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L’esperimento di Riace

14 apr 6.56

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

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Nostro contemporaneo

02 apr 8.04

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

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Dall’abisso del male

29 mar 7.18

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

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Da Gerusalemme a Parigi

28 mar 7.16

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

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Una rivoluzione femminile

25 mar 7.36

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

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Questione di radicalità evangelica

23 mar 12.07

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

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L’orso del Papa

22 mar 7.20

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.

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Una storia per l’unità

17 mar 7.47

Il 17 marzo 1861, un secolo e mezzo fa, la proclamazione dell’unità italiana fu un momento simbolicamente fondamentale di una storia più che millenaria in un Paese legato in modo davvero singolare al cristianesimo. Al punto che la sua fisionomia e identità — come più in generale quelle del continente europeo — non sarebbero comprensibili, sul piano storico e da un punto di vista spirituale, se non si tenesse conto di questa indubbia e profonda caratteristica che, con altre diverse, ne rappresenta le radici.

Senza la tradizione cristiana, e in particolare senza la tradizione cattolica e senza il papato, insomma, l’Italia non sarebbe ciò che è stata e ciò che è oggi. Un Paese dal passato importante — per molti aspetti ineguagliabile ed esemplare, nonostante le ombre e le miserie, inevitabili come in ogni vicenda umana — e che merita un futuro all’altezza dei momenti più alti della sua storia. Un Paese riconosciuto e apprezzato nei suoi tratti inconfondibili, al di là di vicende travagliate e dolorose, nel consesso internazionale.

Oggi in Italia l’unità nazionale è celebrata con sentimenti diversi: giustificata fierezza, infondate reticenze, ma soprattutto preoccupazioni pressanti per una crisi che nel Paese ha molti volti. In uno scenario globale segnato da fatti sconvolgenti in diverse parti del mondo, dal Giappone al Medio oriente sino a diversi Paesi africani. A queste celebrazioni, di un’unità costituitasi di fatto contro il papato e il suo potere temporale, la Chiesa cattolica partecipa oggi con un’adesione certo non formale. Lo attesta il messaggio del Papa che il suo segretario di Stato, con un gesto senza precedenti, ha consegnato al Presidente italiano al Quirinale, il colle che guarda il Vaticano.

È un gesto che esprime volontà di collaborazione e di amicizia vera al servizio del bene di tutti. Nella linea ininterrotta di una tradizione spirituale e culturale unica al mondo, trasformatasi negli ultimi secoli e negli ultimi decenni in una storia per l’unità reale e profonda del Paese. Un’unità alla quale moltissimi cattolici — donne e uomini non di rado esempi viventi di santità — hanno contribuito con una presenza molteplice e vivace. Fondata nella radicale carità di Cristo venuto per salvare ogni essere umano e svelargli il volto di Dio.

g. m. v.

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Una nuova intelligenza delle cose

12 mar 7.38

Per evangelizzare nel mondo di oggi

di Francesco Ventorino

Nel motu proprio Ubicumque et semper, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose indicazioni di metodo.

Benedetto XVI, ricordando quanto ha scritto all’inizio della sua prima enciclica Deus caritas est — e cioè che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1) — afferma nel motu proprio istitutivo del nuovo dicastero: «Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l’inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita».

Il cristiano è un uomo graziato perché ha fatto un incontro grazie a cui gli si sono aperti gli occhi. Si è imbattuto in colui senza il quale tutto sarebbe privo di senso, privo di una ragione adeguata e di una vera e fondata speranza. Ha riconosciuto che la verità è Cristo, ha capito che fuori dal rapporto con lui non potrebbe più vivere e morire. Ebbene, un uomo raggiunto e cambiato da questo incontro, affronta con drammaticità tutto, dalle questioni personali a quelle dell’ambiente in cui studia o lavora, e più in generale a quelle della società in cui vive.

Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, diceva che questa drammaticità consiste nell’avvertire dovunque la mancanza di «qualcosa» di insostituibile: Cristo stesso, colui che non può essere sostituito da nessun altro. È il senso della sproporzione tra il modo in cui tutti affrontano la vita e il diverso approccio derivante dalla memoria dell’incontro con lui.

Non c’è niente di moralistico, insomma, nella evangelizzazione cristiana. Una vera consapevolezza di ciò che essa implichi ci libera anzi da ogni affanno e, per così dire, da noi stessi: l’evangelizzazione, infatti, non è altro che questo, lui che vive in me, la memoria di lui divenuta luce ai miei passi e gusto delle cose. Secondo il fondatore di Comunione e liberazione, la moralità consiste nel «non sottrarsi alla traccia dell’incontro», anzi, in modo più preciso e completo, «all’attrattiva dell’incontro»: quel presentimento di verità che è esploso dentro di noi davanti a Gesù.

All’origine della missione del cristiano vi è dunque il passaggio dall’incontro a una intelligenza nuova delle cose. Questo passaggio, che dovrebbe essere naturalissimo, si imbatte spesso in una resistenza derivante dalla soggezione al potere. Il quale cerca di impedire che l’incontro fatto diventi storia, perché pretende di «determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi»: in una parola, «tende a ridurre il desiderio» (così scrive ancora don Giussani nel volume L’io rinasce in un incontro).

Questa pressione si fa sempre più forte. Nel nostro tempo — leggiamo in Ubicumque et semper — anche presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo, si sono verificate delle trasformazioni sociali che «hanno profondamente modificato la percezione del mondo (…) e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale».

La verità intuita nell’incontro cristiano può divenire oggi mentalità personale solo attraverso un lavoro critico e un’ascesi continua, lavoro e ascesi impensabili al di fuori della Chiesa, corpo sociale in grado di incidere nella società, di divenirne forza trainante. L’opposizione personale al potere non si reggerebbe senza l’appartenenza a una unità più grande.

È per questo che Benedetto XVI ha istituito un nuovo consiglio pontificio che tenga desta la coscienza personale ed ecclesiale in questo tempo in cui — come scriveva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici (n. 34) — «certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana». Ma la condizione perché questo accada «è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali»; proprio quelle che vivono in Paesi tradizionalmente cristiani.

