro i minori commessi da sacerdoti — che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» — e, dall’altra, il crescere spaventoso della cristianofobia proprio nell’anno durante il quale si è celebrato il sinodo delle Chiese del Medio Oriente.

Per oltre un ventennio il cardinale Joseph Ratzinger ha operato in ogni modo per contrastare lo scandalo degli abusi, con l’animo lacerato proprio perché cosciente della grandezza e dell’unicità del sacramento sacerdotale, che è invece «in grado di cambiare il mondo» e di aprirlo a Dio. Scandalo descritto dal Papa con le parole della visione ricevuta da una donna, santa Ildegarda di Bingen, che vide la Chiesa sfigurata dai peccati degli uomini e dalle colpe dei sacerdoti. Scandalo al quale si aggiunge la deriva attuale di un mondo che tace — quando non è addirittura connivente — di fronte alla pornografia che viola l’innocenza dei più piccoli, di fronte al turismo sessuale, di fronte alla droga. A causa di un soggettivismo che  finisce  per  pervertire  la  coscienza.

Allo stesso modo interpella il mondo e non riguarda solo la Chiesa il crescere di «atti di violenza nei quali non si rispetta più ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità». In Medio Oriente, ma non solo, «i cristiani sono la minoranza più oppressa e tormentata», ha ripetuto Benedetto XVI, lamentando come le voci della ragione che si levano nel mondo musulmano siano troppo deboli e ancora una volta ha chiesto che si fermi la cristianofobia.

Ma alla radice di tutto vi è la necessità — che per i cristiani è anche responsabilità — che si ritrovi quel «consenso morale di base» indicato da Alexis de Tocqueville. Solo così sarà possibile tornare a vedere ciò che davvero è reale e che davvero conta: Dio e l’anima, riconoscendo che l’uomo è capace di verità, e che la verità esige obbedienza. Così Benedetto XVI ha descritto le tre conversioni di John Henry Newman. Che nella sua vita ha mostrato come sia possibile andare contro il pensiero dominante. Per aprirsi al Signore che viene.

g. m. v.

 

Un messaggio non convenzionale

18 dic 7.29

Per la giornata mondiale della pace

di Lucetta Scaraffia

Il messaggio per la giornata mondiale della pace di Benedetto XVI non ha nulla di convenzionale. È un testo molto importante e interessante, a cominciare dall’affermazione subito espressa: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Questa è una realtà che tutti ormai hanno colto, ma che nessuno dice ad alta voce: una denuncia chiara e impegnativa che mette di fronte agli eventi in modo inconfutabile. Adesso sarà più difficile fare finta di niente, fingere che ogni episodio di persecuzione contro i cristiani sia un caso isolato, privo di conseguenze sulla realtà e sulla vita delle diverse comunità sparse nel mondo.

Proprio per questo il messaggio del Papa segna un cambiamento di fase storica, del quale bisogna analizzare il significato, senza negare la gravità di molte situazioni. Nel testo questa denuncia si sviluppa in un richiamo, variamente articolato, al rispetto della libertà religiosa, con una riflessione la cui importanza può essere valutata seconda solo al documento conciliare Dignitatis humanae, che ha segnato per la Chiesa l’apertura a questa dimensione.

Apertura a lungo contrastata, non in nome di un oscurantismo timoroso del diverso, come è stato detto da molti, ma per la preoccupazione che il fedele meno avveduto confondesse la verità e l’errore, una volta messi sullo stesso piano, senza distinzioni che ne chiariscano la gerarchia. Questa preoccupazione pastorale è stata superata con la convinzione di riuscire a spiegare e fare conoscere la verità, anche in società ove questa non fosse in chiara evidenza.

Un nuovo impegno per la Chiesa, dunque, e una nuova fase segnata da continui confronti con la secolarizzazione avanzante, che ha dato all’impegno religioso una nuova ragione, una nuova direzione in cui muoversi, una nuova speranza. Come infatti dice Benedetto XVI, «la libertà religiosa è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa”». Facendo coincidere libertà con ricerca della verità, il Papa permette di comprendere con chiarezza che la libertà religiosa non ha nulla a che vedere con il relativismo, il quale nega l’esistenza della verità.

La condanna verso ogni tipo di strumentalizzazione della religione è netta, e coinvolge allo stesso tempo i fanatismi religiosi e il laicismo esasperato: «La stessa determinazione con la quale sono condannate tutte le forme di fanatismo e di fondamentalismo religioso, deve animare anche l’opposizione a tutte le forme di ostilità contro la religione, che limitano il ruolo pubblico dei credenti nella vita civile e politica». Se infatti il fanatismo religioso arriva a praticare la sopraffazione delle minoranze — e tragicamente i cristiani in Asia e Africa ne sanno qualcosa — forme di ostilità antireligiosa «nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini».

Anche questo diverso fondamentalismo, che si è sviluppato sulle basi di una secolarizzazione liberale, segna un cambiamento storico: non è più questione di dare voce a tutti, allo stesso modo, senza distinguere la verità, ma di arrivare addirittura, in molti modi diversi, a imbavagliare la voce di chi crede, di chi fa parte di una religione. È come se la tolleranza — che all’inizio dell’età moderna era sfociata nella proclamazione della libertà religiosa fra i diritti fondamentali dell’essere umano, quelli che ne garantiscono la dignità — portata per una sorta di cortocircuito all’esasperazione, diventasse oppressione.

Un esempio evidente — ricordato da Benedetto XVI anche nel discorso al nuovo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede — è rappresentato dall’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici, che da molte parti si vuole proibire in nome di una libertà declinata come cancellazione di ogni simbolo di appartenenza religiosa. Non è un caso, infatti, che questa fase sia segnata dalla presenza dei fondamentalismi, che costituiscono l’altra faccia del laicismo esasperato. Il Papa li ha definiti come «forme speculari ed estreme del rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità».

Oggi il problema della libertà religiosa non è più legato a quello di far comprendere la differenza fra la verità e la menzogna, per evitare confusioni, ma è diventato addirittura quello di sostenere il diritto a fare sentire la propria voce, ad avere un posto riconosciuto nella società. E non è un caso che questa affermazione sia venuta da Benedetto XVI in occasione della giornata mondiale della pace: soffocare le voci religiose è un atto contro la dignità umana. E dunque un ostacolo a ogni tentativo di pace.

 

La politica della fraternità

16 dic 16.04

L’antico detto latino che esorta a preparare le armi in funzione della pace — si vis pacem para bellum — risuona in qualche modo nel messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale che si terrà il prossimo 1 gennaio. Ma sono armi diverse da quelle «destinate a uccidere e a sterminare l’umanità», come sottolineava Paolo vi: occorrono infatti «sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale». E tra queste urge oggi la libertà religiosa, sulla quale il Papa riflette a partire dagli orrendi atti di violenza e intolleranza che si susseguono soprattutto in Iraq, ma non solo.

