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I bambini invisibili

02 set 13.13

Vent’anni della convenzione sui diritti dell’infanzia

di Carlo Bellieni

Il 2 settembre 1990 entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Vent’anni e un triste bilancio, a leggere la rivista «Lancet» del maggio 2010: nonostante le dichiarazioni di intenti — vi si legge — i bambini restano ancora «invisibili». A cosa si deve questo fallimento? Alla mancata attuazione di politiche transnazionali, certo. Ma soprattutto al fatto che respiriamo ovunque propagande antinatalistiche, trasformiamo il figlio in un «diritto», lo accettiamo solo se è «su misura», prima che nasca e dopo che è nato. Insomma, il bambino ha diritti solo se è «conforme» e sa scimmiottare gli adulti: pessima premessa per dei diritti universali.

Ma da dove viene quest’incapacità ad accettare il bimbo come tale? Dal fatto che il bambino — dall’embrione in poi — ci obbliga a riconoscere l’essenza della natura umana che è dipendenza dall’altro: eresia, nell’epoca che sacralizza l’autodeterminazione solitaria; e obbliga dunque a riconoscere la nostra personale fragilità e dipendenza, cosa che al fondo ci spaventa. Viviamo infatti in una società intimorita dalla stessa idea di «figlio», come scriveva Bob Dylan in Masters of War (1963): «Avete sparso la peggior paura: paura di mettere figli al mondo. Poiché insidiate il mio figlio non nato e senza nome, voi non meritate il sangue che scorre nelle vostre vene».

È una società spaventata e fobica quella che rifiuta il bambino. La pedofobia si vede in mille segnali. I bimbi una volta erano i padroni delle strade; oggi al massimo li lasciamo partecipare a feste o fare sport quando loro vorrebbero semplicemente giocare. Non c’è più spazio per i bambini neanche nelle case, dato che spesso non è permesso loro toccare nulla e soprattutto non è permesso loro sporcarsi, che in misura giusta serve alla loro crescita. Ed è una società pedofobica perché lascia nascere i bimbi solo dopo che hanno passato esami prenatali di massa, perché li vede come un diritto dei genitori, che arrivano a congelarli quando sono piccoli embrioni ma poi a soffocarli di giocattoli per coprire la propria incapacità di essere presenti, determinando patologie di ansia o di rabbia nei piccoli.

La pedofobia culturale è ben rappresentata da un mondo senza alberi ma pieno di computer, dove le scuole elementari moltiplicano le cose da insegnare come se i bimbi fossero degli apprendisti adulti invece che individui disperatamente alla ricerca del gioco gratuito sociale e creativo; tanto che in Inghilterra rivalutano per le elementari il ritorno a quelle che con ironia chiamano le tre r: reading, riting, ritmethic («leggere», «scrivere», «far di conto»).

Ma non basta: i bambini crescono con modelli di affettività alterati da immagini mediatiche fatte per colpire e vendere prodotti, con la libertà massima di fare tutte le esperienze sessuali sempre più precoci ma con il divieto assoluto di pensare a far famiglia e figli. Un terrorismo antinatalista li deruba di vent’anni di vita riproduttiva avviandoli alla sterilità per anzianità. Ci possiamo stupire quindi che in una società pedofobica, che guarda il bimbo come un oggetto e in cui lo sviluppo affettivo degli adulti viene ritardato e spesso alterato da modelli maniacali, proliferino pedofilia e bullismo?

Le carte dei diritti lasciano il bambino invisibile quando non obbligano a un cambiamento di mentalità degli adulti, che sono i primi a considerarsi ingranaggi di un meccanismo produttivo in cui si devono precocemente inserire, in cui ci si sente accettati solo se si passa al vaglio dell’omologazione genetica e culturale. Non stupiamoci allora se non riescono ad accettare il bimbo, il non ancora omologato per eccellenza: la società pedofobica per sua natura seleziona e discrimina; e se riconosce dei diritti, finisce per riconoscerli in maniera selettiva, pur a fronte di buone dichiarazioni di intenti.

Non ci stupiamo dunque dell’insuccesso denunciato da «Lancet»: buone dichiarazioni, appunto, ma lanciate in un mondo culturale impreparato. Non si possono affermare i diritti dei bambini senza capire che la prima violenza è la pretesa che l’altro risponda al nostro progetto, certamente una pretesa che va al di là del mondo infantile. Se manca questo, si distinguono paradossalmente i diritti del bimbo non ancora nato da quelli del neonato, e quelli di quest’ultimo da quelli del bambino più grande, e si finisce col distinguere i diritti del bimbo occidentale da quello dei Paesi in via di sviluppo.

La politica deve capire, prima di scrivere carte di diritti e creare politiche per i minori, che essi non sono un riflesso dei desideri dei genitori che generosamente li accettano solo dopo esami genetici prenatali, o cui fanno spazio in città e scuole fatte esclusivamente a misura dei grandi. Il bambino ha pieni diritti umani e il primo diritto è saperlo ascoltare, e capirne le vere richieste, anche quando non può parlare. La violenza — dal concepimento ai banchi scolastici — ha varie gradazioni e sfumature, ma ha una matrice culturale unica: dimenticare che i figli nascono da noi ma non sono nostri.

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La dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone

30 ago 7.35

Pubblicato dall’Archivio Segreto Vaticano il primo volume relativo al 1930 dei «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato di Pio XI

Una fonte finora ignota di straordinario interesse per la storia contemporanea. Ecco, in estrema sintesi, i «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli — dall’8 febbraio 1930 segretario di Stato di Pio xi e dopo la morte del Pontefice (10 febbraio 1939) suo successore con il nome di Pio XII — appena pubblicati nel volume I «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato, i (1930), a cura di Sergio Pagano, Marcel Chappin, Giovanni Coco, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010 («Collectanea Archivi Vaticani», 72), pagine XXV + 591, con 12 tavole fuori testo, euro 45.

Già quattro giorni dopo la nomina, il 12 febbraio, il porporato iniziò ad appuntare gli incontri con il Papa, e poi anche quelli con diplomatici ed ecclesiastici, con una consuetudine mantenuta quasi quotidianamente per un decennio, fino a poche ore prima della scomparsa di Pio XI. Conservati dall’autore anche dopo l’elezione papale, i 2627 fogli che compongono la serie danno conto, con precisione e immediatezza, di innumerevoli questioni trattate in 1956 udienze, illuminando la prassi di lavoro nel cuore della Santa Sede. Attraverso questa emerge con nettezza la sapiente energia di governo di Pio xi, accanto all’intelligente e assoluta fedeltà di Pacelli.

A quanto risulta dalla documentazione, già il cardinale Pietro Gasparri — predecessore di Pacelli alla guida della Segreteria di Stato (1914-1930) — aveva lasciato appunti occasionali delle sue udienze, ma fu proprio Pacelli a inaugurare la prassi dei «fogli di udienza», poi seguita in vario modo dal suo successore nella carica, il cardinale Luigi Maglione (1939-1944), e dai due «dioscuri» che collaborarono strettamente e fedelmente con Pio XII e con Giovanni XXIII: i monsignori Giovanni Battista Montini (poi divenuto Paolo vi) e Domenico Tardini, autori di moltissimi scritti, appunti, pro-memoria, in larghissima parte ancora inediti (tra questi il diario di Tardini, solo parzialmente pubblicato).

I «fogli di udienza» del cardinale Pacelli sono appunti finalizzati al lavoro della Segreteria di Stato e della Curia romana in stretta dipendenza da Pio xi: un lavoro in progressiva crescita e che il nuovo segretario di Stato organizza prendendo progressivamente in mano e svecchiando un organismo secolare, ma preoccupandosi soprattutto del «bene delle anime», a conferma di quel profilo religioso e sacerdotale già riconosciutogli da alcuni contemporanei, tra cui soprattutto Ernesto Buonaiuti.

Questa particolare natura delle carte spiega la loro scarna essenzialità, anche se — spiega il prefetto dell’Archivio vaticano, il vescovo barnabita Sergio Pagano nella presentazione del volume, di cui diamo in questa pagina alcuni stralci, insieme ad altri brevi estratti — non sono «rari i casi nei quali Pacelli, quasi stenografando, registra le parole stesse del Papa; e in questi casi bisogna pensare che Pio xi dettasse le sue volontà al segretario di Stato con certa calma, in modo che questi potesse riportarne le esatte parole».

Valutazione confermata dalla testimonianza del cardinale Giuseppe Pizzardo che così ricordava l’antico amico e collega, insieme all’origine di questa preziosa fonte documentaria: «Quasi tutte le mattine alle 9 saliva all’udienza del Santo Padre, ed oltre alle pratiche da riferire, portava seco un foglio di carta di dimensioni particolari. In esso scriveva distintamente per ogni affare, e quasi sotto dettatura, la mente del Santo Padre». Aggiungendo che i «fogli costituiranno una precisa fotografia della sua collaborazione al grande pontefice Pio xi». Da parte sua il cardinale Alfredo Ottaviani, specificherà che gli appunti del segretario di Stato «rimanevano nelle sue mani a testimonianza delle decisioni pontificie e a riscontro delle esecuzioni».

E proprio il carattere di strumento di lavoro dei «fogli di udienza» spiega il fatto che il loro autore li abbia sempre conservati con sé, anche dopo l’elezione papale. Ordinati poco dopo la sua morte tra il 1959 e il 1961, sono stati riscoperti nel 2004. Con il primo volume, che presentiamo in queste pagine, è iniziata la loro edizione, aperta dalla prefazione del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Benedetto xvi, qui accanto integralmente anticipata.

Puntuali e scarni, i «fogli di udienza» hanno richiesto per la pubblicazione un imponente lavoro di controllo e di scavo nei fondi dell’Archivio Vaticano, che risulta dall’abbondantissima annotazione a cui i curatori hanno aggiunto un ricco apparato: dall’ampia trattazione introduttiva di Giovanni Coco sulla nomina e i primi passi del segretario di Stato alla prosopografia, che identifica i principali personaggi ricorrenti nelle carte pacelliane, sino agli indici, in particolare quello dei nomi, dei luoghi e delle istituzioni.

Nominato segretario di Stato l’8 febbraio 1930 — singolarmente proprio lo stesso giorno in cui nel 1901, non ancora  venticinquenne, aveva  varcato per la prima volta la soglia della Segreteria di Stato — il cardinale Pacelli ebbe dalla Bulgaria un singolare augurio, formulato da un vecchio monaco ortodosso al rappresentante pontificio, che invocava per lui «la dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone». A scrivere al futuro Pio XII era chi gli sarebbe succeduto con il nome di Giovanni XXIII.  (g. m. v.)