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Un libro del cuore

11 mar 7.31

È davvero un libro del cuore quello ora pubblicato da Benedetto XVI, che forse anche per questo ha voluto premettere il suo nome a quello papale pure nella seconda parte dell’opera su Gesù di Nazaret scritta durante il pontificato. Si tratta cioè di un altro modo di indicare che il libro è il risultato di un lungo cammino interiore, come del resto esplicitamente il Papa dichiarava nella premessa alla prima parte.

Una maturazione del cuore, dunque, ha portato Joseph Ratzinger a concepire l’idea e poi a svilupparla nel corso di molti anni. Ma ciò non significa in alcun modo un venir meno della ragione in questa ricerca inesauribile che da quasi due millenni affascina e inquieta. Ricerca che negli ultimi secoli si è rivestita di nuove esigenze. Queste non sono certo rifiutate dal Papa, ma acquisite nei risultati essenziali e integrate in uno sguardo più largo e comprensivo.

Insomma, l’esegesi biblica scientifica deve — scrive Benedetto XVI — «riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico». E anche la seconda parte dell’opera, alla quale l’autore intende aggiungere un «piccolo fascicolo» sui racconti evangelici dell’infanzia, è come la prima un esempio riuscito e felice di questa scelta, già riconosciuta da studiosi d’indiscusso prestigio (Martin Hengel, Peter Stuhlmacher, Franz Mußner), sostenuta da libri metodologicamente analoghi (per esempio di Rudolf Schnackenburg, Klaus Berger, Marius Reiser) e ora affiancata da un «fratello ecumenico», l’opera del teologo evangelico Joachim Ringleben.

Emblematiche in questa scelta sono di nuovo l’attenzione al contesto giudaico del tempo, al futuro del rapporto con l’ebraismo, all’opera dell’evangelista Giovanni e all’esegesi patristica, su cui nel corso del Novecento è tornata ad appuntarsi l’attenzione degli studiosi. Percorsi che hanno già suscitato interesse e apprezzamento in diversi ambienti, non solo di specialisti. Significative in questo senso sono soprattutto le autorevoli voci giunte dal mondo ebraico.

«Vogliamo vedere Gesù» dicono alcuni greci a Filippo in un passo del vangelo giovanneo, che tante volte il Papa ha commentato e su cui ora torna, accostandolo a quello del macedone che appare in sogno a Paolo e lo supplica di passare in Europa. È lo stesso desiderio di Benedetto XVI, sicuro che il suo sguardo di fede sia, sulla base della ragione, proprio quello che permette di «giungere anche alla certezza della figura veramente storica di Gesù». Che benedice, come nel giorno della sua ascensione, chi vuole vederlo. Per aprire il mondo a Dio.

g. m. v.

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Dalla matita all’e-book

10 mar 7.52

A colloquio con l’editore di Benedetto XVI

di Giulia Galeotti

Sette edizioni iniziali per un totale di un milione e duecentomila copie e contratti firmati con ventidue case editrici di tutto il mondo. Sono questi i primi numeri del libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione. Il volume viene presentato nel pomeriggio del 10 marzo nella Sala Stampa della Santa Sede. Della sua genesi, dei retroscena che hanno accompagnato la realizzazione e soprattutto della complessa operazione editoriale che sta alla sua base, parliamo con don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana (Lev).

Nel colloquio dello scorso 20 gennaio con il nostro giornale, lei prevedeva l’uscita del volume per marzo: perfettamente nei tempi per merito di chi?

Il merito è un po’ di tutti, ma innanzitutto dell’autore, che lo ha consegnato molto per tempo. Poi c’è stato il lungo lavoro di traduzione nelle diverse lingue, e da febbraio la stampa e un’organizzazione che ha richiesto davvero molto impegno.

Qual è stata la storia editoriale del libro?

Quasi un anno e mezzo fa, monsignor Georg Gänswein mi ha consegnato la pennetta e il cartaceo: il Papa aveva concluso il testo a matita, con la sua inconfondibile grafia minuta, che poi, come sempre, Birgit Wansing ha trascritto al computer.

In Italia, il primo volume fu pubblicato dalla Rizzoli, mentre l’attuale esce con la Lev: un cambiamento non da poco.

Direi proprio di sì. Il libro, stampato dalla Tipografia vaticana, è distribuito dalla Rcs, che con la sua eccellente organizzazione ci ha garantito la distribuzione di trecentomila copie in tre giorni.

Un aspetto non facile deve essere quello delle traduzioni.

In italiano soprattutto non è stato semplice, perché in questi decenni i libri di Joseph Ratzinger sono stati tradotti da diverse mani: la sfida è stata quella di trovare una certa omogeneità di linguaggio. Occorre anche evitare il rischio che la traduzione nelle varie lingue possa non conservare o addirittura tradire il pensiero dell’autore. La fedeltà all’originale è stata assicurata con attenzione e impegno dai traduttori della Segreteria di Stato.

Per il primo volume, vi erano stati problemi di traduzione?

Sì: ad esempio, quella cinese non era impeccabile, e altre non rispondevano al linguaggio teologico.

Vi sono giunte più richieste di traduzioni rispetto al primo volume?

Sì, l’interesse è superiore, e di conseguenza il numero di editori è cresciuto. E siamo solo agli inizi: abbiamo firmato contratti con ventidue editrici in tutto il mondo, ma siamo in trattative con altre.

Come avviene la scelta degli editori?

Quando si sa che il Papa sta lavorando a un libro, da più Paesi arrivano svariate richieste, cosicché gli editori alla fine sono soltanto una parte di quanti si erano fatti avanti. Negli Stati Uniti, a esempio, Ignatius Press ci è sembrato il più adeguato, anche se avevano fatto richiesta editori importanti come Doubleday e Our Sunday Visitor. Per l’edizione in francese, abbiamo scelto Parole et Silence, una casa editrice in crescita, molto impegnata nella diffusione del magistero papale, e in Spagna Encuentro.

Il cambiamento è stato completo…

Quasi completo: non tutti gli editori del primo volume hanno stampato anche il secondo. La scelta è stata dettata da più criteri. Di serietà editoriale e organizzativa, certo, ma anche di affidabilità: abbiamo deciso per editori capaci di promuovere non semplicemente il libro, ma anche il suo contenuto.

Quali sono i numeri previsti?