Nel messaggio papale l’analisi guarda alla situazione internazionale nel suo complesso e afferma amaramente che in alcune regioni del mondo «non è possibile professare ed esprimere liberamente la propria religione». In altre, invece, l’intolleranza e la violenza si affermano attraverso «forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli religiosi».

Senza indulgere a enfasi retoriche e senza troppi esempi, che purtroppo non sarebbe difficile enumerare, Benedetto XVI esordisce con un’affermazione incontestabile: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Come in Iraq, appunto, dove a Baghdad il «vile attacco» contro la cattedrale siro-cattolica ha assassinato due sacerdoti e sterminato una cinquantina di fedeli, ma anche in altri Paesi asiatici e africani, a danno delle minoranze religiose. Mentre in Europa molte forze operano per rinnegare la storia e i simboli religiosi della maggioranza dei cittadini. Calpestando pluralismo e laicità, con il risultato di fomentare odio e pregiudizio.

Negare la libertà religiosa e oscurare la dimensione pubblica della religione genera una società ingiusta e va contro la pace. L’affermazione si accompagna a una critica radicale del relativismo morale, che «è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani». E respingendo fondamentalismo e laicismo — che il messaggio definisce «forme speculari ed estreme di rifiuto» del pluralismo e della laicità — il Papa ripete che le religioni hanno un ruolo importante nell’ambito politico e culturale perché possono costituire «un importante fattore di unità e di pace».

La forza delle affermazioni di Benedetto XVI si fonda sulla convinzione che il mondo «ha bisogno di Dio» e sulla ragione, che da tutti può essere condivisa (non a caso Cicerone è citato in un testo percorso dalla coscienza della specificità ebraica e cristiana). E ricevendo cinque nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, il Papa ha detto con chiarezza che la Chiesa non agisce come una lobby e che la sua politica è solo una: quella della fraternità.

g. m. v.

 

La libertà spacciata

11 dic 7.38

Sulle proposte di legalizzazione della marijuana

di Carlo Bellieni

Lo Stato della California ha rigettato l’idea di liberalizzare l’uso della marijuana. C’è chi si rammarica della decisione popolare, facendo notare con stupore che questo è avvenuto nonostante «ricchi manager abbiano mostrato il loro sostegno alla riforma delle leggi sulla cannabis», come il 6 dicembre i rappresentanti di un’importante fondazione antiproibizionista riportano nel sito della Cnbc, facendo nomi e cognomi dei ricchi supporter. Uno schieramento di forze potente, degno di ben altra causa. Probabilmente i personaggi pubblici che fanno di tutto, dagli Stati Uniti all’Australia, per la liberalizzazione della marijuana dovrebbero avere a cuore di dimostrarne l’innocuità, dato che la ricerca scientifica sembra essere di tutt’altro avviso. Giusta campagna, quella antiproibizionista, o dobbiamo difenderci da qualcosa di nocivo?

I dati scientifici starebbero a sostenere che sia vera la seconda opzione, che diventa tanto più urgente quanto più i rischi della droga vengono sottovalutati in pubblico da rockstar o vedette che hanno a disposizione le telecamere e gli altoparlanti più suadenti e potenti del mondo. Il tentativo, benché rigettato dal popolo della California, verrà riproposto nel 2012 e già in Colorado, Oregon e Washington sono in programma per il 2011 richieste analoghe che potrebbero sfociare, riporta la Cnbc, in un referendum. Certo, forse negli intenti si vorrebbe così superare la coda di criminalità legata allo spaccio. In pratica, si finisce invece con eludere il vero problema, trascinando il dibattito sulla solita distinzione tra droghe leggere e pesanti (come se il problema non fosse per entrambe la fuga dalla realtà) e sulla lotta tra proibizionismo e antiproibizionismo. Finendo col nascondere, sotto questi dibattiti fatui, due fatti incontrovertibili: primo, che la droga fa male; secondo, che la società non vuole affrontare il disagio per il quale qualcuno finisce col drogarsi.

Che la droga, ogni droga, faccia male lo spiega la ricerca scientifica; porta addirittura effetti contrari a quelli desiderati. Paradossalmente la cocaina, che comunemente si pensa giovi alle «trasgressioni», oltre a causare altri guai sembra che agisca negativamente sulle capacità sessuali («European Urology», agosto 2007). Anche la marijuana, che tanti supposti vip non si vergognano a pubblicizzare in televisione, ha effetti negativi, e non solo perché altera lo stato di coscienza di chi guida, ma perché vari studi la legano all’insorgenza di psicosi come la schizofrenia («Lancet», luglio 2007; «Nature», novembre 2010) e all’alterazione dei riflessi e memoria («Journal of Psychopharmacology», febbraio 2010) persino a distanza di giorni dall’assunzione. La presenza di allucinazioni sembra essere maggiore nei ragazzi che hanno assunto marijuana anche solo due volte nel mese precedente («Schizophrenia Research», febbraio 2009). L’American Academy of Pediatrics, paladina della salute dei minori, si schiera assolutamente contro la liberalizzazione per i motivi suddetti e dopo aver esaminato gli effetti negativi laddove la liberalizzazione sia stata autorizzata («Pediatrics», giugno 2004).

Che la società non affronti il disagio è un dato di fatto, come testimonia il numero crescente di suicidi nei Paesi occidentali. Ed è tanto facile dire «drogatevi pure», invece di dare risposte a chi, piuttosto di ridursi a usare stupefacenti per fuggire dal reale, vorrebbe incontrare una vera ragione per vivere e un accesso al mondo del lavoro.

Ma il dibattito in atto non si preoccupa dei rischi o delle cause, che diventano polvere da nascondere sotto il tappeto, come se il problema fosse solo un fatto di ordine sociale da tutelare o di libertà stravaganti da ottenere. Il disagio giovanile non si risolve negandolo, e neppure con i negozi dove si va a comprare lo spinello come se fosse una caramella. Lo Stato deve incrementare la cultura della solidarietà e in questo sforzo non può cedere e agevolare la vendita di un prodotto potenzialmente pericoloso. Finalmente, dopo decenni di abuso, iniziamo a mettere in guardia dalla vendita di sostanze nocive, a ritirarne alcune dal mercato perché danneggiano la salute come certe plastiche, a vietare la vendita di alcolici e tabacco perlomeno ai minori. E vorremmo aprire una breccia pericolosa per la salute quando la porta alle intossicazioni si sta chiudendo con utilità per tutti?

L’uso di marijuana per scopi antidolorifici deve essere ben analizzato, anche perché la lotta al dolore deve essere incrementata in tutti i mezzi. La succitata American Academy of Pediatrics mostra che se esiste un’utilità contro il dolore dei derivati della canapa indiana, sta nelle singole sostanze, non nello spinello che invece farebbe assumere anche sostanze pericolose e la cui supposta utilità manca di supporto scientifico. E che, aggiungiamo noi, magari farebbe improvvisamente moltiplicare esponenzialmente il numero di persone con «dolori cronici» e far consigliare la droga per presunti dolori morali o contro la depressione, impedendo magari a chi ne soffre davvero di trovare la cura adatta ed efficace.