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Il cuore dell’Inghilterra

30 ago 7.33

Aspettando Benedetto XVI

di Ferdinando Cancelli

Alle quattro di un pomeriggio estivo Londra sembra un formicaio di turisti, un groviglio di linguaggi nel quale a stento si riconosce l’inglese. A uno sguardo più attento ci si accorge che la folla, quasi seguendo invisibili arterie, percorre sempre le stesse strade, attratta dalle facili lusinghe di un benessere ostentato o dai vari luoghi di visita che nessuna guida ometterebbe. La chiesa di Old Chelsea non è fra questi: quasi si specchia nel Tamigi in una zona poco servita dai mezzi pubblici, tanto lontana dalle mete tradizionali che anche il tassista ci chiede di guardare meglio la cartina della città per arrivarci. Eppure è nel cuore di un antico ed elegante quartiere del centro, appena ombreggiata da quegli stessi platani che alla sera discretamente nascondono le finestre illuminate dietro alle quali in anni passati si sarebbero visti cenare personaggi come Oscar Wilde, Howard Carter, John Singer Sargent o Agatha Christie. Scendendo dal taxi si nota il silenzio di una statua che guarda il fiume e un’emozione sottile si rende palpabile come il battito di un cuore che credevamo perduto: san Tommaso Moro è qui una presenza viva e rassicurante. Se c’è un luogo nel quale si comprende appieno il motto scelto per la prossima visita del Santo Padre nel Regno Unito e dal cardinale Newman per il suo stemma, è proprio questo: Hearth speaks unto Hearth, «Il cuore parla al cuore». Il cuore della Chiesa che è in Inghilterra parla a quello dei suoi fedeli anche e soprattutto attraverso i suoi santi e lo fa con una voce che può essere ascoltata più chiaramente in luoghi spesso trascurati: da qualche parte nella Old Chelsea potrebbe trovarsi, per suo esplicito desiderio, il corpo di Tommaso Moro. All’interno della chiesa si può ancora ammirare una lunga iscrizione, sfuggita alle distruzioni della seconda guerra mondiale, nella quale lui stesso, nel 1532, commemorando la sua prima moglie, esprimeva il desiderio di essere sepolto nello stesso luogo: non sappiamo con certezza se la figlia Margaret abbia realmente compiuto quanto auspicato dal padre ma è quanto basta per togliere quella patina che, deposta dal tempo o dalla superficialità di un turismo vorace, rischia di rendere anche le chiese simili a sbiaditi e scialbi musei rendendo quasi impercepibile il battito della Vita che in esse continua a scorrere accanto alle tragiche vicende umane.

Come quelle accadute una cinquantina di chilometri più a est di Londra, quasi sul Mare del Nord: nel tardo pomeriggio del 29 dicembre 1170 l’arcivescovo Thomas Becket veniva affrontato e trucidato da quattro uomini nel transetto nord est della cattedrale di Canterbury. Il luogo, nel quale attualmente sorge un sobrio altare in nuda pietra sormontato da un moderno crocifisso di stilizzate spade incrociate, si trova lungo il percorso suggerito per la visita alla cattedrale ma è forse uno dei meno scenografici se confrontato con le sfavillanti vetrate medievali o le tombe di re e regine: per sentire battere il cuore del santo arcivescovo Tommaso che seguiva le orme del suo Maestro è necessario soffermarsi, fare silenzio, lasciarsi permeare anche dalla dimensione umana del dramma vissuto in quel nascosto transetto.

«Il cuore parla al cuore»: si lasciano luoghi come questi con la certezza di aver bisogno di tornarvi per sincronizzare il proprio cuore con quello della madre Chiesa, per imparare ad ascoltare davvero le parole che, dal cuore, Benedetto XVI rivolgerà ai fedeli nel suo ormai imminente viaggio.

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Donne e cultura

28 ago 7.43

La presenza femminile nella Chiesa

di Lucetta Scaraffia

La debolezza del ruolo femminile all’interno della Chiesa cattolica si misura soprattutto sul piano culturale: le donne ci sono, sono molte e molto motivate, sia religiose sia laiche. Ma, quasi sempre impegnate in ruoli subordinati, di assistenza e di organizzazione, sembrano latitare nel settore culturale. Un esempio può essere tratto dall’Italia, mentre  in altri Paesi la situazione è un po’ diversa: nelle facoltà teologiche italiane, tutte interne alle università ecclesiastiche, le donne rappresentano poco più del dieci per cento dei docenti, e inoltre sono poche quelle che insegnano discipline strettamente teologiche.

Questi dati sono analizzati in un recente interessante volume (Teologhe in Italia. Indagine su una tenace minoranza, curato da Sergio Tanzarella e Anna Carfora per Il Pozzo di Giacobbe), che rende noto il risultato di un’indagine sulla presenza femminile nella docenza delle facoltà teologiche, effettuata a poco più di quarant’anni dall’apertura alle donne (20 dicembre 1967) della formazione teologica di tipo accademico. A una crescente frequenza come allieve, infatti, corrisponde una presenza ancora molto limitata di insegnanti donne, e a uno sguardo più attento si vede che le donne sono escluse da settori importanti della ricerca teologica come la liturgia e la pastorale, mentre stanno ottenendo un po’ di spazio nell’antropologia teologica e nella teologia spirituale.

Certo, questa situazione rivela una forte resistenza dei docenti — che sono in stragrande maggioranza ecclesiastici — all’ingresso delle donne in una disciplina così centrale per la cultura cattolica. Ma forse un po’ di responsabilità ce l’hanno anche le teologhe, o meglio la prima generazione di teologhe, che spesso si è concentrata troppo sui problemi della presenza femminile nella Chiesa, e per di più con un tono costantemente rivendicativo, rinunciando così a impegnarsi nei settori più tradizionali, dove sarebbero potute entrare in dialogo con la cultura prodotta dagli uomini.

Un esempio, interconfessionale, in questo senso è il Dizionario di teologie femministe (Claudiana) — curato nel 1996 negli Stati Uniti da Letty M. Russell e J. Shannon Clarkson, ma ampliato ora per l’edizione italiana a cura di Gabriella Lettini e Gianluigi Gugliermetto — che vorrebbe essere una summa della produzione femminile sui principali temi teologici, affrontati dalle più importanti teologhe del mondo. Il taglio scelto è pluralistico, di esaltazione delle «minoranze», e riprende tematiche tipiche del femminismo radicale, in modo acritico e con qualche ritardo, come nella trattazione dedicata al gender. Sfogliarlo fa pensare a una grande occasione persa: volendo dare voce, talvolta acriticamente,  a tutte le «emarginazioni» le teologhe femministe finiscono per autoemarginarsi. Comunque, molto lavoro c’è stato, e ormai la produzione teologica delle donne costituisce un settore importante, da cui non si può prescindere nella formazione culturale cattolica.

Ma le donne non si sono impegnate solo nella teologia. Un’altra novità bibliografica, dovuta a Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis (La stampa periodica femminile in Italia. Repertorio 1861-2009, Biblink), documenta un’intensissima attività pubblicistica sia di religiose che di laiche. Molti infatti sono in ambito cattolico i periodici dedicati alle donne e da donne diretti e redatti, finalizzati tanto all’insegnamento religioso e spirituale quanto all’istruzione femminile in generale. Numerosi sono in particolare quelli di settori professionali specifici — come le maestre, le ostetriche e le infermiere — mentre altri sono rivolti a donne diverse per fasce di età e stato civile: tutti però simili nell’intento di far crescere dal punto di vista sia spirituale che culturale.

Le donne vengono così spinte a prendersi le proprie responsabilità nella vita sociale, ad amare il ruolo materno senza rinunciare ad altre possibilità di realizzazione. E se si tiene conto del numero e della durata di queste pubblicazioni, viene da pensare a quanto l’emancipazione femminile in Italia debba a queste infaticabili scrittrici.

Ma il passo successivo che le donne devono ancora compiere del tutto, e che gli uomini devono sapere accogliere, è l’accesso vero alla cultura. Cioè uscire dallo spazio dei temi esclusivamente femminili e portare il loro punto di vista nei mondi ancora poco permeabili alle donne, come appunto le facoltà teologiche.

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La vita in Cristo

27 ago 8.55

I sacramenti dell’iniziazione cristiana in Oriente

di Manuel Nin

Il celebre trattato La vita in Cristo del teologo bizantino Nicola Cabasilas è strutturato a partire dalla mistagogia sui sacramenti dell’iniziazione cristiana, con l’aggiunta della consacrazione dell’altare. Nella tradizione liturgica delle Chiese orientali i sacramenti dell’iniziazione cristiana designano il battesimo, la cresima e l’eucaristia, amministrati insieme e per mezzo dei quali l’essere umano — appena nato o in età adulta — viene configurato  pienamente  a  Cristo  e inserito nella vita di grazia della Chiesa.

Battesimo e cresima sono conferiti una sola volta poiché costituiscono l’essere e l’agire cristiano; l’eucaristia, data una prima volta come coronamento degli altri due — e a sua volta loro fonte — è ripetuta come sacramento di vita per ogni cristiano e per la Chiesa. Secondo la tradizione, i tre sacramenti sono conferiti in una stessa celebrazione, nel seguente ordine: battesimo, che dà l’essere cristiano, confermazione, che dà la grazia per l’agire cristiano, ed eucaristia, inserzione piena nella nuova alleanza per mezzo della grazia. I tre sacramenti sono talmente legati tra loro che non sarebbe possibile fare una catechesi dell’uno senza trattare gli altri due.

Nei diversi rituali del battesimo sono conservate per intero le diverse parti della celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione: il battesimo stesso, il dono dello Spirito Santo e la comunione ai Santi misteri del corpo e del sangue di Cristo, prerogativa dei figli di Dio. I tre sacramenti manifestano e attuano un unico avvenimento di salvezza. Per mezzo di essi l’uomo, lavato e liberato dal peccato, rinasce come figlio di Dio, viene configurato a Cristo  ed  è  colmato  dallo  Spirito Santo.

Il battesimo incorpora il cristiano alla morte e alla risurrezione di Cristo, e attraverso questa unione vitale l’uomo è spinto dalla grazia di Dio a configurarsi a lui e a vivere in modo pieno la vita che viene da lui. Il culmine di questo cammino è la partecipazione all’eucaristia, i Santi doni attraverso i quali l’uomo viene misteriosamente assimilato a Cristo stesso. Tra il battesimo e l’eucaristia il cristiano riceve la cresima, l’unzione dello Spirito Santo.