Il 10 marzo escono sette edizioni — in tedesco, italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese e polacco — per un totale di un milione e duecentomila copie. L’edizione tedesca è partita con centocinquantamila copie, ma Herder ne ha già aggiunte cinquantamila ed è pronta ad altre tirature. L’edizione italiana è già distribuita in trecentomila copie, e ne stiamo ristampando altre centomila. E mentre in Francia sono pronte centomila copie, il Portogallo ha iniziato con ventimila. A fine marzo, poi, arriva l’edizione croata.

È previsto anche l’e-book?

Sì, certo, e in alcune lingue è disponibile anche per il primo volume.

E per il futuro?

Nella prefazione a questo libro il Papa stesso annuncia una terza parte dedicata ai Vangeli dell’infanzia. E vi è l’idea di realizzare per la Lev un’edizione unica dei tre volumi. Siamo convinti che questo nuovo libro di Benedetto XVI sarà un long seller. Come tale andrà adeguatamente promosso attraverso presentazioni, incontri e altre iniziative.

Il volume è dedicato agli ultimi giorni della vita di Gesù. L’uscita in prossimità della Pasqua è un caso?

No, questo è senz’altro il periodo migliore. Lo si poteva anche pubblicare prima, ma vi è stata in novembre l’uscita del libro intervista.

Benedetto XVI è sicuramente una firma che fa risparmiare in pubblicità…

Non solo, ma da editore debbo dire che il Papa ha fatto crescere la Lev perché abbiamo dovuto adeguare strutture e organizzazione, dimostrando capacità che prima non avevamo. Ovviamente il Papa ci sollecita anche sul versante culturale, perché proponiamo saggi a commento delle sue opere e libri che divulgano per il grande pubblico il suo magistero.

Non esiste autore, se non vi è lettore: anche nel caso di Benedetto XVI?

Il Papa si fa leggere sempre, anche nei punti più complessi. Benedetto XVI è un raffinato teologo, e talvolta si addentra anche in aspetti che riguardano il metodo di ricerca, ma chi ha interesse per il racconto della fede, la dimensione spirituale o anche solo la comunicazione umana, trova sempre le sue pagine molto comprensibili. E coinvolgenti.

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Dammi o Verbo la bevanda della tua Parola

09 mar 7.24

Il canone di Andrea di Creta all’inizio della quaresima bizantina

di Manuel Nin

Le Chiese di tradizione bizantina durante la prima settimana della grande quaresima all’ufficiatura dell’apòdipnon (compieta) cantano diverse parti del canone penitenziale di sant’Andrea di Creta, vissuto tra il 660 e il 740.

Nella prima ode la vicenda di Adamo ed Eva e di Caino e Abele è intrecciata alle parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano: «Avendo emulato nella trasgressione Adamo, il primo uomo creato, mi sono riconosciuto spogliato di Dio, del regno e del gaudio eterno, a causa del mio peccato. Ahimé, anima infelice! Perché ti sei fatta simile alla prima Eva? Hai toccato l’albero e hai gustato sconsideratamente il cibo dell’inganno. Cadendo con l’intenzione nella stessa sete di sangue di Caino, sono divenuto l’assassino della mia povera anima. Consumata la ricchezza dell’anima con le dissolutezze, sono privo di pie virtù, e affamato grido: O padre di pietà, vienimi incontro tu con la tua compassione. Sono io colui che era incappato nei ladroni, che sono i miei pensieri, mi hanno riempito di piaghe: vieni dunque tu stesso a curarmi, o Cristo».

Ancora le figure di Adamo ed Eva sono accostate nella seconda ode a quelle del pubblicano e della prostituta: «Ho oscurato la bellezza dell’anima con le voluttà passionali, e ho ridotto totalmente in polvere il mio intelletto. Ho lacerato la mia prima veste, quella che ha tessuta per me il creatore. Ho indossato una tunica lacerata, quella che mi ha tessuto il serpente col suo consiglio, e sono pieno di vergogna. Anch’io ti presento, o pietoso, le lacrime della meretrice: siimi propizio, o salvatore, nella tua amorosa compassione. Anche le mie lacrime accogli, o salvatore, come unguento. Come il pubblicano a te grido: Siimi propizio!».

Vengono poi presentate nelle odi successive la fede di Abramo, la scala di Giacobbe, la figura di Giobbe, la croce come luogo dove Cristo rinnova la natura decaduta dell’uomo, l’esperienza del deserto e delle infedeltà del popolo e dei re d’Israele, e Cristo che guarisce e salva: «Crocifisso per tutti, hai offerto il tuo corpo e il tuo sangue, o Verbo: il corpo per riplasmarmi, il sangue per lavarmi; e hai emesso lo spirito, per portarmi, o Cristo, al tuo genitore. Hai operato la salvezza in mezzo alla terra. Per tuo volere sei stato inchiodato sull’albero della croce e l’Eden che era stato chiuso, si è aperto».

L’ottava ode canta i grandi penitenti dell’Antico e del Nuovo Testamento: «Hai sentito parlare, o anima, dei niniviti, della loro penitenza in sacco e cenere davanti a Dio: tu non li hai imitati, ma sei stata più stolta di tutti coloro che hanno peccato prima e dopo la Legge. Come il ladrone, grido a te: Ricordati! Come Pietro, piango amaramente; perdonami, salvatore, a te io grido come il pubblicano; piango come la meretrice: accogli il mio gemito».

Infine, nell’ode nona è presentato tutto il mistero salvifico di Cristo che guarisce, chiama l’umanità per seguirlo e salva: «Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: Cristo si è fatto uomo per chiamare a penitenza ladroni e prostitute. Cristo si è fatto bambino secondo la carne per conversare con me, e ha compiuto volontariamente tutto ciò che è della natura, eccetto il peccato».

Il grande canone di Andrea di Creta racconta la storia della salvezza operata da Dio verso ognuno di noi. In un testo che ci mette davanti i diversi aspetti con cui la Chiesa lungo la quaresima ci confronta, cioè la misericordia di Dio e per mezzo di essa il nostro cammino di ritorno a Dio, avendo Cristo stesso come pastore e come guida, che finalmente il giorno di Pasqua prende di nuovo per mano Adamo ed Eva per farli uscire dagli inferi e riportarli nel paradiso.