Il problema droga ha un approccio razionale solo partendo da una reale messa in discussione di ciò che questa società offre ai giovani. Ma la società postmoderna, quella che lascia l’individuo solo e disperato mettendo in atto teatrini per fargli credere di essere libero, sa solo offrire scappatoie solitarie, spacciandole per libertà. I giovani aspettano chi faccia loro intravedere un senso, una solidarietà duratura, un amore che non sia uno scherzo come invece accade a molti loro genitori. Ma c’è chi non vuole che questo senso, quest’amicizia e amore diventino un itinerario di ricerca gioiosa da parte dei giovani; finché non saranno i giovani a chiederne conto.



 

Avvento

27 nov 15.25

di Pier Giordano Cabra

Ed ecco arriva di nuovo l’Avvento, il tempo dell’attesa e dello sguardo proiettato verso il futuro. Avvento: tempo dei desideri piccoli e smisurati, dei desideri drammatici di chi ha fame di pane e di giustizia, di chi cerca ragioni per vivere, di chi, stanco della notte, vorrebbe affrettare il giorno: «Svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Salmi, 107, 3).

Avvento, tempo del tuo desiderio ma anche del desiderio di Dio su di te.

Tu che desideri un futuro migliore per te, e Dio che desidera dare il futuro migliore a tutti. Tu non sai che cosa chiedere, Lui sa che cosa darti. Tu che desideri ricevere, Lui che ti viene incontro, per proporti di costruire assieme un futuro nuovo. Dall’incontro dei due desideri sboccia la speranza.

L’Avvento si colora di speranza quando ti rendi conto che il tuo desiderio non si esaurirà nel vuoto, né si disperderà al vento, quale sogno illusorio e inconsistente, perché si incontra con il desiderio di Dio che protende la sua mano per stringere la tua; mette la sua tenda fra noi per aiutarci a cambiare la storia nostra e del mondo.

L’Avvento ti parla di un’attesa che si è compiuta già nel passato per incoraggiarti a proiettarti nel futuro. Ti parla del tuo Dio che si è fatto piccolo bambino per insegnarti a diventare grande nel suo Regno.

Guarda, con stupore, l’umiltà del tuo Dio che riprende con te, a Betlemme, la tua storia, intrecciandola con la sua e con quella dei tuoi fratelli.

L’Avvento ti svela il tuo compito nell’umana avventura: con Dio accanto puoi far crescere la fraternità, dentro di te, accanto a te, nel tuo giudicare, a casa e per strada, al lavoro e al bar, nel tuo comunicare per telefono, in internet e nei blog.

È un’impresa sulla quale è dato sentire cantare gli angeli che assicurano la «pace in terra agli uomini amati da Dio».

E se non ti basta, alza il tuo sguardo e osserva la conclusione di tutto quanto ti è dato vedere con gli occhi e con la conoscenza: civiltà che si estinguono, stelle che si spengono, sepolcri che si aprono, l’universo che guarda ansioso.

Viene il Signore della vita sulle nubi del cielo per dare vita a chi ha avuto cura della vita, a esaltare chi l’ha resa buona e bella, a chi si è impegnato a dare speranza, seminando fraternità: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare».

 

Senza pace

24 nov 8.07

La penisola coreana vive senza pace tra le continue provocazioni e i ricatti del regime di Pyongyang, riluttante a rispettare gli obblighi internazionali.  L’armistizio di Panmunjon sottoscritto il 27 luglio 1953 da Corea del Nord, Repubblica popolare cinese e Nazioni Unite — e che prende il nome dal villaggio lungo il 38° parallelo dove avvenne la firma —  pose fine alla fase acuta del conflitto scoppiato nella penisola nel 1950, ad appena pochi anni dalla conclusione del  secondo conflitto mondiale, e nel tempo trasformatosi in una guerra di posizione. Da allora tra i due contendenti non è mai stata vera pace e non è mai stato siglato un trattato definitivo. Sono stati questi decenni sempre sul filo del conflitto, segnati da tensioni,  scontri e rivendicazioni (riguardo la linea delle acque territoriali sul mar Giallo, ad esempio). La via maestra che potrebbe portare a una vera distensione e al disarmo nucleare della penisola  è stata indicata dai colloqui a sei tra le due Coree, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina. Le trattative sono state sospese nel 2009 e anche sulla loro ripresa incombe l’atteggiamento ricattatorio di Pyongyang che condiziona la sua partecipazioni a nuove concessioni della comunità internazionale.  (giuseppe m. petrone)

 

La corona che plasma il tempo

24 nov 8.06

Per l’inizio dell’anno liturgico

di Inos Biffi

L’anno liturgico è tra le più originali e preziose creazioni della Chiesa, «un poema — come diceva il cardinale Ildefonso Schuster di tutta la liturgia — al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra». Esso è la trama dei misteri di Gesù nell’ordito del tempo. Così, lungo il corso di ogni anno, la Chiesa rievoca gli eventi della sua nascita, della sua morte e della sua risurrezione, così che il susseguirsi dei giorni sia tutto improntato e sostenuto dalla memoria di lui. Una memoria d’altronde che, se fa volgere lo sguardo a quando quegli eventi si sono compiuti, subito fa tendere lo sguardo sul Presente, cioè sul Cristo vivente, che sovrasta e include in se stesso tutta la storia.

Facendosi uomo, il Figlio di Dio si ritrova, come ognuno di noi, «datato» e coinvolto nei confini della cronologia e, perciò, di un passato irreversibile. È l’aspetto temporale e irripetibile dei suoi misteri, che divengono l’oggetto del ricordo che li rievoca. Così nell’anno liturgico, con immensa pietà, ripassano i diversi momenti rievocati nei vangeli, e di cui è stata intessuta l’esistenza di Gesù e che non si rinnovano. E tuttavia ognuno di essi era una mediazione di grazia e concorreva a «creare» il Signore e la sua opera di salvezza.

Gesù non rinasce storicamente ogni volta che la Chiesa ne rievoca il Natale, ma quella natività fu una mediazione e un avvenimento di grazia. Come lo furono tutte le altre manifestazioni della vita terrena del Figlio di Dio: ossia, come direbbe Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, 27, prologo), «tutto quello che il Figlio di Dio incarnato fece o patì nella natura umana a lui unita» (ea quae Filius Dei incarnatus in natura humana sibi unita  fecit  vel  passus  est):  tutto  quello che concorse a formare il Cristo redentore.

Nello svolgimento dell’anno liturgico rimeditiamo su quei misteri, miriamo ad averne un’intelligenza più profonda, e soprattutto li ritroviamo col loro senso e con il loro valore nel Signore vivente glorioso, sul quale sono fissati gli occhi della fede e l’ardore del cuore. E in questo senso si può affermare che, narrati e tramandati d’anno in anno, non invecchiano e non si consumano mai.