In Oriente questi sacramenti vengono visti e accolti come dono della grazia divina; il catecumeno ricevendoli viene a sua volta ricevuto e accolto da Cristo nella sua vita divina. Nel battesimo il fedele, per la triplice immersione nell’acqua santificata e per l’invocazione della santa Trinità, viene rigenerato e fatto nuova creatura in Cristo, membro del suo corpo che è la comunità cristiana, la Chiesa. Con una triplice totale immersione, che simboleggia la morte e la sepoltura totale del battezzando in Cristo: nell’acqua viene sepolto l’uomo vecchio per farne uscire il nuovo.

Il battesimo come porta alla vita sacramentale — la vita in Cristo — è sottolineato dal fatto stesso della congiunzione, che è stretta unità, tra battesimo, cresima ed eucaristia. Cirillo di Alessandria nel commento al vangelo di Giovanni afferma che i catecumeni non partecipano alla mensa eucaristica perché lo Spirito Santo non abita ancora in essi, anche se come tali hanno già confessato la divinità di Cristo; dopo avere ricevuto lo Spirito Santo, essi potranno toccare il Signore. La cresima, unzione con il myron consacrato subito dopo il battesimo, significa la forza dello Spirito Santo sul nuovo battezzato: dono dello Spirito e corazza per il combattimento della vita cristiana, sacramento legato al battesimo e che nel fedele completa e conferma i doni dello Spirito Santo.

Rinato in Cristo, confermato dalla forza dello Spirito Santo, accolto nel corpo di Cristo che è la Chiesa, naturalmente il nuovo battezzato si avvicina — o, se è appena nato, viene portato — alla mensa di vita nella comunione ai Santi doni del corpo e del sangue di Cristo, di cui la Chiesa è dispensatrice nella celebrazione della Divina liturgia. Oggi, in continuità con la grande tradizione, l’iniziazione cristiana nelle Chiese orientali avviene attraverso l’unità indissolubile dei tre sacramenti: battesimo, cresima ed eucaristia, indipendentemente dall’età del  catecumeno,  neonato  o  adulto che sia.

Nel caso del battesimo degli adulti, questa iniziazione cristiana si riceve dopo una catechesi, preparazione che suppone una conoscenza dei misteri della fede cristiana e una disposizione alla conversione, mentre per i bimbi neonati o non ancora in età della ragione queste esigenze ricadono sui genitori, sui padrini e sulla stessa Chiesa, pienamente impegnata nel percorso dei nuovi fedeli, alimentati, per mezzo della comunione eucaristica, nella loro vita in Cristo. Così, immergendo i neonati nella vita in Cristo, ungendoli col sigillo dello Spirito Santo, ammettendoli subito alla mensa dei Santi doni, è la Chiesa stessa a venire coinvolta nel cammino cristiano dei neofiti.

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Pietro e Maddalena

23 ago 8.03

La collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento

di Lucetta Scaraffia

Se sono state le studiose le prime a guardare con attenzione al ruolo delle donne nei testi sacri del cristianesimo, oggi questo filone di studi — per fortuna — è entrato anche nell’interesse degli studiosi, talvolta con risultati sorprendenti. Un esempio felice di questa nuova positiva realtà è un piccolo libro del teologo e biblista Damiano Marzotto (Pietro e Maddalena. Il vangelo corre a due voci, Milano, Ancora, 2010), dedicato alla collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento. Il volume contiene tre saggi: sul celibato di Gesù e la verginità di sua madre, sul ruolo di Maria e delle altre donne che Gesù incontra nei vangeli, e per finire sulle figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, indagate con grande finezza e originalità.

L’autore infatti è ben consapevole dell’originalità e della importanza del ruolo femminile di cooperazione al processo di evangelizzazione, e ne sottolinea il peso centrale in svariati episodi, in particolare nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. La continuazione della missione salvifica degli apostoli e la non interruzione del rapporto con il maestro durante il dramma della crocefissione e della sepoltura sono state possibili infatti grazie alla continua presenza delle donne al suo fianco, «perché le donne hanno avuto la forza e il coraggio di seguire Gesù fino alla morte in croce, non staccandosi da Lui neppure dopo la sua sepoltura». Quindi, anche se agli apostoli è affidata la missione di evangelizzare il mondo, essi hanno bisogno della fedeltà delle donne che attraversa la notte per non perdersi.

Nei testi canonici, per tutti e quattro gli evangelisti le figure femminili sono determinanti proprio perché «la fecondità di Cristo non si realizza senza una stretta associazione di alcune donne al ministero della redenzione, della rigenerazione dell’umanità». Di conseguenza, il celibato di Gesù non è visto come una rinuncia, ma come la proposta di una forma più profonda di rapporto con le donne, che ne valorizza la differenza.

Se nessuno dubita quanto sia fondamentale il ruolo della madre Maria, che con la sua richiesta a Cana provoca il primo raduno di credenti intorno a Cristo, altrettanto importante è stato quello della Samaritana «nell’avvicinare al Salvatore del mondo le primizie della mietitura escatologica, i suoi concittadini che hanno creduto in lui attraverso la sua parola»; ed essa «d’altra parte ha anticipato questo movimento di fede andando per prima ad attingere alla fonte, che zampilla per la vita eterna».

Altre due donne, Marta e Maria, hanno il compito di accelerare il compimento degli eventi della salvezza, e anch’esse precedono nella fede gli abitanti di Betania perché si mettono per prime in cammino verso Gesù, riconoscendolo. C’è quindi un ruolo «di provocazione e insieme di anticipazione da parte della donna» che rivela «una compartecipazione originale» fra Gesù e le figure femminili dei vangeli, indicando così la possibilità di una relazione significativa fra uomo e donna al di là della relazione sponsale.

Particolarmente innovativa è la lettura proposta delle figure femminili negli Atti degli apostoli, dove lo studioso individua nelle donne che offrono ristoro e accoglienza ai principali protagonisti del libro di Luca appena usciti dalla prigionia — a Pietro prima e a Paolo poi — un modello di accoglienza, e insieme una spinta alla nuova partenza per la missione. La presenza delle donne, quindi, sembra favorire «l’apertura universalistica» di cui esse sembrano capaci di cogliere in anticipo il dispiegarsi, e la loro funzione di accoglienza e ospitalità offre le condizioni ideali per il dispiegarsi della grazia, come dimostrano tante conversioni.

Se una studiosa attenta come Marinella Perroni ha giudicato meno significative le figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, il biblista ne rivela invece l’importanza e la ricchezza simbolica, offrendo quindi un nuovo rilevante contributo alla discussione sul ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Non è poi senza significato il fatto che monsignor Marzotto Caotorta, attuale sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, abbia colto questi aspetti. A differenza infatti della teologa italiana, interessata soprattutto a rintracciare ruoli ministeriali precisi nelle figure femminili presenti nel Nuovo Testamento, lo studioso si è dimostrato più libero nella ricerca. A conferma del fatto che non sempre il cosiddetto punto di vista di genere è garanzia di una comprensione più profonda.

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Il futuro dell’Anno sacerdotale

23 ago 8.01

Per testimoniare il Vangelo nel mondo

di Javier Echevarría*

L’Anno sacerdotale si è concluso lo scorso 16 giugno. Il periodo trascorso è così breve, che lo si può considerare ancora del tutto attuale. Più che giudicarne il valore conviene, dunque, guardare alle reazioni personali davanti a questo evento proposto dalla Chiesa. Cosa è accaduto? Quale impatto ha prodotto su di noi sacerdoti, convocati dal Romano Pontefice a percorrerlo aiutati dalla figura esemplare del nostro confratello, san Giovanni Maria Vianney?

Sono domande che esigono da ciascuno di noi una risposta personale nell’intimità della propria orazione, davanti a Dio. Non arriveremo a un livello così personale, poiché non può essere questo l’obiettivo di un articolo, ma ci incammineremo su una strada non meno esigente: ricordare gli obiettivi indicati da Benedetto XVI e poi, traendone le conseguenze, orientare la riflessione verso il futuro.

«Tale anno — scriveva il Papa nella lettera di indizione — vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Citava anche una frase che il curato d’Ars era solito ripetere e che è stata recepita nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». Per comprendere se stesso, il sacerdote non deve limitarsi a considerare il proprio lavoro pastorale, ma andare molto oltre, fino a giungere a Cristo, nella cui umanità riverbera tutta la vita trinitaria e nel quale la medesima vita trinitaria si apre agli uomini.

Da questa prospettiva si comprende la profondità di altre parole di san Giovanni Maria Vianney citate dal Romano Pontefice: il sacerdote «non si capirà bene che in cielo». Soltanto allora, nell’accorgersi del dono infinito e ineffabile del concedersi di Dio all’uomo, il sacerdote assaporerà pienamente la propria realtà. Dio non ha voluto soltanto comunicarsi agli uomini; ha preso la nostra stessa natura in Cristo Gesù; ha istituito la Chiesa e chiamato determinati uomini che, con il sacramento dell’ordine, egli trasforma in suoi ministri e strumenti. L’«audacia» di Dio — ha detto Benedetto XVI nell’omelia per la chiusura dell’Anno sacerdotale — che, «pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua», e ha fiducia in noi fino ad abbandonarsi nelle nostre mani, una tale audacia è «la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”».

Con omelie, lettere e allocuzioni pontificie, con ricorrenze, congressi e giornate di riflessione o preghiera, sono state ripetute in tutto il mondo queste grandi verità, esortando tutti e in particolare i sacerdoti a una nuova, profonda e gioiosa conversione. Infatti, non si può gustare un tale eccesso di amore divino, proprio del sacerdozio, senza sentirsi personalmente impegnati a essere, come diceva spesso san Josemaría Escrivá, «sacerdoti al cento per cento». Cosa comporta tale invito? Rispondere a questa domanda richiederebbe una lunga esposizione sulla teologia e la spiritualità del sacerdozio; tuttavia è utile almeno fermarsi su tre considerazioni fondamentali.

Occorre essere coscienti della dignità del sacerdozio, del valore e della ricchezza che tale condizione implica, affinché questa realtà impregni tutta intera la condotta e conferisca autenticità a ogni momento dell’esistenza, con la certezza che, nonostante la nostra piccolezza, Cristo vuole utilizzarci per comunicare al genere umano i frutti della sua opera redentrice.

Il presbitero deve identificarsi con Cristo, avere i suoi stessi sentimenti (cfr. Filippesi, 2, 5) e morire a se stesso affinché egli abiti in noi (cfr. Galati, 2, 20): sentirsi spinto a essere uomo di eucaristia, a vivere la santa messa con la fede che in ogni celebrazione si perpetua il sacrificio di Cristo, morto e risorto, il quale viene incontro alla sua Chiesa e al sacerdote, per attrarli a sé e condurli con lo Spirito fino all’intimità filiale con Dio Padre.