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La voce della coscienza

28 feb 7.34

Non è difficile prevedere come molti media daranno conto del discorso di Benedetto XVI alla Pontificia accademia per la vita, sottolineando in chiave soltanto negativa la condanna dell’aborto, per rafforzare gli stereotipi caricaturali di un Papa e di un cattolicesimo spietati, retrogradi e nemici di presunte libertà, se non addirittura di diritti. Naturalmente non è così, e basta leggere il testo per accorgersi che l’intervento del Pontefice è ancora una volta positivo e ragionevole: insomma, profondamente umano.

L’Accademia per la vita ha approfondito i temi della sindrome post-abortiva e l’utilizzo delle banche del cordone ombelicale: cioè un dramma lacerante che da sempre è purtroppo presente nella vita di molte persone, soprattutto donne, anche se il più delle volte viene rimosso, e una problematica invece recente, posta dal progresso della ricerca. Commentando i due temi, Benedetto XVI è andato al cuore delle questioni, richiamando la presenza e il ruolo della coscienza.

Proprio l’angoscia conseguente l’aborto rivela la voce della coscienza. E ad avvertirla in modo insopprimibile sono spesso le donne che l’hanno patito, mentre a essere offuscata è talvolta quella degli uomini, i quali — osserva il Papa — «spesso lasciano sole le donne incinte». Il richiamo alla coscienza è centrale nel ragionamento di Benedetto XVI, che sottolinea come «la qualità morale dell’agire umano» non è una realtà di fronte alla quale si possa restare indifferenti e soprattutto non è prerogativa di cristiani o credenti, ma un valore che «accomuna ogni essere umano», mentre la Chiesa guarda con favore al progresso medico e scientifico purché rispetti il bene comune.

L’indicazione papale è dunque chiara: in una cultura segnata «dall’eclissi del senso della vita» — dalla minimizzazione dell’aborto, che «non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre», fino agli altri attentati contro la vita umana — non bisogna stancarsi di promuovere la difesa di ogni persona nei diversi momenti dell’esistenza. Lo ha ripetuto nell’ultimo mezzo secolo la Chiesa, nei documenti del concilio Vaticano II e negli insegnamenti di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, ma anche con la testimonianza di figure come madre Teresa.

In questa battaglia culturale sempre più negli ultimi tempi e in diversi ambienti alla voce e alla testimonianza di molti cattolici e di altri credenti si sono unite voci e testimonianze laiche. A favore della persona umana, senza distinzioni, in una questione che tutti riguarda e che a tutti dunque deve stare a cuore.

g. m. v.

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Il Papa ha ragione

26 feb 7.47

Uno studio di Harvard sulla lotta all’Aids

di Emanuele Rizzardi

Un comportamento sessuale responsabile e la fedeltà al proprio coniuge sono stati i fattori che hanno determinato il fortissimo calo dell’incidenza dell’Aids nello Zimbabwe. È ciò che sostiene nella sua ultima ricerca Daniel Halperin, ricercatore del dipartimento per la Salute globale e la Popolazione dell’università di Harvard, dal 1998 impegnato a studiare le dinamiche sociali che stanno alla base della diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili nei Paesi in via di sviluppo, quelli cioè maggiormente colpiti dal flagello dell’Aids.

Halperin si è servito di dati statistici e di analisi sul campo, come interviste e focus group, che gli hanno permesso di raccogliere testimonianze fin dentro le sacche più disagiate del Paese africano. Il trend degli ultimi dieci anni è evidente: dal 1997 al 2007 il tasso di infezione tra la popolazione adulta è calato dal 29 al 16 per cento. Nella sua indagine Halperin non ha dubbi: la repentina e netta diminuzione dell’incidenza dell’Aids è andata di pari passo con la «riduzione di comportamenti a rischio, come relazioni extraconiugali, con prostitute e occasionali».

Lo studio — pubblicato questo mese su PLoSMedicine.org — è stato finanziato dall’agenzia statunitense per lo Sviluppo internazionale, di cui Halperin è stato consigliere, e dal fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione e lo Sviluppo. Con esso Halperin alimenta una seria e onesta riflessione sulle politiche finora adottate dalle principali agenzie di lotta contro l’Aids nei Paesi in via di sviluppo. Risulta evidente — sostiene lo studioso — che la drastica inversione dei comportamenti sessuali della popolazione dello Zimbabwe «è stata aiutata da programmi di prevenzione sui mass media e da progetti formativi promossi da chiese» e confessioni religiose: veri e propri interventi culturali, con risultati distanti nel tempo, ma più incisivi e duraturi delle sbrigative pratiche della distribuzione di profilattici. Questa considerazione fa il paio con un suo intervento di qualche anno fa in cui si chiedeva come mai gli interventi preventivi «più significativi siano stati finora condotti sulla base di evidenze che risultano estremamente deboli», cioè sull’inefficacia di fatto della fornitura di condom alla popolazione adulta.

Il pensiero non può dunque non andare alle polemiche aspre, pretestuose e non scientifiche — ora è possibile ribadirlo anche con il supporto di questo studio — che seguirono il commento di Benedetto XVI sulla «non soluzione» del preservativo nella lotta contro l’Aids, durante il suo viaggio pastorale in Africa del 2009: «i profilattici sono a disposizione ovunque, ma solo questo non risolve la questione», ricorda il Papa nel libro intervista Luce del mondo.

Sempre di più, quindi, la ricerca scientifica, onesta e distaccata da logiche di vantaggio economico, riconosce che le azioni più efficaci nella lotta contro l’Aids sono quelle come il metodo a, b, c (astinenza, fedeltà e, solo in ultima analisi, utilizzo dei profilattici), adottata con successo in Uganda. La stessa rivista «Science» — come Lucetta Scaraffia ha ricordato su queste colonne — aveva messo in luce che «la parte più riuscita del programma è stata il cambiamento di comportamento sessuale, con una riduzione del 60 per cento delle persone che dichiaravano di avere avuto più rapporti sessuali e l’aumento della percentuale dei giovani fra i 15 e i 19 anni che si astenevano dal sesso». L’adozione del programma ha messo l’Uganda in una posizione esemplare nella lotta all’Aids del continente africano.

In definitiva, secondo lo studio di Halperin, occorre «insegnare a evitare la promiscuità e promuovere la fedeltà», sostenendo quelle iniziative che mirano davvero a costruire nella società toccata dal flagello dell’Aids una nuova cultura. Occorre insomma — come ha detto Benedetto XVI — operare per una «umanizzazione della sessualità».