Ecco perché è giusto ritenere che, mentre si dispongono e si uniscono a formare la suggestiva «corona della benignità dell’anno di Dio» — corona benignitatis anni Dei, come Paul Claudel intitola il suo splendido poema sull’anno liturgico — essi sono destinati in certo modo a rinnovarsi nella Chiesa. L’anno liturgico — scriveva il cardinale Schuster — «rappresenta come l’unità di misura della vita della Chiesa sulla terra. Questa vita a sua volta è la continuazione della vita di Gesù Cristo». Vale per esso quel che egli diceva della preghiera liturgica: «Direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante». I giorni che lo formano sorgono dall’amore della Chiesa ininterrottamente assorta a contemplare e a incontrare il suo Signore, istituendo con lui una cronologia o un corso annuale nuovo e inedito, a servizio di Cristo, per mezzo del quale, nel quale e per il quale tutto è stato creato.

In tal modo il tempo è riscattato dalla noia della monotonia e dall’angoscia che può incombere di fronte all’ignoto. La liturgia ambrosiana parla di «paura del tempo» (metus temporis). In realtà la Chiesa, «pellegrina sulla terra», lo vive e lo trascorre in compagnia di Gesù, che del tempo stesso è il significato e il fine. Essa è sempre in «attesa della sua venuta», sicura d’altronde che egli è già venuto ed è sempre il Veniente, convinta perciò che nessuna disgrazia o nessun incidente, per quanto possano apparire gravi, saranno mai capaci di strapparla all’amore onnipotente e provvidente del Signore.

E, con Cristo, anche i santi, di giorno in giorno, fanno compagnia alla Chiesa, a cominciare dalla Vergine Maria, che continua nella Chiesa la sua premurosa missione materna. Così, accanto al Proprio del tempo e al Tempo per annum, tutti dedicati alla contemplazione dei misteri di Cristo, ci imbattiamo felicemente nel Santorale: una luminosa ghirlanda di amici di Dio e di amici nostri, che adesso si accompagnano con noi, dopo avere prima di noi compiuto il «santo viaggio», e avervi attinto la grazia in esso celata e ora maturata nella gloria.

Senza dubbio, in questo tragitto non siamo sottratti al tempo cronologico, che da ogni parte ci avvolge. Esso non è abrogato o soppresso, ma perdura sia come fautore di crescita terrena, sia come coefficiente di declino quando nella sua implacabile corsa logora e debilita il corpo, e insieme estenua e dissipa, talora fino a devastarle, le energie dello spirito.

E, tuttavia, non dubitiamo che proprio a questo trascorrere del tempo il Signore provveda a conferire un’energia inattesa e che lo ammanti di benedizioni: lui che ha trasformato l’acqua in vino, e ridato vita ai corpi infermi o già pervasi dalla morte, e superato i limiti dello spazio, apparendo a porte chiuse; lo stesso che sa continuamente trasmutare la materia delle nostre offerte e rendercela come Eucaristia.

Allo stesso modo, egli sa convertire e plasmare anche il tempo, che si china docile al comando di Gesù, chiamato da sant’Ambrogio (De fide, i, 9, 58) «autore e creatore del tempo» (temporis auctor et creator). Non sarebbe allora fuori luogo denominare l’anno liturgico il sacramento dei «tempi beati» (beata tempora): quelli che lo stesso vescovo di Milano vedeva iniziare dall’Ora di Terza, quando Cristo «ascese sulla croce» (ascendit crucem). Ecco perché — usando le parole di Davide nel salmo 84 — si può affermare che chi percorre l’anno liturgico «passa per la valle del pianto, e la cambia in una sorgente», e che lungo il cammino «cresce il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion».

 

L’anello dei cardinali

22 nov 15.53

Nell’omelia prima della consegna dell’anello ai nuovi cardinali Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sul fatto che già la precedente creazione di porporati era stata celebrata alla vigilia della solennità di Cristo re dell’universo, che conclude l’anno liturgico. E proprio nella luce di questa antica festa ha collocato il ministero papale e quello cardinalizio, che dal radicamento nella Chiesa di Roma trae il suo significato.

Il primo servizio del successore di Pietro è quello alla fede. Che però non è un sentimento vago o una fede qualsiasi: come Maria e come il buon ladrone, anche il Papa e i cardinali devono infatti riconoscere questa singolare regalità di Gesù crocifisso. E, come loro, stare accanto alla croce di colui che vi è salito per salvare il mondo, piuttosto che invitarlo a scendere dal patibolo, non riconoscendo la sua divinità sfigurata perché spoglia di gloria visibile: «Lo deridono, ma è anche un modo per discolparsi» ha spiegato con sottile finezza Benedetto XVI.

È dunque un ministero difficile quello del Papa e dei cardinali «perché non si allinea al modo di pensare degli uomini» ha sottolineato il vescovo di Roma, tornando a parlare per la seconda volta in ventiquattro ore della necessità di pensare e operare secondo la «logica della Croce», che non è mai facile né scontata e non deve guardare a ideologie o affannarsi dietro particolari accorgimenti: «In questo dobbiamo essere compatti, e lo siamo perché non ci unisce un’idea, una strategia, ma ci uniscono l’amore di Cristo e il suo Santo Spirito» espressi dal segno sponsale dell’anello.

Attento come sempre ai simboli, Benedetto XVI ha legato l’immagine della Crocifissione incisa sull’anello dei cardinali al rosso sangue della porpora. Entrambi infatti convergono nel significare la necessità di restare con Maria accanto a Gesù, che muore sulla croce e da questa regna sull’universo: stat crux dum volvitur orbis. Con l’unico scopo di annunciare la sua signoria: «Il primato di Pietro e dei suoi Successori — ha scandito — è totalmente al servizio di questo primato di Gesù Cristo» perché il suo amore venga e trasformi la terra.

E questo è lo scopo del libro con l’intervista al Pontefice, che senza ragione già si cerca di assimilare alla mentalità del mondo. «Io penso — vi afferma invece Benedetto XVI — che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione». Con una lucida avvertenza: «L’uomo in ogni caso non è in grado di dominare la storia a partire dalle proprie forze». Concludendo che proprio per questo «abbiamo bisogno di Cristo che ci raccoglie in una comunità, che chiamiamo Chiesa». La quale, sull’esempio del suo Signore, vuole essere amica dell’uomo.

g. m. v.

 

La questione di Dio

20 nov 15.51

Nel terzo concistoro per la creazione di nuovi cardinali Benedetto XVI ha deciso di onorare con la porpora alcuni dei suoi collaboratori nella Curia romana e altri vescovi «scelti dalle diverse parti del mondo», che da oggi sono così ancora più vicini al successore di Pietro, nel servizio unico e insostituibile che egli rende alla comunione cattolica. Secondo una dimensione collegiale che non è certo una novità nella Chiesa di Roma, ma che si avverte con più evidenza nelle riunioni del Collegio cardinalizio — come quella che ha aperto con la preghiera e la riflessione il concistoro odierno — e, negli ultimi decenni, nelle molte assemblee (ordinarie, straordinarie, speciali) del Sinodo dei vescovi.