Questo comporta l’anelito di servire, cum gaudio in Cristo e per Cristo, il proprio gregge, la Chiesa e tutta l’umanità, in modo che nel suo essere, come in quello di Gesù, non trovi posto l’egoismo o l’indifferenza davanti alle necessità degli altri. Ciò implica dedicarsi con impegno, anche se costa, a quanto contribuisce al bene delle anime, con una carità effettiva, nella predicazione della Parola di Dio e nel sacramento della riconciliazione.

L’Anno sacerdotale ci ha situato, nel tempo e dal tempo, davanti all’eterno, davanti a un amore di Dio che non passa, non si interrompe, è sempre giovane e attivo; con la realtà — felice, sorprendente e profondamente vera — che questo amore, visibile in Cristo Gesù, si trasmette attraverso la Chiesa, a ogni cristiano e a ogni sacerdote. L’Anno sacerdotale è destinato, senza dubbio, a produrre molti e svariati frutti nella predicazione, nella catechesi, nella cura della liturgia, nei diversi campi della pastorale e fondamentalmente nel rinnovamento interiore di ogni sacerdote, e anche l’aumento dei seminaristi nelle diocesi. L’audacia di Dio, di cui ha parlato Benedetto XVI, ci convoca tutti «in attesa del nostro “sì”».

* Vescovo titolare di Cilibia, Prelato dell’Opus Dei

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La collina di Taizé

20 ago 7.39

Era il 20 agosto 1940, settant’anni fa, quando Roger Schutz arrivò per la prima volta a Taizé. In quell’estate di guerra nella Francia piegata dall’invasore il giovane pastore calvinista svizzero non poteva certo immaginare che in un futuro non tanto lontano — già nel corso degli anni cinquanta — sarebbero stati altri giovani europei, molti e poi moltissimi, a salire su quella collina nel cuore della Borgogna, in una campagna ondulata e dolce sul cui orizzonte corrono spesso grandi nuvole. Dapprima, un po’ come lui, magari in autostop, poi da tutto il continente in gruppi organizzati, soprattutto durante l’estate o per Pasqua.

Nel calendario liturgico il 20 agosto ricorre la festa di san Bernardo, vissuto a Cîteaux, non molto distante da Taizé, che a sua volta è a pochi chilometri da Cluny: sotto il segno di riforme monastiche che hanno inciso nella storia della Chiesa. E già nel 1940 il giovane Schutz iniziò ad accogliere rifugiati ed ebrei, pensando a un progetto di vita comune con alcuni amici, avviata due anni più tardi a Ginevra per l’impossibilità di restare in Francia. Rientrato a Taizé ancora durante la guerra, riprese l’accoglienza, stavolta di prigionieri tedeschi e di bambini orfani. Chi oggi vi arriva incontra un piccolo bungalow, poco oltre le antiche case e la chiesetta romanica, circondata da un minuscolo cimitero, trovando un’accoglienza che incarna l’antica ospitalità nel nome di Cristo iscritta nella Regola di san Benedetto.

Proprio la vocazione monastica aveva sempre attratto Roger e i suoi compagni, tutti di origine protestante, ma sensibili alla ricchezza delle diverse correnti cristiane e che s’impegnarono già nel 1949 a una forma di vita comune nel solco della spiritualità benedettina e di quella ignaziana, delineata qualche anno più tardi nella Règle de Taizé. In quello stesso anno fratel Roger fu ricevuto da Pio XII insieme a uno dei primi compagni, Max Thurian, mentre dal 1958 i loro incontri con il Papa — Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che nel 1986 fu sulla collina — divennero una consuetudine annuale, esprimendo una vicinanza che portò, sin dalla fine degli anni sessanta, all’entrata nella comunità di un numero crescente di cattolici. E un giovane cattolico tedesco, Alois Löser, venne designato da fratel Roger a succedergli come guida della comunità già diversi anni prima della sua uccisione per mano di una squilibrata il 16 agosto 2005.

Nel 1962 il priore con alcuni fratelli iniziò, nel riserbo più assoluto, una serie di visite in alcuni Paesi dell’Est europeo, mentre in agosto a Taizé venne inaugurata una moderna Église de la Reconciliation. Uno spazio molto grande — ma che presto si è dovuto allargare, dapprima con tendoni, per ospitare le migliaia di presenze nelle settimane d’estate — predisposto per la preghiera tre volte al giorno in diverse lingue. Con i lunghi momenti di silenzio e canti meditativi ora molto diffusi, è stato questo triplice appuntamento quotidiano a impressionare nel profondo chi giungeva per la prima volta sulla collina.

All’apertura di un «concilio dei giovani» nell’agosto del 1974 arrivarono a Taizé in oltre quarantamila da tutta Europa, alloggiati in una tendopoli resa ancora più precaria da una pioggia torrenziale. Imperturbabile si aggirava tra loro il cardinale Johannes Willebrands, inviato da Paolo VI, parlando con gentilezza a giovani che lo avvicinarono poco più che ventenni, sporchi di fango e stanchi ma colpiti dalla scommessa ecumenica della comunità. A loro, per decenni ha tenuto ogni sera nel solco della grande tradizione cristiana una breve meditazione fratel Roger, che dopo la preghiera si fermava ad accogliere e ascoltare quanti volevano parlargli o soltanto avvicinarlo.

Questa è stata negli anni della contestazione giovanile e dell’allontanamento di tanti dalla fede la rivoluzione di Taizé. Lutte et contemplation aveva scelto di intitolare il diario di quegli anni il priore, mentre la comunità avviava un «pellegrinaggio di fiducia» nei diversi continenti. Cercando la riconciliazione e la condivisione con le povertà del mondo, ravvivando la fede quasi spenta in molti contesti dell’Europa centrale, sostenendone la fiammella nei Paesi soffocati dal comunismo, abituando molti giovani cattolici a un’apertura ancora più larga.

Taizé non ha mai voluto costituire un movimento ma ha sempre spinto a impegnarsi nelle parrocchie e nelle realtà locali: praticando l’accoglienza, incoraggiando i pacifici della beatitudine evangelica, operando per l’unione tra le Chiese e le comunità dei credenti in Cristo, mostrando la vitalità e l’efficacia di un cammino ecumenico spirituale. Che sappia riconciliare in sé — fratel Roger, notre frère, lo aveva imparato da giovane e l’ha testimoniato per tutta la vita, autentico pioniere di un «ecumenismo della santità» come ha scritto il cardinale Bertone a nome di Benedetto XVI — le ricchezze delle diverse confessioni cristiane: l’attenzione alla Bibbia sottolineata nel protestantesimo, lo splendore della liturgia ortodossa, la centralità dell’Eucarestia cattolica. Davanti alla quale a Taizé brilla sempre un piccolo lume a significare l’adorazione dell’unico Signore.

g. m. v.

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Una fede granitica e aperta

20 ago 7.39

Ricordo di Francesco Cossiga

di Tarcisio Bertone

Sono andato volentieri a porgere il mio tributo di omaggio e di suffragio per l’anima del presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, al quale mi hanno legato vincoli particolari di conoscenza e di amicizia sin dal 1991. In quell’anno infatti, in occasione della mia nomina ad arcivescovo di Vercelli, andai, come si usava, a fare visita di cortesia al capo dello Stato. Il presidente mi accolse con grande familiarità e dimostrò di conoscere i miei studi e la mia specializzazione in diritto ecclesiastico.

Iniziammo così un colloquio approfondito su temi di diritto costituzionale comparato, allargato poi a temi di teologia e spiritualità. Il tempo scorreva e l’incontro colloquio si prolungò enormemente, interrotto solo da una chiamata urgente a proposito della riunione del Consiglio di sicurezza sull’emergenza nei Balcani. Alla fine ci scambiammo alcuni volumi.

Dal 1995, dopo la mia nomina a segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, fui testimone dell’amicizia e della familiarità intellettuale che legò Francesco Cossiga al cardinale Joseph Ratzinger, con il quale trascorreva serate di impegnative conversazioni filosofiche e teologiche. Nel 2006, quando venni nominato da Benedetto XVI segretario di Stato, con il presidente riprendemmo una discreta frequentazione telefonica, epistolare e anche conviviale.

La cultura politica e teologica di Francesco Cossiga spaziava su vari campi e ogni incontro con lui era molto interessante e arricchiva. Per i miei incarichi nella Curia romana avevo seguito in modo speciale l’iter di «rivalutazione» del filosofo Antonio Rosmini e della redazione della nota della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha dato il via libera alla sua beatificazione.

Ieri sera il Santo Padre, parlando del suo «illustre e caro» amico, mi ha detto che gli stavano a cuore soprattutto tre traguardi che Cossiga tenacemente perseguì e raggiunse: la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei politici cattolici, la beatificazione dell’abate Antonio Rosmini e quella del cardinale John Henry Newman.

La fede cattolica di Francesco Cossiga era granitica e aperta. E possiamo ripetere anche noi l’invocazione che il presidente emerito ha posto al termine delle lettere che ha indirizzato alle cariche istituzionali della Repubblica: Iddio protegga l’Italia!

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Sapienza di un Papa riformatore

19 ago 7.31

Nell’udienza generale Benedetto XVI ha voluto ricordare la figura e l’opera di Pio X, l’ultimo suo predecessore proclamato santo. Papa Sarto fu infatti beatificato e canonizzato da Pio XII subito dopo la metà del secolo scorso, con un evidente rilancio in epoca contemporanea della dimensione — di norma non sottolineata nella Chiesa di Roma — della santità papale, a cui dopo la caduta del potere temporale avevano dato un primo impulso Pio IX e Leone XIII attraverso una serie di conferme del culto di Pontefici medievali.

Carica di significato è la chiave di lettura che di san Pio X ha voluto offrire il suo attuale successore, abbozzando il profilo, storicamente fondato e autentico, di un Pontefice riformatore. Grazie soprattutto all’impronta pastorale del suo carattere, forte e mite al tempo stesso. Nato a differenza dei suoi predecessori immediati fuori dai confini dello Stato pontificio ormai al tramonto, Giuseppe Sarto percorse infatti tutte le tappe del pastore d’anime, e radicalmente pastore fu durante la vita, lontana per formazione e indole da ogni nostalgia temporalista.