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La novità antropologica del cristianesimo

24 feb 15.37

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Marc Ouellet*

Oggi è divenuto un luogo comune parlare di crisi antropologica. Da un lato, nei nostri contesti secolarizzati regna un clima relativista di confusione etica che grava pesantemente sull’educazione delle giovani generazioni. Dall’altro, molte aspirazioni all’amore e alla libertà vanno malauguratamente a incagliarsi negli scogli dell’individualismo e dell’edonismo. Le nostre società generano una massa di individui solitari che non osano impegnarsi in un progetto di matrimonio per fondare una famiglia.

Questa insicurezza del cuore si radica in un malessere più profondo che Papa Benedetto XVI nel motu proprio Ubicumque et semper sulla nuova evangelizzazione ha descritto come «il deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose». Il Santo Padre ripete questo messaggio sin dall’inizio del pontificato: «Il grande problema dell’Occidente è l’oblio di Dio: è un oblio che si espande. In definitiva, ogni problema particolare può essere ricondotto a questa questione, ne sono convinto». Il tema di Dio e della sua assenza nella vita degli uomini è stato al cuore della visita in Germania nel 2006.

La sfida fondamentale della nuova evangelizzazione è dunque quella di annunciare Dio in modo credibile e appropriato. Per questo non occorre forse porre in più profondo rapporto, alla maniera di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, la crisi antropologica attuale e l’immagine di Dio che il cristianesimo porta con sé?

È mia convinzione che la nuova evangelizzazione debba annunciare la novità antropologica del cristianesimo che emana dal mistero trinitario. La ricerca di felicità che assilla il cuore dell’uomo, le sue esigenze affettive, e soprattutto la sua aspirazione alla libertà, restano infatti incomprensibili in assenza dell’orizzonte di Dio che è Amore, e che, per amore e attraverso l’amore, ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza. Questa dottrina antropologica della Genesi, approfondita da Cristo in prospettiva trinitaria, racchiude le chiavi dell’enigma umano e della speranza della Chiesa nel nostro tempo, di cui parla la costituzione conciliare Gaudium et spes.

Questa antropologia trinitaria è rimasta praticamente dimenticata per secoli. Essa occupava un posto centrale nei Padri della Chiesa e aveva ancora un ruolo importante in san Tommaso d’Aquino, ma è stata eclissata nell’epoca moderna dal deismo. Quest’ultimo è sfociato nell’ateismo, lasciando l’uomo scombussolato, alla deriva nel cosmo, e preda di un’abnorme esaltazione della propria autonomia.

Oggi le società occidentali secolarizzate sono in declino, in mancanza di un radicamento nel ricco humus della loro tradizione cristiana. Esse riprenderanno vigore e torneranno a essere feconde nella misura in cui gli individui, interpellati dall’annuncio del Vangelo, vorranno divenire persone in comunione profonda con Dio in Cristo. L’annuncio di un’antropologia trinitaria potrebbe allora ravvivare la speranza, esaltando il dono di sé a Dio e agli altri come cammino di felicità.

*Cardinale prefetto della Congregazione per i Vescovi

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Non è un Paese per vecchi

21 feb 7.36

Il disagio dell’occidente di fronte al malato

di Carlo Bellieni

Un rapporto scioccante del Garante per la sanità del Governo britannico riporta che negli ospedali migliaia di anziani sono lasciati sporchi, affamati, senza trattamento antidolorifico adeguato. L’«Independent» parla di «una società disumana», il «Daily Mail» del 16 febbraio di «crudeltà che getta vergogna su un Paese civile», mentre il 14 il «Telegraph» ha titolato inorridito «Non c’è posto nella grande società per la generazione dei vecchi».

Ma non basta: l’Ufficio nazionale di statistica riporta il 31 gennaio che nel quinquennio 2005-2009 negli ospizi britannici sono morti 650 anziani di disidratazione e 157 di malnutrizione. Neil Duncan-Jordan, dell’Associazione nazionale pensionati scrive sul «Daily Mail» che nonostante l’ospizio sia molto costoso per l’anziano, «nessuno ti aiuta a mangiare o si assicura che tu abbia bevuto a sufficienza».

È certo scandalosa questa incuria, ma non inaspettata: si accorda purtroppo molto bene con altri rapporti al Parlamento britannico sul trattamento scadente riservato ai malati mentali — Valuing People Now (2007) e Healthcare for All (2008) — tanto che il «Lancet» nel giugno 2008 scriveva che i disabili mentali sono «invisibili» per il sistema sanitario nazionale britannico. Insomma, chi meno può far sentire la sua voce riceve un trattamento proporzionatamente inferiore.

Ma è solo un problema di forza? Un’indagine svolta in numerosi Paesi occidentali pochi anni fa mostra come la maggioranza dei medici pensi che la vita con disabilità neurologica, ma anche con handicap fisico grave, sia peggiore della morte, secondo quanto pubblicava nel novembre 2000 il «Journal of the American Medical Association».

Segno di un vulnus culturale, di un disagio morale profondo, che considera la disabilità non come qualcosa da superare, ma come cosa intollerabile, verso cui si prova avversione, non compassione. La riluttanza verso l’inerme ha due facce: una è quella vista finora, l’altra è parlare fino alla nausea di morte e di come far morire, come se quello fosse il problema di malati e anziani.

Infatti in tanti Paesi, compresa l’Italia, sembra che la questione non sia vivere meglio, ma invece, trovare soluzioni, escamotages e strategie per morire: come se il nemico non fosse l’abbandono, ma un supposto accanimento a tenerti in vita. Le pagine dei giornali sono dedicate al testamento biologico, all’eutanasia, alle direttive di fine vita, in una ricerca colma d’ansia di vie per morire. I giornali parlano ossessivamente di morte: una tendenza non equilibrata, che di fronte alla forte richiesta di compagnia e cura, sa solo offrire strade sempre più scaltre per morire.

Non a caso in questo clima culturale in Francia diversi ospedali hanno aperto convenzioni con un’associazione favorevole all’eutanasia, che può anche entrare in contatto con i pazienti. A dispetto delle proteste di psicologi che lamentano il rischio di un contatto tra certe idee e una popolazione di soggetti affettivamente fragili.