Il mandato affidato dal Signore Gesù, Dominus Iesus, al primo degli apostoli è quello — ha detto il suo attuale successore — di «riunire i popoli con la sollecitudine della carità di Cristo». In una dimensione universale, e dunque propriamente cattolica, secondo una logica di governo che certo non è quella del mondo. E che di conseguenza il mondo spesso non capisce, pretendendo di rappresentare la Chiesa secondo schemi e stereotipi, in genere di scarsissimo aiuto a comprenderne la vera natura. Anche se persistono colpe, imperfezioni e mancanze, inevitabilmente e fatalmente legate a ogni essere umano, e perciò anche a chi della Chiesa fa parte.

Così l’esercizio dell’autorità secondo la parola di Cristo — la «mentalità di Dio» ha detto il Papa — deve guardare alla via percorsa dal Maestro, che significa per chi lo ha incontrato nella sua vita sapersi abbandonare alla provvidenza di Dio, secondo scelte che non sono «mai frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione» e che comportano invece la logica della Croce. Questo, tra l’altro, vuole significare il colore della porpora, espressiva della disponibilità a servire il Signore e la sua Chiesa sino al martirio di sangue (usque ad effusionem sanguinis), in comunione con il successore di Pietro.

E la posta in gioco è per tutti davvero alta, ben al di sopra di interpretazioni politiche o strumentali. Benedetto XVI lo ha spiegato con semplicità e chiarezza, la scorsa estate, a Peter Seewald in una lunga intervista, ora pubblicata in un libro che fin dal titolo — Luce del mondo — conferma come lo sguardo di Joseph Ratzinger sia da sempre rivolto a Cristo, l’unico che illumina «il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi», recita il suggestivo sottotitolo. A confidarsi con intellettuali, scrittori e giornalisti erano stati già Paolo vi e poi, più volte, Giovanni Paolo II. E altrettanto aveva fatto il cardinale Joseph Ratzinger in ben tre occasioni, suscitando un notevole interesse editoriale e premiando una scelta di comunicazione efficace e adatta alla modernità, che Benedetto XVI ha poi innovato in modo radicale con l’opera dedicata a Gesù di Nazaret.

Non è difficile prevedere una larga diffusione anche per questo libro, nel quale il Papa si presenta senza alcun infingimento e senza ricorrere a particolari strategie comunicative, tanto care invece a molti commentatori. E il merito è tutto di Benedetto XVI che sa porre, con parole nuove e senza sfuggire ad alcuna domanda, soprattutto la questione di Dio. Colui che in Cristo — come sottolinea con un linguaggio biblico nell’ultima risposta al suo intervistatore — è «venuto perché possiamo conoscere la verità. Perché possiamo toccare Dio. Perché la porta sia aperta. Perché troviamo la vita, la vita vera, che non è più sottomessa alla morte».

g. m. v

 

Uguaglianza e dignità

16 nov 16.00

L’essere umano e la malattia

di Lucetta Scaraffia

Dopo duemila anni, la dignità di ogni essere umano è di nuovo messa in questione proprio dai quei progressi tecnoscientifici che a parole vorrebbero invece migliorare le condizioni di vita dell’umanità. Le persone che si trovano a vivere situazioni di malattia grave, in molti casi, non vengono più considerate degne dello stesso rispetto delle altre. Lo abbiamo visto in questi ultimi anni, in cui siamo stati invasi da libri, interviste, film finalizzati a diffondere l’idea che in alcune condizioni la vita sarebbe indegna di essere vissuta.

Si sta affermando pertanto la convinzione che l’essere umano sofferente preferisca morire piuttosto che vivere, e che sarebbe un vero atto di pietà aiutarlo in questo senso. Poche e spesso meno convincenti sembravano essere le voci contrarie. Due libri recenti rovesciano la situazione e danno voce e argomenti forti a chi difende la dignità di ogni essere umano, in qualsiasi condizione esso si trovi.

Fabio Cavallari ha raccolto in Vivi (Lindau) storie di «uomini e donne più forti della malattia», persone che hanno smentito con la loro energia vitale diagnosi che sembravano senza appello, in genere grazie all’aiuto di una famiglia affettuosa e di gruppi di volontari che le hanno sostenute e aiutate. Ma anche grazie a medici — per lo più donne — che hanno saputo sperare con loro, vedere al di là delle diagnosi infauste.

Come la storia di un ragazzo, Massimiliano, finito in coma vegetativo dopo un incidente, riportato a casa dopo periodi di cura nei reparti di rianimazione e di lunga degenza, che riesce a risvegliarsi, se pure parzialmente e con fatica, solo grazie alla cocciuta speranza di sua madre e all’affetto degli amici che non gli hanno mai fatto mancare la loro presenza affettuosa. O come la vitalità di Giovanni, affetto dalla nascita da cataratta bilaterale congenita e dalla sindrome di Down, sottoposto fin dai primi giorni di vita a continue operazioni e colpito da crisi epilettiche, che oggi va a scuola, in vacanza con la famiglia e sa dare e ricevere affetto e allegria.

Nell’originalità irriducibile di ogni vissuto qui raccontato si può rintracciare un elemento comune: l’importanza degli affetti, dell’amore della famiglia. Da soli è impossibile superare lo scoramento, la fatica, l’esclusione. Nessuno dei parenti, soprattutto madri e mogli, si lamenta del destino che gli è toccato, ma rivela di averne scoperto la ricchezza, se non addirittura la serenità. L’unico disagio di cui tutti si lamentano è l’assurda trafila burocratica a cui devono sottostare per avere pochi aiuti, quasi sempre insufficienti, da parte dell’istituzione sanitaria.

Al termine della lettura, siamo più convinti che la vita vale la pena di essere vissuta in ogni condizione, soprattutto se l’amore la rende umana. Sono esempi concreti che chiariscono molto, ma rimane da affrontare la questione teorica più generale, che è al centro di un libro collettivo coordinato da Adriano Pessina (Paradoxa. Etica della condizione umana, Vita e Pensiero), autore anche di uno dei più lucidi e chiari saggi ivi raccolti.

La questione è di massimo interesse: come scrive lo studioso, il modo in cui affrontiamo concettualmente il problema della malattia è specchio del modo in cui interpretiamo la natura umana. L’idea di valutare la dignità umana basandosi sull’esercizio di alcune capacità — teorizzata da bioeticisti come Singer, secondo una concezione che sta dietro a ogni difesa del diritto all’eutanasia — in realtà modifica l’idea stessa di dignità umana intesa come valore incommensurabile attribuito all’uomo in quanto tale: perché significa ad esempio escludere il carattere umano delle persone gravemente sofferenti, solo in quanto non più in grado di esercitare alcune capacità. E, se si accetta questa definizione, rimane aperto il problema di chi stabilisce quali siano le qualità che rendono degna la vita.