La riforma della Curia romana e l’avvio della codificazione canonica, l’attenzione lungimirante alla formazione del clero e a quella dei fedeli, la cura sapiente della liturgia, la preoccupazione per il deposito dottrinale della Chiesa e per il suo approfondimento scientifico sono stati ricordati da Benedetto XVI come caratteristiche salienti del pontificato di Papa Sarto. Del quale ha inteso sottolineare come tratto comune la dimensione formativa.

Del governo riformatore e pastorale di Pio X rilevanti sono così apparse nella rilettura del suo successore l’opera svolta fin dagli anni in cui Sarto era parroco per il rinnovamento dell’istruzione catechistica e la preoccupazione per l’educazione cristiana dei più piccoli. Questa emerse soprattutto nella misura con cui il Papa abbassò l’età per accostarsi alla prima comunione, anticipandola — «opportunamente» ha sottolineato Benedetto XVI — «verso i sette anni di età», cioè «quando il fanciullo comincia a ragionare» come si esprimeva il decreto Quam singulari il cui centenario è stato ricordato nei giorni scorsi sul nostro giornale, in particolare dalla riflessione del cardinale Cañizares.

E pastorale è stata la rilettura del punto più controverso del pontificato di Pio X, e cioè la decisa condanna del modernismo. Con l’enfasi posta sulla difesa della fede dei più semplici, pur non rinunciando a un «approfondimento scientifico della Rivelazione». Anche se la spiegazione della santità di Papa Sarto sta nella sua unione con Cristo.

g. m. v.

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Una speranza forte

17 ago 16.40

Cosa conta veramente? La tradizione cristiana ha risposto da tempo immemorabile a questa domanda, anche situando nel cuore dell’anno liturgico una festa di Maria — madre di Dio e immagine della Chiesa, dunque di ogni fedele e insieme dell’intera comunità dei credenti — che illumina lo scorrere ordinario dei giorni. Questa festa celebra l’assunzione della Vergine al cielo in anima e corpo quando anche per lei venne il momento della morte, che nel patrimonio liturgico, soprattutto orientale, è indicata con nomi che vogliono indicare appunto il superamento nella Madonna di questa realtà ineluttabile per l’essere umano: dormizione e transito.

Su questo ha richiamato l’attenzione, e certo non solo dei cattolici e dei cristiani, Benedetto XVI, ricordando che sessant’anni fa, il 1 novembre 1950, nella festa di Ognissanti (e non a caso in questa ricorrenza), il suo predecessore Pio XII definì nel modo più solenne e impegnativo — «la Chiesa, nel suo Magistero infallibile» ha detto il Papa — che questa antichissima convinzione cristiana, cara in particolare alle Chiese d’Oriente, è una verità di fede che appartiene al dogma. E come è solito fare, il Pontefice con parole limpide è andato al cuore della questione, che riguarda tutti: «Qui sta il segreto sorprendente e la realtà chiave dell’intera vicenda umana».

L’eredità dell’uomo è la morte, e non è banale ricordarlo in questo tempo che con impressionante determinazione vuole rimuovere la sua naturale evidenza dalle società del benessere: allontanando i moribondi dalle case, propagandando sottilmente l’eutanasia (che in fondo ne è un disperato rifiuto nel tentativo vano e spietato di controllarla), vagheggiando un’immortalità tecnologica tanto indefinita quanto angosciante, ignorando ingiustizie e violenze.

Ma la morte — ogni credente lo sa e lo spera — non ha l’ultima parola. Cristo ha annientato il suo potere, e nella creatura umana che per prima lo ha accolto è anticipato il destino finale di tutta l’umanità: con l’espressione del Credo richiamata da Benedetto XVI, «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

Ecco la «speranza forte» annunciata dal Papa nella continuità della tradizione cristiana: che supera l’«ombra» della sopravvivenza nei nostri cuori di chi ci è stato caro, anch’essa destinata a passare inesorabilmente, proprio perché attende il recupero purificato e misterioso di ogni aspetto della vita umana nella pienezza di Dio. Questo indica l’immagine del «cielo» nella spiegazione di Benedetto XVI, e non solo «una qualche salvezza dell’anima in un impreciso aldilà». No, il Dio che si è fatto piccolo nel grembo di Maria ed è amico degli uomini «non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi». Questo conta, ed è davvero una speranza che permette di vivere pienamente.

g. m. v.

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Gesù e i bambini

07 ago 15.05

Cent’anni fa Pio x abbassava l’età per la prima comunione

Nel centenario del decreto «Quam singulari Christus amore» (8 agosto 1910) di Pio X, il Papa beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954, pubblichiamo una riflessione del cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

di Antonio Cañizares Llovera

Cento anni fa con il decreto Quam singulari Pio X, seguendo fedelmente gli insegnamenti dei concili Lateranense IV e Tridentino, fissò la prima comunione e la prima confessione dei bambini all’età dell’uso della ragione, cioè intorno ai sette anni. Questa disposizione implicava un cambiamento molto importante nella pratica pastorale e nella concezione abituale di allora, che per diverse ragioni avevano ritardato questo avvenimento così fondamentale per l’uomo.

Con questo decreto Pio X, il grande e santo Papa della pietà e della partecipazione eucaristica, con il desiderio di rinnovamento ecclesiale che ispirò il suo pontificato, insegnò a tutta la Chiesa il senso, il momento, il valore e la centralità della santa Comunione per la vita di tutti i battezzati, compresi i bambini. Nello stesso tempo sottolineava e ricordava a tutti l’amore e la predilezione di Gesù per i bambini poiché egli, oltre a farsi bambino, manifestò il suo amore verso di loro con gesti e parole, al punto di dire: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»; «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Essi sono sempre amici molto speciali del Signore.

Con la stessa predilezione, lo stesso sguardo amorevole e la stessa attenzione e sollecitudine speciale la Chiesa guarda, segue, si prende cura e si preoccupa dei bambini. Per questo, come madre amorevole, auspica che i suoi figli piccoli, i primi nel regno dei cieli, partecipino presto, con la debita disposizione, del dono migliore e più grande che Gesù ci ha lasciato in memoria sua: il suo corpo e il suo sangue, il pane della vita. Grazie alla santa Comunione, Gesù in persona, Figlio unico di Dio, entra nella vita di chi lo riceve e prende dimora in lui.

Non esiste amore più grande, né più grande regalo. Questo è un dono di amore che vale più di ogni altra cosa nella vita di ogni uomo. Essere con il Signore; che il Signore sia in noi, dentro di noi; che ci alimenti e ci sazi; ci prenda per mano e ci guidi; che ci vivifichi e che noi si resti fedeli nella comunione e nell’amicizia con lui: è senza dubbio la cosa più grande, più gratificante, più gioiosa che possa capitare. Come rimandare, allora, per i bambini, questo incontro con Gesù, visto che sono i suoi migliori amici, coloro che sono amati in modo speciale da Dio Padre, oggetto delle cure  speciali  della  Chiesa,  madre santa?

La prima comunione dei bambini è come l’inizio di un cammino insieme a Gesù, in comunione con lui: l’inizio di un’amicizia destinata a durare e a rafforzarsi per tutta la vita con lui; l’inizio di un cammino perché con Gesù, uniti senza separarci, procediamo bene e la vita diventa buona e gioiosa; con lui dentro di noi possiamo essere senza dubbio persone migliori. La sua presenza tra noi e con noi è luce, vita e pane nel cammino. L’incontro con Gesù è la forza di cui abbiamo bisogno per vivere con allegria e speranza.

Non possiamo, ritardando la prima comunione, privare i bambini — l’anima e lo spirito dei bambini — di questa grazia, opera e presenza di Gesù, di questo incontro di amicizia con lui, di questa partecipazione singolare di Gesù stesso e di questo alimento del cielo per poter maturare e arrivare così alla pienezza. Tutti, specialmente i bambini, hanno bisogno del pane disceso dal cielo, perché anche l’anima deve nutrirsi, e non bastano le nostre conquiste, la scienza, le tecniche, per quanto importanti siano. Abbiamo bisogno di Cristo per crescere e maturare nelle nostre vite.

Questo è ancora più importante nei momenti che viviamo e lo è in modo speciale per i bambini, la cui grandezza, purezza, semplicità, «santità», attitudine verso Dio e amore che li costituiscono sono per disgrazia di frequente manipolati e distrutti. I bambini vivono immersi in mille difficoltà, circondati da un ambiente difficile che non li incoraggia a essere ciò che Dio vuole da loro; molti, vittime della crisi della famiglia. In questo clima sono ancora più necessari per loro l’incontro, l’amicizia, l’unione con Gesù, la sua presenza e la sua forza. Essi sono, grazie alla loro anima immacolata e aperta, coloro che sono meglio disposti, senza dubbio, a questo incontro.

Il centenario del decreto Quam singulari è un’occasione provvidenziale per ricordare e insistere di prendere la prima comunione quando i bambini abbiano l’età dell’uso della ragione, che oggi sembra addirittura essersi anticipata. Non è dunque raccomandabile la prassi che si sta introducendo sempre più di elevare l’età della prima comunione. Al contrario, è ancora più necessario anticiparla. Di fronte a quanto sta accadendo con i bambini e all’ambiente così avverso in cui crescono, non priviamoli del dono di Dio: può essere, è la garanzia della loro crescita come figli di Dio, generati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana in seno alla santa madre Chiesa. La grazia del dono di Dio è più potente delle nostre opere, e dei nostri piani e programmi.

Quando Pio X anticipò l’età della prima comunione, insistette anche sulla necessità di una buona formazione, di una buona catechesi. Oggi dobbiamo accompagnare questa stessa anticipazione dell’età con una nuova e vigorosa pastorale di iniziazione cristiana. Le linee tracciate dal Catechismo della Chiesa cattolica, dal direttorio generale per la catechesi e da quello per le messe dei fanciulli sono una guida imprescindibile in questa pastorale nuova o rinnovata dell’iniziazione cristiana così fondamentale per il futuro della Chiesa, la madre che, con l’aiuto della grazia dello Spirito, genera e fa maturare i suoi figli attraverso i sacramenti dell’iniziazione, la catechesi e tutta l’azione pastorale che l’accompagna.

Non chiudiamo allora le orecchie alle parole di Gesù: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite». Egli vuole stare in loro e con loro, perché «ai bambini e a chi è come loro appartiene il regno di Dio».