Il problema della morte con dignità non è come affrettarla, ma come vincere dolore e solitudine. È stato invece creato scientificamente un diffuso clima di timore verso un presunto e improbabile accanimento a tenere in vita. E il terrore sparso è il tratto di fondo di questa società: come scrive nel libro Il diritto della paura (Il Mulino) Cass R. Sunstein, consigliere di Barack Obama, che sostiene una tesi ben nota agli economisti: l’essere umano è tanto colmo di paure, che se preso dai rumors e dalla propaganda, si disinteressa delle probabilità reali, magari scarse, che un avvenimento accada realmente, e si getta di conseguenza in un’impari lotta per evitarlo.

Ci stanno trasformando in una generazione di persone impaurite, che sa solo cercare strade per difendersi, correre ai ripari, fuggire, guardando la morte come ultima disperata consolazione, perché la vita in fondo ha perso significato e attrattiva. E allora diventa logico non investire in cure migliori per chi è «inutile», ma semmai nelle strategie di «uscita» da una vita divenuta ingombrante.

L’abbandono dei vecchi, in questi giorni sulle prime pagine dei quotidiani inglesi, non è un problema di malasanità ma di disagio culturale di fronte al malato, immagine incancellabile, finché è in vita, della realtà della interdipendenza umana, della certezza che nessuna esistenza è inutile anche se non è più produttiva. Un’idea certo non amata da chi invece predica il culto della vita «degna» solo a certe condizioni di indipendenza e salute.

Insomma, chi sta male dà fastidio: non si trova nemmeno più chi sia disposto a fare l’infermiere dato che non si sopporta il contatto con la persona fragile, memoria scomoda della propria fragilità. Per accudire chi è debole, bisogna infatti essere forti. E creare rapporti, mentre oggi, parafrasando Tacito, possiamo dire che hanno creato solitudine e l’hanno chiamata libertà.

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Di fronte a un nuovo paganesimo

16 feb 8.13

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Cláudio Hummes*

Con il motu proprio Ubicumque et semper Benedetto XVI ha istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, motivato dalla incontestabile e complessa urgenza missionaria in cui oggi si trova la Chiesa e dalle particolari circostanze attuali da affrontare. Così, ancora una volta, il nostro amato Papa ci invia, nel vigore dello Spirito Santo, per compiere gioiosamente il mandato del Signore Risorto: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Matteo, 28, 19).

Fin dall’inizio del pontificato, Benedetto XVI parla dell’urgenza missionaria. Ai vescovi tedeschi, già nel 2005, disse: «Voi stessi, cari Confratelli, avete affermato (…) “Noi siamo diventati terra di missione”. Ciò vale per grandi parti della Germania. Per questo ritengo che in tutta l’Europa, (…) dovremmo riflettere seriamente sul modo in cui oggi possiamo realizzare una vera evangelizzazione, non solo una nuova evangelizzazione, ma spesso una vera e propria prima evangelizzazione. Le persone non conoscono Dio, non conoscono Cristo. Esiste un nuovo paganesimo e non è sufficiente che noi cerchiamo di conservare il gregge esistente, anche se questo è molto importante». In molte altre occasioni Benedetto XVI è tornato sul tema dell’urgenza missionaria.

In Brasile, inaugurando la quinta Conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, nel 2007, il Papa affermò: «La fede in Dio ha animato la vita e la cultura di questi Paesi durante più di cinque secoli. (…) Attualmente, quella stessa fede deve affrontare serie sfide, perché stanno in gioco lo sviluppo armonico della società e l’identità cattolica dei suoi popoli». La Conferenza, alla fine, decise di iniziare una missione continentale permanente.

Infatti, in America Latina, e in particolare nel Brasile, la crescita travolgente delle sette pentecostali e la scristianizzazione, conseguenza dell’avvento della cultura post-moderna secolarizzata, relativistica e laicistica, causano un enorme calo nel numero delle persone che si dichiarano cattoliche. Oggi, nel continente latinoamericano, i cattolici corrono il reale rischio di essere ridotti a meno della metà della popolazione.

Nel suo motu proprio, Benedetto XVI indica dove la nuova evangelizzazione è più urgente, cioè «in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione», come l’Europa, e in altre dove «si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità cristiana, ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d’essere disperso sotto l’impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette».

«Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda», afferma il Papa. Anzitutto, si tratta di alzarci e andare incontro ai cattolici che si sono allontanati: quelli che noi, cioè la Chiesa, abbiamo battezzati e ai quali avevamo promesso allora di evangelizzare, ma la cui evangelizzazione, per tante circostanze avverse o per omissione, purtroppo non siamo riusciti a compiere o a rinnovare continuamente.

La sfida è di portare o riportare a loro il primo annunzio del Signore Risorto e del suo Regno, per condurli a un incontro forte, personale e comunitario con Gesù Cristo vivo e così offrire l’opportunità di aderire profondamente e personalmente al Signore. Anche l’uomo e la donna della post-modernità possono essere di nuovo toccati da un incontro personale con Cristo, morto e risorto. I primi destinatari della nuova evangelizzazione, però, sono tutti i poveri delle città e della campagna.

*Cardinale prefetto emeritodella Congregazione per il Clero

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

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Il principio dell’Incarnazione

14 feb 7.51

Riflessioni su «Ubicumque et semper»

di Josip Bozanić*

Secondo il motu proprio Ubicumque et semper l’espressione «nuova evangelizzazione» non equivale a un’unica formula uguale per tutte le circostanze poiché la diversità delle situazioni esige un «attento discernimento» (diligens iudicium). Nella storia la Chiesa ha affrontato l’impegno di annunciare il Vangelo facendo innanzitutto leva sulla perenne novità del messaggio di salvezza, senza mai vincolarsi a modelli assoluti o a formule valide in ogni situazione. Proprio l’insegnamento del passato appare oggi di particolare interesse, per capire come quel diligens iudicium si sia di volta in volta espresso. Ciò potrà aiutarci a rispondere alla stessa sfida, in questo tempo in cui Dio ci ha chiamato a evangelizzare.

Tale esigenza ha una ragione essenzialmente teologica, non disgiunta da motivi di carattere antropologico e culturale. Nella nuova evangelizzazione bisogna essere consapevoli del principio dell’Incarnazione, che fa cogliere il modo di agire di Dio nel suo entrare nella storia degli uomini. Questo ci fa andare oltre un’inculturazione fine a se stessa. Il cristianesimo, nella sua più profonda natura, si manifesta infatti come amico delle culture, e ciò nel variegato contesto contemporaneo rende l’evangelizzare più difficile ed esigente.