Il tema della concezione dell’essere umano, della «soglia di umanità» — scrive Pessina — è strettamente connesso con la giustizia: «Ogni forma di falsificazione dei valori e di mistificazione della condizione umana è già in sé una forma di ingiustizia». La condizione di disabilità ci pone di fronte al problema della giustizia, misurata in base all’aiuto che una comunità sa offrire alle persone sofferenti: anche se spesso il motivo invocato per giustificare la mancanza di sostegno alle persone affette da disabilità è la carenza o l’assenza delle risorse, se guardiamo bene è evidente come questo rifiuto mascheri l’idea che la loro vita non abbia valore, o ne abbia meno delle altre.

Questa situazione si riflette indubbiamente nella concezione che abbiamo di noi stessi, dal momento che esiste un legame inscindibile fra l’io sociale e l’io individuale, e contribuisce a farci vivere nel terrore di cadere colpiti da una patologia invalidante che ci faccia perdere quella condizione di autonomia che costituisce il mito della modernità. Dimenticando, in nome di questo mito, che la progressiva perdita delle funzionalità è iscritta nella stessa condizione di vivente dell’uomo.

Le modalità, sia concettuali che pratiche, con cui affrontiamo questo problema, sono quindi rivelatrici della nostra soglia di civiltà: «Una persona con ritardo mentale, un anziano con demenza senile, una persona in stato vegetativo, non potrà autorealizzarsi, aspirare all’autonomia, ma potrà, come ognuno — scrive Pessina — partecipare della realizzazione della sua umanità in quanto non sarà escluso dai processi di cura, in quanto si sentirà custodito ed amato come uomo e perciò anche come cittadino. Queste relazioni appartengono all’ordine della giustizia e ci riportano all’idea di una cittadinanza che finalmente abbia i confini soltanto dell’umano, e non di alcune doti sue specifiche».

 

Una donna coraggiosa

13 nov 15.07

Intitolata a santa Francesca Cabrini  la Stazione Centrale di Milano

di Lucetta Scaraffia

Le stazioni e gli aeroporti — là dove passano persone lontane dalla propria casa, spesso sole, e quindi particolarmente fragili ed esposte ai pericoli — sono luoghi difficili, soprattutto quelli punto di arrivo o di partenza di correnti migratorie. Ciò vale naturalmente anche per la Stazione Centrale di Milano.

Proprio per questo costituisce un avvenimento molto significativo l’intitolazione dell’importante nodo ferroviario a santa Francesca Cabrini — dal 1950 patrona degli emigranti — che ha luogo il 13 novembre con la partecipazione del segretario di Stato di Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone, dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, e della superiora generale delle suore fondate dalla religiosa lombarda, madre Patricia Spillane, ospiti naturalmente del sindaco della metropoli, Letizia Moratti, e del presidente delle Grandi Stazioni, Mauro Moretti.

Francesca Cabrini, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, vicino a Milano, da questa stazione è partita tante volte: non solo per andare a Roma, da Leone XIII, con il fine di ottenere il riconoscimento dell’istituto missionario da lei fondato, ma soprattutto diretta a Genova oppure a Le Havre, per imbarcarsi su transatlantici in rotta verso le  Americhe, teatro privilegiato della sua missione. Una missione speciale, perché dedicata appunto agli emigranti, a quegli italiani che abbandonavano la patria e spesso la famiglia per trasferirsi in terre sconosciute, dove si parlavano lingue per loro incomprensibili e soprattutto dove i cattolici erano una minoranza, per di più anche loro — in grandissima parte irlandesi — non particolarmente amichevoli.

Il rischio era di perdere le radici, anche religiose, nello sforzo di inserirsi nelle nuove realtà. E qui interviene madre Cabrini, che fonda scuole, orfanotrofi e ospedali per quella folla di derelitti, e insegna loro a ritrovare il rispetto e l’amore per le proprie origini e per la propria religione. La sua è davvero una nuova evangelizzazione di popolazioni originariamente cattoliche, di fatto sradicate dalla terra e dagli affetti familiari.

Madre Cabrini costruisce istituti assistenziali negli Stati Uniti — di cui nel 1907 prenderà la cittadinanza, divenendo così nel 1946 la prima santa del grande Paese — e anche in America centrale e meridionale, alla testa di un esercito di giovani donne, prima italiane, poi di molte nazioni d’Europa e del nuovo mondo, che imparano a lavorare come maestre, amministratrici, infermiere, per guarire le ferite del corpo e dell’anima di quell’umanità dolente.

La piccola suora è una grande viaggiatrice: nelle sue lettere, scritte durante i lunghi spostamenti, racconta di tempeste sull’oceano, di compagni di viaggio interessanti, di paesaggi meravigliosi e di usi sconosciuti. Francesca Cabrini attraversa senza paura le Ande d’inverno in groppa a un mulo, compra un luna park in disarmo e lo smonta pezzo per pezzo per costruire con quel materiale un orfanotrofio a Los Angeles, soprattutto difende con passione e tenacia la dignità degli italiani.

È dunque una donna piena di spirito e di coraggio quella a cui viene intitolata la Stazione Centrale di Milano: sempre pronta ad aiutare tutti, senza distinzione di religione o di colore della pelle, e particolarmente attenta a difendere i diritti delle donne. Proprio la persona che ci voleva, nel nostro difficile mondo di oggi.

 

La specificità cristiana

11 nov 15.47

Forse è una coincidenza, ma a ben guardare non è senza significato che nel giorno in cui viene reso noto il documento nato dall’assemblea sinodale sulla Parola di Dio e intitolato Verbum Domini sia pubblicato anche il messaggio papale al cardinale archivista e bibliotecario per la riapertura della Vaticana, l’istituzione culturale più antica e preziosa della Chiesa di Roma. Entrambi i testi, pur non comparabili, ruotano infatti intorno al tema che costituisce la specificità cristiana: l’annuncio che la Parola eterna si è fatta carne.

Su questo argomento si è riunito nel 2008, per volontà e con la partecipazione assidua di Benedetto XVI, il sinodo, espressione odierna della collegialità cattolica. Ai lavori intervenne, tra gli altri, il patriarca Bartolomeo che tenne una meditazione, e per la prima volta fu invitato un rabbino a significare il legame peculiare che unisce la Chiesa all’ebraismo: «un legame — ribadisce ora l’esortazione apostolica Verbum Domini — che non dovrebbe essere mai dimenticato», così come la «differenza profonda e radicale non implica affatto ostilità reciproca». Con una volontà di confronto e amicizia che il documento estende ai musulmani e ad altre religioni.