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A scuola dai chierichetti

06 ago 15.38

Un’esperienza per educare alla fede

di Lucetta Scaraffia

Nell’antica e bellissima chiesa del Crocefisso di Todi, dove in questo periodo estivo vado a messa la domenica, il parroco celebra aiutato da almeno quattro chierichette e chierichetti, fieri delle loro belle tuniche bianche ornate di rosso, composti e seri anche se in genere molto giovani, intorno ai dieci anni. Uno dei più assidui è un ragazzino più piccolo degli altri, vivacissimo, che fatica a stare fermo nei momenti in cui il servizio glielo impone, sempre il primo a correre qua e là se c’è da prendere qualche oggetto liturgico, ma concentrato nel suo importante compito, che prende molto sul serio. È un esempio vivente di come un bambino possa capire l’importanza del suo ruolo di assistente del sacerdote durante la messa, e un esempio per noi fedeli adulti di come si possa seguire con attenzione ogni fase della liturgia. Possiamo distrarci noi, quando lui così piccolo e vivace non si perde un momento della celebrazione?

In occasione dell’incontro di Roma si è parlato di nuovo dei chierichetti. Termine che preferisco a quello, più corretto, di «ministrante» perché sono affezionata a questo antico modo di chiamare i ragazzi che assistono il sacerdote, così come mi piace tanto l’espressione, un tempo diffusa, «servir messa», perché anche con queste parole la Chiesa cattolica ha intessuto la tradizione culturale di tante generazioni che ci hanno preceduto. Fare il chierichetto costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana, un’esperienza che non ha eguali, ben diversa dalla lettura delle Sacre scritture o dalla frequentazione del catechismo, anch’essi senza dubbio momenti centrali di una educazione cattolica. Ma servire messa vuol dire assistere da vicino, anzi collaborare direttamente al mistero centrale della nostra fede, ed esservi attenti significa farsi responsabili della riuscita di quel miracolo costante che è ogni celebrazione liturgica.

E si sa che per i ragazzini la partecipazione concreta, l’esperienza, hanno un peso molto maggiore che non il solo apprendimento o la sola lezione morale. Lo sapeva anche una grande educatrice come Maria Montessori, che arrivò a far costruire per i suoi allievi degli oggetti liturgici e degli altari in miniatura, suscitando molte perplessità nella Chiesa. Si possono ben capire i problemi che poneva questa singolare forma di educazione alla vita religiosa, ma è interessante che la pedagogista avesse colto l’importanza per i più giovani di questo modo privilegiato di avvicinarsi alla sfera del sacro.

Fare il chierichetto è sempre stato percepito, infatti, come un servizio ma insieme come un privilegio perché porta al cuore della celebrazione liturgica, nello spazio dell’altare, a contatto diretto con l’eucaristia. L’esclusione delle bambine da tutto questo, per il solo motivo di appartenere al sesso femminile, è sempre pesata molto e ha significato una disuguaglianza profonda all’interno dell’educazione cattolica, che per fortuna è stata cancellata ormai da qualche decennio. Anche se forse molti parroci si sono rassegnati alle chierichette solo in assenza di ragazzi disponibili, per le giovani superare questa frontiera è stato molto importante, e così infatti è stato compreso: lo dimostra la presenza di una maggioranza femminile al decimo raduno dei ministrantes che si è appena svolto alla presenza del Papa.

Per le ragazze entrare nello spazio dell’altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso, ha significato la possibilità di vivere anch’esse questa esperienza formativa di straordinaria importanza nell’educazione religiosa, ha significato un’attenzione diversa alla liturgia e un avvicinamento alla fede nell’accostarsi al suo stesso cuore.

E questi ragazzi allegri, festanti e fieri del loro ruolo, che sono andati a Roma per portare a Benedetto XVI il loro affettuoso entusiasmo sono stati, non certo nell’intenzione ma di fatto, una risposta concreta e positiva alle accuse, vere e false, che la Chiesa si è vista lanciare in questi mesi. E la conferma che un ruolo antico, quello del chierichetto che aiuta il sacerdote nella liturgia, costituisce ancora un’esperienza decisiva per l’educazione alla fede.

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I cappelli dei chierichetti

04 ago 15.55

In questi giorni che sono il cuore dell’estate, Roma è stata allegramente invasa da oltre cinquantacinquemila giovani — ragazze e ragazzi, in larghissima maggioranza di lingua tedesca — riuniti nel Coetus internationalis ministrantium e venuti nella città per un incontro culminato intorno a Benedetto XVI. Volti sorridenti, abiti estivi e fazzoletti coloratissimi, berretti sportivi e cappelli di paglia divertenti e scanzonati. Un avvenimento per molti sorprendente, senza dubbio importante, a cui il quotidiano «la Repubblica», spesso non attento e in genere non proprio benevolo nei confronti della Chiesa, ha deciso significativamente di dedicare tre intere pagine. E davvero queste giornate sono una straordinaria festa cattolica.

Ma chi sono i ministrantes? Bambini e ragazzi normali, pieni di gioia di vivere. Quelli che una volta erano i chierichetti, termine forse meno preciso dei calchi moderni tratti dal bel verbo latino ministrare («servire», in questo caso soprattutto liturgicamente), ma che suona meno freddo e burocratico. Anche al femminile, con un vocabolo per la verità un po’ buffo eppure pronunciato in genere con simpatia, a indicare negli ultimi decenni l’entrata in massa — soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, appunto — delle bambine e delle ragazze in un ruolo una volta riservato esclusivamente ai maschi.

Questo ruolo ha oggi invece dimensioni più ampie perché con maggiore chiarezza — aperto senza distinzioni a bambine e bambini, ragazze e ragazzi, chierichette e chierichetti — abitua ed educa alla vicinanza a Cristo. Educazione che nasce soprattutto in famiglia, ma continua in chiesa e nella Chiesa, formando e preparando a una vita davvero cristiana.

Anche attraverso il servizio liturgico, nell’ascolto della Parola divina fatta carne in Gesù di Nazaret, Verbum Domini, e nell’adorazione e nella contemplazione della sua presenza reale nell’Eucaristia. Il Papa non si stanca d’indicare, con la sua predicazione e l’esempio delle celebrazioni che presiede, la bellezza e la centralità della liturgia, il cui rinnovamento va approfondito secondo le linee indicate dal concilio, cioè nella continuità vitale della tradizione.

La bellezza e l’impegno di questo incontro mondiale dei ministrantes nel sole d’estate mostrano con evidenza — dopo una lunga e fredda stagione mediatica che sulla base di orribili scandali ha cercato indiscriminatamente di oscurare la bellezza e la radicalità del sacerdozio cattolico — l’importanza di quanto la Chiesa ha fatto nella storia e continua a fare, tutti i giorni e in ogni parte del mondo, per la formazione delle generazioni più giovani. Ragazze e ragazzi che educa alla vicinanza e all’amicizia con il Signore «amico degli uomini», secondo la definizione delle liturgie orientali. Come ha espresso la gioia delle migliaia di giovani che hanno fatto festa in piazza San Pietro, sventolando davanti a Benedetto XVI i loro cappelli.

g. m. v.

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L’uomo a tre dimensioni

24 lug 14.43

A proposito di delocalizzazione

di Ettore Gotti Tedeschi

Il lettore forse conoscerà la storiella di Henry Ford, il quale, dopo avere sopportato un lungo periodo di conflittualità sindacale, fece progettare e costruire una fabbrica di automobili totalmente automatizzata. Mostrò poi l’impianto senza operai al potente capo dei sindacati e gli disse con scherno: «La fermi ora, se ne è capace». Ma il sindacalista replicò: «Adesso venda lei le auto prodotte, se ne è capace». Sottintendendo che, se non si produce potere di acquisto, non è nemmeno possibile vendere.

Il mondo di oggi — globalizzatosi con ritmi troppo accelerati, spesso senza permettere di concepire e realizzare strategie competitive — è pieno di contraddizioni che vanno risolte. La spiegazione di queste contraddizioni sta soprattutto nelle tre dimensioni economiche dell’uomo, ormai in totale conflitto fra loro.

L’uomo economico è infatti produttore, compratore, investitore. La prima dimensione è legata al lavoro, che permette di produrre reddito e risparmio; la seconda alla possibilità di comprare qualsiasi prodotto, realizzato ovunque e al prezzo più conveniente; la terza alla capacità di investire i risparmi secondo convenienza.

Evidentemente queste tre dimensioni entrano in conflitto se una persona lavora in un’impresa di cui non compra i prodotti perché non li trova competitivi, e nella quale non investe perché essa non offre sufficiente rendimento. Se poi la stessa persona compra prodotti di un’impresa concorrente a quella per cui lavora, investendovi magari anche il proprio capitale, la sua azienda è destinata presto a fallire, lui a restare senza lavoro e di conseguenza a perdere anche le dimensioni di consumatore e di investitore.

Il mondo intero ha sotto gli occhi gli effetti della delocalizzazione — soprattutto in Asia — degli ultimi anni, fenomeno che ha prodotto trasferimenti di capitali e tecnologie, orientati soprattutto a ottenere produzioni a basso costo, ma senza basarsi su vere scelte strategiche. Ciò ha generato un nuovo modello economico difficilmente sostenibile, perché ha creato Paesi produttori, ma temporaneamente non consumatori, e Paesi consumatori, ma non più produttori. I primi sono entrati nel ciclo economico della crescita, i secondi ne sono quasi usciti.

Si può certamente scegliere di andare a produrre fuori dalla propria area economica, ma si deve avere la consapevolezza che nella regione individuata si dovrà presto anche andare a vendere, perché in quella zona si trasferisce la capacità di acquisto sottratta ai luoghi dove si intendono chiudere le produzioni, magari per gli alti costi o per la rigidità del lavoro. Non è infatti economicamente sostenibile che un’area fornisca soltanto capitali e domanda di beni, ma non mano d’opera.

È inoltre illusorio pensare che sia sostenibile disporre di tre aree diverse da gestire: per trasferire il lavoro (perché costa meno), per raccogliere i capitali (perché sono disponibili), per vendere i propri prodotti (perché c’è potere di acquisto). Questa strana tripartizione può stare in piedi solo per brevissimo tempo, perché tutte e tre le scelte sono presto destinate a diventare instabili e volatili.

Ogni Paese deve invece essere capace di produrre, vendere e attrarre capitali, almeno in qualche segmento di mercato. Nel mondo globale, così fortemente cambiato e innovato, non ci si può illudere di essere competitivi in tutto, ma è indispensabile avere una certa dose di competitività sostenibile. Altrimenti si rischia di poter quotare in borsa solo l’Empire State Building, la Tour Eiffel o il Colosseo.

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L’euro malato si affida agli stress test

24 lug 7.31

Tutte le incognite dell’operazione

di Luca M. Possati

Difficilmente gli stress test risolveranno i problemi dell’Unione europea. In un momento delicatissimo per la situazione economica e finanziaria continentale, le perplessità degli investitori sulla reale solidità delle banche sono tante. Troppe, per tranquillizzare le Borse malate di ansia. I test arrivano tardi e rischiano di pagare la complessità del meccanismo decisionale comunitario, ancora ipertrofico e farraginoso. Il significato dell’operazione è quindi essenzialmente politico: si cercano risposte per capire chi dovrà dettare le regole della futura governance economica unica.