Infatti il cristianesimo, nella forza dello Spirito di Dio, parla agli uomini di ogni tempo in modo che l’annuncio del Vangelo risulta sempre nuovo. Il suo linguaggio era certo più incisivo in epoche in cui era facile formulare un discernimento delle caratteristiche culturali, sicuramente più disponibili all’apertura al soprannaturale. Se oggi chiedessimo cos’è, per esempio, la cultura occidentale e quali siano i suoi tratti, avremmo molte risposte parziali: è infatti assai difficile trovare indiscutibili contrassegni culturali, anche perché la pluralità che la connota non permette un’accettazione condivisa dei valori alla base della sua identità.

Guardando alla storia dell’ultimo secolo, è emblematica la situazione dei Paesi in cui erano al potere regimi basati su ideologie totalitarie, dove l’evangelizzazione era sempre soffocata con la forza. In quelle circostanze la Chiesa svolgeva la propria missione come poteva, il più delle volte con il coraggio che le veniva dallo Spirito, come rivela la testimonianza dei santi martiri. E tuttavia la minaccia diretta di un’ideologia ben definita non si è dimostrata come una vera difficoltà per il cristianesimo, poiché essa intendeva imporre dall’esterno una pseudo-cultura parallela. Non si contano i tentativi in tal senso del comunismo ateo, con la sua prassi sistematica di imporre l’ateismo. Ancora più devastanti sono stati gli effetti pratici del sistema comunista: paura, doppia morale, materialismo esistenziale, attacchi alla libertà, in particolare quella di coscienza.

Non valorizzando davvero il dinamismo culturale, ogni ideologia condanna se stessa alla distruzione. Le ideologie non amano la cultura né hanno le prerogative per dialogare davvero. L’impossibilità dei totalitarismi e delle loro teorie di dare risposte accettabili alle questioni cruciali sul senso della vita ha così rivelato per via indiretta la forza del mistero dell’incarnazione e della redenzione di Cristo.

Ogni ideologia cerca di trovare o di inventare un’unica formula e di imporla coercitivamente dall’esterno, sperando di influenzare sin nell’intimo le coscienze. L’evangelizzazione non è sulla stessa strada. Essa ascolta gli impulsi culturali, cerca di conoscerne i dinamismi intrinseci, ossia i valori di fondo e le relazioni complesse che vi sono sottese, sapendo tuttavia che il mistero dell’Incarnazione porta con sé la sfida del dono inaspettato.

Oggi, più che di fronte a un’ideologia ben definita, siamo davanti e dentro a frammenti culturali, elementi mescolati senza evidenti connessioni tra loro. L’impressione è che tale frantumazione culturale abbia accresciuto l’indifferenza sociale, terreno fertile per il secolarismo e l’ateismo pratico. Dopo vari tentativi di innovazione sul piano della mera prassi pastorale, si avverte oggi la necessità di tornare ai fondamenti e di rafforzarli. Prova evidente che l’evangelizzazione comincia sempre come risposta alle domande di senso che l’uomo si porta dentro.

Il nodo della questione risiede, a mio avviso, nell’assumere il principio dell’Incarnazione in tutte le sue conseguenze, per una cultura permeata dal mistero trinitario. La Chiesa non deve dimenticare la propria natura. Adottando forme, metodi e mezzi (tecnici, economici, politici, e così via) che non tengono conto dell’Incarnazione e del suo compimento pasquale, non si possono dare le risposte che il mondo oggi attende. In fondo, quello tra il Vangelo e la cultura è un dialogo sempre a rischio, perché la cultura può anche veicolare elementi privi di un significato preciso, e tuttavia è l’ambito imprescindibile per l’agire in nome della fede. Non esiste infatti qualcosa di più provocatorio del Vangelo, realtà che oltrepassa l’orizzonte terreno e ci rivela la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio, punto focale della storia.

*Cardinale arcivescovo di Zagabria

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Cinque anni di Cathopedia

11 feb 18.02

Senza ingenuità nel mondo wiki

di Silvia Guidi

Il 31 gennaio scorso ha tagliato il traguardo delle 7.000 voci: Cathopedia è nata nel febbraio di cinque anni fa dall’incontro tra la passione per l’informazione liberamente accessibile in rete di don Paolo Benvenuto e don Giovanni Benvenuto, che insieme a molti altri collaboratori gestisce la banca dati Qumran2.net. I due sacerdoti hanno avviato il progetto installando lo stesso software usato dal progetto Wikipedia sul server di Qumran2, e hanno cominciato a strutturarlo in modo nuovo, coadiuvati dal lavoro di Cesarina Volontè. Dopo un mese le voci presenti sono un centinaio; a fasi alterne, il progetto continua a crescere, accogliendo nuovi collaboratori. Nell’ottobre 2009 Cathopedia riprende quota, arrivando al traguardo delle 1.000 voci grazie allo sforzo di circa cinque contributori; inizia il gemellaggio con Kathpedia, un’analoga enciclopedia in tedesco, nuovi collaboratori si aggiungono e la crescita sale a circa 20 nuove voci al giorno.

Perché creare un sito nuovo e non integrare le voci già presenti nella banca dati più cliccata in rete, disponibile in 270 lingue, che nell’ottobre scorso ha superato la soglia dei 10 milioni di voci? Perché la filosofia wiki, che ha promosso a livello planetario valori importanti come la condivisione dei saperi e il lavoro collettivo e gratuito teso a realizzare un progetto comune, si legge nel sito di Cathopedia, nasconde anche qualche insidia, che gli stessi wikipediani conoscono molto bene. La parola controversa è “neutralità”; “il wiki-pensiero è alimentato da un’utopia – scrive il gesuita Antonio Spadaro in un recente articolo sul mondo dell’informazione veloce in rete – la democrazia assoluta del sapere e una collaborazione capace di dar vita a una sorta di “intelligenza collettiva”. Questa utopia ha nell’inaffidabilità e nel relativismo il suo tallone di Achille”.

“I fatti separati dalle opinioni” è uno slogan impossibile da mettere in pratica nella vita reale (chi decide, e in base a quali criteri, che cosa è neutrale e che cosa non lo è? Chi decide se un contenuto è censurabile in quanto “poco enciclopedico” o meno?) e la fretta, soprattutto in casi in cui non si usa Wikipedia per controllare la grafia di un nome o una data di nascita ma per documentarsi su un argomento importante, è una pessima consigliera.