La Parola divina, rivelata nelle Scritture e soprattutto incarnata in Gesù di Nazaret, non è una parola del passato. Al contrario, è una Parola viva, da leggere secondo la tradizione e nella Chiesa. E la Parola torna a incarnarsi nel cuore di chi incontra Cristo — lui è il regno di Dio (autobasilèia), secondo la suggestiva immagine di Origene — e ascolta le sue parole. Per questo il cristianesimo non è una religione del libro. Anche se la necessità di comunicare e trasmettere la Parola (lògos) l’ha subito resa una tradizione religiosa legata ai libri.

A mostrarlo è la storia delle numerosissime biblioteche cristiane, spesso fatalmente disperse, e in particolare quella dell’istituzione legata alla Chiesa di Roma, modernamente concepita e voluta da Niccolò v nello splendore dell’umanesimo e rinnovata per la contemporaneità da Pio xi, nella stagione d’oro dei cardinali Ehrle e Mercati. Con immutata generosità e ampiezza nei confronti di «tutti i ricercatori della verità», come si legge nel messaggio papale. Che nella pluralità delle parole invita a guardare all’unica Parola che non passa.

g. m. v

 

La foresta di Dio

09 nov 8.16

Un viaggio storico per la sua importanza e simbolico per il suo significato si è rivelato quello che Benedetto XVI ha compiuto in Spagna, per la seconda volta in meno di cinque anni. Grazie alla visita di due città che esprimono la realtà diversificata di un grande Paese, fortemente radicato nella tradizione cristiana e che oggi, pur largamente secolarizzato, ha saputo accogliere il Papa con simpatia e ascoltarlo con attenzione. Una simpatia e un’attenzione dimostrate in modo pubblico dal sovrano e dalla regina, dai principi delle Asturie, dal presidente del Governo e dalle autorità nazionali e regionali. Oltre che, naturalmente, da tutta la Chiesa, confermatasi una realtà vitale e vivace nella società spagnola.

L’itinerario del romano pontefice, toccando Santiago de Compostela e Barcellona, ha voluto unire simbolicamente la storia del Paese e sostenere la sua apertura attuale innanzi tutto all’Europa, ma anche agli altri continenti. Agli spagnoli, ma parlando a tutto il mondo, il Papa ha soprattutto ricordato con forza il significato della fede cristiana, al cui punto di partenza non vi è un progetto umano ma Dio stesso, che abita nell’intimo del cuore di ogni persona. È una tragedia — ha detto Benedetto XVI nell’omelia di Santiago, davanti alla meravigliosa cattedrale romanica e barocca — che nel continente europeo, soprattutto nel corso dell’Ottocento, si sia affermata e diffusa la convinzione che Dio è antagonista dell’uomo e nemico della sua libertà.

Di fronte a questa negazione, quasi incomprensibile, è invece necessario che Dio, «sole delle intelligenze», torni sotto i cieli d’Europa, continente che a sua volta deve aprirsi alla trascendenza. E come l’immagine crocifissa di Cristo è ai crocicchi dei cammini che portano a Compostela — dove più che millenaria è la memoria dell’apostolo Giacomo — così la «croce benedetta» deve brillare nelle terre europee, ha esclamato il Papa, che subito dopo ha proclamato la «gloria dell’uomo», auspicando che l’Europa della scienza e della cultura si apra alla trascendenza.

L’apertura a Dio è tornata nelle parole di Benedetto XVI a Barcellona, quando ha dedicato il tempio espiatorio nato dalla visione geniale di Antoni Gaudí e durante la visita voluta per abbracciare con tenerezza i bambini e i giovani ospiti del Nen Déu, l’opera intitolata al Bambino Gesù,  incoraggiando quanti li assistono. L’immensa mole di pietra della Sagrada Familia, quasi una selva mirabile di colonne che si trasformano in movimento, è stata definita dal Papa come realtà sacramentale, «segno visibile del Dio invisibile, verso la cui gloria si alzano queste torri, saette che guardano all’assoluto della luce». Santuario di Dio, come lo è ogni persona umana. Per questo essa è sacra, e per questo — non per ostilità nei confronti dell’uomo e della sua libertà — la Chiesa, che è fondata unicamente su Cristo, auspica misure a sostegno della famiglia e si oppone a ogni forma di negazione della vita.

Con questo viaggio in Spagna il successore di Pietro ha mostrato ancora più chiaramente il senso del suo cammino e di quello della Chiesa: presentare al mondo Dio che è amico degli uomini e invitarli nella sua casa. Una casa la cui bellezza è soltanto adombrata dal Portico della gloria che accoglie i pellegrini che arrivano a Compostela e a Barcellona da quella foresta di Dio che Gaudí, artista visionario e cristiano autentico, ha voluto si innalzasse al centro della città degli uomini. Perché guardino alla sua presenza tra loro, contemplino la sua inesprimibile  meraviglia  e  sappiano  accoglierlo.

g. m. v

 

In cammino

07 nov 9.17

Il viaggio in Spagna di Benedetto XVI esprime simbolicamente la realtà più profonda degli itinerari che il vescovo di Roma compie nel mondo. A dirlo è stato il Papa  stesso, nel consueto incontro con i giornalisti, durante il volo che l’ha portato a Santiago de Compostela, quando ha ricordato che il cammino — iscritto nella sua biografia personale già con le tappe in diverse università tedesche — rappresenta l’esperienza di ogni credente. Nell’instabilità inevitabile della vita e nel passaggio su questo mondo, la fede è infatti innanzi tutto pellegrinaggio, espresso, per chi crede, dalla figura esemplare di Abramo.

Nel medioevo, i diversi cammini di Compostela — quella «via lattea» sulla terra indicata in cielo dal biancore delle stelle — hanno formato spiritualmente l’Europa. E anche oggi il camino è percorso da chi affronta il pellegrinaggio (o semplicemente la via) per dare il rituale abbraccio al señor Santiago e così lasciarsi abbracciare da Dio stesso.

Come ha fatto il Pontefice nella meravigliosa cattedrale romanica e barocca profumata dall’incenso del botafumeiro, pellegrino insieme a tantissimi altri nella storia e nell’attualità, in un continente e in un mondo che tante volte sembrano dimentichi di Dio ma in realtà ne hanno nostalgia. Nella visione del Papa infatti il cammino indica proprio questo: l’uscita dalla quotidianità e dalla logica dell’utile, per trascenderle e trovare una nuova libertà.

Tra Santiago e Barcellona — dove svettano le guglie della Sagrada Familia — il nuovo itinerario di Benedetto XVI si muove fra tradizione e rinnovamento creativo, tra verità e bellezza, secondo la dinamica espressa in modo mirabile e visionario da Antoni Gaudí nel tempio espiatorio a cui lavorò per tutta la vita. L’edificio, la cui consacrazione è all’origine dell’itinerario papale, è nato dalla devozione ottocentesca a san Giuseppe (il patrono di Joseph Ratzinger) e alla Sacra Famiglia, e anche oggi esprime nell’arte la centralità e l’importanza dell’istituzione familiare, realtà importante non solo per i cattolici, ma per l’intera società, che su di essa si fonda.