Qual è la capacità di resistenza dei capitali delle banche europee? Nel caso di un nuovo allarme, chi metterà i soldi per la ricapitalizzazione? Lo Stato o i mercati? Il Comitato europeo dei supervisori bancari (Cebs) ha analizzato la resistenza del capitale di 91 banche continentali in tre differenti scenari ipotetici: uno di base, uno che considera il deterioramento della situazione economica e un terzo che prevede gravi perdite sul portafoglio di titoli del debito pubblico con l’inasprirsi delle difficoltà per i conti greci e per quelli di altri Paesi (Spagna, Portogallo, Ungheria, Irlanda). Il parametro di riferimento è il Tier 1, cioè il capitale azionario e le riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte. Tale coefficiente non deve superare la soglia del sei per cento, altrimenti la banca è debole e necessita di aiuti.

Al di là dei dubbi, sollevati da più parti, sulla severità e sulla trasparenza dei test, a colpire è il ritardo con cui l’Europa arriva a questa prova, a più di un anno di distanza da quelli americani. Nell’aprile 2009 gli esami della Fed misero sotto la lente 19 organizzazioni bancarie con un patrimonio superiore ai 100 miliardi di dollari. E furono un successo: gli istituti più importanti dovettero ricapitalizzare per 75 miliardi di dollari e per altri 125 quando i test furono estesi. La fiducia tornò, e ora il settore sembra aver ripreso quota.

La situazione europea è molto diversa da quella americana. Diversa è la fisionomia delle banche, anzitutto. Diverso, poi, il sistema di vigilanza: al momento non esiste un unico meccanismo di controllo e sulla questione le trattative a Bruxelles procedono tormentate. A prevalere è la frammentazione. Gli attori decisionali (la Cebs, la Commissione europea, i Governi nazionali, le autorità di sorveglianza dei singoli Paesi coordinate dalla Cebs e la Bce) s’intrecciano fra loro, entrano in contrasto, non sanno a quali regole rifarsi e stentano nel definire le rispettive aree di competenza. Il Parlamento di Strasburgo vorrebbe la priorità dei controllori comunitari su quelli nazionali, ma i membri della zona euro sono restii a permettere interventi sui propri bilanci. Sono troppi gli interessi particolari e le tradizioni consolidate. Il rischio, allora, è che gli stress test si rivelino l’ennesimo terreno di scontro politico e ideologico.

Con una ripresa ancora da decifrare — l’Fmi la descrive come «moderata e disomogenea», nonostante un pil in crescita dell’un per cento nel 2010 e dell’1,3 nel 2011 — un risultato negativo dei test potrebbe innescare per l’Unione l’ennesimo circolo vizioso tra indebitamento pubblico e sfiducia nel settore finanziario. Dubbi di questo tipo sono stati evocati anche dal governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Pochi giorni fa, parlando alla cinquantesima assemblea dell’Abi (associazione bancaria italiana), Draghi ha sottolineato che per essere utili gli stress test devono essere coordinati e produrre risultati comparabili.

Anche nel caso di un risultato positivo, gli stress test potrebbero rivelarsi un buco nell’acqua. Ne è convinto l’economista Irwin Steltzer, che in un’analisi sul «Wall Street Journal» sottolinea come le prospettive non siano affatto rassicuranti. Non è escluso che nei prossimi mesi arrivino nuovi duri colpi all’euro, come il default parziale della Grecia, le ricadute di cattive notizie sulla ripresa statunitense o venti di guerra in Medio Oriente. Steltzer ricorda un particolare non proprio secondario: le banche europee devono rinnovare 1.500 miliardi di dollari di debiti entro la fine del 2012. Saranno costrette quindi a cercare la fiducia degli investitori in concorrenza con le banche americane, che devono rifinanziare 1.300 miliardi, e con i Governi. «Gli stress test — nota l’economista — perderanno d’importanza con il passare dell’estate e saranno sostituiti da un fattore più importante: le aspettative sulla performance dell’economia europea».

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Chi paga il debito pubblico

20 lug 17.10

La riforma di Wall Street e le attese in Europa

di  Ettore Gotti Tedeschi

La riforma finanziaria di Obama rappresenta un’implicita ammissione di responsabilità del sistema politico per la tolleranza dimostrata  in passato verso gli eccessi prodotti dalla finanza. Eccessi cui non è stato posto freno, permettendo operazioni ad alto rischio e ad altissima leva finanziaria, nella speranza, soprattutto nell’ultimo decennio, che queste potessero sostenere le esigenze di crescita del prodotto interno lordo (pil).

Forse non è completa la riforma voluta dal presidente degli Stati Uniti, ma certamente è corretta, e rappresenta un indirizzo anche per l’Europa. Non cede al rischio di produrre effetti burocratici — una tentazione questa tutta europea — ma si preoccupa semplicemente di fare osservare delle norme. Il dispositivo conferma infatti  regole già esistenti, ma mai applicate, imponendo però — e questa è la novità — dure sanzioni a chi non le rispetta.

Si potrebbero proporre come analogia i limiti di  velocità  in autostrada,  che in pochi osservavano, in mancanza di adeguati controlli. Per evitare che, come accadeva un tempo, qualcuno superi i 200 chilometri all’ora, non ci si accontenta  più di abbassare burocraticamente il limite, ma si impone davvero il suo rispetto, magari con un tutor elettronico di velocità.

Tornando alle banche, bisogna sottolineare che anche prima esistevano norme di vigilanza; ma esse venivano aggirate grazie a operazioni — tollerate — fuori bilancio, che hanno permesso di moltiplicare le attività finanziarie sul patrimonio quattro o cinque volte più del dovuto. E tutto ciò con un’evidente compiacenza politica per la crescita del pil sostenuta da tali rischiose iniziative.

La riforma statunitense, come accennato, conferma  norme già esistenti, ma impone nuovi regolamenti e supervisioni per garantire che la gestione del rischio e della leva finanziaria sia effettiva per le banche commerciali. Senza però ricorrere alla separazione tra queste ultime e le banche di investimento, come successe negli anni Trenta con la legge Glass-Steagall, emanata per regolare la speculazione ed evitare che i fondi raccolti presso i risparmiatori dalle banche commerciali venissero investiti dalle banche di investimento in attività rischiose, ad alta leva finanziaria e a basso controllo. La normativa scomparve negli anni Novanta, con le conseguenze note a tutti e che ora vengono sopportate, anche se in modo diverso, dalle famiglie, sia negli Stati Uniti che in Europa.

In America le famiglie sono state incoraggiate a indebitarsi per consumare e fare crescere il pil; in Europa si sono indebitati gli Stati per sostenere i costi sociali dovuti alla mancata crescita demografica. Le famiglie europee, invece, hanno risparmiato, ma sono ora costrette ad assorbire, con il proprio risparmio, il debito del sistema economico a tassi zero. I tassi zero, in realtà, equivalgono a una tassa occulta, che trasferisce ricchezza da chi è stato virtuoso a chi si è indebitato. Ma la penalizzazione del risparmio privato — che si potrebbe definire il petrolio europeo, cioè la sua vera ricchezza — rappresenta un rischio molto più alto dell’esaurimento delle fonti energetiche, le quali possono esser sostituite con quelle alternative.

Non c’è invece alternativa al risparmio, oggi molto scoraggiato dal gioco dei tassi veri di remunerazione, pari a zero, giustificati da illusori tassi di inflazione, vicini allo zero. Negli Stati Uniti il Governo sta ora nazionalizzando il debito privato, alleviando — quasi a volersi scusare — le famiglie dall’indebitamento imposto in passato. In Europa, al contrario, si sta privatizzando il debito pubblico attraverso l’utilizzazione del risparmio delle famiglie virtuose. E senza neppure scusarsi.

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La posta in gioco

10 lug 15.12

Se non si parla più di eutanasia

di Ferdinando Cancelli

Dai dibattiti sollevati anche da casi recenti in merito alla bioetica di fine vita sembrano emergere con chiarezza due dati: la grande confusione sulla definizione di malato «terminale» e la progressiva scomparsa dell’uso del termine «eutanasia». Anche quello di Erika Kuellmer — una donna tedesca entrata in stato vegetativo circa otto anni fa in seguito a un incidente vascolare cerebrale, e poi deceduta per cause naturali dopo il tentativo della figlia di interromperne la nutrizione fornita attraverso un sondino — non sembra fare eccezione.

Questa donna è stata una paziente terminale durante i suoi anni di vita nella condizione di stato vegetativo? Ma quando si può definire «terminale» un malato? La medicina palliativa definisce un paziente in fase di fine vita quando la sua sopravvivenza presunta si può considerare uguale o inferiore a quattro mesi, e ciò anche quando siano in atto mezzi di sostegno vitale come idratazione, nutrizione o ventilazione.

Va da sé che casi come quello sopra ricordato — e in generale pressoché tutti i casi di pazienti in stato vegetativo — non sono da inquadrare in una fase di fine vita sino al momento in cui non intervengano complicazioni, ad esempio infettive, che ne mutino le condizioni, o fino a quando qualcuno non smetta di fornire ai malati acqua ed elementi nutrienti.

Una situazione completamente diversa si ha quindi con i malati cronici, come quelli oncologici, giunti in fase finale di malattia: in tali casi il sostegno di nutrizione e idratazione andrà mantenuto fino al momento in cui la valutazione medica non ne riconosca l’inutilità o la nocività per l’incapacità dell’organismo di sfruttare l’acqua e gli elementi nutrienti. Ciò in generale si verifica solamente negli ultimi giorni di vita, quando la sospensione di idratazione e nutrizione non abbreviano più il decorso della malattia, ormai comunque in fase finale.

Tali rilievi sono strettamente legati alla seconda considerazione: i sostenitori della possibilità di accelerare la morte di pazienti dipendenti da mezzi di sostegno vitale — come la ventilazione meccanica mediante tracheostomia, o la nutrizione e l’idratazione in via enterale (tramite ad esempio gastrostomia) o parenterale (endovenosa) — tendono a non parlare più di eutanasia: anche nella campagna a favore del cosiddetto testamento biologico, il termine viene accuratamente evitato a favore di un molto più accettabile «evitamento dell’accanimento terapeutico».