Un esempio tra i tanti possibili: l’appello di solidarietà con i docenti della Sapienza di Roma che, nel gennaio del 2008, con la loro lettera impedirono a Benedetto XVI di parlare nella loro università. “Se i firmatari avessero verificato quella citazione di Feyerabend tratta da Wikipedia – continua padre Spadaro – riconoscibile perché marcata da un errore (nella citazione wikipediana si parlava di Parma, mentre quella conferenza venne tenuta a Roma) si sarebbero resi conto che il senso della frase del Papa era esattamente il contrario. Insomma: bisogna verificare! Ogni operazione seria di ricerca deve contemplare la verifica di più fonti”.

Cathopedia è uno dei tanti movimenti “antimonopolisti” nati all’interno del mondo wiki, nella certezza che l’unico antidoto contro la censura invisibile nel Web e il progressivo affermarsi di un’opinione unica in rete sia il pluralismo quanto più possibile esteso delle presenze e delle voci.

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11 febbraio

11 feb 7.59

In alcune stampe ottocentesche Pio IX e Vittorio Emanuele ii appaiono rappresentati a braccetto, sereni e sorridenti. Segnata da un ottimismo irenico, questa iconografia popolare può offrire lo spunto per una riflessione sull’odierna ricorrenza della stipula dei Patti Lateranensi, che cade in un anno particolare per l’Italia: il centocinquantesimo della unificazione nazionale.

Si tratta di due ricorrenze distinte, eppure profondamente connesse per l’intreccio forte che il moto risorgimentale ebbe con la questione cattolica e con il problema di garantire alla Sede Apostolica piena sovranità e indipendenza, a tutela della sua missione universale.

Riguardata a tanto tempo di distanza, quella raffigurazione popolare dei due protagonisti del Risorgimento italiano si presta a una duplice, diversa chiave di lettura. Da un lato, infatti, esprimeva il sogno delle genti italiane di una riconciliazione tra Stato e Chiesa, dopo i noti dilaceramenti che segnarono una particolare stagione della storia della Penisola; un sogno che era, al contempo, un fervido auspicio.

Dall’altro lato, però, quell’immagine ingenua rifletteva un dato di fatto: la realtà, cioè, di una profonda amicizia sussistente, al di sotto dei vertici politico-diplomatici e militari che fecero l’unità, tra comunità civile e comunità religiosa; più ancora: l’identità cattolica degli italiani, che costituiva la base più solida dell’unità e la sua più fondata premessa.

Due diversi i sentimenti espressi, dunque, il primo dei quali rivelava il dramma delle interiori dilacerazioni tra i doveri di fedeltà allo Stato e quelli di fedeltà alla Chiesa, che avrebbe potuto finalmente acquietarsi più tardi, molto più tardi, con l’evento dell’11 febbraio 1929. Il secondo sentimento, viceversa, indicava la sussistenza nella società italiana di un fermento positivo che, al di là di ogni contrapposizione, era destinato a favorire il processo di unificazione nel sentire comune, nella cultura, nella solidarietà. Insomma: la conciliazione doveva avvenire fra istituzioni, come atto formale, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. E l’orientamento religioso delle masse assicurò al nuovo Stato il collante, sicuro e forte, delle diversità che il processo di unificazione era chiamato a superare.

Riguardati con gli occhi di oggi, i Patti del Laterano e l’Accordo di Villa Madama del 1984, con cui si vennero ad armonizzare le norme concordatarie con la Costituzione repubblicana, presentano un dato saliente: il porsi come strumenti positivi di tutela e promozione della libertà religiosa, quale diritto individuale, collettivo e istituzionale. Di qui l’esigenza di un pieno e fattivo rispetto nella lettera e nello spirito delle disposizioni poste da tali accordi, da parte di tutti coloro che sono chiamati a dare loro applicazione.

Come ha osservato Benedetto XVI il 17 dicembre scorso, rivolgendosi al nuovo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, «quei patti internazionali non sono espressione di una volontà della Chiesa o della Santa Sede di ottenere potere, privilegi o posizioni di vantaggio economico e sociale, né con essi si intende sconfinare nell’ambito che è proprio della missione assegnata dal Divino Fondatore alla Sua comunità in terra. Al contrario, tali accordi hanno il loro fondamento nella giusta volontà da parte dello Stato di garantire ai singoli e alla Chiesa il pieno esercizio della libertà religiosa, diritto che ha una dimensione non solo personale».

In effetti la libertà religiosa, nelle sue diverse espressioni quanto a titolarità, non si esaurisce nella semplice affermazione del relativo diritto ma postula, in uno Stato davvero laico, un impegno positivo per rimuovere gli ostacoli di diritto e di altro genere che, in concreto, dovessero impedire o limitare l’esercizio di quel diritto, pure teoricamente assicurato a tutti. Da questo punto di vista l’esperienza italiana appare davvero esemplare e può costituire un significativo paradigma di riferimento.

La tutela della libertà religiosa d’altra parte, così come di ogni diritto umano, non può essere considerato un obbiettivo compiutamente raggiunto una volta per tutte. Essa comporta una costante tensione adeguatrice dell’esperienza giuridica alle sempre mutevoli esigenze che l’evoluzione della società pone. Di qui la responsabilità di vigilare per cogliere ambiti nei quali occorre intervenire, al fine di dare concreta attuazione ai principi. Il pensiero corre, a questo riguardo, alla questione delle istituzioni di assistenza, dove trovano ricovero e sostegno persone che, per ragioni diverse, non possono — o non possono appieno — disporre liberamente di sé. La istituzionalizzazione, apprezzabile espressione di solidarietà nei confronti di chi è nel bisogno, può però costituire per sé stessa, a livello personale, un impedimento al libero esercizio della libertà religiosa. Per questo l’articolo 11 del Concordato ha previsto che siano garantite forme specifiche di assistenza spirituale all’interno delle istituzioni assistenziali; ma queste forme attendono ancora di essere definite tra le competenti autorità, per rendere effettivamente fruibile a una delle categorie più deboli dei consociati un diritto che, come ancora ricordava il Pontefice nella menzionata occasione, «è storicamente e oggettivamente il primo tra quelli fondamentali della persona umana».

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