Se la ricerca dell’incontro tra fede e arte, parallelo a quello tra fede e ragione, segna la storia cristiana sin dai primi secoli, restando urgente nel tormentato panorama della contemporaneità, a un altro incontro — ha detto il Papa ai giornalisti — deve guardare oggi la Chiesa nel mondo occidentale caratterizzato dal secolarismo: è quello tra fede e laicità. In molti Paesi europei, come nella Spagna di oggi, superando la logica dello scontro prevalsa in alcuni periodi dell’Ottocento e del Novecento e che talvolta si riaccende nell’intolleranza.

Ha naturalmente colpito la circostanza di questo ritorno in Spagna di Benedetto XVI dopo la visita a Valencia nel 2006, e mentre già si prepara la giornata mondiale della gioventù di Madrid. Un segno di amore per il Paese lo ha definito il Papa, sottolineando che le circostanze di questi viaggi mostrano una realtà più profonda: la forza e il dinamismo attuali della fede in una terra storicamente cristiana.

Il Paese, che nel Cinquecento con «una pleiade di grandi santi» ha saputo rinnovare e dare forma al cattolicesimo moderno, vuole oggi continuare a proporre la via di Cristo,  nell’ottica di una «universalità senza confini» rappresentata da Compostela, che nel medioevo era alle sponde dell’oceano, finis terrae. Per questo il vescovo di Roma, accolto da un calore che ha dissipato la nebbia autunnale, prosegue nella comunione della Chiesa il suo cammino.

g. m. v.

 

Oggi la santa Chiesa canta la gloria del suo Sposo

30 ott 7.36

L’inizio dell’anno liturgico siro-occidentale

di Manuel Nin

Nelle liturgie di tradizione siriaca, sia orientale che occidentale, è comune la celebrazione delle domeniche chiamate della «dedicazione della Chiesa». Per i siro-orientali sono quattro e chiudono l’anno liturgico. Per i siro-occidentali sono due e iniziano il ciclo annuale otto settimane prima di Natale, divise tra le due domeniche della Dedicazione e le sei domeniche delle Annunciazioni, in parallelo con la liturgia ambrosiana, che ha la domenica della Dedicazione e sei domeniche di Avvento.

Le due domeniche siro-occidentali portano i titoli di «dedicazione» e «rinnovamento» della Chiesa. Ma non si tratta della consacrazione materiale del luogo di culto, bensì, proprio all’inizio dell’anno liturgico, della celebrazione del mistero della Chiesa come corpo di Cristo, comunità dei fedeli che inizia il cammino di celebrazione del mistero dell’incarnazione, della passione, della morte e risurrezione del Verbo di Dio.

Mentre la tradizione siro-orientale, collocando le domeniche della Dedicazione a conclusione dell’anno liturgico, sottolinea la celebrazione della Chiesa come comunità dei redenti che Cristo presenta al Padre alla fine dei tempi, la tradizione siro-occidentale, collocando queste domeniche all’inizio del ciclo annuale, vede la Chiesa, prefigurata e preannunciata già nell’Antico Testamento, come comunità che cammina con Cristo verso la sua Pasqua: la chiesa materiale è così simbolo della Chiesa realtà spirituale.

Un primo aspetto è la prefigurazione veterotestamentaria della Chiesa: «A te la lode, Gesù Cristo, roccia salda e inespugnabile su di cui è stata fondata la santa Chiesa. Essa è prefigurata dalla roccia dalla quale Mosè fece sgorgare mirabilmente dodici ruscelli per dare da bere a Israele. Essa possiede i fiumi mistici dell’Eden. Non è appoggiata su colonne di bronzo o di ferro, ma sui profeti che hanno rivelato le cose segrete, sugli apostoli predicatori dei misteri e sui martiri che hanno seguito le orme di Cristo. Essa possiede il sole di giustizia e le stelle del mattino che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo».

Fondata su Cristo e prefigurata già nell’Antico Testamento, la Chiesa ha la fede che le viene dalla testimonianza dei santi. «Oggi Isaia si rallegra in te, santa Chiesa, lui che aveva detto di te che i popoli e i re sarebbero venuti per onorarti. Ecco che i popoli da tutte le parti si radunano e vengono da te. Ti portano i loro figli e le loro figlie che si erano dispersi seguendo gli idoli. E lo Spirito Santo ti santificherà da ogni macchia e abiterà in te affinché per mezzo di lui tu serva la Santa Trinità».

Un secondo aspetto è la Chiesa vista come fonte e luogo della luce e della verità; essa trasmette la vera fede, ed è il luogo dei sacramenti: «Questa Chiesa Davide la cantava, questa figlia del re, adornata non in modo figurato, come la tenda di Mosè, ma dal mantello splendido della fede, dal battesimo, dai doni dello Spirito Santo, dal santo Altare e dal sangue dell’Agnello senza macchia, suo sposo, re dei re, e dalle stelle che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo. La Chiesa loda e dice: Non temo il maligno. Infatti alte mura mi circondano. Dio abita in me e l’altare santo è stato fissato in me e sono presso  di  me  le  ossa  dei  santi.  E  la croce santa che io adoro, essa mi protegge».

La tradizione liturgica siro-occidentale sottolinea come Cristo stesso, nel suo amore fedele, purifica e santifica la sua Chiesa da ogni macchia e da ogni deviazione dalla retta fede: «Il Figlio di Dio, vedendo perduta la Chiesa fu preso di amore verso di essa e volle santificarla e sposarla. Venne dall’alto, le manifestò il suo amore e la prese come sposa. Per lei accettò le sofferenze e con le sue piaghe l’ha lavata e l’ha fatta sedere alla sua destra». Purificata, amata e salvata, è la stessa Chiesa che canta al suo sposo: «La Chiesa canta glorificando il Figlio di Dio: il Figlio del Re mi ha scelto ed innalzato, sono unita a lui come l’anima al corpo, e lui si è unito a me come la luce all’occhio. Lui ha accettato per me la morte».

In queste domeniche troviamo largamente il tema sponsale applicato anche all’incarnazione del Verbo di Dio: «O Chiesa fedele, come sei bella e adorna, sposata al tuo sposo, Cristo, colorata dal sangue dei martiri, raffermata dagli insegnamenti provati, e ti compiaci dal pane celeste del Dio Altissimo. O santa Chiesa, canta la gloria dello sposo che nel suo amore ti ha sposato, ti ha salvato con la sua croce vivificante e ha deposto in te il suo corpo e il suo sangue, calice di salvezza, perdono per i credenti. Lo sposo che fa festa prepara il vitello grasso e chiama gli invitati a rallegrarsi con lui. Questo sposo celeste ha preparato un banchetto. Gli invitati si rallegrano nelle vigilie, nei digiuni e nelle preghiere. Lui ha diviso il suo corpo e si è fatto cibo; ha preparato col suo sangue una bevanda, e da questo sangue i popoli sono stati riscattati».