In altre parole, smettere di idratare o nutrire un paziente in stato vegetativo — che anche il recente libro bianco del ministero della Salute italiano, redatto con la consulenza delle associazioni che rappresentano i familiari dei malati, ha definito un «disabile grave» — sarebbe, secondo costoro, evitare un accanimento terapeutico, e non praticare un forma di eutanasia mediante l’omissione di ciò che andrebbe fatto per mantenere il paziente in vita. Su questo punto sono stati molto chiari anche i vescovi tedeschi che, in una dichiarazione del marzo 2007, hanno nettamente rifiutato la possibilità di sospendere il sostegno vitale a pazienti in stato vegetativo, coma vigile o demenza grave.

Il fatto che a scegliere tale opzione sia il paziente stesso non cambia la sostanza; se infatti la sospensione di un mezzo di sostegno vitale porta come conseguenza l’abbreviare la vita di un malato, il termine da utilizzare, più coerentemente, sarebbe quello di eutanasia. Anche se tale parola dovesse incutere maggior timore in chi la ascolta, forse il suo uso, definendo più onestamente la questione, indurrebbe a una riflessione più profonda sulla posta in gioco.

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Tante tecniche ma poche ragioni

10 lug 7.40

Quando in bioetica ci si cura solo delle conseguenze

di Carlo Bellieni

Il dibattito sull’aborto — basta leggere i giornali — si fa sempre più grave e insieme superficiale: centrato sulla proliferazione dei mezzi abortivi, senza alcuna attenzione alla prevenzione. Ci si limita cioè a una qualche cura delle conseguenze disinteressandosi delle cause. Al punto che proporre un’alternativa alle donne rasenta il reato: Tammie Downes, una dottoressa inglese, è stata di recente messa sotto processo (e poi assolta) per aver dissuaso dall’aborto alcune sue assistite.

È storia di questi giorni: ai vari metodi chirurgici, alla pillola del giorno dopo e alla Ru486 si affianca la pillola da prendere fino a cinque giorni dopo il rapporto, quasi che il dramma dell’aborto si limitasse a un problema di «tecniche». Chi non approva l’aborto finisce così con l’essere risucchiato in un vortice di procedure mediche e di leggi e, combattendo le nuove tecniche dell’aborto solitario, sembra farsi paladino di quelle vecchie.

A questa corsa al ribasso non ci si deve adeguare. Davvero pensiamo che il primo desiderio di una donna la quale scopre di aspettare un figlio non programmato sia quello di trovare un nuovo metodo abortivo? Troppe parole per parlare solo di tecnica; anche il Royal College of Obstetrics and Gynecology britannico ha appena emesso un lungo e ponderoso documento (Fetal awareness) teso a dimostrare che il feto non prova dolore quando viene abortito a sviluppo inoltrato, conclusione inaccettabile dal punto di vista scientifico. Troppe parole, troppe tecniche e troppo scarsa attenzione alle cause che spingono all’aborto.

L’etica che si cura solo delle conseguenze è un male diffuso: lo ritroviamo nel fine-vita, in cui raramente ci si chiede perché un malato vuole morire, a fronte di mille pazienti nelle stesse condizioni che invece vogliono vivere. Così nel campo degli stupefacenti: quante pagine sui giornali sulla liberalizzazione delle droghe e quante, invece, sulle motivazioni che portano un ragazzo di quindici anni a drogarsi o a ubriacarsi da solo in un bar? Anche nel campo della fecondazione in vitro si tace sulle cause rimovibili e sempre in aumento della sterilità, mentre si spalancano le porte a tecniche fecondatorie spesso tardive. Come se per il dramma del lavoro si parlasse solo di assegni di disoccupazione e non di come creare nuova occupazione. O, nel caso della malaria, di quanto chinino usare e non di come eliminare le zanzare o creare un vaccino. È un’etica che si ammanta dei panni della libertà, ma genera invece solo solitudine.

Curarsi solo delle conseguenze spesso genera patologia. Parlare di aborto senza dare alternative è contraddire il vissuto di tante donne che hanno abortito e si trovano a fare i conti con conseguenze addirittura psichiatriche, come ha pubblicato in giugno la rivista «Maternal-Fetal and Neonatal Medicine». Indicare la fecondazione in vitro come rimedio contro la sterilità e non rimuoverne le cause genera fatalismo, determina ipermedicalizzazione e di conseguenza delusione; per alcuni una sorta di sindrome da stress, tanto che qualche autore suggerisce — con un ragionamento non condivisibile — che per evitare la delusione inerente a queste pratiche bisognerebbe spiegare ai coniugi, prima che si addentrino in intricati percorsi medici, che fare figli è irrazionale e immorale, e pertanto dissuaderli (Matti Hayry, A rational cure for pre-reproductive stress syndrome, «Journal of Medical Ethics», luglio 2004).

Perché allora si parla sempre e solo di nuove e sempre più ardimentose scorciatoie per eliminare le conseguenze e poco di come curare le cause? La risposta è nel mito postmoderno dell’autodeterminazione: è preferibile fornire scelte in apparenza facili che si possono percorrere in totale solitudine piuttosto che proporre una concertata solidarietà, la quale potrebbe suggerire scelte che una persona sola e impaurita non prenderebbe. Come se soltanto le scelte prese in solitudine fossero libere e vere.

Ma se ci fosse una forte prevenzione sociale dei fenomeni prima accennati, le scelte estemporanee e le corse «autonome» ai ripari non avrebbero ragione d’essere, ne sarebbe chiaro il limite e non sarebbero più assurte a diritto assoluto, a questione vitale e a simbolo di libertà. A chi brandisce l’autonomia al di là dell’evidenza scientifica, un mondo solidale non piacerebbe.

Si pensi a un’Europa che dedichi personale e budget a rimuovere, culturalmente e strutturalmente, il disagio giovanile invece di moltiplicare i marijuana-café, o che aiuti le donne invece di inventare nuove pillole abortive: che arma resterebbe a coloro che reclamano il mito dell’autonomia per affermare il valore della solitudine umana assurta a sommo tribunale? Si pensi a un’Europa in cui si dedicassero le energie non solo a moltiplicare le tecniche di fecondazione, ma a curare con altrettanta forza le cause della sterilità, molte delle quali sono culturali: sarebbe un’Europa solidale che, a differenza dell’attuale, non ci potrebbe venire rinfacciata dai nostri figli, ai quali al momento sa offrire tante tecniche, ma poche ragioni.

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Quando l’arte parla alla gente

09 lug 7.34

Una nuova statua a San Pietro

di Lucetta Scaraffia

La basilica di San Pietro, in una delle nicchie esterne, dal 7 luglio è arricchita da una nuova statua, quella di un altro santo fondatore, come vuole la tradizione: Annibale Maria Di Francia, vissuto fra Ottocento e Novecento, beatificato e canonizzato da Giovanni Paolo II. L’arrivo di questa grande scultura, cioè di un nuovo santo, dà l’idea concreta della Chiesa come costruzione in atto, continuamente ravvivata e rianimata dal succedersi di persone scelte da Dio per coniugare il progetto cristiano con i tempi che cambiano. L’idea  di una comunità mai chiusa e definita, ma sempre in dinamico compimento.

Il fatto poi che il santo a cui è toccato questo onore sia un prete, e soprattutto una figura che ha dedicato molte delle sue energie a suscitare altre vocazioni sacerdotali,  sempre nuovi operai per la «vigna del Signore», appare particolarmente significativo alla fine dell’anno dedicato al sacerdozio e in un momento di crisi per l’immagine del prete quale quello che stiamo vivendo. Lo ha sottolineato Benedetto XVI nel messaggio rivolto ai delegati dell’assemblea capitolare dei rogazionisti del Cuore di Gesù, invitandoli, in particolare, a diffondere «sempre di più lo spirito di preghiera e di sollecitudine per tutte le vocazioni della Chiesa» e a essere «solerti operai per l’avvento del Regno di Dio», sviluppando sia l’evangelizzazione che la promozione umana. Anche il suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone — nella omelia pronunciata durante la messa che è seguita alla benedizione della statua da parte del Papa — ha ribadito l’attualità di Annibale Di Francia da questo punto di vista quando lo ha definito «autentico anticipatore della moderna pastorale vocazionale».

Tutto questo — un insieme di messaggi complessi e importanti — è espresso con immediatezza e facilità di comunicazione dalla statua, opera di Giuseppe Ducrot, un giovane artista che sfugge con le sue creazioni a quella che è considerata la caratteristica più negativa dell’arte contemporanea:  essere cioè solo autoreferenziale e  non parlare più alla gente. La scultura invece, coraggiosamente, comunica al pubblico che la osserva il senso della vita del santo e  di una santità sociale fondata sulla preghiera per la Chiesa: tante sono le cose che trasmette quel volto scavato, un po’ severo ma al tempo stesso bruciato dalla carità, al quale il panneggio delle vesti sacerdotali aggiunge il motivo profondo di una missione assunta e vissuta in nome dell’amore di Dio.

Nel mondo di oggi una famiglia religiosa (quella dei rogazionisti e delle Figlie del Divino Zelo), in accordo con i responsabili della basilica Vaticana, ha chiesto a uno scultore di realizzare questo tipo di arte, antica e moderna insieme, capace di comunicare con chi la osserva senza bisogno di chiavi per decifrarla. Ed è proprio questa caratteristica della Chiesa, quella cioè di essere una committente artistica di grandi opere — la statua, realizzata in un solo blocco di marmo di Carrara, è alta più di cinque metri — che non risente delle mode e considera il linguaggio artistico come un modo più intenso di trasmettere il messaggio evangelico, a fondare il ruolo di rilevante importanza culturale che il cattolicesimo ha sempre svolto nel tempo e ancora svolge.

Solo l’inserimento in una così grande e rilevante tradizione artistica — perfettamente colto da Ducrot — ha consentito al giovane artista, nel breve discorso pronunciato all’inaugurazione, di dichiarare i problemi che ha dovuto affrontare con l’umiltà di un artigiano: «Vedendo le prime immagini del santo, ho avuto delle vere perplessità su come realizzarlo in forma monumentale per la basilica di San Pietro. Per questa statua ho dovuto confrontarmi necessariamente con l’immagine fotografica che comporta una difficile lettura del soggetto da rappresentare tridimensionalmente. Devo dire che il maggiore scoglio da superare è stato per me combinare la somiglianza del soggetto con un discorso che tenga conto dei volumi classici e il rapporto con l’architettura monumentale che la ospita». La modernità irrompe con la fotografia, che viene integrata nella tradizione statuaria con piena soddisfazione dei devoti: in quale altra manifestazione di arte contemporanea possiamo verificare un dialogo così riuscito fra pubblico e artista?

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